Archeologia e antropologia nel mondo americano
Davide Domenici
Dipartimento di Paleografia e Medievistica, Università di Bologna
Proporre qualche cenno storico sulla relazione intercorsa tra le discipline dell’antropologia e
dell’archeologia nel mondo scientifico americano può forse essere utile ai fini di una più ampia
riflessione sull’interdisciplinarietà nell’antropologia contemporanea. La scelta di limitare l’oggetto
del presente lavoro al mondo americano è dettata da due ragioni: la prima, puramente contingente,
dipende dalle competenze specifiche di chi scrive, archeologo americanista; la seconda, invece, è di
carattere più generale e deriva dal fatto che, a differenza di quanto è accaduto in Europa, proprio
nella locale tradizione antropologica l’archeologia americana ha sempre trovato la sua collocazione
istituzionale, essendo considerata una disciplina “contigua” a quella dell’antropologia culturale.
Non è un caso che nelle prime righe di quello che è forse il più celebre saggio statunitense di teoria
archeologica si affermasse esplicitamente che “L’archeologia americana ha una relazione
particolarmente stretta e, per quel che riguarda la teoria, di dipendenza nei confronti
1
dell’antropologia”. Questa stretta relazione è peraltro evidente anche nella struttura di molti
dipartimenti universitari statunitensi e latinoamericani dove spesso gli antropologi culturali
convivono – non sempre di buon grado, bisogna ammetterlo – con archeologi e linguisti.
L’esigenza di una simile contiguità disciplinare, al di là degli assunti teorici delle diverse scuole
archeologiche e antropologiche succedutesi in terra americana, può essere fatta risalire in gran parte
all’urgenza del cosiddetto “problema indiano” e cioè alla presenza in tutto il continente di gruppi
indigeni contemporanei la cui relazione con le locali vestigia archeologiche è da lungo tempo
oggetto di dibattiti, polemiche e rivendicazioni. Sin da quando il non ancora presidente degli Stati
Uniti Thomas Jefferson grazie a quello che è considerato il primo scavo “scientifico” della storia
dell’archeologia, da lui realizzato nel 1784 in un mound della Virginia sostenne che i monticoli in
terra che punteggiano il Sudest statunitense dovevano essere attribuiti agli antenati dei gruppi
indiani moderni, il problema della relazione tra vestigia archeologiche e gruppi nativi moderni si è
2
imposto prepotentemente all’attenzione degli antropologi americani.
1 Willey e Phillips 1958: 1. La traduzione, come tutte le altre contenute nel presente articolo ad eccezione di quelle
contenute in volumi di cui è riportata l’edizione italiana, è mia.
2 Il lavoro di Jefferson ebbe anche il merito di costituire una delle prime voci autorevoli contrarie al mito razzista dei
Mound Builders diffuso sin dal XVII secolo, secondo il quale le popolazioni native nordamericane dell’epoca sarebbero
state troppo “arretrate” per essere i discendenti dei costruttori degli impressionanti tumuli del Sudest statunitense,
attribuiti quindi a una ipotetica “razza” di Mound Builders che i nativi nordamericani avrebbero poi scacciato verso il
Messico (Silverberg 1974). Questo mito, che forniva peraltro una giustificazione ideologica all’esproprio delle terre da
parte dei bianchi, sopravvisse ben oltre i lavori di Jefferson e per il suo definitivo accantonamento si dovettero attendere
i lavori di John Wesley Powell e Cyrus Thomas della fine del XIX secolo. 1
3
Anche l’antropologia evoluzionista nordamericana della seconda metà del XIX secolo sostenne
spesso l’uso congiunto di dati archeologici, storici ed etnografici: lo stesso Lewis Henry Morgan si
interessò di antichità messicane, facendole oggetto di una comparazione con i dati etnografici
4
relativi alle popolazioni irochesi , mentre le attività del Bureau of American Ethnology dello
Smithsonian Institution, fondato nel 1879, furono spesso dirette alla correlazione tra dato
etnografici e dati archeologici, soprattutto nel Sudovest statunitense.
La definitiva “istituzionalizzazione” della contiguità disciplinare tra archeologia e antropologia
si ebbe comunque in seguito all’affermazione del paradigma boasiano nell’antropologia americana
a cavallo tra XIX e XX secolo. Nella concezione boasiana, infatti, l’antropologia doveva essere una
disciplina quadripartita, costituita dalle sub-discipline dell’etnologia, della linguistica,
dell’archeologia e dell’antropologia fisica. Tale convinzione si fondava su una concezione
sostanzialmente “immobilista” delle culture native da parte degli etnologi e degli archeologi
boasiani, vigente perlomeno sino alla metà del secondo decennio del ‘900: la convinzione che le
culture native fossero state soggette a un mutamento culturale estremamente limitato, oltre a far
rigettare del tutto il paradigma evoluzionista, permetteva infatti di istituire una stretta correlazione
tra dati archeologici, etnologici, linguistici e antropologico-fisici, tutti organizzati sulla base di
suddivisioni geografiche più che cronologiche. È questa la concezione che sta alla base, ad esempio,
5 , nonché dell’elaborazione
di alcuni lavori di Alfred L. Kroeber relativi agli Indiani della California
del concetto di area culturale ad opera di etnologi come Otis T. Mason e Clark Wissler (1914).
