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Codicologia

La codicologia non presenta alcun aggettivo che la delimiti o la distingua a seconda del contesto a cui si possa riferire: si tratta dello studio del manoscritto, più nello specifico del codice, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue forme, in tutta la sua struttura. Ovverosia, il codice antico (cioè il codice - non solo antico ma anche prettamente medievale: la maggior parte tra la fine dell’Antichità e l’inizio dell’Età moderna); codici, infatti, nascono grossomodo la struttura è più o meno sempre la stessa ancora oggi se si pensa bene: si prende la carta/pergamena e i fogli vengono messi assieme, cuciti/incollati l’uno all’altro tramite una legatura.

Il codice antico quindi non è altro che il padre del libro moderno dal punto di vista della fattura, mentre dal punto di vista del contenuto cambia soltanto il modo di produzione del libro più propriamente materiale. Bisogna studiare anche i modi in cui il codice viene riempito di scrittura, quindi di testi (che tipo di testi vengono ricopiati): per poter essere interpretato, bisogna che prima il codice sia capito nella sua struttura. Una volta finito, il codice viene rilegato e ha una sua storia, una sua vicenda. Bisogna capire quali sono le sfaccettature e gli aspetti che in qualche modo contribuiscono a poter rispondere ad alcune domande (quindi perché quel tipo di testi). Anche per un oggetto archeologico ci si può porre le stesse identiche domande.

Caratteristiche uniche del codice

A differenza del libro a stampa moderno di cui ci sono migliaia di copie sulla faccia della Terra, il codice è sempre e comunque un pezzo unico: c’è solo quello fatto così, scritto così; anche se ve ne fosse un altro che fosse la “copia” tale e quale di quello, non sarebbe comunque la stessa cosa per via delle varie diversità che può presentare rispetto all’antigrafo: quindi si apre un codice e basta, non un altro. Non è quasi mai facile capire quel piccolo tassello di Storia della Cultura: non si tratta di un testo a caso, ma vuol dire che quel codice è stato “messo assieme” in quel modo lì per scriverci sopra quel testo, in quell’anno (più o meno preciso), perché serviva per qualcuno, non così a caso (e qualcuno quindi copia come è abituato a copiarlo - sia egli un copista di professione, sia uno che lo fa per proprio interesse personale).

Se si concepisce un codice perché sia decorato c’è una qualche finalità, mentre certamente un codice che è ricopiato su un materiale scadente non è un codice di lusso, destinato a chissà quale personalità importante. Tutti questi aspetti del libro, da quelli materiali a quelli storico-culturali, fanno comprendere perché quel testo interessava: ci poteva sì essere un’altra copia di quel testo; mettendo insieme le migliaia di manoscritti di un’area o di un periodo si ricostruisce a tasselli la Storia della Cultura perché il codice era l’unico mezzo di lettura dei testi che circolavano, vero portatore di Cultura.

Invenzione della stampa e manoscritti

Con Gutenberg, la circolazione dei manoscritti aumenta a dismisura: le persone in grado di leggere sono molte di più rispetto a prima e, nonostante la stampa, ci si trova comunque di fronte a una vasta produzione di manoscritti. Anche oggi si può utilizzare molto bene il manoscritto, non di certo con una scrittura calligrafica, ma prendendo anche semplicemente appunti si può arrivare a ottenere un “manoscritto”: la scrittura a mano generalmente è abbastanza rapida, “corsiva”, non certamente quella di un calligrafo (e questo avviene perché nella maggior parte dei casi l’informazione che si annota è per sé). L’uso della macchina da scrivere prima e del computer poi ha fatto in modo che la scrittura in un certo senso si “standardizzasse”.

Conta anche capire chi fosse il destinatario: non si scriverebbe a una personalità come si scriverebbe in un altro contesto; la scrittura è quindi vista anche in funzione del destinatario del testo che si sta copiando (cosa che oggi non c’è più a ben pensarci): a seconda del tipo di testo che si copia, la scrittura può cambiare. La mano è diversa. A seconda della destinazione del prodotto, quindi, si è persa un po’ con l’invenzione del computer la modalità di scrittura a mano.

