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Codicologia

16/9/2013

La Codicologia non presenta alcun aggettivo che la delimiti o la distingua a seconda del contesto a

cui si possa riferire: si tratta dello studio del manoscritto, più nello specifico del codice, in tutti i

l’analisi e lo studio del libro

suoi aspetti e in tutte le sue forme, in tutta la sua struttura, ovverosia

antico (cioè il codice - non solo antico ma anche prettamente medievale: la maggior parte dei

tra la fine dell’Antichità e l’inizio dell’Età moderna-);

codici, infatti, nascono grossomodo la

struttura è più o meno sempre la stessa ancora oggi se si pensa bene: si prende la carta/pergamena e

l’uno all’altro tramite una legatura.

si mettono assieme, si cuciono/incollano, i fogli accanto Il

codice antico quindi non è altro che il padre del libro moderno dal punto di vista della fattura,

mentre dal punto di vista del contenuto cambia soltanto il modo di produzione del libro più

propriamente materiale. Bisogna studiare anche i modi in cui il codice viene riempito di scrittura,

quindi di testi (che tipo di testi vengono ricopiati): per poter essere interpretato, bisogna che prima il

codice sia capito nella sua struttura. Una volta finito, il codice viene rilegato e ha una sua storia, una

sua vicenda. Bisogna capire quali sono le sfaccettature e gli aspetti che in qualche modo

contribuiscono a poter rispondere ad alcune domande (quindi perché quel tipo di testi). Anche per

un oggetto archeologico ci si può porre le stesse identiche domande.

A differenza del libro a stampa moderno di cui ci stanno migliaia di copie sulla faccia della Terra, il

è sempre e comunque un pezzo unico: c’è solo quello fatto così, scritto così; anche se

codice invece

ve ne fosse un altro che fosse la “copia” tale e quale di quello, non sarebbe comunque la stessa cosa

può presentare rispetto all’antigrafo:

per via delle varie diversità che ogni volta che quindi si apre

un codice si apre quel codice e basta, non un altro. Non è quasi mai facile capire quel piccolo

tassello di Storia della Cultura: non si tratta di un testo a caso, ma vuol dire che quel codice è stato

“messo assieme” in quel modo lì per scriverci sopra quel testo, in quell’anno (più o meno preciso),

perché serviva per qualcuno, non così a caso (e qualcuno quindi copia come è abituato a copiarlo -

sia egli un copista di professione, sia uno che lo fa per proprio interesse personale-).

[La cartiera non è sempre la stessa per ogni luogo diverso.]

Se si concepisce un codice perché sia decorato c’è una qualche finalità, mentre certamente un

codice che è ricopiato su un materiale scadente non è un codice di lusso, destinato a chissà quale

personalità importante.

Tutti questi aspetti del libro, da quelli materiali a quelli storico-culturali, fanno comprendere perché

quel testo interessava: ci poteva sì essere un’altra copia di quel testo; mettendo insieme le migliaia

di un’area o di un periodo si ricostruisce a tasselli la Storia della Cultura

di manoscritti e della

perché il codice era l’unico

lettura dei testi che circolavano, vero portatore di Cultura.

e l’invenzione della stampa

Con Gutenberg la circolazione dei manoscritti aumenta a dismisura: le

persone in grado di leggere sono molte di più rispetto a prima e, nonostante la stampa, ci si trova

comunque di fronte ad una vasta produzione di manoscritti; anche oggi si può utilizzare molto bene

il manoscritto, non di certo con una scrittura calligrafica, ma prendendo anche semplicemente

appunti si può arrivare ad ottenere un “manoscritto”: la scrittura a mano generalmente è abbastanza

rapida, “corsiva”, non certamente quella di un calligrafo (e questo avviene perché nella maggior

dei casi l’informazione che si annota è per sé). L’uso della macchina da scrivere prima e del

parte

computer poi hanno fatto in modo che la scrittura in un certo senso si “standardizzasse”.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Conta anche capire chi fosse il destinatario: non si scriverebbe ad una personalità come si

scriverebbe in un altro contesto; la scrittura è quindi vista anche in funzione del destinatario del

testo che si sta copiando (cosa che oggi non c’è più a ben pensarci): a seconda del tipo di testo che

si copia, la scrittura può cambiare. La mano è diversa. A seconda della destinazione del prodotto,

quindi, si è persa un po’ con l’invenzione del computer la modalità di scrittura a mano. Incide sul

tipo di scrittura anche il tipo di materiale che si sta usando: il mezzo che si usa per scrivere può dare

dei risultati diversi in relazione alla durezza o non-durezza (o meglio, corrosità o non-corrosità) del

materiale: non ha per esempio lo stesso valore scrivere su un muro con una penna biro o con un

pennarello/spray. Quindi si può dire che la durezza permette/non permette di tracciare determinati

tratti (il materiale più duraturo è quello che si adatta alla scrittura e alla conservazione dei testi). È

importante anche una distinzione della tipologia di testo che si copia: sul muro è più importante un

certo tipo di testo, generalmente breve; si scrivono quindi i messaggi sui materiali duri se sono

come ha dimostrato pienamente l’Antichità:

generalmente brevi nessuno si sarebbe mai immaginato

per esempio di scrivere l’Iliade su un muro o anche un trattato di pace; quindi anche le scritture

cambiano a seconda della resistenza che offre il materiale per scrivere: lo scalpello può permettere

d’oca

un certo tempo di scrittura rispetto alla penna (lo scalpellino generalmente impiega per fare

cinque lettere lo stesso tempo che un copista impiega nel copiare una decina di fogli).

Oggi si sente meno la distinzione tra tipologie di testi e di scritture, di confezione del prodotto: per

questo dal punto di vista moderno è difficile cercare di capire i vari tipi di scrittura a seconda dei

tant’è vero che la stessa persona

vari tipi di testo e a volte anche della professione dello scrivente,

che può copiare un codice di Cicerone per scopi pubblici non copierà allo stesso modo un testo di

Livio che userà solo a scopi privati (ci si riferisce ovviamente a personaggi come Coluccio Salutati

o Leonardo Bruni). Oggi si è persa la capacità di usare piani di scrittura diversi, a seconda del tipo

di prodotto e del tipo di destinazione.

È ovvio che, se in principio il codice greco è uguale a quello latino, poi nella realtà sono diversi: se

la pergamena usata per il codice greco è sempre la stessa del codice latino, in realtà è poi diversa

perché si usano animali diversi di diversa zona (la carta che si usa in Umbria per esempio non è la

stessa che si usa in Lombardia, perché la cartiera non è la stessa); il tipo di materiale è quindi lo

stesso ma è comunque diverso (come anche le cartiere non erano le stesse appunto). La scrittura che

oggi è “appiattita”

si usa quasi totalmente: oggi non si sarebbe in grado, se non in termini

linguistici, di distinguere una scrittura di un francese e di uno spagnolo ad esempio, è impossibile

perché la scrittura, a partire dall’Età con l’invenzione della stampa,

moderna si è sempre più

con l’avanzare

standardizzata tecnologico.

[Con la fine dell’Impero romano (e quindi c’era una scrittura più o meno canonizzata), tutto si

frantuma e anche le scritture si frantumano a partire dal V/VI Sec: le scritture medievali tendono a

riposizionarsi nelle zone rispettive del potere politico-economico e in questo la scrittura è aiutata

molto anche dall’amministrazione; le scritture si riposizionano nelle micor/macro-aree di influenza

politica (in termini paleografici, in un posto si scrive in un modo e in un ulteriore posto in un altro

modo, anche a poca distanza tra loro). Si restava sempre nello stesso àmbito: si scriveva quindi

sempre, più o meno, nello stesso modo; e questo è un vantaggio a posteriori perché si può riuscire a

capire le caratteristiche principali di una determinata scrittura di un certo periodo e di un certo luogo

di scrittura.

Nell’Impero bizantino, invece, le scritture sono più omogenee: è quindi più difficile comprendere

provengano tali scritture, perché resta un’unità di scrittura rispetto all’Occidente.]

da dove

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

È chiaro che quello che si riesce a fare è grazie alle testimonianze: si parla della scrittura perché è

l’elemento portante del manoscritto; è logico che tutte quelle caratteristiche e componenti

(materiali, decorazioni, scritture, legature, etc.) vanno poi rapportate al periodo e all’area che si sta

studiando. Quello che fa poi la differenza è la scrittura, la lingua: quindi, fermo restando alcune

caratteristiche comuni, bisogna studiare il modo in cui il codice viene messo assieme, quali sono le

sue caratteristiche.

Molti degli aspetti dello studio del manoscritto costituiscono, ipso facto, delle materie a sé stanti

(facendo un corso di Paleografia latina, si parlerebbe delle scritture latine; facendo un corso sulla

Storia della legatura, si parlerebbe dei diversi tipi di legature; e così via): quando si studia un

manoscritto, tutti questi nodi entrano in un unico progetto, e la difficoltà di fondo per chi studia il

codice sta nel fatto che tutte questi aspetti rientrano in un unicum; si studia il codice sic et

simpliciter, così come si presenta agli occhi dello studioso.

l’unico esistente fino all’invenzione della stampa da

Il codice è il mezzo di trasmissione del sapere,

parte di Gutenberg: per capire meglio la Cultura delle diverse aree geografiche che si vogliono

studiare bisogna riscontrare il manoscritto. che l’ha fatta,

I libri a stampa hanno una descrizione che deriva dal primo catalogatore tutti gli altri

che seguono poi si rifanno a quella (è quindi molto rapida la descrizione di un libro a stampa); per il

libro manoscritto, invece, c’è sempre qualcosa di diverso da dire per ogni manoscritto: un qualsiasi

manoscritto porta via tre/quattro giorni di descrizione come minimo, perché la descrizione è molto

È evidente che l’impegno che si mette nella descrizione del manoscritto

difficile di per sé. occupa

un grande lasso di tempo; è pure difficile contare anche il numero di manoscritti presenti per

esempio anche in Italia soltanto: se dentro un codice ci sono cinquanta lettere rilegate, si tratta

allora di un manoscritto o di cinquanta manoscritti messi assieme? È un enigma pure una tale

questione; a spanne, in Italia ci sono circa quattro milioni e mezzo di manoscritti (di cui forse solo il

10% ha una composizione cartacea poi pubblicata come articolo o saggio).

