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3. Gli schemi e i processi di memoria.

Esaminiamo il ruolo degli sociali nell’ambito dei processi di memoria, cioè quando le informazioni vengono

depositate o quando sono recuperate dal magazzino.

L’importanza degli schemi è fondamentale, per fare un esempio provi il lettore ad immaginare di ripercorrere

ciò che ricorda della casa di un amico mettendosi nei panni di un topo d’appartamento che và alla ricerca di

oggetti da sottrarre e successivamente di essere un agente immobiliare che deve affittare l’appartamento in

questione.

Nel primo caso verranno in mente oggetti come computer, cofanetti, uno stereo; nel secondo caso verranno

in mente spazi, oggetti, arredi precedentemente non considerati. Passare da uno schema all’altro produce

prospettive diverse e ricordi differenziati.

Attivare uno schema prima di prendere contatto con situazioni, persone ed eventi determina un influenza

delle fasi codifica delle informazioni che di quelle di recupero.

Riuscire ad riorganizzare delle informazioni codificate sulla base di uno schema pare un’operazione più

complessa.

Un settore di indagine è quello che riguarda la memoria selettiva per membri che i soggetti identificano come

appartenenti o al gruppo esterno. L’attivazione di uno schema nei confronti di un membro appartenente ad

un altro gruppo sociale produce 2 effetti:

1. Minimizzare la variabilità del out-group (quindi sembra l’out-group più omogeneo) mentre l’in-group ci

appare variegato, complesso (secondo Park e Rothbart ciò è dovuto per l’applicazione di un diverso

processo di categorizzazione);

2. Enfatizzare (Tajfel e Wilkes - 1963) ed essere particolarmente sensibili (Krueger, Rothbart e Sriram -

1989) alle differenze dell’out-group nei confronti con il proprio gruppo (in-group).

Pertanto i soggetti ricordano con maggior accuratezza e dettaglio le informazioni riguardanti i membri del

proprio gruppo che di quello esterno; e se devono ricordare informazioni positive o negative, ricordano di più

comportamenti negativi se messi in atto da membri del gruppo esterno.

Se l’evidenza dei fatti risulta essere incoerente con lo schema solitamente applicato, il soggetto è sottoposto

ad uno sforzo cognitivo maggiore.

Risultati come questi indicano che hanno un grosso ruolo anche quei fattori di natura motivazionale capaci di

influenzare la qualità e la valenza delle informazioni codificate e poi ricordate e le componenti strutturali dei

sistemi di rappresentazione.

In generale le persone ricordano le informazioni coerenti in seguito all’attivazione di uno schema, mentre

tendono a dimenticare quelle incoerenti (Hastie 1981).

Il problema diventa più complesso se all’interno delle informazioni definite rilevanti collochiamo sia quelle

congruenti (attivazione schema), sia quelle incongruenti (contraddicono le aspettative veicolate da uno

schema).

Quando i soggetti sono impegnati in giudizi dal carattere complesso (opinione su di una persona) vengono

rievocate con maggiore facilità le informazioni coerenti con lo schema. Se invece l’oggetto dei giudizi è un

gruppo, allora si attua una semplificazione che ben tollera anche le informazioni incoerenti: le eccezioni sono

maggiormente accettate in un gruppo.

Come regola generale possiamo dire che tanto più elaborato è lo stadio di elaborazione quanto minori sono

le risorse cognitive a disposizione e quindi minore attenzione verrà data alle informazioni incongruenti che

successivamente con maggiore difficoltà potranno essere rievocate.

Su questo argomento alcuni principi generali differenziano situazioni di applicazioni di schema diverse, cioè

come capaci di favorire il ricordo di informazioni congruenti oppure incongruenti.

Il primo principio dice che quando lo schema attivato è in fase di sviluppo o è debole nella sua struttura, i

soggetti che lo applicano diventano particolarmente sensibili alle informazioni che sono rispetto ad esso

incongruenti.

Un altro principio riguarda l’opportunità per creare dei collegamenti tra le informazioni proposte, cioè

connettere informazioni incoerenti con altre coerenti favorendo così il ricordo del materiale.

Per riassumere con alcune considerazioni generali sull’attivazione degli schemi possiamo dire che il loro

effetto è più marcato e persistente quando essi sono concettualmente attivi sin dall’inizio e se le

caratteristiche considerate hanno a che fare con l’aspetto fisico della persona classificata e valutata.

E sufficiente individuare una categoria di appartenenza entro cui inserire una persona o un evento per

rendere più salienti le caratteristiche comuni di quella persona con altri membri della stessa categoria. 19

Hastie ha proposto un modello che lega la probabilità di ricordo di un evento al grado di oerenza/incoerenza

di tale evento rispetto allo schema: quando l’evento è fortemente inusuale o all’opposto altamente tipico, il

ricordo diventa altamente probabile; al contrario le informazioni irrilevanti (non sistematiche o non

significative) tendono ad essere peggio ricordate.

4 . Le conseguenze della categoriz sociale: l’attivazione di conoscenze

schematiche.

L’inclusione di un individuo all’interno di una categoria sociale è legato alle conoscenze associate a tale

gruppo sociale, ovvero le strutture schematiche o stereotipiche. Si ritiene che i membri di ogni cultura

condividano delle rappresentazioni stereotipiche a proposito dei gruppi esterni con i quali entrano in contatto.

Il contatto con un membro del gruppo esterno richiama automaticamente l’insieme dei giudizi stereotipici.

Il paradigma del “priming semantico”, che è stato trattato precedentemente, si basa sul principio che le

conoscenze del mondo fisico e sociale sono organizzate in memoria sotto forma di complessi reticoli

costituiti da legami associativi tra differenti concetti, all’interno di questa struttura l’attivazione di un singolo

componente come per esempio un’etichetta categoriale attiva tutti i concetti legati ad esso.

In tal modo è possibile indagare quali siano le conoscenze associate alle rappresentazioni di ciascun gruppo

sociale e, di esaminare in quali condizioni queste conoscenze vengano attivate e influenzino i giudizi emessi

e le interazioni che si realizzano con i membri degli altri gruppi.

Una dimostrazione sull’attivazione dei nodi categoriali è stata fornita dagli studi di Wittenbrink, Judd e Park

(1997). Selezionati studenti bianchi dell’Università del Colorado, inizialmente il compito era di indicare da

una sequenza di nomi propri se si trattava di nomi che negli Stati Uniti venivano utilizzati dalle persone di

colore o dai bianchi, la funzione era di dare una precisa connotazione di appartenenza razziale, e non solo

cromatica, ai termini Black e White. Questi due termini risultavano cruciali nella fase successiva quando i

soggetti posti di fronte ad un computer dovevano stabilire nel modo più veloce possibile se le parole che

comparivano sullo schermo fossero dotate di un senso oppure si trattasse di parole inventate. Una parte

delle parole rimandava allo stereotipo delle persone di colore altre a quelle bianche, altre non avevano

nessun legame con i due gruppi in questione. La manipolazione consisteva nel fare apparire (per un tempo

pari a 15 millisecondi), subito prima della parola a cui si doveva dare un giudizio un ulteriore parola, detta

prime, che subito veniva mascherata da una stringa di lettere (es. XXXXXXX), lo stimolo che compariva per

così poco tempo poteva essere la parola Black o White.

L’immediata sostituzione dello stimolo con una stringa di lettere faceva sì che i soggetti non fossero

consapevoli del contenuto della parola a cui erano stati sottoposti prima della parola ben visibile.

La logica dell’esperimento prevedeva che se l’etichetta categoriale attiva l’insieme delle conoscenze

stereotipiche associate a essa, presentare un tratto effettivamente sterotipico facilita l’elaborazione rispetto a

una condizione in cui lo stesso tratto sia preceduto da uno stimolo col quale non condivide nessun legame

semantico.

Quanto è emerso, è stata una più rapida elaborazione dei tratti stereotipici delle persone di colore quando

preceduti dalla parola Black, piuttosto che dei bianchi quando preceduti dalla parola White.

Si tratta di verificare il modo in cui l’attivazione di specifici concetti nella mente influenzino i successivi

giudizi, indirizzino le modalità di interpretazione e di ricordo delle informazioni, e come i comportamenti

possano seguire linee differenti a seconda che sia stato attivato uno stereotipo oppure no .

Un’importante lavoro di ricerca è stato condotto da Patricia Devine (1989), che si proponeva di dimostrare

che gli individui che vivono all’interno di uno stesso ambiente sociale a prescindere dal grado di pregiudizio

che li contraddistingue sono a conoscenza degli attributi stereotipici associati ai gruppi esterni, in quanto nei

processi di socializzazione è impossibile non venire esposti ad essi ad esempio dai mezzi di

comunicazione. E’ stato riscontrato che sia le persone che discriminano le persone di colore , sia chi è più

aperto a concetti di uguaglianza, sono a conoscenza che negli Stati Uniti, i tratti violento, sporco, atletico e

musicale sono tipicamente attribuite ai neri.

L’ipotesi e che tutti attivino lo stereotipo allo stesso modo e solo attraverso sforzi successivi le persone con

un più basso livello di pregiudizio riescano ad essere influenzati dallo stereotipo.

Quando la possibilità di un controllo consapevole non è presente ci si attende un’influenza generalizzata.