Incide sul tipo di scrittura anche il tipo di materiale che si sta usando: il mezzo che si usa per scrivere può dare dei risultati diversi in relazione alla durezza o non-durezza (o meglio, corrosività o non-corrosività) del materiale: non ha per esempio lo stesso valore scrivere su un muro con una penna biro o con un pennarello/spray. Quindi si può dire che la durezza permette/non permette di tracciare determinati tratti (il materiale più duraturo è quello che si adatta alla scrittura e alla conservazione dei testi).

È importante anche una distinzione della tipologia di testo che si copia: sul muro è più importante un certo tipo di testo, generalmente breve; si scrivono quindi i messaggi sui materiali duri se sono generalmente brevi come ha dimostrato pienamente l’antichità: nessuno si sarebbe mai immaginato per esempio di scrivere l’Iliade su un muro o anche un trattato di pace; quindi anche le scritture cambiano a seconda della resistenza che offre il materiale per scrivere: lo scalpellino generalmente impiega per fare cinque lettere lo stesso tempo che un copista impiega nel copiare una decina di fogli.

Tipologie di testi e scritture

Oggi si sente meno la distinzione tra tipologie di testi e di scritture, di confezione del prodotto: per questo dal punto di vista moderno è difficile cercare di capire i vari tipi di scrittura a seconda dei vari tipi di testo e a volte anche della professione dello scrivente, tant’è vero che la stessa persona che può copiare un codice di Cicerone per scopi pubblici non copierà allo stesso modo un testo di Livio che userà solo a scopi privati (ci si riferisce ovviamente a personaggi come Coluccio Salutati o Leonardo Bruni). Oggi si è persa la capacità di usare piani di scrittura diversi, a seconda del tipo di prodotto e del tipo di destinazione.

È ovvio che, se in principio il codice greco è uguale a quello latino, poi nella realtà sono diversi: se la pergamena usata per il codice greco è sempre la stessa del codice latino, in realtà è poi diversa perché si usano animali diversi di diversa zona (la carta che si usa in Umbria per esempio non è la stessa che si usa in Lombardia, perché la cartiera non è la stessa); il tipo di materiale è quindi lo stesso ma è comunque diverso (come anche le cartiere non erano le stesse appunto). La scrittura che oggi è “appiattita” si usa quasi totalmente: oggi non si sarebbe in grado, se non in termini linguistici, di distinguere una scrittura di un francese e di uno spagnolo ad esempio, è impossibile perché la scrittura, a partire dall’Età moderna con l’invenzione della stampa, si è sempre più standardizzata con l’avanzare tecnologico.

Con la fine dell’Impero romano (e quindi c’era una scrittura più o meno canonizzata), tutto si frantuma e anche le scritture si frantumano a partire dal V/VI Sec: le scritture medievali tendono a riposizionarsi nelle zone rispettive del potere politico-economico e in questo la scrittura è aiutata molto anche dall’amministrazione; le scritture si riposizionano nelle micro/macro-aree di influenza politica (in termini paleografici, in un posto si scrive in un modo e in un ulteriore posto in un altro modo, anche a poca distanza tra loro). Si restava sempre nello stesso ambito: si scriveva quindi sempre, più o meno, nello stesso modo; e questo è un vantaggio a posteriori perché si può riuscire a capire le caratteristiche principali di una determinata scrittura di un certo periodo e di un certo luogo di scrittura.

Nell’Impero bizantino, invece, le scritture sono più omogenee: è quindi più difficile comprendere da dove provengano tali scritture, perché resta un’unità di scrittura rispetto all’Occidente.

È chiaro che quello che si riesce a fare è grazie alle testimonianze: si parla della scrittura perché è l’elemento portante del manoscritto; è logico che tutte quelle caratteristiche e componenti (materiali, decorazioni, scritture, legature, etc.) vanno poi rapportate al periodo e all’area che si sta studiando. Quello che fa poi la differenza è la scrittura, la lingua: quindi, fermo restando alcune caratteristiche comuni, bisogna studiare il modo in cui il codice viene messo assieme, quali sono le sue caratteristiche.

