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Cognizione Sociale

14/03 – prima lezione

BASI TEORICHE DELLA COGNIZIONE SOCIALE

Cos’è la cognizione sociale? Prima di capire cos’è bisogna partire da cosa non è: es. ad

una festa quando qualcuno ti chiede cosa fai e rispondi che studi psicologia, la gente

ha due reazioni principali: o se ne vanno perché hanno paura di essere analizzati

oppure iniziano a parlare di getto dei loro problemi.

La cognizione sociale è il processo che permette alle persone di pensare, dare un

senso a sia a se stesse, agli altri, ma anche alle situazioni sociali che ci circondano

(Fiske e Taylor, 1991). E’ un processo che si declina in vari modi.

In altre parole è il modo in cui gli individui acquisiscono delle informazioni dal mondo

sociale (che sono presenti nel nostro ambiente), le interpretano, le immagazzinano in

memoria e poi le recuperano al fine di comprendere il proprio comportamento e quello

degli altri, quando servono.

Riguarda il modo in cui ci formiamo una prima impressione sulla personalità delle

persone con cui interagiamo, sulle emozioni che una persona o delle persone provano

e sui ruoli e identità delle altre persone (ad esempio ruolo giovane, ma dando

un’informazione in più si modifica l’atteggiamento di chi abbiamo di fronte); ci

formiamo un’impressione sulle altre persone in modo consapevole attraverso processi

inferenziali, e a volte inconsapevoli, in maniera automatica – come ad esempio un

pregiudizio (componente valutativa di un’atteggiamento), uno stereotipo (componente

descrittiva di quell’atteggiamento), poi ci sono pregiudizi stereotipici (quando ad

esempio mettiamo insieme sia la componente valutativa sia la componente descrittiva

– es. generalizziamo sul fatto che gli immigrati siano criminali).

La cognizione sociale studia le strutture e i processi cognitivi, che possono essere

l’attenzione, la memoria, il ragionamento e la formazione dei concetti in relazione al

modo in cui le persone sono percepite. Studia anche la relazione tra la cognizione

sociale e la risposta emotiva nei confronti di altri attori/gruppi sociali; ad esempio se io

ho delle categorie in mente ad esempio gli immigrati e mi si avvicina una persona di

colore, la mia reazione emotiva o comportamentale può essere quella di allontanarmi.

Per spiegare la relazione tra cognizione e risposte comportamentali, l’esperimento più

Bargh e collaboratori (1996).

conosciuto è quello di I partecipanti erano degli

studenti universitari, i quali dovevano osservare sullo schermo del computer per breve

tempo parole stereotipiche nei confronti/riferite al gruppo degli anziani (preoccupato,

vecchio, solitario). I risultati: i partecipanti esposti a queste parole stereotipi che

quando uscivano da laboratorio camminavano più lenti verso l’ascensore (mettere in

pratica lo stereotipo), rispetto ai quali non erano stati esposti a parole stereotipiche

nei confronti degli anziani. In qualche modo gli studenti mettevano in pratica lo

stereotipo, cioè che gli anziani sono meno veloce rispetto ai giovani. Questa è una

risposta comportamentale dovuta alle categorie che noi abbiamo in mente.

Allo stesso modo, sempre per capire la relazione tra cognizione sociale e risposte

comportamentali, c’è l’esperimento di Fiske, nel quale gli studenti universitari

osservavano per breve tempo sullo schermo volti di white e black people, dopo essere

stati esposti a questa specie di prime, i partecipanti venivano provocati dallo

sperimentatore, venivano disturbati. I risultati hanno dimostrato che gli studenti che

venivano provocati dallo sperimentatore ed erano stati esposti ai visi black

rispondevano in modo ostile rispetto a coloro i quali non sono stati provocati.

L’associazione tra la foto di un black e qualcuno che provoca questo comporta una

risposta comportamentale diversa, è lo stereotipo che gioca un ruolo nel cambio del

comportamento.

Questi due studi dimostrano che le persone, se esposte ad un concetto, ad una

categoria sociale o a un gruppo sociale, tendono poi ad applicarlo ad altri contesti. Ed

usano delle categorie sociali quando pensano a se stessi e/o agli altri; questo perché

sappiamo che la realtà sociale è molto complessa e quello che noi facciamo è quello di

semplificare tutto ciò che ci circonda e lo facciamo attraverso le categorie. Come ad

esempio quando associamo gli anziani al fatto che sono meno veloci.