La situazione della catalogazione del manoscritto è molto arretrata per la non semplice accessibilità

ai manoscritti e per la quasi totale mancanza di approccio scientifico allo studio del manoscritto

stesso: ci sono molti cataloghi a stampa, anche se ovviamente la catalogazione settecentesca è

imparagonabilmente inferiore a quella compiuta da uno studioso moderno.

I manoscritti stanno, per la maggior parte, in biblioteche di vario tipo (pubbliche o private,

ecclesiastiche, e così via): in molti casi possono stare anche negli archivi, che però conservano

spesso documenti (così come viceversa le biblioteche molto raramente hanno dei documenti). Al di

là della specializzazione e del perché sia nata una specifica biblioteca, in Italia la presenza di

nelle biblioteche è un po’ diffusa (non c’è biblioteca, anche

manoscritti, di codici, la più piccola,

l’Italia è una Nazione con il

che non abbia al suo interno anche dei manoscritti, anche uno soltanto):

più alto numero di patrimonio culturale diffuso nel territorio.

È chiaro che se si trova un esperto studioso in grandi centri come Firenze (quindi in grado di

studiare codici), nel paesello montanaro è più complesso trovare una simile situazione di personale

preparato allo stesso modo: più difficilmente quando ci si allontana dai grandi centri si possono

descrivere un codice c’è bisogno di un amplio bagaglio

trovare grandi esperti quindi. Per

bibliografico, strumentazione che in un piccolo centro non si può trovare sotto certi punti di vista: la

diffusione sul territorio dei Beni culturali (anche per i libri quindi) è spesso più dannosa che altro.

Digitalizzare un testo può essere una pratica utile quando si ha a che fare con un testo di difficile

consultazione. Il fatto stesso di aprire un manoscritto può costituire una rovina del manoscritto, ma

è comunque utile perché può permettere di capire la situazione attuale del manoscritto.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Ogni libro ha una sua segnatura, così anche i codici, per i quali però la segnatura (ovvero i modi di

collocazione -bisogna ricordarsi però che la collocazione è più propriamente riferita al libro a

stampa, mentre la segnatura si riferisce al libro manoscritto-) è un modo ufficiale ed universale col

quale si cita e quindi si riconosce quel manoscritto specifico: quando lo si cita, lo si cita in una

“tutti”

maniera tale per cui possano capire che ci si riferisce a quel codice specifico e non qualche

altro; non importa quando si compila la scheda, ma il manoscritto più o meno si cita sempre allo

stesso modo: c’è una certa uniformità di riconoscimento del codice.

Alcuni libri vengono anche citati per antonomasia: possono essere talmente famosi, per i più

disparati motivi, che sono universalmente riconosciuti da tutti (come per esempio il codex Sinaiticus

della Bibbia -si trova nella biblioteca del monastero di Santa Caterina nel Sinai, in Egitto; pur

essendo qualche decina il numero dei manoscritti biblici, tale manoscritto è arrivato ad essere

identificato come il codice biblico per eccellenza in Greco del V Sec. p. Ch. n.; oggi è diviso da

quattro biblioteche: una parte è rimasta lì, un’altra si trova a Lipsia, un’altra ancora a Londra ed una

quarta parte si trova a San Pietroburgo- o il «Terenzio bembesco» -anche questo del V Sec. p. Ch.

n., divenuto celebre per essere appartenuto a Pietro Bembo, e non tanto per il testo; oggi si trova

nella Biblioteca Vaticana-).

Molto spesso nei codici impera il Latino, anche nelle individuazioni di manoscritti: una segnatura è

data, in maniera del tutto neutra, da una città, da una biblioteca ed una sequenza di numeri/lettere

un po’

che individuano il singolo pezzo; vi sono però alcune pratiche ed abitudini che rendono

diversa la segnatura del libro manoscritto rispetto al libro a stampa.

In primo luogo, alle volte non c’è neanche bisogno di poter identificare la città (e in questi casi si

può sopprimere il nome della città): la città può eliminare la biblioteca, perché quella è la biblioteca

per eccellenza nella città (i manoscritti ambrosiani, per esempio, si citano come «Ambr(osianus

codex)» o quelli laurenziani sono indicati come «Laur(entianus codex)» -così anche, quindi, i

manoscritti vaticani verranno indicati come «Vat(icanus codex)»-). Anche in biblioteche dove ci

sono più biblioteche importanti rimane comunque una che è la più importante (quindi scrivendo in

un certo modo si intendono solo delle specifiche biblioteche, come la Biblioteca Nazionale di

Parigi, i cui codici seguono la formula «Paris(isinus codex)»). Certe volte però è meglio non usare

il Latino per scrivere certi nomi, perché si può creare una serie di dubbi nel lettore: è chiaro, per

esempio, che aggettivi come «Neoboracensis (codex)» non possono di certo aiutare a capire che si

sta parlando di New York.

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Fermo restando che è sempre valida l’indicazione completa, si arriva poi a quella parte che riguarda

la vera propria segnatura, ovvero la collocazione vera e propria che il manoscritto occupa in quella

parte del manoscritto: c’è da dire che c’è anche una segnatura scientifica attraverso cui il

manoscritto è segnato dagli studiosi. Le biblioteche normalmente, quando hanno manoscritti,

utilizzando due sistemi per la segnatura: uno è un numero progressivo o una sequenza di numeri e

lettere non parlanti (è un banale numero che di per sé non dice niente se non una collocazione fisica

non è parlante come segnatura); a volte ci sono situazioni un po’

in senso stretto: in questo senso

dalle più o meno numerose ristrutturazioni fatte all’interno della

più complicate date spesso

biblioteca, e quindi anche le segnature in qualche modo riflettono questa distinzione: si può quindi

partire da numeri/lettere (la Biblioteca Estense, per esempio, indica la stanza con la lettera, lo

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

scaffale col numero romano e il numero arabo è il numero del manoscritto nello scaffale; nella

Ambrosiana la scritta superior/inferior indica che ci sono due scaffali con lo stesso numero: uno sta

sopra e l’altro sta sotto -si tratta comunque di indicazioni che non dicono molto dal punto di vista

storico-). Se però si prende in considerazione la Laurenziana, il fondo antico ha una segnatura un

po’ particolare fisica, ma che dice qualcosa di più dal punto di vista storico: per esempio, prendendo

in considerazione un eventuale manoscritto Pluteo 64, 2, vuol dire che il manoscritto si trovava

nella fila di banchi 64 ed era il numero 2; è quindi rimasta la vecchia segnatura storica: la catena (il

pluteus appunto) era legata al legno e attaccata al banco.

Altre biblioteche hanno costruito il loro ordinamento per formati: anche la collocazione rispecchia

questa; per esempio, a Leida i manoscritti sono divisi per formato. Vi sono poi anche le distinzioni

per lingua del manoscritto, quindi a seconda della lingua in cui i manoscritti sono stati prodotti,

sottodistinguendoli poi per formati.

Le biblioteche più importanti hanno una distinzione che va per fondi (o per argomenti o per nome

a Vienna, per esempio, c’è una distinzione per materie/argomenti e per

del possessore/donatore):

lingue, come il Theol. gr. 1 o Med. gr. 1.

La distinzione per fondi può comprendere anche quello per lingue; il caso più celebre è la Vaticana:

il grosso della Vaticana è diviso per fondi storici, che indicano la provenienza di quei scritti (i fondi

parlano molto chiaramente alle volte: per esempio, c’è un fondo Ottoboni -una ricca famiglia veneta

di Papi e Cardinali-, quello Reginense -tutti i codici appartenuti alla Regina Cristina di Svezia, che

aveva patrocinato moltissimi artisti-, il Palatino -i cui codici derivano dalla Palatina di Heidelberg,

alcuni dei quali sono ancora rimasti lì: bisogna quindi, prima di dover consultare un manoscritto,

capire dove sia situato il manoscritto, se a Roma o a Heidelberg-, il Chigi -una ricca famiglia

l’origine della Vaticana, sono i fondi

romana-); i fondi principali, Vat. gr. e Vat. lat., che

rappresentano proprio il primo nucleo della Vaticana (come si può capire, quindi, si tratta di una

biblioteca che ha una struttura molto complessa).

[L’indicazione «lat.» vuol dire generalmente che il manoscritto riporta testi in alfabeto latino, non

necessariamente in Latino.]

È importante questo discorso sulla segnatura perché talvolta bisogna essere attenti a citare un

manoscritto: dal modo in cui si citano i manoscritti, ci si rende conto della dimestichezza che lo

studioso ha con i manoscritti; citare male, quindi, è un sintomo di scarsa capacità generalmente del

saper destreggiare i manoscritti (non è sempre così, ma spesso).

Marciana è una di quelle biblioteche che utilizza una doppia segnatura: c’è quella scientifica,

[La

utilizzata dagli studiosi (Marc. lat. 50 o Marc. cl. XIV, 21, per esempio), e quella interna della

collocazione fisica per cui si utilizza un numero soltanto; perciò la collocazione fisica del

manoscritto non deve essere indicata quando ci si rivolge a degli studiosi, perché ha più senso citare

il modo scientifico per cui è conosciuto quel codice.]