Emerse che quando la soglia di attenzione era abbassata sul controllo inibitore dei pregiudizi, gli stereotipi

emergevano ineluttabilmente. Anche Bodenhausen giunse a questo risultato analizzando il giudizio

effettuato alla sera dalle persone molto attive al mattino (e quindi che alla sera sono stanche e poco

efficienti) e viceversa quello mattutino delle persone che invece appena in serata raggiungono l’apice delle

loro facoltà cognitive quando le persone erano stanche si facevano prendere maggiormente da visioni

stereotipiche. 20

In un altro esperimento ancora a dei soggetti veniva chiesto di valutare il comportamento di un uomo

immaginario (Donald) a cui venivano attribuite caratteristiche ritenute tipiche dei negri. Questo determinava

una forte ostilità, ma se tali attribuzioni non venivano fatte, l’ostilità era a livelli di gran lunga inferiori. Questo

dimostra che gli atteggiamenti delle persone vengono sempre filtrati dagli schemi: due comportamenti uguali

possono essere valutati in maniera completamente diversa se influenzati dagli stereotipi.

Appare che le persone con minor numero di pregiudizi sappiano riconoscere anche caratteri positivi agli

appartenenti di un altro gruppo a differenza di quelli intransigenti.

Tutte queste considerazioni hanno pesanti implicazioni nella vita sociale quotidiana nei rapporti fra le

persone di estrazioni ed etnie diverse. Oltre alla indiscussa presenza delle azioni intenzionali, esiste una

consistente e non trascurabile presenza di azioni determinate inconsciamente e frutto di condizionamenti

percepiti in base alle personali conoscenze individuali. I costrutti attivati nella mente di un individuo inducono

a percepire l’interlocutore in un modo piuttosto che in un altro e a comportarsi quindi di conseguenza.

Questo comportamento avrà delle conseguenze logiche nell’interlocutore che reagirà di conseguenza

confermando nel soggetto le sue aspettative. Sono stati fatti esperimenti che hanno dimostrato come la

costruzione delle interazioni sociali può avvenire a partire dalle conoscenze di un singolo individuo: cioè se

ho un atteggiamento ostile nei confronti di una persona, è altamente probabile che tale persona assuma un

simile comportamento ostile nei miei confronti e ciò favorirà le mie aspettative nei suoi riguardi ovvero che

sia degna del mio disprezzo.

È lecito chiedersi in quale misura gli individui debbano essere ritenuti responsabili dei pregiudizi. Secondo

Susan Fiske non vi è responsabilità dell’individuo poiché i pregiudizi fanno parte di un non modificabile corso

dei processi cognitivi. Come sottolinea la Devine, esiste una sostanziale differenza fra l’attivazione dello

stereotipo e la sua applicazione: il primo momento è inevitabile, ma non il secondo. Gli stereotipi però

possono essere diminuiti attraverso una percezione accurata delle caratteristiche peculiari dei soggetti

appartenenti ad una classe stigmatizzata. È chiaro però che questo processo implica molto impegno

personale…

È stato anche dimostrato che un elevato gradi motivazionale nei confronti di una persona riduce l’emergenza

di pregiudizi nei suoi riguardi (vedi collaboratrice Hilda).

Nella società bisogna tenere conto delle situazioni che possono favorire l’insorgenza dei pregiudizi.

I modelli teorici per spiegare come l’attivazione di una rappresentazione categoriale incide sui processi

mnestici, ossia su come le informazioni vengono codificate e recuperate dalla memoria, prevedono che

siano le caratteristiche di personalità, le espressioni verbali e i comportamenti che confermano uno

stereotipo esistente e che, l’attivazione di questo oltre ad interpretare le situazioni ambigue, tende ad

elaborare proprio gli elementi coerenti con lo stereotipo attivato.

Nello scenario ipotetico di un aula di tribunale, le stesse prove possono are luogo a differenti gradi di

elaborazione a seconda della categoria sociale alla quale appartiene l’imputato.

Questo problema è stato studiato prevalentemente considerando come gruppo bersaglio quello degli

ispanici, tenuto conto che negli Stati Uniti questo gruppo viene associato frequentemente a comportamenti

antisociali e spesso illegali.

Tab.1 Giudizi espressi da partecipanti che incarnavano il ruolo di giurati nei confronti di un imputato sulla

base di deposizioni presentate nell’aula di tribunale Imputato

Ispanico Non specificato

Giudizio di aggressività 5,12 4,48

Probabilità di aggressività futura 4,19 3,28

Giudizio di consapevolezza 5,27 3,38

Probabilità di recidiva 3,96 2,92

Gli effetti degli schemi sul ricordo

L’utilizzo di schemi di riferimento nella percezione sociale può condurre a un miglior ricordo delle

informazioni che si presentano coerenti con tali schemi. 21

Tab. 2 appartenenza etnica dell'imputato

non specificataispanica

informazioni a favore dell'innocenza .71 .64

informazioni a favore della colpevolezza .59 .73

Proporzioni di informazioni ricordate, a seconda della valenza e dell’origine etnica dell’imputato

(Bodenhausen e Lichtenstein, 1987).

Tuttavia, le informazioni discrepanti rispetto a uno schema sono altamente salienti.

L’ultima frontiera della ricerca nell’ambito della cognizione sociale è sullo studio delle conseguenze che

l’attivazione delle conoscenze sociali hanno sui comportamenti.

L’insieme delle conoscenze in memoria sono una sorta di mappa di riferimento che in modo rapido ed

efficace indirizza verso i comportamenti più adeguati ad ogni situazione.

Le conoscenze procedurali i comportamenti tipici, fanno parte di quanto viene ripetutamente associato a

ciascun concetto e possono essere quindi attivati come pensieri ed emozioni.

William James (1890), aveva intuito che il semplice pensare ad un azione “sveglia” e predispone l’intero

sistema motorio all’esecuzione di tale azione.

Attualmente si ritiene che l’intero processo possa avere luogo anche senza una necessaria riflessione

consapevole circa le attività da compiere.

I risultati di situazioni sperimentali (condotte da John Barg), dimostrano come delle semplici manipolazioni

possano incidere pesantemente sui comportamenti degli individui, inducendoli ad assertivi oppure

ostinatamente pazienti

Secondo la prospettiva costruttivista, le interazioni sociali si strutturano attraverso scambi di messaggi ,

informazioni e segnali tra gli interlocutori.

In modo particolare, i costrutti attivati nella mente di un individuo inducono a percepire l’interlocutore in un

modo piuttosto che in un altro e a comportarsi di conseguenza, l’interlocutore a sua volta si comporterà

misurando percezione e comportamento in accordo con lo stile di intenzione di cui si sente oggetto. Allora

ecco che il comportamento ostile di un individuo si tradurrà in una risposta non particolarmente amichevole

da parte dell’interlocutore che subisce il comportamento ostile.

Attraverso i processi dell’andamento circolare cosiddetti “profezie che si avverano” (Jussim 1986), le

aspettative implicite di un individuo, come quelle, ad esempio, che le persone di colore sono poco affidabili e

violente, inducono chi le ha fatte proprie a manifestarsi diffidente ed ostile con le persone di colore. Questo

determina che la persona bersaglio si comporti nel modo più negativo confermando così lo stereotipo.

5. Il ruolo della motivazione e delle risorse cognitive.

Laddove sono presenti forti componenti motivazionali che inducano ad essere particolarmente scrupolosi

nell’elelaborare le informazioni disponibili esiste la possibilità di raggiungere impressioni meno stereotipate.

Questo significa che se ci formiamo un’impressione rispetto ad un gruppo stigmatizzato, il sapere che

dovremo in seguito rendere conto ad altri della impressione formata, giustificando quanto espresso,

accresce la possibilità che non ci si basi sugli aspetti più generali, come la categorizzazione di appartenenza

dell’individuo, ma anche sulle caratteristiche particolari che lo contraddistinguono (Fiske e Neuberg,1990).

Bodenhausen (1990b), ha approfondito l’incidenza che la scarsità di risorse ha nella formazione di giudizi,

tenendo conto che certe persone hanno una “personalità mattutina” sono cioè produttive e piene di energia

nelle prime ore del mattino; mentre altre hanno una “personalità serale”, che riesce a dare il meglio nelle ore

serali.

Nei momenti in cui la persona non dispone al massimo delle proprie potenzialità è più probabile che i suoi

giudizi siano influenzati dagli stereotipi, fondandosi più su aspetti generali .

In tal senso gli stereotipi possono essere paragonati a delle euristiche di giudizio, delle scorciatoie

di pensiero semplificate che permettono alle persone di giungere rapidamente a giudizi sociali.

Il ricorso alle euristiche è più probabile in situazioni in cui le persone devono impegnarsi nell’elaborazione di

22

giudizi complessi in presenza di fattori che diminuiscono l’accuratezza dei processi cognitivi (ad esempio,

stanchezza o mancanza di tempo) Da slide Prof. Mosso

Solo dalla combinazione di alti livelli di motivazione e risorse cognitive si creano le premesse affinché le

persone vengano percepite nella loro complessità che, fortunatamente va bel oltre le semplici appartenenze

categoriali. BODENHAUSEN (1990)

Giudizi di colpevolezza nei confronti

di un imputato ispanico a seconda delle caratteristiche del

rispondente e dell’ora di emissione del giudizio.

A valori più elevati corrisponde una percezione di maggiore

colpevolezza Ora del giorno

9,00 20,00

Personalità mattutina 4,92 6,50

Personalità serale 6,79 5,60

Il ruolo della motivazione e

delle risorse cognitive nella percezione sociale

Esclusivo utilizzo di Utilizzo di tutte le informazioni

Informazioni individuali disponibili

di tipo categoriale elevata

bassa motivazione elevate

basse Risorse cognitive

6. Le precedenti esperienze e il giudizio sociale.

Spesso gli individui nel rapportarsi ai loro simili fanno uso di criteri di categorizzazioni e delle relative

conoscenze stereotipiche, a tali fattori entrano in gioco anche le esperienze pregresse e quelle da loro

maturate. Per verificare ciò si è fatto uso dell’effetto stroop che in un lavoro cognitivo presenta

un’interferenza semantica: per esempio nel compito di dire in quale colore appare una scritta, se questa

riporta un altro colore (per esempio la scritta “VERDE” scritta in rosso) il soggetto ha prestazioni inferiori

perché deve inibire il valore semantico della parola. 23

Ad esempio è un ipotesi che il modo in cui l’immagine di una persona oggetto di percezione viene a

costruirsi dipende dal grado in cui questa persona richiama alla mente dell’individuo che la percepisce, la

rappresentazione di altri individui con cui egli ha familiarità.

