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riferimento a un duplice contesto nel quale si inscrive la cultura materiale: “il sistema strutturato di

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interrelazioni funzionali e il contenuto strutturale di idee e simboli” ; se il primo è stato

adeguatamente studiato dall’archeologia processuale, è al secondo che l’archeologia contestuale o

“post processuale” rivolge la propria attenzione. Seguendo un approccio che potremmo definire

“culturalista”, secondo gli archeologi post-processuali tutti i comportamenti umani sono

culturalmente condizionati e sono quindi passibili di interpretazione solo nell’ambito di un preciso

contesto storico-culturale. Sebbene Hodder e altri archeologi inglesi e nordeuropei a lui vicini

abbiano difeso strenuamente un’idea di archeologia non dipendente dall’antropologia (“archaeology

as archaeology”) e semmai più vicina alla storia, è innegabile che l’affermazione dell’antropologia

interpretativa geertziana abbia giocato un ruolo chiave nell’elaborazione teorica delle nuove

“archeologie post-processuali”, generalmente inscrivibili nell’alveo della corrente filosofica di

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carattere ermeneutico che ebbe in Dilthey, Gadamer e Ricoeur i suoi numi tutelari. Se da questo

punto di vista, la “archeologia contestuale” di Hodder parrebbe far riferimento a un concetto di

cultura di tipo mentalistico, dal quale l’archeologia processuale era rifuggita avvicinandosi invece

alla definizione datane da Lesile White (“la cultura è il mezzo extrasomatico dell’adattamento

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umano” ), in realtà Hodder restituì alla “cultura materiale” una posizione centrale nel dibattito

teorico. Lungi dal ritenere i manufatti come semplici “riflessi” – spesso di secondo o terzo grado –

di idee che costituirebbero il vero “nucleo” della cultura, Hodder ritenne piuttosto che proprio

nell’uso degli oggetti l’uomo creasse e replicasse i proprio sistemi simbolici: gli oggetti divennero

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così dei veri e propri “simboli in azione”. Secondo Hodder la cultura materiale funziona come un

vero e proprio testo (nozione della quale Hodder, seguendo Ricoeur, sottolinea  rispetto a quella di

linguaggio  il carattere materiale e il suo duplice ruolo di oggetto e di segno ) la cui “lettura” può

immettere l’archeologo nella comprensione del contesto dei significati culturali, significati che “non

sono idee nella testa della gente […] ma concetti pubblici e sociali riprodotti nelle pratiche della

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vita quotidiana”. In queste parole possiamo intravedere non solo il debito di Hodder nei confronti

dell’antropologia interpretativa e dell’ermeneutica, ma anche quello nei confronti dell’opera di

Bourdieu (1972), il cui concetto di habitus ha avuto  e continua ad avere  un ruolo chiave nella

riflessione teorica in archeologia. Proprio nella pratica, infatti, si realizza quella mediazione tra

aspetti tecno-economici e aspetti ideologici della cultura che gli archeologi possono sperare di

32 Hodder 1992 [1986]: 149.

33 Sul debito teorico dell’archeologia contestuale nei confronti della tradizione ermeneutica si vedano Hodder 1991 e

Johnsen e Olsen 1992.

34 White 1959: 8.

35 Hodder 1982. Per una interessante riflessione sulle diverse definizioni di cultura adottate nell’archeologia americana

si veda Watson 1995.

36 Hodder 1992 [1986]: 153; si veda anche Hodder 1989. 9

“leggere” nel “testo” della cultura materiale. Nelle parole di Hodder, nella cultura materiale

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“significato e uso sono così inestricabilmente legati che è impossibile studiare l’uno senza l’altro”.

Nonostante il fatto che proprio questi elementi dell’archeologia contestuale potessero fornire la

chiave verso una possibile mediazione tra posizioni teoriche opposte, è indubbio che sin dai primi

anni ’80 il mondo archeologico si è spesso diviso nell’opposizione tra seguaci di teorie processuali,

funzionaliste, materialiste, esplicative ed “etiche” da un lato e seguaci di teorie contestuali,

idealiste, interpretative ed “emiche” dall’altro. Se dal punto di vista dell’elaborazione teorica è

innegabile che le maggiori innovazioni si siano avute sul versante storico-interpretativo, più pronto

ad esempio a farsi carico delle istanze epistemologiche avanzate dall’antropologia postmoderna

(dalle quali, com’era da aspettarsi, sono emerse le corrispondenti archeologie “postmoderne”,