Le motivazioni sociali di base

Quando cerchiamo di capire o interagire con gli altri, ci sono delle motivazioni sociali di

base che in qualche modo in pratica, e questo sono: l’appartenenza, la comprensione,

il controllo, la fiducia.

•APPARTENENZA L’individuo ha bisogno di relazioni forti e stabili. Ed essere parte di un

gruppo sociale aiuta l’individuo a sopravvivere psicologicamente e fisicamente. Noi ci

categorizziamo con i nostro nome, ma all’interno dell’università ci categorizziamo

come studenti universitari e questo porta ad aiutarsi tra colleghi.

•COMPRENSIONE Le persone pensano agli altri per interagire con loro. Il modo in cui le

consideriamo influenza l’interazione sociale (ci comportiamo in maniera diversa se

siamo con amici vs. a ricevimento dal docente). Questo perché a seconda di come noi

categorizziamo le persone che abbiamo di fronte serve a semplificare il mondo che ci

circonda. Questo perché gli esseri umani hanno bisogno di semplificare. L’individuo

viene infatti identificato come economizzatore cognitivo,questo descrive il modo in cui

le persone salvaguardano le proprie risorse mentali quando cercano di comprendere

gli altri; lo si fa attraverso le euristiche, cioè scorciatoie mentali, e attraverso le

categorie sociali, cioè le persone devono bilanciare le limitazioni del sistema cognitivo

nelle interazioni sociali.

In questo modo gli esseri umani diventano tattici motivati: devono essere in grado di

passare da tattiche con basso carico cognitivo a strategie di formazione di impressioni

più dettagliate (es. formarsi l’impressione di un docente specifico vs. dei docenti –

saranno impressioni diverse dal singolo alla media di tutti).

La cognizione sociale è importante perché comprendere gli altri determina ciò che gli

altri fanno, sentono, pensano e di conseguenza questo può determinare le nostre

reazioni. Il fatto che noi sappiamo già come interagire con un’altra persona e

sappiamo come questa si comporta determina le reazioni che abbiamo in seguito. Es.

se dobbiamo fare un esame, e sappiamo che il professore è una persona lunatica e

quel giorno ci fa capire che è un giorno no, la reazione non è quella di avvicinarci;

quindi il fatto di comprendere provoca le nostre reazioni.

Essere parte di un gruppo sociale richiede la capacità, di capire le altre persone per

interagire adeguatamente. La comprensione del gruppo non deve essere perfetta, ma

coerente e semplice.

•CONTROLLO Dobbiamo controllare il mondo esterno e percepire le correlazioni tra i

comportamenti ed esiti, e possiamo controllare i propri processi cognitivi: le azioni

volte al controllo influenzano il modo in cui pensiamo agli altri. Se mettiamo in atto

delle azioni noi controlliamo le azioni che mettiamo in atto con e altre persone in modo

da capire poi come gli altri possono comportarsi.

•FIDUCIA Quando si pensa agli altri, la fiducia è cruciale. Quando infatti interagiamo

con gli altri dobbiamo avere una fiducia nelle persone con interagiamo

indipendentemente da con chi interagiamo (es. se chiediamo informazioni). Questo

processo di fiducia si basa su due assunti:

- Gli altri sono buoni, sinceri (bias di positività)

- Un comportamento cattivo inaspettato richiede attenzione immediata.

Principio di Pollyanna , spiega perché abbiamo fiducia anche di persone che non

conosciamo, e dice che le persone cercano ciò che è piacevole ed evitano ciò che è

spiacevole, comunicano buone notizie più spesso di quelle negative, giudicano eventi

positivi più probabili di quelli negativi, si valutano più positivamente.

Bias di positività della persona (Sears, 1983): le persone sono valutate più

positivamente rispetto alle entità non umane (i gruppi) corrispondenti (gli studenti

valutano più positivamente i singoli professori dei corsi da loro tenuti piuttosto che i

professori in generale).

Bias di positività degli eventi : aspettative generale che gli eventi finiscano bene, le

persone amplificano a frequenza attesa degli eventi positivi rispetto a quelli negativi.

Mettiamo in atto questo bias di positività perché non vogliamo consumare le nostre

risorse cognitive, perché è più pesante valutare un evento negativo piuttosto di uno

positivo. Quello che facciamo è essere vigili di fronte a ciò che ci capita.

La vigilanza è la sensibilità verso quello che è negativo. Gli attributi e i

comportamenti negativi degli atri catturano l’attenzione rispetto ad una cosa positiva.