Ancora oggi c’è un florido mercato di compravendita dei manoscritti, e di una certa importanza

tutto sommato: un manoscritto qualsiasi quattrocentesco, per esempio, non è molto considerato dai

collezionisti librari. Uno dei manoscritti che ha fatto più epoca è stato il palinsesto di Archimede

(che si legge abbastanza bene tutto sommato se si pensa alla condizione della maggior parte dei

palinsesti dopo l’Ottocento): il palinsesto ha avuto una lunghissima storia; stava nella Biblioteca del

Patriarcato di Gerusalemme (passato poi in Turchia, poi trafugato e infine in America); è il codice

unico che conserva una serie di opere di Archimede; è stato venduto a tre milioni di dollari ed ora si

trova presso la biblioteca di Philadelphia, a cui è stato donato dal compratore. È reperibile anche

online adesso.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

È sempre opportuno documentarsi sulla Storia della biblioteca in cui si trovano i manoscritti di cui

si sta parlando, perché da questa si impara sempre qualche cosa: una segnatura qualsiasi non

sarebbe molto utile senza queste informazioni.

del manoscritto, c’è bisogno di una serie di dati, dai più

Per presentare uno studio, una descrizione,

generali ai più specifici: bisogna cercare di capire cosa significa una descrizione del manoscritto che

tenga conto appunto dei più diversi aspetti che lo costituiscono sia dal punto di vista materiale sia

dal punto vista testuale (e questo deve essere un filo conduttore che permetta di orientarsi tra le

varie problematiche che si riscontrano nella descrizione del manoscritto); si suppongono approcci e

terminologie diverse: molti aspetti dello studio del manoscritto possono costituire degli

insegnamenti a sé (come nel caso della Paleografia o la Filologia stessa).

Alcuni dei dati generali servono ad introdurre la fisionomia materiale e storica del manoscritto

stesso: si trovano sempre preliminarmente allo studio del manoscritto (una sorta di introduzione); la

fondamentale per l’argomento.

segnatura è una cosa

Alcuni elementi importanti sono argomentazioni che ricordano per certi aspetti qualsiasi altra

disciplina (quando è stato fatto il manoscritto, chi l’ha fatto, dove e quando, e poi di cosa il

manoscritto è fatto e come si presenta agli occhi del lettore): si tratta quindi di segnatura, materiale/i

(carta e/o pergamena), dimensioni, numero dei fogli (delle carte che contengono il testo del

è forse l’elemento

manoscritto -quindi la consistenza-), e poi datazione (che più importante). Tutti

questi elementi identificativi, che servono per descrivere un manoscritto, sembrano ricordare molto

una sorta di inventario del manoscritto permettono poi di passare alla descrizione vera e propria del

libro manoscritto.

[Il termine «codice» indica il libro come serie di fogli rilegati e scritti, mentre il termine

«manoscritto» è un qualcosa di scritto a mano che non necessariamente è rilegato (se quindi un

codice è manoscritto, non è detto che un manoscritto sia necessariamente un codice). Alle volte può

capitare che gli studiosi utilizzino i termini in maniera impropria.] dall’altro,

Bisogna capire, da un lato, come si indicano determinati concetti e, qual è il modo in cui

ci si arriva, fermo restando che l’esemplificazione si potrebbe adattare più o meno a tutto quanto

(eccezioni escluse ovviamente): bisogna capire i modi che poi sono il risultato finale di tutto il

ragionamento; la descrizione del codice/manoscritto è un capitolo un po’ a sé, ma lo si usa per

capire quali siano i fatti costitutivi del manoscritto considerato. Non si tratta quindi di una semplice

dell’oggetto.

fotografia

La localizzazione è soggettiva: non è molto facile da dare; l’interpretazione che si dà deve

rispecchiare un po’ la Storia del manoscritto; c’è quindi una parte formale che però è al tempo

stesso anche sostanziale.

I manoscritti sono generalmente fatti di due materiali, la carta o la pergamena (il papiro riguarda i

Fino all’Ottocento la descrizione dei codici è fatta in

casi più antichi di manoscritti, ma è rarissimo).

l’uso del Latino, ma prevalentemente si

Latino; oggi resiste parzialmente utilizzano le lingue

nazionali: il Latino è un po’ invecchiato con la terminologia codicologico-paleografica nata con le

lingue nazionali; si troverà quindi facilmente «chart(aceus)», «membr(anaceus)», e così via,

specificando però, nel caso fossero utilizzati entrambi i materiali, quali siano le pagine di carta o

quelle di pergamena.

Altro aspetto di conteggio è il numero dei fogli: il libro moderno rappresenta una facciata che deve

essere contata, il numero dei fogli è invece la metà (cento pagine sono cinquanta fogli, ovviamente);

dalla tarda Antichità fino a oltre il Quattrocento, invece, il sistema prevalente nell’indicazione non è

la pagina (come sarà poi nei libri a stampa dal Cinquecento in poi), ma è il foglio intero del

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

l’indicazione è quindi una sola per foglio, e le due pagine del foglio vengono

manoscritto che conta:

chiamate rispettivamente recto e verso (se si prende quindi il foglio 1, il recto sarebbe pagina 1 e il

molto spesso, quando non c’è alcuna indicazione, si

verso pagina 2 -vengono abbreviati con r e v:

vuole indicare il recto-; in sostanza, aprendo un libro, la pagina che si vede a destra è il recto,

mentre la pagina che si vede a sinistra è il verso). Chi ha dato le indicazioni del foglio, però, spesso

ed è facile trovare degli errori (è una cosa normale, tra l’altro, se si

si può essere sbagliato pensa che

è difficile numerare molte pagine di séguito).

Nel Medioevo si usavano i termini «foliazione» e/o «cartulazione»; si tenga conto che però ci sono

delle eccezioni: nel Medioevo spesso non si indicava il numero delle carte, non era automatico

talvolta l’indicazione è stata fatta dopo da qualche possessore

utilizzare tali indicazioni così spesso;

successivo per comodità di citazione e reperimento di un passo (spesso sono state aggiunte dai

bibliotecari in epoca moderna).

Talvolta la situazione è un po’ più ingarbugliata: poteva succedere che, nel momento in cui un

tra la legatura iniziale e l’inizio di testo,

codice era finito, o tra la fine di pagine scritte e la legatura

finale, vi sia una serie di fogli messi a protezione di tutta la compagine; più la legatura è rigida, più

fogli di protezione ci sono: questi prendono il nome di «fogli di guardia». Qui vi possono essere

note, annotazioni, e così via: talvolta nel Medioevo si utilizzavano fogli provenienti da altri codici, e

quindi vi sono fogli che vengono da un altro codice che poteva essere anche di un altro materiale;

possono dare un aiuto per una datazione geografica del manoscritto. I fogli di guardia si indicano

normalmente con i numeri romani: generalmente sono uguali all’inizio e alla fine, però bisogna

rendere conto di tutti: si può quindi trovare un’indicazione come ff. II + 100 + II; pongono però

i fogli di guardia: non tutti tengono conto del foglio di guardia, perché tanto c’è

qualche problema

sempre e si può trovare soltanto l’indicazione delle pagine riportanti il testo vero e proprio. Altra

di guardia si trova all’inizio f. III’

finezza codicologica è citare se il foglio o alla fine: per esempio,

di guardia all’inizio del codice.

indica un foglio

L’elemento delle dimensioni del codice è un elemento “banale”, che però può dare già l’idea

complessiva se si tratta di un codice piccolo o di un codice grande, che può corrispondere a finalità

diverse: i codici messali, per esempio, erano grandi perché il sacerdote potesse leggere meglio; è

grandezza, che spesso deve dare l’immagine del possessore.

quindi una funzione pratica di Un

piccolo codice miniato può avere un significato ideologico diverso invece: può essere appartenuto

ad un grande personaggio importante, soprattutto femminile, per scopi personali. Le dimensioni del

manoscritto non sono quindi un fatto secondario: potevano esserci spazi marginali che indicavano il

potersi permettere di “sprecare” materiale e quindi di far “respirare” la scrittura presente nel

permette di vedere qualcosa che non si vede sott’occhio al momento della lettura della

manoscritto;

descrizione. Dal tardo Medioevo fino al Settecento si usano i formati in folio, in quarto, etc.; si è

poi passati ai centimetri per passare poi definitivamente ai millimetri nella stragrande maggioranza

dei casi (gli Inglesi usano spesso i pollici), e non è detto che tutti i fogli del manoscritto avessero le

stesse misure. Può anche capitare che vi siano misure molto diverse tra loro: basta pensare per

esempio al caso in cui un manoscritto sia stato rilegato male oppure rovinato per motivi disparati.

18/9/2013

La datazione è uno degli elementi portanti nella descrizione del manoscritto: se non vi è espressa, vi

possono comunque essere dei dati “esterni” che ne possono permettere delle ipotesi.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Può essere anche che vi sia una scritta in cui il copista afferma di aver copiato il libro in una certa

data e in un certo contesto, ma vi potrebbero essere anche degli elementi che fanno stringere ancor

di più i termini della databilità.

Quando si parla di «datazione», vuol dire riuscire a collocare nel tempo più stretto possibile un

determinato manoscritto: si tirano in ballo tutti gli elementi che possono restringere il periodo di

tempo in questione; in primo luogo, nel caso in cui non vi sia la data nel manoscritto, l’elemento

portante nella stragrande maggioranza dei casi è la scrittura, cioè attraverso l’analisi paleografica

della/e scrittura/e riuscire a collocare nel tempo (o anche nello spazio) il manoscritto: questo è

possibile perché le scritture, in particolar modo quelle occidentali, in alfabeto latino, hanno sempre

delle determinate caratteristiche le fanno collocare, con una buona approssimazione, in una più o

meno stretta area geografica: dipende da quanto sono caratteristici quei determinati tratti grafici che

permettono di affermare che quella scrittura risale ad una determinata epoca e ad un determinato

luogo. Per far questo, la conoscenza delle scritture è basilare per chi si occupi non solo per la

datazione ma anche per la collocazione.