“femministe”, “native”, ecc.), è altrettanto innegabile che dal punto di vista metodologico

l’archeologia interpretativa sia stata incapace di produrre innovazioni significative, tutte attuate

invece nell’ambito della tradizione archeologica processuale e della sua stretta collaborazione con le

scienze naturali e, in anni recenti, con l’informatica. L’opposizione tra le due posizioni teoriche si è

poi ulteriormente irrigidita dalla metà degli anni ’90, quando la tradizione “scientifica” ha trovato

nuova linfa grazie allo sviluppo degli approcci neo-darwinisti, particolarmente interessati a

un’analisi della cultura materiale come espressione “fenotipica” degli esseri umani e delle sue

funzioni adattive, sottoposte a meccanismi universali dell’evoluzione come sono la trasmissione e la

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selezione.

Lo scorcio del secondo millennio ha visto da più parti farsi sempre più urgente un tentativo di

mediazione tra le due posizioni teoriche opposte sulla base della dissoluzione della dicotomia

esplicativo/interpretativo così come della parallela distinzione tra scienze umane e scienze naturali.

(Cowgill 1993; Trigger 1991). I terreni su cui questa mediazione pare possibile sono essenzialmente

due e corrispondono a quelli che potrebbero essere identificati come i due simboli-chiave

dell’antropologia post-anni’80: la storia e le pratiche.

Un costante richiamo all’unità disciplinare tra archeologia, storia ed antropologia e alla

composizione delle dicotomie concettuali che hanno spesso reso difficile tale unità è costantemente

venuto dal mondo degli etnostorici americani e in particolare dall’etnostorico/archeologo Bruce

Trigger, che già nel 1980 scriveva che “In un epoca in cui i confine tra l’antropologia sociale o

etnologia e la storia stanno diventando sempre più tenui e quando molti studiosi di entrambi i campi

si percepiscono come impegnati nel raggiungimento di obbiettivi scientifici comuni, gli archeologi

non hanno più bisogno di asserire la falsa dicotomia tra storia e scienza per difendere le credenziali

37 Hodder 1989: 259.

38 Si veda, ad esempio, Lyman e O’Brien 1998. 10

39

scientifiche della loro disciplina” . E ancora, due anni più tardi: “La presa in considerazione della

dimensione storica permette una migliore comprensione della storia delle specifiche società e delle

dinamiche del mutamento culturale, e quindi delle regolarità che caratterizzano il comportamento

umano. Questo approccio oblitera non solo le distinzioni tra studi basati su dati archeologici,

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etnostorici ed etnologici ma anche la distinzione tra etnologia e storia sociale”. Secondo Trigger

una possibile mediazione tra le posizioni teoriche processuali e post-processuali potrebbe emergere

da una più approfondita considerazione del fatto che i comportamenti umani sono condizionati (e

non determinati) sia da fattori esterni (oggettivi) che da fattori interni (storico-culturali), ambiti

peraltro non del tutto scindibili già che proprio la tradizione culturale fornisce agli individui gran

parte della conoscenza necessaria per affrontare la realtà sociale ed ecologica; in altre parole, come

affermò Gordon Childe ormai molti anni orsono, gli esseri umani non si adattano al mondo come

esso è, ma piuttosto al mondo così come loro lo percepiscono. Questo significa quindi che lo

sviluppo delle metodologie scientifiche in archeologia deve essere accompagnato da una sempre più

approfondita conoscenza di tipo storico, al punto che “il rigoroso sviluppo del direct historical

approach è forse il compito più difficile e potenzialmente importante che oggi gli archeologi devono

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affrontare”.

Una simile, rinnovata, attenzione per la dimensione storica delle società umane da parte

42 ha avuto anche l’effetto di suscitare un forte interesse per i lavori di antropologia

dell’archeologia 43

storica di Marshall Sahlins che, oltre a collaborare in modo continuativo con gli archeologi , nel

suo Islands of History (1985) aveva cercato di superare la dicotomia tra ‘struttura’ ed ‘evento’ e di

fornire così una adeguata interpretazione del mutamento culturale indagando proprio l’ambito delle

pratiche culturali, luogo di mediazione tra i due termini della dicotomia.