Studio del manoscritto

Molti degli aspetti dello studio del manoscritto costituiscono, ipso facto, delle materie a sé stanti (facendo un corso di Paleografia latina, si parlerebbe delle scritture latine; facendo un corso sulla Storia della legatura, si parlerebbe dei diversi tipi di legature; e così via): quando si studia un manoscritto, tutti questi nodi entrano in un unico progetto, e la difficoltà di fondo per chi studia il codice sta nel fatto che tutti questi aspetti rientrano in un unicum; si studia il codice sic et simpliciter, così come si presenta agli occhi dello studioso.

Il codice è il mezzo di trasmissione del sapere, l’unico esistente fino all’invenzione della stampa da parte di Gutenberg: per capire meglio la Cultura delle diverse aree geografiche che si vogliono studiare bisogna riscontrare il manoscritto. I libri a stampa hanno una descrizione che deriva dal primo catalogatore che l’ha fatta, tutti gli altri che seguono poi si rifanno a quella (è quindi molto rapida la descrizione di un libro a stampa); per il libro manoscritto, invece, c’è sempre qualcosa di diverso da dire per ogni manoscritto: un qualsiasi manoscritto porta via tre/quattro giorni di descrizione come minimo, perché la descrizione è molto difficile di per sé.

È evidente che l’impegno che si mette nella descrizione del manoscritto occupa un grande lasso di tempo; è pure difficile contare anche il numero di manoscritti presenti per esempio anche in Italia soltanto: se dentro un codice ci sono cinquanta lettere rilegate, si tratta allora di un manoscritto o di cinquanta manoscritti messi assieme? È un enigma pure una tale questione; a spanne, in Italia ci sono circa quattro milioni e mezzo di manoscritti (di cui forse solo il 10% ha una composizione cartacea poi pubblicata come articolo o saggio).

La situazione della catalogazione del manoscritto è molto arretrata per la non semplice accessibilità ai manoscritti e per la quasi totale mancanza di approccio scientifico allo studio del manoscritto stesso: ci sono molti cataloghi a stampa, anche se ovviamente la catalogazione settecentesca è imparagonabilmente inferiore a quella compiuta da uno studioso moderno.

I manoscritti stanno, per la maggior parte, in biblioteche di vario tipo (pubbliche o private, ecclesiastiche, e così via): in molti casi possono stare anche negli archivi, che però conservano spesso documenti (così come viceversa le biblioteche molto raramente hanno dei documenti). Al di là della specializzazione e del perché sia nata una specifica biblioteca, in Italia la presenza di manoscritti, di codici, è un po’ diffusa (non c’è biblioteca, anche la più piccola, che non abbia al suo interno anche dei manoscritti, anche uno soltanto): l’Italia è una Nazione con il più alto numero di patrimonio culturale diffuso nel territorio.

È chiaro che se si trova un esperto studioso in grandi centri come Firenze (quindi in grado di studiare codici), nel paesello montanaro è più complesso trovare una simile situazione di personale preparato allo stesso modo: più difficilmente quando ci si allontana dai grandi centri si possono trovare grandi esperti quindi. Per descrivere un codice c’è bisogno di un amplio bagaglio bibliografico, strumentazione che in un piccolo centro non si può trovare sotto certi punti di vista: la diffusione sul territorio dei Beni culturali (anche per i libri quindi) è spesso più dannosa che altro.

Digitalizzare un testo può essere una pratica utile quando si ha a che fare con un testo di difficile consultazione. Il fatto stesso di aprire un manoscritto può costituire una rovina del manoscritto, ma è comunque utile perché può permettere di capire la situazione attuale del manoscritto.

La segnatura dei manoscritti

Ogni libro ha una sua segnatura, così anche i codici, per i quali però la segnatura (ovvero i modi di collocazione - bisogna ricordarsi però che la collocazione è più propriamente riferita al libro a stampa, mentre la segnatura si riferisce al libro manoscritto) è un modo ufficiale ed universale col quale si cita e quindi si riconosce quel manoscritto specifico: quando lo si cita, lo si cita in una maniera tale per cui “tutti” possano capire che ci si riferisce a quel codice specifico e non qualche altro; non importa quando si compila la scheda, ma il manoscritto più o meno si cita sempre allo stesso modo: c’è una certa uniformità di riconoscimento del codice.