Es. se siamo per strada e vediamo una coppia che si abbraccia, questo catturerà meno

la nostra attenzione se ci sono delle persone che si prendono a pugni.

Il fatto che siamo vigili e più accurati verso gli eventi negativi è stato dimostrato dalla

Fiske (1980) in cui i partecipanti dovevano prendere parte ad compito di formazione

di impressioni di persone sul grado di socievolezza e sul grado di responsabilità di

queste persone (VI entro i soggetti, tutti i partecipanti davano il proprio giudizio sia sul

grado di consapevolezza sia sul grado di responsabilità).La VD: RT (tempo di reazione)

sull’avanzamento delle diapositive. I partecipanti dovevano guardare queste persone

sullo schermo di un computer, e dovevano valutarle in base alle due dimensioni e poi

andavano avanti. I ricercatori vedevano quanto le persone si soffermavano su ogni

singola diapositiva. I risultati: i partecipanti guardavano più a lungo i comportamenti

negativi tanto più il comportamento era negativo. Per i comportamenti negativi i tempi

di reazione erano maggiori.

Ci sono due spiegazioni per cui i comportamenti negativi consumano più risorse

cognitive rispetto a quelli positivi: il primo è perché i comportamenti negativi sono rari

(danno maggiore informazione sulla persona, in quanto rari differenziano la persona

dalla norma. Es. se pensiamo agli italiani, e su un giornale esce scritto che un italiano

ha rubato una macchina, e nelle giornate precedenti abbiamo letto che gli immigrati

rubavano macchine, il fatto che è un italiano (nostro gruppo) ad aver rubato una

macchina è un evento raro. Per noi non è strano che una persona non italiana, quindi

non del nostro gruppo rubi una macchina); il secondo è perché sono diagnostici

(classificazione della persona, indipendentemente dalla norma, ad esempio il

comportamento disonesto).

Perché le persone si aspettano sempre eventi positivi, data la loro costante vigilanza

verso quelli negativi? Questo perché gli eventi negativi richiedono maggiori risorse

fisiologiche, cognitive, emotive sociali, per valutarli e contrastarli (Taylor, 1991).

Succede perciò che le persone tendono a minimizzare ciò che è negativo, ripristinando

un livello di base più positivo. Cerchiamo di vedere tutto bello, perché il fatto di

pensare negativamente nei confronti di una persona ci consuma tutte le risorse

cognitive che abbiamo.

CATEGORIE E CATEGORIZZAZIONE (cap. parole e categorie)

Le categorie: l’ambiente che ci circonda ha molte informazioni, ma per organizzarle il

nostro sistema cognitivo non riesce perché è a capacità limitate, quindi il nostro

sistema cognitivo necessita di semplificare.

Noi raggruppiamo tutte le informazioni in insiemi, in classi, alias categorie. Le

categorie ci permettono di semplificare l’ambiente che ci circonda: si passa quindi da

un elevato numero di informazioni ad un numero minore di categorie. Le categorie ci

permettono di mettere in ordine l’ambiente. C’è quindi una relazione tra informazione

e categoria e viceversa: abbiamo l’informazione nel nostro ambiente, ci facciamo una

categoria, però se abbiamo una categoria che ci viene in mente recuperiamo delle

informazioni relative a questa categoria.

Le categorie ci permettono di trattare nuovi stimoli sulla base delle informazioni

categoriali, senza ogni volta cercare di capire ex novo l’informazione che abbiamo

incontrato. Ci permettono inoltre di recuperare velocemente le informazioni sugli

esemplari che incontriamo (se incontriamo un prete non diremmo una parolaccia; se

dobbiamo andare ad un colloquio di lavoro non ci presentiamo in infradito). Le

categorie ci permettono di andare al di là delle informazioni presenti, cioè se abbiamo

già delle categorie in mente, alcune informazioni che acquisiremo nell’ambiente

sociale non le consideriamo, perché abbiamo già delle categorie stabilite dalle quali

recuperare delle informazioni e delle nuove informazioni che ci potrebbero arrivare

non le prendiamo in considerazione. Le categorie ci permettono di prevedere

l’ambiente.

15/03 – seconda lezione

L’ambiente sociale che ci circonda è pieno di informazioni, ma il nostro sistema

cognitivo è a capacità limitata e ha bisogno di semplificare l’ambiente sociale,

facciamo questo con degli insiemi chiamati categorie. Le categorie ci permettono di

ordinare l’ambiente e di trattare nuovi stimoli sulla base di informazioni categoriali,

senza dover elaborare ogni stimolo che abbiamo dall’ambiente dall’inizio.