Le rappresentazioni di individui conosciuti possono influenzare il tipo di inferenze emesse rispetto a nuove

persone che somigliano a loro, ed influenzano anche indici più oggettivi come il ricordo di tratti o

caratteristiche possedute da una persona.

Una volta ancora emerge la natura costruttiva dei giudizi sociali, che solo in parte sono basati dai dati

provenienti dall’ambiente, ma che in continuazione vengono integrati e modificati a partire dalle conoscenze

già possedute. Da slide Prof. Mosso:

Gli effetti degli schemi sul ricordo L’utilizzo di schemi di riferimento nella percezione sociale può condurre a

un miglior ricordo delle informazioni che si presentano coerenti con tali schemi.

Tuttavia, le informazioni discrepanti rispetto a uno schema sono altamente salienti.

I giudizi

La relazione tra memoria e giudizio viene interpretata come un’influenza causale della prima sul secondo.

Il concetto secondo cui la memoria scatena il giudizio ha dato avvio a moderno programma di ricerca sulle

euristiche (Tversky e Kahneman).

Il termine stesso di euristica suggerisce che l’elaborazione delle informazioni cognitive raggiunge un

compromesso tra la razionalità e l’economia.

Vantaggi e disfunzioni del ragionamento sociale:

le euristiche sono strategie o “scorciatoie” di pensiero semplificate che permettono alle persone di giungere

rapidamente a giudizi sociali

Il ricorso alle euristiche è più probabile in situazioni in cui le persone devono impegnarsi nell’elaborazione di

giudizi complessi in presenza di fattori che diminuiscono l’accuratezza dei processi cognitivi (ad esempio,

stanchezza o mancanza di tempo)

L’euristica della rappresentatività

E’ utilizzata per stimare la probabilità che si verifichi un determinato evento; in particolare, per decidere se

un certo esemplare appartiene a una determinata categoria (Tversky e Kahneman, 1974)

Il criterio utilizzato per decidere è quello della rilevanza o somiglianza, mentre viene trascurata la probabilità

di base.

Stefano è una persona silenziosa e compassata; benché apparentemente disposto ad aiutare gli altri, non

mostra però interesse vero verso la gente, né per i problemi quotidiani. Ha bisogno di dare ordine e

chiarezza alle proprie esperienze e mostra una passione per il dettaglio.

Si tratta di un contadino, di un trapezista, di un bibliotecario, di un bagnino o di un chirurgo?

L’euristica della disponibilità

E’ utilizzata per valutare la frequenza o probabilità di un determinato evento: si basa sulla facilità e rapidità

con cui vengono in mente esempi che fanno riferimento alla categoria del giudizio in questione

La stima di frequenza di un evento può essere influenzata da:

- Tendenze sistematiche utilizzate nella ricerca di informazioni

- Particolare “immaginabilità” di un particolare evento.

Esempio: le persone valutano come cause di morte più frequenti eventi drammatici o accidentali come

omicidi o atti terroristici rispetto a malattie cardiocircolatorie (Slovic, Fischoff e Lichtenstein, 1976). Le cause

di morte sono strettamente correlate allo spazio che i giornali hanno dedicato a ciascun tipo di morte

(salienza delle notizie di attualità) 24

Riferimento al sé

I coniugi sovrastimano il proprio contributo personale alle attività domestiche, in quanto ricordano con più

facilità esempi positivi del proprio comportamento (Ross e Sicoly, 1979)

Ancoraggio e accomodamento

In situazioni di incertezza, per emettere un giudizio le persone tendono ad “ancorarsi” a una conoscenza

nota ed “accomodarlo” sulla base di informazioni pertinenti.

La conoscenza dunque funziona se ancoraggio e accomodamento sono adeguati.

I propri tratti, le proprie credenze ed i propri comportamenti rappresentano spesso punti di ancoraggio per il

giudizio sociale

Esempio: nella previsione di risultati elettorali, le persone tendono ad esagerare la numerosità dei voti

ottenuti dal partito da loro sostenuto (Palmonari, Arcuri e Girotto, 1994)

Simulazione

L’euristica della simulazione riguarda le alternative controfattuali. Quanto più è facile immaginare modi

alternativi in cui gli eventi avrebbero potuto svolgersi, tanto più è facile mutare gli eventi sfortunati, tanto più

ci sembrano tragici.

Mr. Crane e Mr. Tees dovevano prendere aerei differenti previsti però con un identico orario di partenza. A

causa dell’intenso traffico arrivarono all’aeroporto con 30 minuti di ritardo rispetto all’orario previsto di

partenza.

A Mr. Crane viene comunicato che il suo aereo è partito in orario. A Mr. Tees viene comunicato che l’orario

di partenza era stato differito, ma che nonostante questo l’aereo era ormai partito da 5 minuti. 25

Capitolo quinto - Il sé come soggetto e oggetto della cognizione sociale

1. Le origini del problema

Per ricostruire le origini degli interessi a proposito del “sé”, bisogna risalire al lavoro di Aristotele che dedicò

molte delle sue riflessioni all’analisi di problemi psicologici. Le sue ricerche, a proposito della distinzione tra

aspetti fisici e non fisici del funzionamento umano furono lo spunto per affrontare successivamente il tema

della consapevolezza, della conoscenza e del significato dell’attività del pensiero.

Cartesio sottolineava accanto ai problemi di differenziazione anche le relazioni e i rimandi tra le due entità.

La consapevolezza che gli individui maturano a proposito dei percorsi di pensiero favorisce la costituzione di

un “sé non fisico” che realizza tali pensieri e di un “sé fisico” nel quale risiede il sé pensante (cogito ergo

sum).

I temi riguardanti il corpo e la mente, la natura della delle conoscenze e le relazioni tra soggetto

“conoscitore” e l’oggetto della sua conoscenza sono stati al centro delle riflessioni di William James, il quale

introduce nella sua principale opera “Principi di psicologia”, la distinzione tra sé come oggetto conosciuto,

ossia il Me, e il sé che conosce, l’Io. James svilupperà sempre più il tema del sé come oggetto di

conoscenza, proponendo la distinzione tra “me” materiale, sociale e spirituale, fornendo spunti che verranno

ripresi, come il concetto di “autostima” e quello di “molteplicità del sé”.

Da slide Prof. Mosso:

Chi sono io?

Twenty Statements Test

Il sé non è un’entità fissa:

«quella che all’inizio era per i ricercatori un’entità omogenea, statica, una specie di massa d’argilla, è

diventata una struttura multidimensionale, dinamica e sfaccettata»

DEFINIZIONI CONCETTUALI

sé corporeo (Materiale) aspetto fisico, vestiti, etc.

sé interno (Spirituale) valori, tratti

sé interpersonale o (Sociale) definito in termini relazionali

sé collettivo o identità sociali definite a livello della cultura

W. James (1890)

costituito da

Io Me

soggetto oggetto

che conosce di conoscenza

Definizioni operazionali

Il sé come cognizione (concetto di sé)

Il sé ed emozione (es. autostima)

Il sé e comportamento (es. autoregolazione)

Il concetto di sé: insieme dei pensieri, dei sentimenti che definiscono ciò che ciascuno ritiene di

essere

L’autostima misura in cui le persone si sentono soddisfatte di sé e si considerano degne di amicizia e

stima.

Si distingue tra: autostima di tratto e autostima di stato

SCALA DI AUTOSTIMA DI ROSENBERG

• Sento di avere numerose qualità positive 26

• Sento di non avere molto di cui essere orgoglioso

• Talvolta penso di non essere buono a nulla

• Sento di essere una persona di valore, almeno quanto le altre

• Nel complesso sono un fallimento

• Nel complesso sono soddisfatto di me.

L’autopresentazione riguarda il comportamento sociopsicologico quotidiano e in particolare, il modo in cui

le persone cercano di comunicare identità o immagini di sé agli altri.

Altri contributi di matrice sociologica

C.H. Cooley (1902)

il concetto di auto-rispecchiamento

G.H. Mead (1934)

l’interiorizzazione degli atteggiamenti e dei gesti dell’Altro generalizzato

E. Goffman (1959)

il sé come artificio drammaturgico ovvero come prodotto e riflesso delle risposte degli altri

2. Il concetti di Sé e le modalità della sua rappresentazione.

Come funzionano le rappresentazione che gli individui hanno di se stessi è stato uno dei primi obiettivi che la

psicologia si è posta. A partire da W. James (1890) che proponeva alcune riflessioni sulle forme di

rappresentazione del “sé”, per poi arricchirsi delle visioni di matrice sociologica di Mead (1934) e di Cooley (

1902), la tematica è entrata a far parte della disciplina con un costrutto, quello del “sé”, che costituisce una

sorta di elemento-frontiera tra la psicologia della personalità e la psicologia sociale.

Questi temi arricchiti dai suggerimenti e dalle proposte metodologiche del cognitivismo, da circa un

ventennio sono stati oggetto di ricerche e di proposte teoriche dedicate alla comprensione di come è

strutturato e funziona il SE.