Alcuni libri vengono anche citati per antonomasia: possono essere talmente famosi, per i più disparati motivi, che sono universalmente riconosciuti da tutti (come per esempio il Codex Sinaiticus della Bibbia - si trova nella biblioteca del monastero di Santa Caterina nel Sinai, in Egitto; pur essendo qualche decina il numero dei manoscritti biblici, tale manoscritto è arrivato ad essere identificato come il codice biblico per eccellenza in Greco del V Sec. p. Ch. n.; oggi è diviso da quattro biblioteche: una parte è rimasta lì, un’altra si trova a Lipsia, un’altra ancora a Londra ed una quarta parte si trova a San Pietroburgo - o il «Terenzio Bembesco» - anche questo del V Sec. p. Ch. n., divenuto celebre per essere appartenuto a Pietro Bembo, e non tanto per il testo; oggi si trova nella Biblioteca Vaticana -).

Pratiche di segnatura

Molto spesso nei codici impera il Latino, anche nelle individuazioni di manoscritti: una segnatura è data, in maniera del tutto neutra, da una città, da una biblioteca ed una sequenza di numeri/lettere che individuano il singolo pezzo; vi sono però alcune pratiche ed abitudini che rendono un po’ diversa la segnatura del libro manoscritto rispetto al libro a stampa.

In primo luogo, alle volte non c’è neanche bisogno di poter identificare la città (e in questi casi si può sopprimere il nome della città): la città può eliminare la biblioteca, perché quella è la biblioteca per eccellenza nella città (i manoscritti ambrosiani, per esempio, si citano come «Ambr(osianus codex)» o quelli laurenziani sono indicati come «Laur(entianus codex)» - così anche, quindi, i manoscritti vaticani verranno indicati come «Vat(icanus codex)»). Anche in biblioteche dove ci sono più biblioteche importanti rimane comunque una che è la più importante (quindi scrivendo in un certo modo si intendono solo delle specifiche biblioteche, come la Biblioteca Nazionale di Parigi, i cui codici seguono la formula «Paris(isinus codex)»). Certe volte però è meglio non usare il Latino per scrivere certi nomi, perché si può creare una serie di dubbi nel lettore: è chiaro, per esempio, che aggettivi come «Neoboracensis (codex)» non possono di certo aiutare a capire che si sta parlando di New York.

Fermo restando che è sempre valida l’indicazione completa, si arriva poi a quella parte che riguarda la vera propria segnatura, ovvero la collocazione vera e propria che il manoscritto occupa in quella parte del manoscritto: c’è da dire che c’è anche una segnatura scientifica attraverso cui il manoscritto è segnato dagli studiosi. Le biblioteche normalmente, quando hanno manoscritti, utilizzano due sistemi per la segnatura: uno è un numero progressivo o una sequenza di numeri e lettere non parlanti (è un banale numero che di per sé non dice niente se non una collocazione fisica in senso stretto: non è parlante come segnatura); a volte ci sono situazioni un po’ più complicate date spesso dalle più o meno numerose ristrutturazioni fatte all’interno della biblioteca, e quindi anche le segnature in qualche modo riflettono questa distinzione: si può quindi partire da numeri/lettere (la Biblioteca Estense, per esempio, indica la stanza con la lettera, lo scaffale col numero romano e il numero arabo è il numero del manoscritto nello scaffale; nella Ambrosiana la scritta superior/inferior indica che ci sono due scaffali con lo stesso numero: uno sta sopra e l’altro sta sotto - si tratta comunque di indicazioni che non dicono molto dal punto di vista storico -). Se però si prende in considerazione la Laurenziana, il fondo antico ha una segnatura un po’ particolare fisica, ma che dice qualcosa di più dal punto di vista storico: per esempio, prendendo in considerazione un eventuale manoscritto Pluteo 64, 2, vuol dire che il manoscritto si trovava nella fila di banchi 64 ed era il numero 2;

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/09 Paleografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alberto.longhi55 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Codicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Eleuteri Paolo.
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