La concezione immobilista delle culture native, secondo la quale il mutamento culturale era
perlopiù attribuibile a migrazioni e diffusioni delle diverse popolazioni e dei tratti culturali ad esse
associati, rimase vigente sino alla metà del secondo decennio del secolo quando, soprattutto grazie
al costante raffinamento delle ricerche archeologiche in aree importanti come il Sudovest
statunitense, la dimensione cronologica delle culture native cominciò ad essere tenuta in maggior
considerazione. Fu lo stesso Boas a incoraggiare quindi lo sviluppo di studi archeologici che
tracciassero le sequenze culturali di ogni area e che permettessero così una dettagliata analisi storica
del mutamento culturale in aree specifiche, evitando le ampie generalizzazioni tipiche
3 L’affermazione del paradigma evoluzionista nell’archeologia americana fu particolarmente precoce, essendo segnata
dalla pubblicazione di Prehistoric man: researches into the origin of civilization in the Old and New Worlds, di Daniel
Wilson, avvenuta nel 1862.
4 Tale comparazione portò però Morgan a sottostimare la complessità delle antiche civiltà messicane, in quanto il suo
fine principale era quello di dimostrare una sostanziale similarità tra la cultura azteca e quella irochese, similarità che gli
permetteva di classificare entrambe le culture nella categoria del Middle Barbarism, a suo parere il più alto grado di
civilizzazione mai raggiunto dai popoli del Nuovo Mondo.
5 Si vedano Kroeber 1909 e 1925. Nella sua prefazione a quest’ultimo, celeberrimo, lavoro Kroeber afferma che: “Ci è
sembrato più utile stabilire la minor separazione possibile tra i dati acquisiti mediante ricerche etnologiche e
archeologiche […]. Gli oggetti scoperti nelle diverse regioni sono molto simili a quelli usati dagli Indiani recenti […].
In un’area di tale inconsueta stabilità, i dati etnologici devono essere utilizzati costantemente. Se questo è vero, una
trattazione unitaria è necessaria. Essendo molto più abbondanti i dati derivanti dagli Indiani recenti e viventi, l’unica
procedura pratica è quella di incorporare il materiale specificamente archeologico in trattazioni che sono
prevalentemente di carattere etnologico” (Kroeber 1925: vi-vii). 2
dell’antropologia evoluzionista. Uno dei metodi adottati da molti antropologi di scuola boasiana
divenne allora quello di “legare” le informazioni storiche desunte dallo studio delle tradizioni orali
delle popolazioni native – cioè quel tipo di storia che Radcliffe-Brown avrebbe causticamente
definito come “storia ipotetica dell’etnologo” – alle sequenze cronologico-tipologiche che
emergevano dall’analisi dei materiali archeologici ottenuti mediante lo scavo stratigrafico. Se dal
punto di vista degli etnologi questo metodo di analisi “a ritroso” costituiva la base di quella che si
definiva allora come historical ethnology, dal punto di vista degli archeologi la necessità di
collegamento con informazioni di carattere storico si concretizzò nell’affermarsi del cosiddetto
direct historical approach, metodo applicato a partire dagli anni 1915-1916 nel Sudovest
statunitense da ricercatori come Nels C. Nelson, Alfred V. Kidder e Alfred L. Kroeber.
Quest’ultimo rappresenta peraltro un caso esemplare della contiguità disciplinare tra etnologia,
archeologia e linguistica nel mondo americano dell’epoca, dato che oltre ad essere stato l’insigne
antropologo e linguista a tutti noto, fu anche autore di importanti e pionieristici lavori archeologici
6 , influenzando il lavoro di un gran numero di
non solo negli USA ma anche nel mondo andino
allievi. Tra questi spicca William Duncan Strong, attivo in Honduras, in Perù e negli stessi USA,
dove realizzò esemplari applicazioni del direct historical approach.
L’influenza dell’antropologia boasiana non si limitò al territorio statunitense, ma ebbe profonde
ripercussioni anche nella pratica antropologica ed archeologica dell’America Latina: proprio un
allievo di Boas alla Columbia University tra il 1909 e il 1911, il messicano Manuel Gamio, divenne
il “padre fondatore” dell’antropologia del suo paese dove – anche qualità di direttore (1911-1916)
della locale Scuola Internazionale di Archeologia ed Etnografia Americane fondata insieme allo
7 – fu non solo il principale propugnatore della ricerca etnografica sul campo e delle
stesso Boas 8
politiche indigeniste che divennero uno dei cardini dell’ideologia nazionalista messicana , ma anche
autore del primo scavo stratigrafico dell’archeologia moderna, realizzato a San Miguel Amantla
(Azcapotzalco) nel 1911, cioè alcuni anni prima che Nels C. Nelson adottasse lo stesso metodo nel
9
Sudovest statunitense.