La conoscenza che ognuno ha di se è estesa e complessa. Numerose modalità ci consentono di conoscerci:

• Talvolta siamo consapevoli di un sé privato, che rendiamo disponibile solo a riflessioni personali

e intime.

• Altre volte attiviamo le conoscenze di quel sé che decidiamo di presentare agli altri e di rendere

pubblico nelle relazioni sociali.

• In alcuni casi siamo consapevoli di quella parte del sé impegnata in comportamenti che

favoriscono il ns. rapporto con il mondo delle esperienze sociali

• O conosciamo quella parte di sé che è frutto di esperienze terminate, sedimentate nella memoria

a lungo termine.

• Etc.

Gran parte della ricerca condotta dalla psicologia sociale cognitiva a proposito del sé , parte dall’analisi delle

modalità con cui gli individui elaborano delle rappresentazioni mentali a seconda delle proprie caratteristiche,

dei ruoli sociali che si interpretano, delle esperienze, e degli obiettivi preposti. Tutto questo costituisce

l’insieme di conoscenze depositate in memoria e danno luogo al senso d’identità personale e sociale

ES. Chiediamo ad un individuo se si sente altruista, in pochi secondi sarà in grado di fornire la risposta. Lo

psicologo che ha posto la domanda non si accontenta di registrare ciò che è stato dichiarato, ma tenta di

capire i passaggi che hanno consentito di rappresentarsi in memoria delle conoscenze riguardanti il tratto

“altruista” e, successivamente, di prendere una decisione che ha consentito di dire “si” oppure “no”, per un

interrogativo di tipo scientifico.

In quale forma la conoscenza che un individuo ha di se stesso è depositata in memoria?

In psicologia sociale sono stati elaborati dei modelli per la rappresentazione delle emozioni, degli

atteggiamenti, degli stereotipi, dei gruppi, e recentemente sono comparse delle proposte a proposito della

rappresentazione del sé.

I modelli condividono il fatto che la nostra conoscenza (a proposito dei tratti che ci descrivono), risiede nella

memoria dei comportamenti passati.

In che forma queste informazioni sono depositate?

3. Due modelli a confronto.

Secondo alcuni modelli la conoscenza a proposito dei tratti che ci descrivono è rappresentata nella forma di

specifici comportamenti; questi presentano manifestazioni dei tratti in questione, le risposte che forniamo

27

derivano dal modo in cui selezioniamo e colleghiamo i diversi elementi di comportamento che sono

riconducibili al tratto stesso (Smith e Medin, 1981).

Secondo altri modelli la rappresentazione di sé può assumere la forma di una rappresentazione astratta,

cioè prevedono che i tratti considerati centrali dall’individuo nella costruzione del sé sono rappresentati in

forma astratta e che alle domande riguardanti questi tratti si possa rispondere accedendo direttamente a

questa rappresentazione astratta (Klein e Loftus 1988).

Le conoscenze categoriali:

Seguendo un primo punto di vista la conoscenza di una categoria è una rappresentazione globale che viene

astratta a partire dall’esperienza realizzata con molti esemplari appartenenti a quella categoria. Ad esempio

decidere che uno struzzo è un uccello dipende dalla somiglianza percepita tra questo esemplare e la

categoria “uccelli”, ossia dal numero di caratteristiche che condivide con quella categoria.

Sulla base di un secondo punto di vista la categoria è ricostruibile dall’accostamento di rappresentazioni

separate che possediamo a proposito di esemplari conosciuti appartenenti a quella categoria. In questo caso

decidere che uno struzzo è un uccello deriva dal recupero dalla memoria di esemplari di uccelli conosciuti (

canarino, gallina ecc.) e dal confronto con lo struzzo.

Si tratta di valutare le modalità con cui i tratti che usiamo per descriverci derivano dalla combinazione di

comportamenti passati e dalla loro rappresentazione in memoria.

Ben (1967), affermava che la conoscenza degli individui a proposito dei loro pensieri, comportamenti,

atteggiamenti e altri stati interni viene dai comportamenti che mettono in atto e dalle circostanze in cui si

manifestano.

In pratica non hanno un diretto accesso alle esperienze psicologiche ma se le ricostruiscono a partire da

comportamenti corrispondenti.

ES, se scopro di mangiare con gusto e frequenza il formaggio grana, allora vuol dire che mi piace.

In contrasto con questa posizione basata “sull’attivazione di esemplari”, un numero di autori ha proposto una

concezione del sé fondata sulla rappresentazione di tratti che vengono attivati sia da esemplari che da

concetti astratti.

L’individuo può descrivere un tratto sia prendendo in considerazione le sue memorie autobiografiche che

mediante l’accesso diretto alla sua conoscenza globale riguardante quel tratto in memoria.

In un interessante contributo teorico e di ricerca, Klein e Loftus (1993), sono stati in grado di dimostrare che

la rappresentazione del se in memoria si differenzia sulla base del modello degli esemplari .mentre la

conoscenza dei tratti che caratterizzano il sé assume un formato di tipo astratto.

Inoltre i giudizi che gli individui emettono circa l’autodescrittività dei tratti sono elaborati mediante un accesso

diretto a rappresentazioni astratte e non per il tramite di rilevanti memorie di tipo autobiografico. Il modello

teorico di Klein e Loftus prevede che la rappresentazione mentale che caratterizza il possesso di un tratto

varia a seconda della quantità di esperienza maturata relativa a quel tratto. Se la quantità non è sufficiente

ad elaborare un concetto di tipo astratto allora la conoscenza sarà rappresentata solo per il tramite di

esemplari.

4. Gli schemi di sé nella percezione, nella memoria e nei processi inferenziale.

Cantor e Kihlstrom (1989)sostengono che la rappresentazione mentale del sé consiste in una gerarchia di

concetti che a tale costrutto si riferiscono: ciascuno di essi è collegato a un contesto specifico ed è tale da

rappresentare il modo in cui l’individuo ritiene di comportarsi nelle diverse situazioni. In che modo può

articolarsi il concetto di sé che caratterizza un individuo sul luogo di lavoro o in famiglia. Nel primo contesto i

tratti e i comportamenti che egli associa alla rappresentazione di sé abbiano a che fare con l’efficienza, la

competenza, il rispetto delle regole; nel secondo contesto vengono associati tratti come il piacere per il

divertimento, competenze che servono all’intrattenimento di ospiti, far da mangiare ecc.).

Secondo gli autori, l’aspetto che permette contribuisce a rendere disponibile il sistema di rappresentazione

alle informazioni in ingresso, quando si verificano determinate situazioni si chiama “il concetto di sé

operante” (working self, come lo definiscono Markus e Nurius 1986),

Per fare un esempio si tratta di quei particolari contenuti che emergono in una determinata situazione: le

dimensioni e gli attributi di uno studente in classe, saranno legate alla sua condizione universitaria, alle

prestazioni intellettuali, alla motivazione allo studio, al rapporto con i docenti e con i compagni. La stessa

persona proiettata in un ambito sportivo cambierà riferimenti e contenuti, in questo caso le dimensioni e gli

attributi che emergono riguardano la prestanza fisica, le procedure di allenamento ecc.

Spesso le diverse reazioni delle persone di fronte a domande precise sembra indicare che quella persona

possiede uno schema di sé, ossia una struttura cognitiva- affettiva che rappresenta le proprie esperienze in

un particolare dominio. Come gli schemi organizzano e direzionano l’elaborazione dell’informazione, capita

anche nel caso degli schemi di sé, che facilitano, ad esempio, la percezione e il giudizio a proposito

particolari tratti o di attributi. 28

Le ricerche condotte per verificare il modello dello schema di sé proposto e le differenze tra soggetti

schematici e aschematici relazione a particolari dimensioni, hanno messo in luce il vantaggio di essere

schematici sia sul tipo di materiale elaborato e sulla velocità di realizzazione dell’operazione. Es. gli individui

che possiedono uno schema organizzato lungo la dimensione dell’indipendenza rispondono più velocemente

“mi appartiene” , a tutti quei tratti che hanno a che fare con la dimensione dell’indipendenza. Questo avviene

perché possiedono una serie di conoscenze a proposito di quella dimensione depositate in memoria,

facilmente e prontamente recuperabili.

I dati di ricerca dicono che una dimensione tra quelle che stanno alla base del sistema di rappresentazioni

finisce per diventare elemento fondamentale nel costituire lo schema del sé in relazione alla misura in cui

l’individuo considera quella dimensione soggettivamente importante, tanto che sarà portato a individuare per

quella dimensione una posizione estrema ed a identificare una polarità opposta della quale nega di

possedere una certa caratteristica.

Un esempio è il soggetto che organizza il proprio schema di sé in riferimento alla dimensione

dell’estroversione e sono sicuri che il tratto che denomina la polarità opposta cioè quello dell’introversione

non li caratterizzi.

Non tutti gli schemi di sè che gli individui elaborano sono di tipo positivo, in alcuni casi sono in grado di

mettere in funzione complessi e articolati concetti di sé fondati su dimensioni di tipo negativo. Le persone

che sono schematiche a tratti negativi tendono ad identificare rapidamente ciò che esse non sono, più ciò

che identificare ciò che sono. (Markus e Wurf 1987).

Secondo alcuni teorici (Kuiper, Olinger e swallow, 1987), le persone che risultano vulnerabili a fenomeni di

tipo depressivo sarebbero caratterizzate da schemi di sé che in maniera latente sono organizzati su

dimensioni negative e che per il realizzarsi di alcune circostanze ambientali, diventano improvvisamente

attivi e tali da favorire l’elaborazioni di informazioni su base di costrutti sociali negativi.