Le datazioni settecentesche sono più larghe, e spesso si riesce a restringere meglio, più

al giorno d’oggi: si cerca di stringere finché è possibile (sia per le

opportunamente, le datazioni più “arcaizzanti”,

scritture latine sia per quelle greche -le seconde sono più uniformi e tradizionali,

finché l’Impero bizantino non comincia a sgretolarsi-).

Quest’operazione di vedere la scrittura e datarla/collocarla si può fare confrontando la scrittura in

questione con altre per vedere se vi siano delle somiglianze, che possano dare dei punti fermi, delle

aree di cui si possano riconoscere delle determinate caratteristiche. Alla fine si può arrivare a

concludere che, grazie ad una serie di caratteristiche, probabilmente la scrittura è di una certa zona e

di un determinato periodo: si confronta il non-datato con il datato; si cerca di trovare qualcosa che

dia un punto fermo.

Le scritture, cosa che oggi non è più possibile, non erano unitarie: nel Medioevo la scrittura era

frastagliata anche a breve distanza; le scritture assumono delle caratteristiche diverse: si vede che si

assomigliano ma si sa che sono diverse (è un po’ la stessa cosa che si verifica nei dialetti). Bisogna

avere la certezza che si possano confrontare dei codici sicuramente datati (magari in Lombardia, a

Pavia): c’è quindi un continuo riferimento ad altre scritture, ad altri codici, per riuscire poi a datare

quello che si ha sotto mano da analizzare; la scrittura arcaica, invece, è più difficile da collocare in

quanto più uniforme.

Il più antico manoscritto greco datato è dell’800: è il primo appiglio sicuro per la Paleografia greca;

per le scritture latine, invece, si hanno molti manoscritti datati a quell’epoca. Nelle scritture greche

c’è sempre lo svantaggio di riuscire a capire la data, e questo si riflette poi anche nella terminologia

di una determinata scrittura: vi è una possibilità di definizione molto più precisa e corrispondente

un po’ empirica; la

alla realtà, anche se poi la definizione delle scritture è difficoltà di denominare

le scritture è difficile nell’àmbito greco più di quello latino: le scritture vengono definite in un modo

perché ricordano qualcosa; per esempio, la scrittura medievale per eccellenza, la «gotica», prende il

nome dai Goti, ed è un’espressione utilizzata dagli Umanisti per indicare la brutta scrittura (nel

Medioevo veniva chiamata invece littera textualis, la scrittura per antonomasia per i testi): si può

notare quindi che queste definizioni non hanno né senso storico né paleografico. La difficoltà di

trovare delle espressioni per indicare la scrittura, nel piano scientifico, è lampante.

Se si esaminasse come datavano nel Settecento gli studiosi, si troverebbe normalmente il secolo in

modo molto vago: oggi, invece, con tutte le conoscenze in più, ci si può permettere di avvicinarsi

ancor di più alla più vicina data possibile, stringendo sempre per quarti (per esempio, trovare scritto

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

2

«sec. XIV » può indicare che il manoscritto è stato datato al secondo quarto del Secolo).

Naturalmente, vi possono essere ulteriori modi per frazionare una data: ad esempio, si può utilizzare

l’espressione «sec. XIII ex(eunte)» per indicare la fine del Secolo, «sec. XIV in(eunte)» per indicare

l’inizio del Secolo, «sec. XIII-XIV» per indicare il periodo a cavallo tra i due Secoli (si badi bene

che con tale scritta non s’intende tutto l’arco cronologico dei due Secoli!), e «sec. XIV m(edio)» per

indicare la metà del Secolo.

Quando si arriva alle epoche più basse del Medioevo è chiaro che si riesce ad essere più precisi

ancora, almeno al quarto di secolo: le somiglianze grafiche sono di gran lunga maggiori; non si

pensi che quando si parla di codici medievali si tratti di codici che comprendono tutto il periodo che

viene convenzionalmente definito dai medievisti: si tratta prevalentemente di codici del periodo

(su un centinaio di manoscritti, all’incirca novanta sono del XIII/XIV Sec.).

bassomedievale

Il copista non mette la data, può aggiungere elementi che possono permettere di dedurre la data,

come per esempio la dedica ad una qualche personalità: se si sa chi fosse la personalità, allora

diviene facile capire quando è stato scritto quel codice; anche sapendo chi era il copista si può

arrivare alla datazione. Un ulteriore elemento che permette la datazione c’è quando, per esempio, il

copista menziona un evento, evento che diviene quindi (a seconda dei casi) terminus ante quem o

terminus post quem.

Si possono cercare anche all’esterno le databilità del manoscritto: per esempio, un codice della

Commedia di Dante è sicuramente posteriore al 1321, ma talvolta lo studio dei testi conservati del

manoscritto può dare un appiglio alla datazione di tale manoscritto; gli studiosi della tradizione

manoscritta cercano di ricostruire una genealogia di tutti i manoscritti, che viene inserita in un

albero genealogico che viene detto stemma codicum: se un ipotetico codice F, di datazione ignota, è

figlio di un codice E, e a sua volta genera un codice G, sapendo per esempio che E è del 1420 ed è

stato copiato a Firenze e G del 1431 e copiato a Siena, allora vuol dire che il codice F è stato

copiato tra il 1420 ed il 1431 (non c’è ovviamente scritto nel codice, ma lo denota lo studioso dalla

tradizione manoscritta) e che probabilmente è toscano e stava sicuramente a Siena nel 1431.

Il codice è, almeno in parte, datato: il copista (è fondamentale che sia lui a mettere la data) mette

quella che è la sottoscrizione, che normalmente riporta quando il copista ha finito di copiare il

“nascondersi”

manoscritto; il copista tende di più a in Oriente (dove generalmente il libro è soggetto

della sottoscrizione e il verbo è al passivo) che in Occidente (dove, al contrario, il copista è il

tant’è vero che spesso le sottoscrizioni sono

soggetto della sottoscrizione e il verbo è attivo),

accompagnate dalla “meschinità” del copista rispetto al volere divino. Non bisogna mai fidarsi di

quello che diceva il copista comunque: la subscriptio è messa alla fine del testo generalmente e in

tal caso ha un significato ben preciso (si capisce soltanto quando il libro è stato finito); e non è detto

che sia quella che si legge veramente la data: potrebbe anche essere che un copista tardomedievale

abbia ricopiato un testo altomedievale e abbia riportato la data della subscriptio che era lì contenuta,

e questo lo si capisce secondo il criterio paleografico.

È chiaro che se la data sta non alla fine ma ad un certo punto del testo, vuol dire che la datazione

vale solo fino a quel determinato punto del testo e poi non vale più.

L’indicazione completa riporterebbe il giorno, il mese e l’anno; normalmente in Occidente succede

che viene aggiunto un ulteriore elemento, che è l’ indizione, l’elemento portante della datazione,

l’anno ma mette

talmente quasi sempre presente che, in qualche caso, il copista non mette

l’indizione.

differenza di quanto succede oggi, non in ogni sistema di datazione medievale l’anno comincia

[A

con l’1 Gennaio e finisce con il 31 Dicembre; non sono mai stati omogenei i calendari medievali

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

(anche oggi è così per i calendari come quello mussulmano, quello ebraico o quello cinese per

esempio). Questo significa che se un copista veneto, per esempio, dice di aver finito di copiare il

Gennaio 1420, vuol dire che l’anno è il 1421 (si pensi al calendario veneto, in cui l’anno

codice il 4

comincia l’1 Marzo). Alle volte l’anno comincia anche ab incarnatione Domini (25 Marzo -questo

Se oltre all’anno ci

vale soprattutto per i Fiorentini-) o anche a nativitate Domini (25 Dicembre).

fosse anche il giorno del mese, allora con l’aiuto dei calendari perpetui si può avere la conferma che

quel giorno fosse davvero tale.]

Oggi non si usa più l’indizione: era molto frequente nei manoscritti greci; si tratta di un ciclo di

quindici anni perpetuo e la prima indizione si fa risalire al 313 p. Ch. n.: per poter capire in che

indizione è stato copiato un manoscritto, bisogna prendere l’anno che il copista indica, aggiungervi

tre (si aggiunge tre perché, facendo i calcoli a ritroso, ci si accorge che il primo anno possibile di

indizione sarebbe il 3 p. Ch. n.) e dividere poi per quindici e il resto della divisione è l’indizione

(quando risulta zero, vuol dire che l’indizione è la quindicesima); se non torna l’anno del copista

indicato con quella precisa indizione, vuol dire che il copista ha sbagliato a scrivere l’anno.

A tutto questo bisogna anche aggiungere la comprensione dell’anno zero per ogni calendario; si

prenda il caso orientale: per i Bizantini la datazione partiva dalla presunta Creazione del Mondo,

dall’1 Settembre 5508 a. Ch. n.; quindi, se in un ipotetico codice bizantino si trova scritto che è

stato ricopiato nell’anno 6802, facendo la sottrazione si arriva a comprendere che l’anno di

copiatura del manoscritto è il 1294 (se copiato tra Gennaio e Agosto, però, è del 1295).

Nel caso in cui il copista riporti soltanto l’indizione, è chiaro che la datazione diventa più difficile e

si deve fare un certo numero di calcoli.

Con l’indicazione della data finisce, più o meno, la parte introduttiva alla descrizione vera e propria

del manoscritto, e comincia quindi la vera e propria descrizione, che normalmente occupa oggi due

parti: la descrizione interna è quella dei testi conservati nel manoscritto, mentre la descrizione

esterna è tutto il resto che non sia il testo conservato.