Per capire come le persone utilizzano le categorie, uno degli esperimenti più famosi

Tajel e Wilkes

sugli effetti della categorizzazione su giudizi quantitativi è quello di

(1963) del compito di stima percettiva.

Nel disegno sperimentale i partecipanti prendono parte a un compito di stima

percettiva, devono effettuare dei giudizi quantitativi su degli stimoli fisici (giudizio

molto semplice) categorizzarizzando la lunghezza di una serie di linee (VD).

La prima fase è chiamata fase di familiarizzazione in cui i partecipanti familiarizzano

con gli stimoli che hanno, vedono 8 linee che hanno una differenza di lunghezza del

5%. Tutte le linee tra di loro aumentano del 5%, c’è quindi una differenza costante tra

le linee.

I partecipanti sedevano a distanza costante dagli stimoli e le linee venivano

presentate una alla volta in ordine casuale ai partecipanti (Random order). La fase di

familiarizzazione si conclude qui, dove i partecipanti vedono in maniera random

queste linee.

Nella fase sperimentale i partecipanti vedono tutte le linee una affianco all’altra dalla

più piccola alla più grande. I partecipanti vengono divisi in tre condizioni sperimentali,

quindi 1/3 dei partecipanti (BT) per ogni condizione.

Nella prima condizione, chiamata categorizzazione sistematica, le prime 4 linee quelle

più corte sono associate alla lettera A, mentre le più lunghe, le ultime 4, alla lettera B.

Categorizziamo A come linee piu corte e B come linee più lunghe. Nella condizione di

categorizzazione sistematica c’è una relazione tra lettera e lunghezza: A linee corte, B

linee lunghe.

Nella seconda fase sperimentale, chiamata categorizzazione casuale, 4 linee

indipendentemente dalla lunghezza sono associate alla lettera A e 4 alla lettera B in

modo casuale. Non c’è una categorizzazione sistematica agli stimoli, ma in maniera

random le lettere sono associate agli stimoli. A non vuol dire che è grande, B non vuol

dire che è piccolo e viceversa.

Nella terza condizione sperimentale, di controllo, i partecipanti vedono tutte le linee

una di fianco all’altra dalla più piccola alla più grande, senza alcun tipo di etichetta. È

una fase di controllo perché non categorizziamo gli stimoli fisici che vengono

presentati, in questo caso non ci sono lettere.

Dopo che i partecipanti vedono le linee a seconda delle condizioni sperimentali a cui

sono stati sottoposti, devono fare il compito vero e proprio, il Compito di stima: ai

partecipanti vengono presentate due linee che non sono a caso. Le coppie che

vengono presentate possono essere: intra-categoriali (le linee sono all’interno della

categoria, es. al partecipante X vengono presentate la 1° e 3° linea – interne alla

categoria A) o inter-categoriali (cioè tra le due categorie, es. linea 2 e 8, o 3 e 6).

Cosa si aspettavano? Due tipi di effetti: o un effetto di accentuazione inter-categoriale

o un effetto assimilazione intra-categoriale. Quindi se dovevano fare questa stima

percettiva sulla lunghezza delle linee che venivano presentate succedeva che se

venivano presentate due linee inter-categoriali (es. linea 1 e 8) in questo caso

percepivano le due linee più distanti rispetto alla condizione in cui c’è un effetto di

assimilazione intra-categoriale in cui percepivano le linee che fanno parte della stessa

categoria (es. linea 1 e 3) come più simili tra di loro. Questi due effetti possono essere

più accentuati nella condizione sistematica rispetto alle altre due condizioni

sperimentali, quella di controllo e quella casuale. Questo perché il fatto di dare

un’etichetta ad una variabile ordinale attribuendo un’etichetta agli oggetti fisici da

modo ai partecipanti di categorizzare la lettera A come gruppo delle linee corte e la

lettera B come gruppo delle linee lunghe; hanno due categorie tra di loro

contrapposte.

Ciò che hanno trovato è:

• un’accentuazione inter-categoriale, cioè una sovrastima della lunghezza delle

linee di confine. Questo vuol dire che nella condizione sistematica vi è una

esagerazione della differenza di lunghezza tra la linea più lunga delle linee più corte e

la linea più corta delle linee più lunghe. Quindi una differenza tra la quarta e la quinta

linea.

• u

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mgm94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cognizione sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Piccoli Valentina.
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