Le persone che mettono in atto schemi di tipo negativo lo fanno solo per la percezione di sé, mentre il

fenomeno non si estende alla percezione degli altri.

In definitiva gli schemi di sé costituiscono una galleria di autoritratti ai quali l’individuo è particolarmente

familiare. Essi sono portatori di una decisa valenza affettiva, sono solide costruzioni concettuali, complesse

nella loro articolazione e prevalentemente espresse in una forma quella verbale, che ne favorisce il

recupero.

In psicologia sociali parlando di schemi del sé è importante parlare degli studi sui processi di inferenza.

Quando gli individui devono prevedere il loro comportamento futuro producono delle anticipazioni che sono

coerenti con gli schemi che di sé possiedono. Es, se un individuo deve programmare il suo comportamento

di interazione in una situazione sociale, sarà favorito se possiede uno schema di sé ancorato alla

dimensione dell’estroversione.

Ma non sempre possedere uno schema di sé significa necessariamente emissione di giudizi “più rapidi” ; in

alcune circostanze i giudizi che sono rilevanti per gli schemi di sé diventano più lenti proprio per coloro che

sono schematici piuttosto che per gli aschematici.

Capita quello che in letteratura cognitiva è stato evidenziato per gli “esperti”, ossia per coloro che gestiscono

con particolare abilità e competenza il materiale che è rilevante per un certo dominio di conoscenza.

Es. il giocatore esperto di scacchi, è molto abile nel rappresentare e memorizzare una particolare

disposizione dei pezzi nelle diverse fasi della partita.

La maggior quantità di materiale a disposizione dell’esperto dà luogo ad una più complessa rete di

associazioni da realizzare, se si tratta di una situazione nuova, non esplorata. Se invece devono emettere

giudizi in contesti familiari, di routine sono particolarmente rapidi.

Da slide Prof. Mosso:

Infine, misura dello stato d’umore IL SÉ OPERANTE

Alcuni diventano salienti in relazione al contesto in cui il giudizio è emesso e sono oggetto di riflessione

consapevole (working self), mentre altri rimangono sullo sfondo, pronti ad assumere un ruolo centrale

se le corcostanze lo richiedono.

McGuire e McGuire (1982): “Io sono … ”. Risposte focalizzate sul contesto sociale.

Es.: Contesto educativo di minoranza neri-bianchi sono nero. Uniche figlie femmine sono femmina.

LE FLUTTUAZIONI DEL CONCETTO DI SÉ

Esperimento di Markus e Nurius (1994)

3 condizioni sperimentali in cui si diceva ai partecipanti di: 29

A) controllo: immaginare una normale conversazione con un amico.

Immaginare di sentire accidentalmente una conversazione in cui veniva fatto il loro nome

B) rifiuto: a proposito di un party dal quale si era stati esclusi deliberatamente

C) accettazione: a proposito di un party dal quale si era stati esclusi per una dimenticanza da rimediare

Variabile Dipendente: giudicare se stessi su una serie di tratti (sicuro, spiritoso, ammirato, felice): presente,

futuro probabile, futuro ideale

Punteggi di autoattribuzione di tratti positivi nel sé attuale

4,5

4

3,5

3 dimenticanza

2,5 controllo

2

1,5 rifiuto

1

0,5

0 valutazioni sé

Concezione di sé più negativa nella condizione di rifiuto

Conclusioni:

Si può immaginare la presenza di un nucleo sufficientemente stabile riferito al sé e di una serie di variazioni

contestuali.

A seconda dei periodi della vita la stabilità del nucleo di riferimento centrale può essere messa in

discussione (caso dell’adolescenza).

Il sé tra passato e futuro IL SÉ NEL PASSATO COME RICOSTRUZIONE

Comparazione di tipo temporale tra sé attuale e sé passato

per individuare tendenze o trarre inferenze su sviluppo/progressi

di competenze, capacità …

Il proprio passato viene ricostruito considerando come punto di

riferimento il presente e viene caratterizzato come simile o diverso

sulla base del tipo di teoria invocata (stabilità/cambiamento).

Come gli schemi influenzano l’elaborazione delle informazioni

Schemi di sé

PERSONE SCHEMATICHE VS. ASCHEMATICHE (Markus, 1977)

Certi tratti sono centrali, altri no; giudicarsi sulla base della dipendenza/indipendenza

I fase Formazione di 3 gruppi suddivisi in base al fatto che fossero: a) dipendenti; b) indipendenti; c)

aschematici

II fase Presentazione di aggettivi e compito di rispondere il più velocemente possibile se è descrittivo del sé

oppure no 30

2,7

2,6

secondi 2,5

2,4

in Parole relative a dipendenza

indipendenza

risposta 2,3 Parole relative a

2,2 indipendenza

dipendenza

di 2,1

Tempi 2

1,9

1,8 Indipendenza Dipendenza Aschematici

Fonte: Markus, 1977

I tratti su cui si è schematici sono quelli che con maggiore probabilità guidano il giudizio sociale.

Ad esempio, incontrando una nuova persona le domande che con maggiore probabilità verranno poste sono

volte a individuare dove si collochi lungo la dimensione su cui siamo schematici (Fong & Markus, 1984).

Una persona estroversa cercherà di capire se l’interlocutore è estroverso.

Il sé come conoscenza estesa e complessa

Il sé è una rappresentazione complessa che, col variare delle situazioni presenta delle sue componenti

cronicamente accessibili, sempre al lavoro e altre che diventano attive in funzione del contesto.

5. Schemi di sé e schemi di altri

Gli schemi di sé servono anche a ricordare le informazioni rilevanti che ad essi si riferiscono: questo

fenomeno da origine a degli effetti a catena, dato che ricordare in maggior quantità le informazioni che

caratterizzano lo schema di sé, porta a organizzare la propria condotta sintonizzandola su tratti e attributi più

ricordati, e quindi a trovare una conferma delle proprie aspettative.

L’informazione che riguarda il sé risulta più accessibile di quella che riguarda altre persone.

Sembra che le persone abbiano maggior facilità nell’utilizzare il codice verbale quando devono

rappresentare se stessi in memoria (Lord, 1980), quando invece devono rappresentare gli altri usano il

codice visuale.

La conoscenza di sé rispetto a quella elaborata a proposito delle altre persone riguarda le risonanze affettive

che essa contiene (Greenwald e Pratkannis, 1984).

In conclusione gli schemi di sé producono rappresentazioni familiari, cariche affettivamente, complesse,

difficili da modificare e prevalentemente basate sul codice verbale. Le rappresentazione degli altri sono

meno accessibili in memoria, meno connotate affettivamente, più di sémplici e prevalentemente codificate in

forma di immagine.

6. Schemi ed expertise

Normalmente i soggetti impiegano poco tempo per emettere giudizi che riguardano aspetti rilevanti e

coerenti con lo schema di sé (Markus 1977). Ci sono però circostanze in cui i giudizi rilevanti impiegano un

tempo più lungo (Markus, Hamill e Sentis, 1979)

Si tratta di un fenomeno già descritto: una persona definita “esperta” in un particolare dominio è in grado di

impiegare con efficienza lo schema corrispondente e giungere rapidamente ad emettere un giudizio. 31

Se però il compito riguarda un nuovo attributo e richiede di integrare i vecchi esemplari secondo modalità

nuove (cambiamenti), allora ci sarà una modalità di ricerca delle connessioni più dispendiosa in termini di

tempo e di risorse cognitive coinvolte.

7. I sé possibili e le discrepanze che possono manifestarsi..

A quale ideale fanno riferimento gli individui quando valutano la rappresentazione di sé.

Higgins (1989) ipotizza che si confrontino con tre parametri.

Il primo fa riferimento al “Sè effettivo”, ossia il modo in cui si percepiscano effettivamente essere.

Il secondo fa riferimento al “Sè ideale”, ossia il modo in cui immaginano di poter essere in una condizione di

perfetta realizzazione degli ideale esistenziali.

Il terzo fa riferimento al “Sè imperativo”, ossia il modo in cui immaginano di dover essere, per corrispondere

alle aspettative che verso di loro gli altri socialmente significativi avanzano.

Higgins sostiene che l’incoerenza che viene a prodursi tra sé effettivo e sé ideale o imperativo da luogo a

situazioni particolarmente coinvolgenti dal punto di vista emotivo.

Recentemente Higgins (1996) ha esteso il proprio modello teorico inserendo anche le prospettive temporali

proiettate verso il futuro: in questo caso la discrepanza che l’individuo sperimenta rispetto al sé ideale viene

valutata a seconda che egli ritenga oppure no di poterla risolvere.

Da slide Prof. Mosso:

I SÉ POSSIBILI

Definizione: Concezioni di sé di cui si immagina la realizzazione nel futuro: aspirazioni, desideri e minacce.

Sono un’importante componente che permette di perseverare per il raggiungimento di obiettivi (Ruvolo &

Markus, 1991).

Immaginare un futuro coronato da successo o contraddistinto da insuccesso influenza lo sforzo che viene

messo nello svolgere le proprie attività.

IL MODELLO DEL COMPLETAMENTO SIMBOLICO (Wicklund & Gollwitzer, 1982).

Se una persona che abbia scelto di realizzare, anche se in termini potenziali un’importante identità e sia

determinata nel voler acquisire quest’identità, se non ne possiede ancora il simbolo, sarà motivata a

ostentare simboli sostitutivi.

Esempio dall’osservazione di boy-scout è emerso che tanto più bassa è la posizione nella gerarchia tanto

maggiore è il ricorso ai simbolismi tipici dei boy-scout.

Da slide Prof. Mosso:

AUTOREGOLAZIONE = modi in cui le persone controllano e guidano le proprie azioni, emozioni e pensieri.