Fino a non molto tempo fa, la gran parte della descrizione consisteva nella descrizione interna:

normalmente lo scopo fondamentale è infatti descrivere il testo contenuto nel manoscritto; era tutto

finalizzato alla conoscenza dei testi. Oggi l’ottica invece è diversa: certo, il testo è la parte più

importante, ma è un elemento che insieme agli altri deve contribuire a spiegare il manoscritto; si

tratta quindi di una descrizione molto più articolata, perché tiene conto variamente di tutti gli aspetti

costitutivi del manoscritti: questo ha anche obbligato molto di più la descrizione del manoscritto

(prima era fatta da persone esperte di testi e destinata a persone che dovevano studiare il testo).

Quindi la descrizione deve tenere conto di tutti gli elementi: quindi, il dover rispondere a queste

esigenze che fino a non molto tempo fa non c’erano ha reso molto più difficile la descrizione del

delle descrizioni e dall’altro una

manoscritto, e ha provocato da un lato una drastica riduzione

specializzazione della descrizione del manoscritto.

La cosa più complicata e più difficile è che gli studiosi tendono a lavorare e a descrivere i testi

verso cui sono più ferrati; ed è anche difficile insegnare come catalogare un manoscritto: alcune

cose si possono sì insegnare, ma capire che testo si abbia davanti non si può insegnare. Resta

sempre problematico un testo per il suo contenuto: può succedere che una parte significativa sia

quella che veramente interessi, e quindi molti studiosi tendono a non fare il catalogo dei manoscritti

conservati in quella biblioteca ma quelli dell’argomento su cui sono, appunto, più ferrati; per

esempio, uno che è esperto di Cicerone compie un buon lavoro su quei manoscritti recanti testi

ciceroniani tralasciando poi testi che trattano di argomenti come l’Alchimia (o viceversa). Questa

proliferazione di «cataloghi speciali» arriva a recare un danno alla catalogazione generale.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

23/9/2013

La descrizione interna è la descrizione di tutti i testi contenuti nel manoscritto: significa fornire

quegli elementi che servano per riconoscere quel testo, sia che si tratti di un testo conosciuto sia che

si tratti di un testo sconosciuto. Gli elementi identificativi per il riconoscimento di un testo sono,

banalmente, l’autore e il titolo: anche un testo anonimo ha un autore e un titolo; bisogna

dimenticarsi di quello che succede nel libro a stampa (nessuno infatti si sognerebbe di mettere in

dubbio il titolo del romanzo manzoniano per esempio): già su Dante comincia ad essere

problematica la cosa, perché già il titolo della Commedia non si sa in senso proprio, e si procede per

per poter tagliare la testa al toro,

induzione (bisognerebbe avere l’autografo ma non essendoci il

Il problema di titolazione dell’opera è una cosa “oziosa”, ma non è un

problema è più difficoltoso).

problema da svalutare: tenendo sempre conto dell’esempio dantesco, ci si potrebbe chiedere se il

titolo avesse una o due M, se l’accento andasse sulla E o sulla I, e così via; si può quindi vedere

come già in un’opera molto nota vi possano essere anche problemi di titolo: bisogna quindi andare a

verificare il titolo che correntemente è noto, utilizzato, indicato.

Naturalmente il problema si pone anche per il nome dell’autore: se si pensa al Medioevo (il periodo

in cui più facilmente un autore si trova in un manoscritto -nel Medioevo il cognome non esiste

spesso c’è il nome con la provenienza o la

come lo si intende oggi la maggior parte delle volte:

professione-). Non è facile né ovvio avere la certezza di come si chiamasse quel personaggio in

questione (anche dal punto di vista della grafia molto semplicemente, alle volte). Gli autori classici

non hanno problemi, ma la lingua che normalmente si usa anche nel Medioevo è il Latino.

Quando si ha a che fare con un autore greco/latino (o anche medievale), la forma universalmente

accettata è il Latino a cui a grappolo sono legate tutte le possibili varianti del nome; qualunque

forma si digiti di un autore come Omero, per esempio, si rimanda a Homerus. Le forme del nome

sono abbastanza ovvie, semplici: non si prestano a dubbi particolari; nel caso degli autori classici,

c’è una grande tradizione di catalogazione dei nomi e delle opere in Latino: uno strumento utile può

essere il Dizionario delle opere classiche di Volpi.

In questa fase della descrizione bisogna sempre confrontarsi con dei repertori generali/particolari

dare al lettore la possibilità di riconoscere l’autore e il titolo

che qualcuno ha già fatto: bisogna

dell’opera sulla base di evidenze sia interne sia esterne; la prima cosa che si ha nel manoscritto è la

ripartizione: il titolo ingloba spesso anche il nome dell’autore, a cui segue poi il testo.

Alle volte il titolo può anche essere che sia sbagliato: non si può capire a priori il titolo se non in

alcuni casi ben noti.

Si ha un titolo, quello che c’è nel manoscritto: la prima cosa che si deve fare è verificare cosa si ha

davanti; è il punto di partenza, e allora si deve capire e pensare che cosa è successo.

[Oggi non si fanno più catalogazioni generali di biblioteca: se si è esperti di una frazione di quella

biblioteca non va comunque bene, perché su tutto il resto bisogna passare più tempo a pensare

perché ovviamente non si tratta del suo campo.]

Il miglior catalogatore di manoscritti è quello che è in grado di trovare quello che gli serve,

l’indicazione giusta, cosa ha davanti e cosa lo può aiutare a capire e risolvere. Quando si sa dove

andare a mettere le mani, allora si è risolto il problema: se non si sa dove andare a trovare quello

che serve, si corre il rischio di non andare a trovare la cosa giusta; il problema è rendersi conto cosa

si ha davanti e si deve andare a descrivere: quando per esempio si trova «Cicerone, De officiis», a

quel punto si tratta solo di inserire bene tutto.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Il problema sono tutti gli altri, di cui non è detto che il catalogatore sia edotto, perché nel

manoscritto si trova qualsiasi cosa, qualsiasi testo. Molti orientano la descrizione del manoscritto

sulla base del contenuto dei manoscritti.

Si hanno due cose iniziali, il titolo e il testo: si ha quindi già l’indicazione più o meno buona (nella

un punto d’appoggio da cui partire.

maggior parte dei casi), Per cercare delle informazioni in più, si

repertori dedicati all’àmbito specifico che si sta analizzando

va a vedere se esistono in merito dei repertorio dovrebbe fornire non solo i dati sull’autore,

nella descrizione interna del manoscritto: il

che opere ha scritto, ma anche che edizioni ci sono di quest’opera, il che vuol dire dare

un’informazione in più al lettore (talvolta la cosa è superflua, mentre in altri no); bisogna sempre

dare al lettore l’indicazione completa per far comprendere al lettore a quale altra edizione moderna

corrisponde il dato elencato.

Un dato da eliminare fin da subito è il concetto di «ovvietà/notorietà»: non è detto che quello che è

ovvio/noto al catalogatore sia altrettanto ovvio/noto a qualsiasi altra persona che legga la

descrizione che viene fatta; è quindi un concetto relativo, che non deve essere riportato in base a

quello che il catalogatore sa: le indicazioni che uno dà non devono rapportarsi a quello che egli sa,

perché devono essere sempre uguali, omogenee.

Si ha poi il testo a disposizione che dà delle indicazioni, delle parole, in particolare si possono dare

indicazioni sussidiarie che facciano capire al lettore che non ha il testo sotto mano: si può dire come

comincia e come finisce un determinato testo, perché c’è una vecchia tradizione già medievale di

mettere in una descrizione le prime/ultime due o tre parole di un testo in quanto identificano meglio

quale sia il testo; è chiaro però che, per esempio, a nessuno verrebbe mai in mente di mettere in una

descrizione di un manoscritto come comincia/finisce la Commedia dantesca, ma se il codice che si

ha di fronte inizia ipoteticamente con «A metà del cammino di nostra vita» allora bisogna metterlo

perché è una cosa da segnalare senza dubbio al lettore (non si pensi di fare un articolo sulla

Commedia di Dante, ma forse è opportuno inserirlo perché può servire a qualche altro studioso che

non potrà avere sott’occhio il manoscritto). Si indica con «incipit» e con «explicit» rispettivamente

l’inizio e la fine dell’opera contenuta nel manoscritto: si tratta più o meno delle prime/ultime otto

l’ultimo verso

parole iniziali (non oltre alle dieci -con la Poesia, invece, si piazza il primo e/o

normalmente-); inserirli è una scelta: o li si mette comunque o li si mette solo quando serve perché

è detto che l’inizio sia l’inizio e la fine sia la fine:

si tratta di un caso particolare; non non è detto

che quel preciso punto preluda/concluda veramente il testo.

Descrivendo una predica, per esempio, un «In nomine Domini. Amen. Cari fratelli, siamo qui riunti

[…]» rappresentano l’inizio con fratelli […]»

e un «Andate, fratelli e sorelle. Amen.» «Cari e la fine

[…]»

con «Andate (le formule generalmente non devono essere considerate come delle parti del

testo, perché se ne possono trovare moltissimi di testi che abbiano quelle formule): si può quindi

dire che vi siano tanti dati che sporcano la lista dei risultati.

La ricerca elettronica permette di raggiungere in poco dati che di per sé impiegherebbero mesi di

ricerca, ma bisogna saperla utilizzare con parsimonia perché appaiono tutti i risultati possibili con

quelle soluzioni che vengono indicate e la ricerca può divenire più difficoltosa.