L’assunto di base di tale impostazione teorica, e cioè l’esistenza di una qualche forma di
continuità culturale tra le popolazioni native pre-coloniali e quelle di epoca coloniale e moderna, è
rimasto da allora uno dei cardini della ricerca antropologica americana, che in molti casi ha
mantenuto un’impostazione fortemente diacronica anche dopo l’importazione del paradigma
funzionalista in terra americana, seguita allo spostamento di Radcliffe-Brown a Chicago nel 1931.
6 Kroeber 1944.
7 Godoy 1977.
8 Gamio 1916.
9 Sullo scavo di San Miguel Amantla si vedano le pubblicazioni dello stesso Gamio (1912-13) e di R.E. Adams (1960).
Sul ruolo svolto da Manuel Gamio nella nascita della moderna antropologia messicana si veda Zermeño (2002) 3
L’ambito disciplinare dove la tradizionale impostazione diacronica e storico-culturale
dell’antropologia americana trovò una durevole accettazione fu quello dell’etnostoria, una
disciplina che per esplicita affermazione di uno dei suoi più celebri esponenti, affondava le sue
radici proprio nel direct historical approach: “Una delle radici dell’etnostoria è il cosiddetto “direct
historical approach” degli archeologi nordamericani, che usano evidenze storiche per associare i siti
archeologici a gruppi tribali conosciuti, legando così i limiti superiori delle sequenze archeologiche
a dati storici ed etnografici e che combinano dati storici, archeologici ed etnografici per produrre
etnografie storiche per quei periodi archeologici recenti dai quali i mutamenti possono essere seguiti
10 . Questa impostazione metodologica è rimasta sino ad oggi
all’indietro attraverso i siti più antichi”
predominante in ambito etnostorico, dove frequente è l’uso congiunto di dati archeologici, storici ed
etnografici. Significative, ad esempio, sono le parole pronunciate da William Simmons, Presidente
della American Society for Ethnohistory, nel suo Presidential Address del 1987: “Vedo l’etnostoria
come una forma di biografia culturale che si fonda sulla maggior quantità possibile di tipi di
testimonianze – cultura materiale, archeologia, fonti visuali, documenti storici, testi nativi, folklore
e anche su precedenti etnografie – lungo un periodo di tempo tanto ampio quanto le fonti lo
11
permettano”.
Se l’ambito etnostorico ha costituito una sorta di “riserva” disciplinare dove etnologi, storici e
archeologi, in virtù della contiguità cronologica tra i loro oggetti di studio, hanno convissuto
sviluppando forme sempre più sofisticate del direct historical approach e muovendosi nell’ambito
di ricerche di carattere storico-idiografico svolte in contesti limitati e rifuggendo da più ampie
comparazioni tipiche delle prospettive esplicative, ben diversa fu invece la via intrapresa, sin dai
primi anni ‘40 da altri settori dell’antropologia e dell’archeologia americana.
Per quello che sembra uno strano caso del destino, ma che è forse il sintomo più chiaro del fatto
che alcune delle dicotomie mediante le quali siamo soliti concettualizzare i termini del dibattito
teorico in antropologia sono talvolta poco adeguate, fu proprio uno studioso formatosi nell’ambito
del direct historical approach a diventare uno dei protagonisti di quella che è stata chiamata la
“rivoluzione nomotetica” dell’antropologia americana. Julian Steward, pur rimanendo uno strenuo
12
difensore del direct historical approach , divenne infatti insieme a Lesile White uno dei
“campioni” della ripresa delle prospettive evoluzioniste che erano state bandite dall’antropologia
10 Sturtevant 1966: 9.
11 Simmons 1988: 10. Tra gli etnostorici americani più influenti e attivi nel sistematico uso congiunto di dati
etnografici, storici ed archeologici spicca Bruce Trigger, secondo il quale “è vitale comprendere non solo l’etnografia
delle società indigene al momento del contatto con gli Europei ma anche come queste società si stavano evolvendo
internamente e come rispondevano ai mutamenti di altre società native, se vogliamo comprendere le loro reazioni
iniziali al contatto europeo. Per farlo, i ritrovamenti dell’archeologia preistorica devono essere trattati come una parte
integrale della storia nativa americana, la quale deve iniziare non come convenzionalmente l’etnostoria ritiene, e cioè
poco prima o al momento del contatto con gli Europei, ma con la penetrazione dei primi popoli nativi nell’emisfero
occidentale” (Trigger 1982: 12).
12 Si veda Steward 1944. 4
americana nella lunga stagione del predominio della scuola boasiana. Il “neoevoluzionismo”
statunitense si mosse quindi nuovamente verso una prospettiva non solo diacronica ma anche
comparativa, sebbene proprio il lavoro di Steward dimostrasse come la comparazione conducesse
inevitabilmente a riconoscere non solo affinità ma anche differenze tra società collocabili a uno
stesso “st
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