Tra le fonti d’influenza è rilevante il contenuto del SÉ OPERANTE

Comportamenti di approccio e di evitamento

Gli effetti prodotti da incongruenze negli schemi di sé

Studio di Higgins, Klein e Strauman (1985)

Procedura:

Scegliere gli aggettivi maggiormente descrittivi del sé effettivo, del sé imperativo e del sé ideale

- Verifica del grado di sovrapposizione tra i vari aspetti del sé e, soprattutto, individuazione degli

- attributi opposti dati a due diversi aspetti del sé (e.g., “ordinato” sé ideale, “disordinato” sé effettivo)

Calcolo di un indice di incongruenza tra gli aspetti del sé

-

A distanza di un mese rilevazione del livello di depressione e del livello di ansia

Risultati:

Le discrepanze tra sé effettivo e sé ideale correlavano con punteggi sulle scale di depressione

- Le discrepanze tra sé effettivo e sé imperativo correlavano con il livello di ansia

- 32

8. il grado di coerenza e complessità del concetto di sé: la valutazione delle proprie

emozioni

Gli individui elaborano rappresentazioni di sé che si differenziano per il grado di coerenza e di complessità.

Alcuni pensano a se stessi impiegando una o due fondamentali dimensioni, altri impiegano una gamma

ampia di attributi.

Tali differenze emergono dall’insieme di ruoli che l’individuo incarna nella sua vita di relazione:

* prospettiva di vita lineare e circoscritta complessità del concetto di sé limitata

* prospettiva di pluralità di scenari sociali concetto di sé articolato e complesso.

Il grado di complessità del concetto di sé produce delle conseguenze sul modo in cui l’individuo affronta in

termini emotivi le situazioni di cambiamento.

Se una persona deve affrontare una situazione di crisi che investe l’attività o il ruolo in cui si esaurisce lo

schema di sé elaborato, il grado di sconforto e di preoccupazione è molto più forte e coinvolgente di quello

che potrebbe verificarsi se quella persona potesse compensare la nuova situazione di carenza con altri

aspetti della propria esperienza sociale e professionale

Da slide Prof. Mosso:

LA COMPLESSITÀ DEL SÉ

L’avere un sé articolato su molteplici dimensioni rende meno vulnerabili

Esperimento di Linville (1985)

Procedura

- Tratti personalità da raggruppare sulla base dei differenti aspetti del sè

- Calcolo numero di sottogruppi = indice complessità

- Veniva poi eseguito un compito di ragionamento rispetto al quale si dava un feedback positivo oppure

negativo

9. Il sé in azione: i meccanismi di controllo sulla condotta..

L’individuo nella complessa interazione con l’ambiente che lo circonda, è costantemente alle prese con la

valutazione dell’efficacia del proprio comportamento; effettuare una scelta, individuare obiettivi da

raggiungere, progettare il corso di un’azione, si traduce anche nella valutazione dei risultati ottenuti e

nell’impostazione di eventuali modificazioni da apportare alla condotta.

Il concetto di autoregolazione cioè quella caratteristica del comportamento che lo rende diretto a uno scopo

e capace di modificare la propria direzione sulla base di meccanismi di correzione.

L’autoregolazione si realizza in una serie di fasi:

• Viene individuato un obiettivo al cui raggiungimento destinare la pianificazione della condotta.

• Successivamente si passa all’attivazione dei meccanismi cognitivi che guidano il comportamento

diretto allo scopo.

• Infine viene realizzato un monitoraggio delle azioni portate a termine, per verificare in che misura

la loro realizzato ha consentito il raggiungimento dello scopo.

Una delle prime fasi in cui si articolano i processi di autoregolazione riguarda la scelta che l’individuo compie

nel direzionare la propria attenzione o verso l’interno o verso l’ambiente: se prevale la prima alternativa

l’individuo diventa consapevole di sé come se si trattasse di un oggetto (il sé diventa me, ossia un oggetto

di conoscenza per ritornare alla fondamentale distinzione operata da James). In tale circostanza il sé

diventa il fuoco dell’attenzione e tale operazione produce delle conseguenze importanti sugli aspetti

motivazionali e sulla valutazione della condotta sociale.

Spesso gli individui si trovano in situazioni in cui sono in grado di mettere in luce particolari competenze. Se

essi direzionano l’attenzione verso quegli aspetti che li rendono competenti e pronti a gestire la situazione,

allora questa focalizzazione sul sé ha un effetto positivo sulla motivazione

E sul livello di prestazione (Wicklund 1986). Al contrario, quando le persone avvertono di non avere le

competenze necessarie per tenere fronte alla situazione, esse realizzano un più statico spostamento verso

l’ambiente evitando di pensare l modo in cui potrebbero agire in maniera efficace.

Wicklund e Frey, in una rassegna sull’argomento, hanno messo in luce che le persone che maturano

l’autoconsapevolezza oggettiva, avendo come punto di riferimento esplicito l’immagine di sé che si confronta

con gli standard morali, generalmente si comporta in maniera più onesta, sono maggiormente disponibili nei

confronti degli altri , meno punitivi e più pronti ad impegnarsi. 33

Da slide Prof. Mosso:

L’AUTOEFFICACIA E IL CONTROLLO PERSONALE

Le credenze relative all’autoefficacia fanno riferimento alle aspettative specifiche in riferimento alle

- nostre capacità di svolgere compiti specifici (Bandura, 2006)

Le persone inoltre sono dotate di un senso di controllo genenrale o dominio che consente loro di fare

- programmi, affrontare gli ostacoli o perseguire attività collegate all’autoregolazione.

Teoria cibernetica dell’attenzione rivolta al sé

e dell’autoregolazione (da Carver)

autoregolazione

Focalizzazione su di sé

Tentativo di

ridurre la discrepanza Completamento di

NO

Difficoltà? un’efficace riduzione

della discrepanza

SI

Interruzione e valutazione delle

aspettative relative agli esiti

NO

fiducioso

SI

Interruzione del tentativo

È possibile

SI

Allontanamento NO Distacco mentale

una rinuncia

attraverso il manifesta?

comportamento Motivazione e autoregolazione

• Il bisogno di accuratezza

• Il bisogno di coerenza

• Il bisogno di miglioramento

• L’autoaccrescimento

• L’affermazione del Sé

• Il mantenimento dell’autovalutazione

• Teoria della gestione del terrore 34

Il modello di mantenimento del giudizio di sé

(da Tesser, 1988)

COMPORTAMENTO EMOZIONALE

EMOZIONE

Attivazione

fisiologica AGGIUSTAMENTO

CONDIZIONI COMPORTAMENTALE

PROCESSI DI

ANTECEDENTI Rilevanza

MANTENIMENTO

Rilevanza Risultati conseguiti

DEL GIUDIZIO DI SE’

Risultati conseguiti Legame personale

Rispecchiamento

Legame personale confronto

MINACCE NON COLLEGATE

Dimensioni del sé implicate nelle

diverse componenti del processo

di autoregolazione

Definizione-selezione Definizione dei Osservazione

degli scopi piani strategici valutazione

• Sé operativi • Schemi di sé • Consapevolezza

• Sé possibili • Discrepanze tra • Confronto con

• Presentazione le dimensioni del gli standard

• Espressione del sé sé interni/esterni

Fonte: Mancini (2001)

Il sé e il comportamento: il desiderio di appartenenza

L’AUTOPRESENTAZIONE …

ha lo scopo di mantenere e salvaguardare la “faccia sociale”;

• … incrementa il benessere soggettivo.

• … si adatta al contesto (scopi personali, destinatario, situazione e contesto collettivo)

10. Il ruolo della motivazione nella regolazione della condotta.

Il primo processo preso in esame che riconduce al desiderio di stimare con accuratezza le proprie abilità,

guida le persone ad acquisire conoscenze più complete, precise e diagnostiche a proposito del sé e delle

proprie prestazioni. Si tratta di quello che Trope (1979), chiama bisogno di accuratezza e che motiva gli

individui a cercare indici che consentano loro di avere una buona capacità previsionale circa le loro

prestazioni future e quindi di esercitare un efficace controllo. 35

Un forte bisogno che motiva costantemente gli individui nei processi di regolazione della loro condotta è

quello che gli psicologi chiamano autoaccrescimento, ossia il bisogno di elaborare sentimenti positivi

rispetto a sé e di salvaguardare, proteggere e aumentare la propria autostima.

Un ultimo motivo che guida gli individui nella regolazione della propria condotta è quello che tende a

realizzare un bisogno di coerenza nelle impressioni che essi veicolano a se stessi (Swann e Ely 1984).

11. L’autostima: dalle ambiguità dell’autodescrizione alla proposta dello IAT.

Nelle pagine iniziali presentando le tematiche del sé è stato citato il contributo pionieristico di James : tra i

vari aspetti concettuali legati alla psicologia del sé, dobbiamo a questo autore la definizione di autostima,

quale sentimento che l’individuo matura a proposito di sé, nel momento in cui confronta il sé effettivo con il

sé ideale.

Molto degli strumenti d’indagine elaborati per cogliere gli elementi fondamentali degli esiti di questo

confronto sono basati su misure dell’autovalutazione che i partecipanti propongono, quando valutano se

stessi e le proprie prestazioni.

Gli strumenti utilizzati hanno dimostrato di essere eccessivamente palesi nell’individuare il costrutto

ipotizzato e quindi tali da provocare risposte non sempre frutto di un onesta valutazione della proprie

caratteristiche.

L’ambiguità ottenuta con gli strumenti tradizionali fa emergere i risultati contradditori sugli studi fatti sulla

relazione tra misure dell’autostima e reazioni dei partecipanti a feedback negativi.