Si può ragionare quando e se sia opportuno segnalare quando finisce/comincia un testo: a volte è da

segnalare l’inizio in quel codice qualora cominci con una riga/verso successivo; vi possono essere

dei motivi per cui un copista non comincia con l’inizio: poteva essersi distratto, poteva possedere un

codice che non presentava l’inizio o la fine, o forse anche il copista voleva che il testo cominciasse

in quel punto, e magari ci aggiunge anche una prefazione; il testo non potrebbe essere quello reale,

quindi anche in tal caso bisogna dire da dove comincia, tralasciando la prefazione.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Le antologie sono delle opere molto diffuse nel Medioevo: permettevano di avere sotto mano molte

citazioni d’autore su determinati argomenti, organizzate in vario modo (ordine alfabetico, tematico,

e così via); i compilatori hanno raccolto insieme un certo numero di passi d’autore che poi

servivano agli scrittori e ai predicatori per qualche altro scopo: si vede anche quale fosse il nocciolo

principale del manoscritto, e in tal caso si tratterebbe di tanti testi bene o male cuciti assieme che

porterebbero via molto tempo.

Bisogna però ora specificare di cosa si tratta quando si parla di un repertorio: il repertorio è

un’opera scientifica che raccoglie le informazioni necessarie e fondamentali su un determinato

e su determinati elementi che hanno a che fare con quell’autore;

autore si è sicuri che, se si cerca

qualcosa su un autore come Cicerone o Virgilio, lo si può trovare in un determinato repertorio (e ci

si trovano i titoli delle opere che vengono attributi a quell’autore, quindi opere certe, incerte e spurie

-e questo avviene per ogni autore-). Certi repertori sono talmente in uso che spesso vengono

aggiunti alla descrizione, che viene quindi aggiunta a completare i dati che vengono ripresi dal

repertorio che ne fornisce una descrizione. È la conferma finale che il manoscritto riporta un testo

che è già stato pubblicato in edizione critica.

Il repertorio della Patristica greca antica prende il nome di Clavis Patrum Graecorum (CPG) e

quello della Patristica latina di Clavis Patrum Latinorum (CPL): sono due repertori in cui si

elencati, talvolta in ordine alfabetico, per ogni autore, fino alla fine dell’VIII Sec., la

trovano

forma/e latina/e del nome e per ogni opera che a questo Padre viene attribuita vi sono le indicazioni

di titoli universalmente noti e le edizioni principali critiche di tali testi (con anche magari i

principali testi critici su quest’opera). Naturalmente, quando si fa riferimento ad un’edizione,

bisogna fare attenzione che l’edizione nominata sia quella giusta.

Tre repertori utili per gli studi agiografici sono la Bibliotheca Hagiographica Latina (BHL), la

Bibliotheca Hagiographica Graeca (BHG) e la Biblioteca Agiografica Italiana (BAI -questa è

l’unica delle tre in Italiano-): qui si trovano raccolte tutte quelle opere che hanno a che fare con i

Santi, tutte le cose che hanno a che fare con miracoli, vite di Gesù, e così via (messe ovviamente in

ordine alfabetico).

[Quando si vuole indicare il riferimento ad un repertorio, bisogna scrivere la sigla con cui esso è

universalmente conosciuto seguìta poi dal numero di riferimento (il volume e la pagina non

vengono mai indicati, perché ci si aspetta che chi è in grado di consultare sappia individuare da solo

certo, è corretto citare la pagina, ma non è l’uso

quel preciso riferimento: comune).]

che possa essere d’aiuto, bisogna prendersi l’onere di andare a

Quando non si ha un repertorio

cercare delle edizione critiche che possano aiutare a catalogare il manoscritto.

Per l’Antichità classica ci sono tre collane di testi che sono considerate le edizioni critiche per

l’OCT

eccellenza: la Teubner (tedesca, 1930 circa -probabilmente la più prestigiosa-), (inglese, fine

Ottocento) e Les Belles Lettres (francese, inizio Novecento); sia le edizioni teubneriane sia le

edizioni oxoniane hanno prefazione e apparato critico rigorosamente in Latino e soltanto il testo in

(caso a parte si verificò per l’edizione oxoniana delle tragedie di

lingua originale senza traduzione

Sofocle degli anni ’80, la cui prefazione in Inglese suscitò un certo scandalo nel mondo della

Filologia), mentre le edizioni de Les Belles Lettres hanno la prefazione e pure la traduzione a fronte

in Francese.

Per i testi patristici ci sono due serie gigantesche di raccolte di testi: la prima è la Patrologia Latina

(PL) e la seconda è la Patrologia Graeca (PG), che contengono tutti gli scritti cristiani in Latino o

in Greco dal I/II Sec. p. Ch. n. fino al XIII Sec. più o meno (la raccolta latina) e fino al XIV Sec. più

o meno (la raccolta greca), e tuttora si possono anche consultare online; sono state fatte tutte

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

sotto la “cura” dell’abate

nell’Ottocento francese Jean-Paul Migne (che per comodità ha raccolto

e li ha ristampati in un’unica serie).

tutte le edizioni principali dei testi patristici latini e greci

Raccolgono quelle che all’epoca erano considerate le più autorevoli edizioni ed importanti: è stata

inserita alle volte un’introduzione ad ogni singolo autore riepilogando le cose essenziali. Ancora

oggi è utile poter consultare questi testi: si tratta di un’opera straordinaria dal punto di vista del

concetto della comodità, anche se è chiaro che la stragrande maggioranza di queste edizioni critiche

sono ormai superate (per buona parte). l’edizione moderna per

Esiste poi il Corpus Christianorum Latinum/Graecum (CCL/G),

partire dagli anni ’50) della Patristica.

eccellenza (è stata cominciata a

Normalmente in un catalogo analitico la prassi è che, anche trattandosi di un autore

importantissimo, si mette sempre almeno un certo numero di edizioni critiche citate: se per esempio

si fa un’edizione analitica va sempre indicata l’opera (ovviamente per autori come Catullo e

Lucrezio non ha senso indicare l’opera tanto specifica, perché il libro è sempre quello). Non ha

senso nemmeno mettere rinvii ad articoli e pubblicazioni come voci enciclopediche.

24/9/2013

In una descrizione scientifica di un manoscritto il titolo è quello presente sul manoscritto, ma si ha

anche il titolo sotto cui normalmente è conosciuta quell’opera: se cinquanta manoscritti riportano un

titolo uguale, allora vuol dire che senza dubbio il titolo è quello; la diversità invece mette in

maggiore difficoltà perché bisogna scegliere in maniera soggettiva quale sia il vero titolo (anche

basandosi sulle testimonianze esterne).

Naturalmente in una descrizione scientifica bisogna riportare anche quello che è il titolo nel

manoscritto: spesso dal tipo di titolo lo studioso già capisce a quale tradizione si riaggiunge.

[Riportare, citare, una porzione anche breve di testo si presenta in vari modi, in diverse tipologie di

trascrizione del testo; vi sono due possibilità estreme: o si copia così come sta il testo, così come

l’ha scritto il copista; o lo si copia e lo si aggiusta come in una sorta di edizione critica del

manoscritto. In mezzo a questi due estremi vi sono delle possibilità intermedie: o si trascrive senza

per lasciarlo vicino all’originale o ci si avvicina ad un testo critico.

modificare molto

Quando si ricopia il testo così come sta nel manoscritto, si parla di «edizione diplomatica»: si copia

esattamente così come il testo appare agli occhi del critico e le parti di testo che il copista omette o

abbrevia (era il modo di rendere la scrittura più rapida o chiara, magari inserendoci un segno sopra)

e quindi si scrivono soltanto le lettere che si vedono nel testo, e si mettono tra parentesi tonde le

lettere/sillabe che non ci sono nel testo e che vengono tecnicamente definite «sciolte»; la lettura del

testo potrebbe essere messa in una maniera corretta, perché non ci si aspetta che il testo resti così

come tale, ma la punteggiatura invece resta tale: si cerca quindi di far vedere il testo, ma si segnala

al lettore con una barra verticale quando il lettore è andato a capo perché l’impaginazione del

redattore è diversa da quella del codice (le due barre, invece, indicano la fine di pagina); il testo non

è sempre immediatamente leggibile per delle condizioni materiali, come per esempio il caso in cui

o una macchia d’inchiostro

vi sia un buco nella pagina (in tal caso si segnala la lacuna con dei

puntini fra parentesi quadre -normalmente si mettono tanti puntini quante lettere si presumono

per l’integrazione si utilizzano le parentesi uncinate qualora si sia sicuri di cosa

manchino- e

mentre per l’espunzione si utilizzano le parentesi graffe).

manchi, Se le condizioni materiali

permettono comunque di leggere qualcosa, allora le parole/lettere si indicano con un punto sotto.]

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

È chiaro che una trascrizione scientifica più si avvicina ad una trascrizione critica più aiuta per una

migliore comprensione del testo e per l’aggiustamento del testo. Il vero problema, quindi, è

scegliere il tipo di trascrizione che si vuole fare.

Per quanto riguarda il titolo, vale lo stesso ragionamento fatto per il nome degli autori: il ricorso ai

repertori specifici è ovvio e normale, come anche alle edizioni critiche di quel testo.

[Più avanti si va cronologicamente, meno repertori ci sono: sembra paradossale, ma le situazioni più

difficili sono quelle moderne (come per esempio le edizioni dei testi cinque-seicenteschi); mancano

certezza del titolo dell’opera, perché molte

i repertori, i fondamenti che diano una infatti sono le

tipologie di testo per le quali non si sa a quale parte rivolgersi: vi è una certa scarsità di edizioni

affidabili del testo; spesso ci si barcamena con queste situazioni, e non bisogna pensare che i testi

medievali dispongano sempre e comunque di una buona edizione del testo (si è ben serviti per le

opere classiche latine e greche ovviamente, per cui le edizioni critiche sovrabbondano, con una

grande tradizione di editori -lo stesso si può dire per la Patristica-).]

Ci sono situazioni a cavallo tra il reale e il falso che ogni volta pongono il problema di individuare

l’autore del testo con precisione (perché bisogna comunicare al lettore il dato esatto); in tal

proposito, per quanto riguarda i testi patristici, esiste la Clavis Patristica Pseudephigrapha Medii

Aevi (CPPM), un repertorio che raccoglie tutte le opere spurie della Patristica e che aiuta ad

orientarsi nelle opere mediolatine che hanno problemi di attribuzione: rimandando a questo

repertorio, si fa capire al lettore che gli si vuole dare una strada, una via precisa, che lo conduca a

capire a chi sia stata nel corso del tempo attribuita quell’opera.

[Alla fine il catalogatore dovrà rendere conto di tutto nell’indice, l’accesso alle

che permette chiavi

di lettura di tutte le informazioni seminate nel manoscritto.]

Se non ci fosse un nome, la “classica” opera anonima di cui si possiede soltanto un titolo deve

essere ritrovata con una chiave ben precisa, così come anche, per esempio, un codice delle

commedie plautine si troverà sotto la voce «Plauto» e non sotto la voce «Commedie». Si deve però

stare attenti che non è opportuno dover indicizzare tutto, perché non avrebbe senso indicizzare

un’opera di cui si conosce l’autore.

Se si parte da un nome sbagliato, si ha comunque un punto di partenza che può aiutare a capire

Si può dare un’occhiata al testo

come impostare la ricerca. (e al titolo), per vedere se più o meno

coincide con il titolo annunciato all’inizio del manoscritto; si può utilizzare un tipo di ricerca per

cinquant’anni:

inizio, cioè tutti quei repertori di incipit che sono stati fatti negli ultimi per

permettere di reperire e trovare testi, spesso sono stati fatti dei repertori concepiti per raccogliere

l’inizio d’argomento

dei testi; quindi, una volta capito che si tratta di un testo preciso, si può

arrivare ad avere delle chiavi di lettura in più (questi repertori prendono il nome di «incipitario»): in

tal modo si può anche arrivare magari a scoprire che quello stesso incipit che il catalogatore sta

cercando è presenta in un’altra decina di manoscritti. Quindi, anche la consultazione delle raccolte

di incipit può essere di grande aiuto; alle volte le biblioteche più grandi, come la Vaticana, avevano

(man mano che si descrivevano manoscritti) annotato l’incipit dei testi su cartoncini per metterli poi

in una serie di cassetti: è uno strumento utilissimo; non si tratta di repertori che vengono pubblicati

perché non avrebbe molto senso. A volte, gli incipitari si trovano anche nei cataloghi dei

manoscritti: è una raccolta molto comune negli ultimi cinquant’anni, che ha permesso un notevole

sviluppo dello studio dei manoscritti.

Aiuta sempre molto, quando si descrive un testo, andare a consultare quello che hanno fatto gli altri,

per trarre spunto generalmente: spesso c’è questa “tradizione” di catalogazione che quasi favorisce

il continuo ricorrere ad esperienze precedenti di catalogazione.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

[Paul Canart, il più grande catalogatore e studioso di manoscritti greci del Novecento, racconta

come nel 1954 fu assunto dalla Biblioteca Vaticana come catalogatore di manoscritti greci (lui è un

filosofo): è indicativo che lui si sia rifatto a tradizioni precedenti per poter catalogare poi tutti i

manoscritti greci vaticani; il rifarsi ad altre catalogazioni quindi è un fatto positivo su come ci si

debba comportare per catalogare.]

questo, c’è un problema quello dell’uniformità dei

Al fondo di tutto che non è ancora risolto, cioè

dati: la catalogazione è sentita perlomeno come un fatto singolo, personale, che non sottostà a delle

norme generali; negli ultimi due secoli sono stati pubblicati moltissimi cataloghi di manoscritti,

ognuno dei quali è stato fatto in maniera diversa, ma oggi è problematico perché, a differenza di

quanto avviene per i libri a stampa, non esistono dei sistemi informatizzati che rendano accessibili

allo stesso modo i manoscritti. Per rimediare a questa mancanza e facilitare la ricerca di quello che

serve, bisognerebbe prendere tutti i cataloghi di manoscritti fatti fino ad oggi in una determinata

lingua o in un determinato luogo e renderli consultabili elettronicamente, ma ogni catalogo è stato

concepito in maniera diversa: devono quindi essere ridotti ad uno; è un’operazione semplice nella

teoria, ma assai ardua nella pratica (tanto che si potrebbe definire come una sorta di utopia), il che

rende difficile la ricerca di dati perché ognuno alla fine, però, usa il sistema che più gli aggrada e gli

i database sono delle specie di “isole”;

piace: è un difetto ineliminabile dal cercare di fare una

catalogazione di manoscritti in Italia.

Può succedere che alle volte non si possa trovare nulla: non avendo possibilità di accedere con

sicurezza ai dati, non si ha mai la certezza di aver potuto guardar tutto, e quindi si può essere certi

che vi sia un manoscritto che abbia lo stesso testo che potrebbe dare una mano a colmare il vuoto di

quelle lacune, però tanto più il testo è breve tanto più è difficile trovarlo. Oggi la disponibilità di

ha reso più “facile” la ricerca dei testi: è un’opportunità che fino a pochi anni fa

molte banche dati

non c’era e non era nemmeno immaginabile.

Naturalmente, per orientarsi si ha sempre a disposizione il testo che è sempre opportuno andare a

consultare: il pezzettino o il frammento hanno bisogno di un appiglio, un nome o una data, un

qualcosa che faccia scattare un meccanismo di ricerca; il testo dà sempre un appiglio. Oggi è molto

più facile digitare un po’ di parole e qualche motore di ricerca può comodamente aiutare, ma c’è

qualche svantaggio: se quando si digita una frasetta non appare, vuol dire non che quel testo non

esiste, ma che quel testo non è presente in quello specifico motore di ricerca; altro svantaggio è che

forse prima delle banche dati c’era una consapevolezza maggiore della ricerca perché se non si

trovava in un catalogo si andava avanti a sfogliarne altri ancora, il che probabilmente forniva un

maggiore metodo di ricerca concreto (e non una ricerca casuale su Internet).

Anche qui l’uso linguistico aiuta: la scrittura del codice può rivelarsi comunque un elemento di

aiuto, il che dimostra come possano esserci tanti altri sistemi per ritrovare il testo da qualche parte,

e questa è la parte più “paziente” del lavoro.

25/9/2013

Vi possono essere dei casi in cui la situazione, la condizione del manoscritto, non sia più quella che

era quando è stato fatto: in generale, quando si descrive il codice, bisogna cercare sempre di

individuare quale fosse la sua condizione in tutti gli àmbiti e in tutti gli aspetti durante la sua

condizione originale, cioè come si presentava non appena era stato finito, concluso; può essere

rimasto così come stava, oppure può aver subìto dei cambiamenti: sono tutti fattori che in qualche

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

modo vanno ricondotti alla condizione originale di come presumibilmente era il codice; può essere

successo che un foglio o più siano andati perduti (caduti o rubati non ha importanza): c’erano

quando il codice è stato fatto, ma oggi non ci sono più. Il termine neutro con cui si indica questa

scomparsa è il verbo «perdere».

Per accorgersi se sono caduti uno o più fogli, bisogna controllare se effettivamente sono caduti, a

che altezza, dove stavano, sia controllando il testo sia controllando materialmente se la consistenza

del codice è quella giusta; potrebbe però anche essere che il copista non abbia copiato quella parte

di testo o si sia distratto, per esempio sfogliando le pagine al posto di tirare su un foglio ne ha tirati

su due: può capitare che non si segua neanche il filo logico del testo che si sta copiando. Si ha

quindi una mancanza di testo a cui però non corrisponde una mancanza di foglio. È chiaro quindi

che l’analisi della consistenza testuale va di pari passo con l’analisi della consistenza materiale del

codice: se manca il testo, quindi, non è detto che siano caduti dei fogli.

Le eliminazioni di testo a volte possono essere dovute anche a fattori materiali: a volte il copista

quindi il copista “onesto” segnala questo fatto

non riesce a leggere bene il testo del suo antigrafo;

nel suo apografo lasciando degli spazi bianchi, quasi a segnalare che non è riuscito a leggere per

motivi particolari (una macchia d’inchiostro copista “disonesto”,

per esempio); il invece, pur non

riuscendo a leggere alcune righe, non si preoccupa di specificare e tira dritto senza dare alcuna

segnalazione per non lasciare spazi bianchi: solo il filologo che si mette a collazionare il codice si

che c’è qualcosa che non va, perché

renderà conto chi descrive il manoscritto non va molto oltre in

fa l’analisi del testo per vedere quanti errori ci stanno.

quanto non

Naturalmente poi, accortisi che manca qualcosa, il fatto che ci si accorga dipende dal fatto che si è

visto e analizzato, ovvero esaminato con attenzione: come ci si accorge che in quel punto manca

almeno un foglio? Questo deriva da una corretta analisi della fascicolazione: è un aspetto puramente

materiale, per cui ci sono dei punti fermi da cui si può arrivare a comprendere quanto si cerca; nel

manoscritto si ha un testo e poi vi possono essere a margine delle annotazioni, dei commenti, delle

note di vario tipo: non bisogna descrivere solo il testo, ma anche quello che ci sta intorno.