James aveva a suo tempo previsto che una persona caratterizzata da una genuina alta autostima avrebbe

dovuto sopportare senza troppe preoccupazioni un feedback di tipo negativo.

Risultati non chiari si sono avuti confrontando i punteggi di autostima ottenuti in contesti situazionali in cui

diverse erano le pressioni all’impiego di strategie di autopresentazione.

Tutte queste considerazioni hanno recentemente suggerito l’impiego di tecniche indirette per la rilevazione

dell’autostima, analogamente a quanto si è proposto nel settore degli atteggiamenti .

Un interessante contributo metodologico che ha suscitato notevole interesse tra gli studiosi è

“il test di associazione implicita” (Implicit Association Test, IAT), proposto da Greenwald e dal suo gruppo.

Da slide Prof. Mosso:

TEORIA DELL’AUTOCONSAPEVOLEZZA (Duval e Wicklund, 1972)

Quando l’attenzione è rivolta su di sé e il sé può diventare l’oggetto dei propri pensieri …

… il sé attuale si confronta con degli standard interni

Due conseguenze:

1) Quando i valori del sé diventano salienti è più probabile comportarsi in accordo con le norme sociali

condivise

Es: la presenza di uno specchio rendeva meno probabili i “furti” (Beaman et al., 1979)

2) Accentuazione possibili disagi legati a discrepanze nelle rappresentazioni di sé.

- L’autoconsapevolezza può essere ridotta attraverso l’assunzione di sostanze (alcool, droghe, etc)

Es: Persone con un alto livello di autoconsapevolezza bevono più alcolici dopo un fallimento (Hull e Young,

1983)

- Relazione tra autoconsapevolezza nei cantanti e l’uso di sostanze 36

Scala di automonitoraggio

Indicare VERO o FALSO per ciascuna di queste affermazioni:

1. Trovo difficile imitare il comportamento delle altre persone

2. Penso di metter su uno spettacolo per impressionare o intrattenere le persone

3. Probabilmente sarei un ottimo attore

4. A molte do agli altri l’impressione di provare emozioni più profonde di quanto non sia in realtà

5. In un gruppo di persone raramente sono al centro dell’attenzione

6. In situazioni diverse e con persone diverse, spesso agisco come se fossi una persona molto diversa

7. Posso sostenere solo le idee di cui sono già convinto

8. Per andare d’accordo ed essere apprezzato, tendo ad essere più di ogni altra cosa, quel che le

persone si aspettano che io sia.

9. Posso ingannare le persone mostrandomi amichevole mentre in realtà le detesto

10. Non sempre sono la persona che appaio essere

D: 1,5,7 calcolate 1 punto per ogni risposta Falso. Per le restanti calcolate 1 punto per le risposte Vero.

Sommate i punteggi se avete ottenuto >7 probabilmente siete una persona ad alto livello di

automonitoraggio, viceversa se avete ottenuto <3 probabilmente siete una persona a basso livello di

automonitoraggio Il sé quale punto di riferimento

Il riferimento al sé

- Profondità dell’elaborazione

- Teoria della simulazione

La proiezione sociale

• 37

12. Come funziona lo IAT e come può essere impiegato quale misura indiretta

dell’autostima

Secondo la psicologia cognitiva i modelli utilizzati per rappresentare le conoscenze sono complesse strutture

reticolari di concetti (nodi) connessi uno all’altro nella memoria per mezzo di legami che possono risultare

forti o deboli a seconda della loro vicinanza semantica.

Tali modelli presentano 2 fenomeni particolarmente interessanti:

1. Attivazione di tipo automatico: valutazioni di piacere, giudizi di preferenza, significato delle parole non

necessitano di strategie di scelta consapevoli.

2. Diffondersi degli effetti in partenza da un nodo concettuale: un nodo concettuale attivato in memoria

favorisce l’elaborazione delle informazioni collegate semanticamente e quindi se richiamo alla mente un

concetto, le parole ad esso collegate secondo il modello mentale a disposizione, scaturiranno con

maggiore facilità rispetto a quelle non collegate (vedi esperimento Fazio, Jackson, Dunton e Williams –

1995 con volti di persone bianche e di colore).

L’attivazione di tipo automatico ed il principio di diffusione da un nodo centrale sono stati il punto di partenza

per lo sviluppo di un paradigma sperimentale chiamato IAT (Greenwald, McGhee e Schwartz - 1998) che

serve a misurare le associazioni di tipo automatico che gli individui realizzano tra concetti e attributi. Si tratta

di far apparire sullo schermo di un computer associazioni di parole e di chiedere al soggetto di dare una sua

opinione a riguardo premendo dei tasti. Quando vengono visualizzate combinazioni negative riguardo la

percezione di sé, se i tempi di risposta saranno più elevati rispetto a quelli positivi allora si può dedurre che il

soggetto abbia un elevato livello di autostima mentre i risultati saranno opposti in presenza di soggetti con

bassa autostima. 38

Capitolo sesto - Gli atteggiamenti

1. Le origini del concetto di atteggiamento: il contributo di Thurstone

Thurstone – 1929: misurazione degli atteggiamenti con metodo intervalli apparentemente uguali.

3 aspetti fondamentali:

a) Natura del costrutto di atteggiamento: stato psichico complesso inferibile a partire dalle risposte

soggettive inerenti gli atteggiamenti.

b) Natura del continuum sul quale disporre le posizioni di atteggiamento: in base a dei fattori variabili è

possibile misurare il livello di positività o di negatività di un atteggiamento.

c) Corrispondenza tra collocazione soggettiva e risposte manifeste: partendo dalle risposte dei questionari

manifestanti a riguardo degli atteggiamenti credenze e pensieri maturati, sentimenti e stati affettivi

generati, intenzioni future comportamentali si misura il tipo di atteggiamento dei soggetti.

Problemi:

Difficoltà di interpretazione dei questionari,

Interferenze dovute all’effetto di desiderabilità sociale,

Mancanza di un quadro teorico di riferimento.

Scarso interesse (anni ’30 e ’40) del comportamentismo (corrente più importante) verso l’argomento.

2. L’atteggiamento come costrutto complesso: Allport

Allport – 1935: definisce l’atteggiamento quale stato di prontezza che esercita una influenza dinamica nei

confronti delle risposte che gli individui stanno per emettere.

Viene colta una caratteristica fondamentale dell’atteggiamento: l’articolarsi in componenti: l’atteggiamento

viene concepito come un costrutto basato sulle strutture di organizzazione delle credenze e dei processi ad

esse collegati.

Vengono presi in esame tutti i possibili atteggiamenti dai momentanei stati d’animo ai set di tipo motorio (p.e.

velocista che aspetta il via) Non compatibile ed applicabile nel contesto del continuum di Thurstone.

3. Gli atteggiamenti e gli studi sulla persuasione: Hovland

Hovland – 1957: studi sul processo persuasivo indagando sull’efficacia della modificazione del

comportamento. L’atteggiamento veniva misurato prima e dopo la somministrazione del messaggio: si

poteva inferire il grado di favore o sfavore a riguardo del messaggio percepito, ma nulla poteva essere

compreso in merito alle strutture ed ai meccanismi che avevano prodotto tale atteggiamento.

(1949) – studi degli effetti della comunicazione televisiva sull’audience (percezione del noioso e

dell’interessante) e nel campo della politica studi sulle risposte comportamentali in situazioni di aumento

della tensione emotiva attaccando o difendendo le posizioni dei soggetti.

4. Alla ricerca delle variabili intervenienti: Asch

Asch – 1952: dimostrò che l’accettazione del contenuto di un messaggio dipende dall’interpretazione

effettuata dal soggetto. Da un punto di vista del comportamentismo si sarebbe potuto dire che l’effetto fosse

dovuto per una reazione emotiva “condizionata”, ma Asch mise in luce che fondamentale era la figura del

portatore del messaggio: una bella differenza di effetto se un frase viene fatta credere di Jefferson o di

Lenin! L’audience interpreta i contenuti dei messaggi percepiti aumentando o diminuendo la salienza delle 39

parole (ribellione può diventare semplicemente agitazione oppure nella più temibile rivoluzione). La stima

dell’oratore è fondamentale per la valutazione del messaggio.

5. Il bisogno di coerenza: Festinger

Festinger – 1957: pubblica la “Teoria della dissonanza cognitiva”: in una decisione presa, gli aspetti positivi

dell’alternativa rifiutata mettono in crisi il soggetto rappresentando una dissonanza cognitiva (la

contraddizione di aver anche rifiutato i vantaggi proposti dalla soluzione scartata) che crea disagio.

L’individuo si sforza quindi di ripristinare l’equilibrio con il razionalizzare, l’evitare le informazioni

potenzialmente dissonanti, il ricercare sostegni argomentativi alla decisione presa… (modello di uomo come

ricercatore di consistenza).

6. Verso un’interpretazione “cognitiva” della dissonanza

Il ruolo della motivazione può quindi produrre cambiamenti nel sistema delle credenze possedute

dall’individuo al fine di adeguarle coerentemente al proprio comportamento. Nell’ambito della cognizione

sociale si attua una costante selezione che si articola in:

a) Esposizione selettiva: ricercare informazioni coerenti con le proprie credenze. L’ambiente e le attività di

vita di cui l’individuo si circonda favoriscono questa attività;

b) Attenzione selettiva: prendere in carico le informazioni coerenti trovate ovvero preferire la

considerazione delle informazioni coerenti e di rifiutare sistematicamente le informazioni dissonanti;

c) Interpretazione selettiva: dare un’accezione coerente alle informazioni che risultano ambigue ossia

distorcere o discreditare a vantaggio delle proprie credenze le informazioni che possono mettere in

dubbio le nostre convinzioni. In questa fase agiscono soprattutto i propri modelli schematici e le loro

relative interpretazioni secondo una direzione dall’alto verso il basso cioè concettualmente guidate.