È anche qui interessante la descrizione dei commenti: può aiutare a comprendere non solo

l’interesse dei commenti per quel testo, ma anche il tipo di approccio che può avere quel testo;

generalmente un testo può essere commentato quando ha una certa importanza, sostanzialmente

testi biblici, filosofici, tragici: quindi, in ogni caso, descrivendo il testo principale, bisogna poi dare

delle indicazioni che evidenzino chi ha scritto il commento, se lo stesso copista o una mano

posteriore o più copisti/studiosi; anche la stratificazione dei commenti è significativa per la Storia di

quel testo: può dare anche delle indicazioni importanti per la descrizione del manoscritto; si prenda

un codice del X Sec., per esempio, che presenta delle mani successive che commentano:

analizzando le scritture, si possono avere degli input che permettano di dare ulteriori indicazioni sul

codice, sia su tutte le mani che ci possono essere state sopra sia su tutti i tragitti che può aver svolto;

le note, più lunghe sono, meglio si prestano ad essere ricondotte ad un determinato contesto.

I testi sono stati costruiti in maniera tale da poter accogliere il più alto numero di commenti

numero di righe e poi tutt’intorno

possibili: un testo di Aristotele, per esempio, occupa un certo si

costellano i commenti; supponendo che il testo sia Le categorie, di tutta la porzione enorme di testo

espressa dal commento, che era stata costruita prendendo pezzi/brani di commentatori

uno dietro l’altro a corredo e

antichi/tardoantichi/medievali aristotelici, si mettono gli excerpta

commento, in modo tale che il lettore avesse comodamente sotto mano non solo il testo di

Aristotele, ma quindi anche quello dei commentatori principali: si ha quindi un certo numero di

righe di commentatori per decine di fogli. Descrivere questo materiale non è per niente facile,

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

perché si ha una sequenza di brani tratti da un certo numero di autori: allora in una descrizione

molto sommaria si dice solo che c’è il testo commentato, mentre una descrizione analitica deve

riportare la descrizione testo per testo (per ogni branetto presente bisogna fare la stessa operazione

che si è fatta per il testo principale contenuto nel codice -e questo implica moltiplicare la

descrizione del contenuto tante volte quanti commenti ci sono per ogni foglio-). Spesso càpita che il

dei testi con commento aiuti mettendo all’inizio il nome dell’autore e l’opera da cui è

compilatore

tratto l’excerptum del commento. Anche una raccolta antologica può riportare un elevato numero di

commenti a fianco del testo. È chiaro che la descrizione di una cosa del genere può essere anche

falsata dal fatto che il compilatore non abbia proprio copiato perfettamente il testo del commento,

ma abbia aggiunto qualcosa o parafrasato di sua iniziativa senza riportare il testo originale: si

capisce quindi, alla luce di ciò, come la descrizione di ogni pezzetto porti via tempo, perché non è

nemmeno detto che sia il testo del vero commentatore riportato.

[Alle volte i testi con commento nascondono anche qualche piccolo tesoretto, un testo ignoto: il

compilatore ha preso tutti i pezzi di commenti possibili che gli servivano per fare il commento e tra

i quali vi sono pezzi tratti da opere che lui leggeva ancora e che invece oggi non si leggono più:

sono i cosiddetti «frammenti», o «tradizione indiretta». Un caso del genere di frammento, per

dell’Anonimo

esempio, è quello Del sublime, che cita i celebri versi di una poesia saffica altrimenti

sconosciuta; un altro caso, sempre per quanto riguarda il Greco, è quello del IX Sec., all’epoca di

Fozio, la cui Biblioteca è una straordinaria raccolta di riassunti di opere o copiature di testi che lui

ha letto in quanto all’epoca disponibili presso le biblioteche costantinopolitane: si potrebbe dire che

Fozio è il primo dei critici letterari in un certo senso (senza la sua testimonianza, molti contenuti di

tenere conto che l’epoca in cui scrive Fozio è

opere sarebbero soltanto dei nomi vuoti oggi -bisogna

quella del metacharakterismòs, il periodo in cui la trasmissione dei manoscritti passa per una

strettoia/strozzatura simile a quella del passaggio dal rotolo al codice-).

C’è da dire che anche la creazione dei cosiddetti «canoni» ha creato una strozzatura per il passaggio

dei testi antichi: le commedie e le tragedie, per esempio, sono giunte in parte già a partire dalla tarda

Antichità quando selezionarono le opere considerate genuine, e poi con l’interesse che col tempo si

è sempre più sviluppato nel corso del tempo per certe opere rispetto che per altre.

Certe volte, come nel caso di Francesco Petrarca o Angelo Poliziano, è possibile riconoscere la

mano dell’autore che ha corredato il commento, aprendo uno spiraglio quindi su chi ha posseduto

quel manoscritto.]

La descrizione del codice è necessariamente una comune considerazione di tutti gli aspetti del

manoscritto, perché tutti quanti dicono qualcosa: fanno tutti capire poi meglio il manoscritto, chi

l’ha fatto e perché l’ha fatto, etc.; chi descrive il manoscritto, generalmente è uno studioso di testi,

un letterato/filologo.

Il codice è un insieme di fatti materiali e di fatti storico-materiali, e uno degli elementi portanti della

materialità del codice (oltre alla scrittura e alla decorazione -che possono servire per localizzare il

manoscritto, per capire in quale corrente stilistica e in quale periodo è stato ricopiato-) che serve per

capire com’è stato messo assieme tale codice è sicuramente la fascicolazione: come un libro

moderno, si vedrà che la compagine, il blocco, del manoscritto è costituita da una serie di fogli non

messi uno dietro l’altro, ma uno dentro l’altro, a formare un certo fascicolo; a seconda di quanti

uno dentro l’altro,

fogli si inseriscano si va a formare un determinato tipo di fascicolo cucendo i

fogli con ago e filo (oggi invece è tutto fatto a macchina). Per capire come eseguire questo

procedimento, s’immagini un foglio che viene piegato: questo prende il nome di bifolio, due di

questi prendono il nome di «binione», tre «ternione», quattro «quaternione»/«quaderno» (la forma

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

standard, il fascicolo tipico su cui si scrive), cinque «quinione», e così via; andando avanti si

normalmente nell’Antichità e nell’Alto Medioevo, la prassi

preferisce dire «fascicolo di X fogli»:

andava dal ternione al senione (anche per motivi materiali), e poi col libro a stampa la quantità di

fogli inseribili in un fascicolo aumenta arrivando anche ad una ventina.

L’impaginazione e la collocazione dei fogli vanno di pari passo con la copiatura del testo: in un

binione, per esempio, si copia la parte sinistra del primo bifolio e poi si passa alla parte sinistra del

secondo bifolio. Per capire quale fascicolo si stia prendendo in considerazione, bisogna sfogliare le

pagine finché non si trova il filo, che sta sempre al centro.

Alle volte può essere che manchi anche un foglio del fascicolo: in tal caso, lo si capisce perché il

bifolio che faceva da pendant al mancante ha un centimetro in più dalla parte mancante, in modo

tale che il filo non andasse via.

30/9/2013

Il cómpito di chi analizza la fascicolazione è quello di dare come risultato la composizione,

fascicolo per fascicolo, stabilendo per ciascuno la consistenza e le eventuali perdite/aggiunte di

fogli: per farlo, ci si serve, come linea guida, del centro del fascicolo, quindi il filo che a metà del

fascicolo viene passato per reggerlo; lo scopo è quello di rendere conto il più fedelmente possibile

del codice. dalla fine dell’Ottocento si è iniziato ad occuparsi

Per spiegare questo vi sono poi svariati sistemi:

della fascicolazione più da vicino, capendo che è la base della struttura del codice; a fine Ottocento

la fascicolazione veniva spiegata a parole: il catalogatore diceva quanti sono i fascicoli e di che tipo

sono, e poi successivamente si sono introdotti dei sistemi numerici che rendono più

immediatamente comprensibile la fascicolazione stessa. Oggi, infatti, si preferisce una serie di

la fascicolazione stessa: c’è un

sistemi numerici che hanno il pregio di rendere più visiva/visibile

il numero dei fascicoli all’interno

primo numero che sta ad indicare della sequenza dei fascicoli del

codice, mentre il secondo numero indica il tipo di fascicolo (ternione, quaternione, etc.): per dire

che dieci fascicoli sono dei quinioni, per esempio, si può trovare scritto «10x10» (in questo caso il

secondo numero indica le pagine del fascicolo -va diviso per due-), «10x5» (in questo caso il

(l’esponente viene usato per indicare il tipo di

V

secondo numero indica il tipo di fascicolo), «10 »

fascicolo -ma si può anche trovare il numero dei fogli-, ma non è molto comodo).

Il caso in cui vi siano diverse tipologie di fascicolo complica la situazione e conseguentemente la

di sistemazione numerica diventa un po’ più complessa,

modalità perché bisogna comunque cercare

di creare un sistema che sia leggibile; alcuni adottano il sistema del «fascicolo per fascicolo» (un

fascicolo, cioè, contiene un certo numero di fogli, un altro fascicolo contiene un diverso numero di

fogli rispetto al precedente, e così via), ma poi in questo marasma a volte troppi numeri cominciano

a dare confusione: allora si raggruppano i fascicoli omogenei che si succedono/raggruppano uno

dietro l’altro; all’intero

in questo modo non si ha immediatamente visibile la posizione del codice

ad un’esigenza di chiarezza e di riscontro immediato,

tuttavia: allora, per venire incontro alcuni

catalogatori mettono dietro ad ogni tipologia di fascicolo il numero del foglio dove si è arrivati a

contare; per esempio, nel caso di un ternione si specifica che si è arrivati a contare il sesto foglio, e

per un eventuale quaternione successivo si arriva a contare il foglio quattordicesimo: lo scopo è

praticamente l’inizio

rendere più plastico il controllo. Può essere quindi utile segnalare e la fine

della foliazione.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296


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DETTAGLI
Esame: Codicologia
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alberto.longhi55 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Codicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Eleuteri Paolo.

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