7. L’atteggiamento e i processi di elaborazione dei messaggi

Mc-Guire 1969: ipotizzò che il meccanismo della persuasione dipendesse da un processo sequenziale delle

fasi:

1. Esposizione: dare il messaggio

2. Attenzione: fargli dare attenzione

3. Comprensione: renderlo ben comprensibile

4. Accettazione delle conclusioni: renderlo convincente

5. Ritenzione del nuovo atteggiamento: renderlo facilmente memorizzabile

6. Traduzione dell’atteggiamento in comportamento: facilitare la messa in atto del comportamento.

Identifica esposizione-attenzione-comprensione del messaggio come determinati da fattori contingenti il

momento della ricezione mentre accettazione-manifestazione del nuovo atteggiamento come determinati

dalla traduzione del messaggio secondo fattori interni di disposizione del soggetto

8. I percorsi della persuasione: i modelli a due vie

Greenwald – 1968: Considerato che per le fasi di persuasione è fondamentale una partecipazione attiva da

parte dell’audience, Greenwald analizza le condizioni in cui si manifesta questo fenomeno:

1) Far riflettere in maniera positiva e neutralizzare i pensieri negativi;

2) Conoscere approfonditamente il destinatario: stesso linguaggio, metafore, immagini…

La persuasione era tanto più efficace nel modificare un atteggiamento quanto più i canali di comunicazione

rispettavano i modi e le strutture dei processi di pensiero del ricevente.

Si svilupparono in seguito 2 ulteriori modelli: 40

A. modello euristico vs. sistematico (Chaiken – 1980)

1) analisi sistematica del messaggio:

avviene solamente in presenza di uno sforzo cognitivo da parte del ricevente nel valutare in maniera ampia e

ponderata le informazioni contenute in un messaggio valutandone i pro e i contro.

questo sforzo cognitivo che l'analisi sistematica delle informazioni riguardanti il mittente il suo contesto e il

messaggio trasmesso e' possibile solo nei casi di forte motivazione dipendente da:

- la rilevanza che il messaggio e il mittente assumono rispetto agli obbiettivi e alle necessità del ricevente

- l'importanza che assume il giudizio de destinatario e l' importanza delle conseguenze del suo giudizio

nell'ambiente sociale

- la discordanza tra la propria interpretazione e quella che si conosce essere la interpretazione più comune

della maggioranza delle persone

(genera una riflessione sulla propria valutazione e se essa corrisponde a una valida maniera di interpretare il

messaggio, se tutti gli altri, invece, interpretano in maniera diversa)

L' analisi sistematica del messaggio e' un processo controllato guidato dai dati, bottom-up

2) analisi euristica del messaggio:

nel caso invece di bassa motivazione ad attivare le risorse cognitive, si procede secondo analisi euristiche

che implicano la categorizzazione,uso di schemi stereotipanti e attivazione di processi automatici guidati da

concetti, top dow

Nel caso di analisi euristica del messaggio si fa ricorso a semplici schemi che derivano da regole sociali

apprese e interiorizzate tanto da essere automaticamente applicabili

Ad esempio: la figura di esperto del settore o anche il semplice aspetto rassicurante implicano

automaticamente una maggior fiducia nella validità delle affermazioni contenute nel messaggio.

Le persone sono attente se sono:

- sufficientemente motivate per farlo;

- hanno le capacità

modalità sistematica: si ottengono pensieri più rilevanti, precisi e duraturi.

Problema: difficile creare questa condizione perché solitamente le persone pensano rapidamente,

impegnando al minimo le proprie risorse cognitive, utilizzando gli schemi mentali (modalità di tipo euristico):

- dare fiducia alle persone che appaiono esperte su di un argomento

– le argomentazioni più estese sono le più solide

– le persone con aspetto rassicurante propongono argomentazioni convincenti

B. modello di probabilità di elaborazione dell’informazione - ELM (Petty e Cacioppo - 1981):

La motivazione e l’abilità determinano il tipo di elaborazione cognitiva del messaggio:

1) modalità centrale (elevata motivazione e abilità):

elaborazione attenta e razionale dei contenuti del messaggio vengono colti i lati qualitativi del messaggio,

quelli cruciali, mentre vengono trascurati gli aspetti d’importanza periferica. Non importa molto il prestigio

della fonte.

2) modalità periferica (bassa motivazione e/o abilità):

scarsa attenzione, superficiale e non analitica, solo il senso generale viene colto e vengono colti gli aspetti

che secondo gli schemi mentali attribuiscono salienza al messaggio: per esempio, il prestigio della fonte

(expertise).

La motivazione riguarda la salienza del messaggio rispetto agli obbiettivi e necessità del soggetto che

permettono o meno un suo grado specifico di coinvolgimento.

L'abilita' riguarda la capacità del soggetto di disporre sia per fattori interni disposizionali sia per fattori esterni

ambientali di una specifica quantità e qualità di risorse cognitive nell'analisi lungo il percorso centrale.

Esperimento su studenti universitari:

- due fonti di un messaggio: una attendibile (expertise) e una poco attendibile

- due tipi di argomentazioni: una forte e una debole 41

- due tipi di situazione motivazionale da parte degli studenti universitari: una motivante i loro

obbiettivi e una non motivante i loro obiettivi

si crearono cosi 8 diverse combinazioni:

Quanto si evidenziava era che in presenza di motivazione da parte degli studenti veniva analizzata la forza

dell'argomentazione indipendentemente dal grado di attendibilita' della fonte, mentre invece nel caso di

bassa motivazione degli studenti si aveva una analisi piu' superficiale dell'argomento proposto e la

conoscenza dell'attendibilita' della fonte era gia' una condizione sufficiente (attivata in maniera automatica)

ad accettare la persuasione e la modifica dell'atteggiamento.

Shiffrin e Dumais – 1981: la mente agisce secondo due modalità:

1. Processi automatici: in presenza di particolari stimoli, si attivano dei processi cognitivi relativi. Ciò non

implica nessuno sforzo cognitivo da parte del soggetto e sono ineluttabili.

2. Processi controllati: richiedono una partecipazione attiva del soggetto che si deve impegnare per

recuperare le informazioni dalla memoria.

9. Accessibilità dell’atteggiamento

Fazio – 1986: l’accessibilità dell’atteggiamento è cruciale per la messa in atto del comportamento: quanto

più l’atteggiamento è accessibile facilmente e velocemente dalla memoria, tanto più esercita un’influenza sui

processi cognitivi dell’individuo e i comportamenti che ne derivano.

Un atteggiamento cronico ossia facilmente accessibile per uno suo maggiore uso (frequency) o per la sua

precedente utilizzazione (recency) e' maggiormente predisposto ad essere attivato nel caso di presentazione

di un nuovo stimolo ad esso similare e riconducibile.

Riprendendo il paradigma di Shiffrin e Dumais, un atteggiamento può essere adottato in maniera

automatica o controllata.

Sulla base del criterio dell’accessibilità è possibile concepire un continuum degli atteggiamenti disponibili: se

l’associazione è debole l’atteggiamento per essere recuperato richiede un processo controllato ed uno

sforzo mentale, mentre se l’associazione è forte entra spontaneamente in azione un processo automatico.

Gli atteggiamenti maggiormente accessibili hanno la massima probabilità di influenzare i giudizi, le scelte ed

i comportamenti degli individui dando origine a discrepanze fra ciò che la gente dice a proposito dei loro

atteggiamenti posseduti ed il loro effettivo comportamento.

10. Verifiche empiriche del modello di Fazio

La semplice visione di un oggetto sociale è sufficiente per far emergere il proprio atteggiamento positivo o

negativo per mezzo di processi automatici.

Per atteggiamento s’intende quella particolare associazione legata ad un oggetto sociale che attiva

valutazioni positive o negative.

Similmente per quanto avviene nel paradigma del prime semantico, il fenomeno denominato prime affettivo

descrive l’atteggiamento positivo o negativo nei confronti di un oggetto sociale. Viene misurata l’influenza di

uno stimolo prime sull’elaborazione di uno stimolo immediatamente successivo detto target: se il prime ha

una valenza congruente rispetto alla parola target i tempi di risposta saranno più rapidi, mentre risulteranno

più lunghi in condizioni d’incongruenza fra prime e target (esempio: terremoto – vomito veloce;

arcobaleno – vomito lungo).

Usando come prime i volti di persone di colore o di persone bianche con il target di aggettivi positivi è stato

possibile dimostrare l’avversione dei bianchi nei confronti delle persone di colore anche se inconsapevole.

Gli individui non possono fare a meno di valutare gli stimoli che incontrano ovvero emergono dagli schemi

spontaneamente attributi di giudizio che permettono di attivare con estrema rapidità un comportamento di

approccio o di avversione.

Ciò origina dalla natura funzionale dell’atteggiamento cioè quella di mettere in grado l’individuo di identificare

in tempi brevissimi gli stimoli che possono dare beneficio all’organismo (una preda) o viceversa danneggiarlo

(un predatore). 42


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti completi di Psicologia Sociale della prof.ssa Mosso sulla cognizione sociale: origini del problema, rappresentazione delle conoscenze, processi di categorizzazione, funzionamento degli schemi, il sé come soggetto e oggetto della cognizione sociale, gli atteggiamenti, il ruolo dei processi automatici nel giudizio sociale, meccanismi di inibizione in azione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia Sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Mosso Cristina.

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