Un forte interesse per il concetto di pratica era già evidente nell’opera di Ian Hodder che,

mutuando le impostazioni teoriche di Bourdieu (1972) e Giddens (1979), aveva visto nelle pratiche

culturali il luogo centrale della riproduzione e del mutamento culturale, sottolineando come esse

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siano almeno in parte indipendenti dai significati “parlati” : evidentemente un approccio di questo

tipo permetteva all’archeologia interpretativa di individuare un proprio campo di azione nel quale la

“lettura” dei significati culturali non implicasse un’illusoria comprensione di ciò che “è nella mente

39 Trigger 1980: 673.

40 Trigger 1982: 14. Si vedano anche Trigger 1989 e 1991.

41 Trigger 1991: 562.

42 Due esempi particolarmente significativi di uso congiunto di dati storici e archeologici in ambito mesoamericano

sono stato il Proyecto Templo Mayor di Città del Messico, diretto dal 1978 da Eduardo Matos Moctezuma e ancora oggi

attivo, e i lavori di Kent Flannery e Joyce Marcus nella valle di Oaxaca (Messico), per i quali si vedano Flannery e

Marcus 1983 e Marcus e Flannery 1994, essendo quest’ultimo una esplicita ripresa del direct historical approach,

significativamente attuata da un archeologo che era stato tra i principali protagonisti dell’archeologia processuale.

43 Sahlins ha infatti a lungo collaborato con l’archeologo P.V. Kirch nello studio delle Isole Hawaii. Cfr. Kirch e Sahlins

1992.

44 Hodder 1992 [1986]: 89-95. 11

delle persone”. Peraltro, lo studio delle pratiche culturali mediante l’analisi della cultura materiale,

conferisce all’archeologia una posizione privilegiata, proprio in virtù della discrepanza tra

comportamenti “pensati” e comportamenti “praticati”. Un concetto simile era peraltro già stato

espresso da Bruce Trigger quando aveva affermato che “Gli etnologi hanno teso a minimizzare il

valore dei dati archeologici poiché essi forniscono informazioni relative a una gamma di

comportamenti molto più limitata rispetto a quella che gli etnografi possono osservare tra le

popolazioni viventi. In particolare, l’archeologia ci informa su quel che la gente ha fatto e usato

piuttosto che su quello che ha detto e pensato. Però, nonostante le loro limitazioni, i dati

archeologici possono fornire significative quantità di informazioni su alcuni aspetti cruciali del

comportamento umano […]. Essi documentano inoltre modelli reali di comportamento piuttosto che

45 Questa distinzione tra comportamenti reali e comportamenti ideali, così come la

modelli ideali”.

posizione talvolta privilegiata dell’archeologia nell’osservazione dei primi, era già stata peraltro

dimostrata in modo eclatante da William Rathje con il suo Tucson Garbage Project, iniziato nel

1973 e poi proseguito per molti anni in diverse città americane: l’analisi “archeologica” degli

immondezzai di Tucson e la comparazione dei risultati con le dichiarazioni delle persone che

quell’immondizia avevano prodotto aveva mostrato infatti come esistesse una notevole discrepanza

tra i comportamenti descritti a voce e quelli testimoniati invece dal registro materiale, soprattutto in

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merito a comportamenti “sensibili” come il consumo di alcolici.

La centralità del concetto di pratica nella riflessione archeologica americana (e non solo) degli

ultimi anni ha inoltre trovato un interessante corrispondenza nell’opera di un antropologo

apparentemente lontano come Tim Ingold, le cui riflessioni (in particolare quelle relative al concetto

di ‘ambiente’), anch’esse in buona misura tese al superamento della dicotomia tra scienze naturali e

scienze umane, non hanno forse ancora ricevuto l’attenzione che meriterebbero da parte del mondo

archeologico americano, anche in virtù della sua concezione dell’affinità tra archeologia e

antropologia, abbastanza inconsueta per un rappresentante dell’antropologia sociale britannica: “I

nostri metodi differiscono, ma i nostri interessi per il tempo, il paesaggio e la persistenza e le

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tradizioni dei modi di vita umani sono identici”.

È quindi attorno ai concetti, non certo nuovi ma estremamente produttivi, di storia e di pratica

che si concentra la riflessione teorica dell’archeologia americana contemporanea, come evidente ad

45 Trigger 1982: 13.

46 Si veda Rathjie e Murphy 1992.

47 Ingold 2001: 45. È peraltro estremamente divertente e significativo leggere come nella formazione dell’antropologo

inglese all’Università di Cambridge abbiano giocato un ruolo chiave i testi del neo-evoluzionismo americano:

“L’antropologia culturale americana era tabù e tutto quel che sapeva di evoluzionismo era bandito dal curriculum. Un

giorno, per pura curiosità, presi in mano uno strano libretto di Marshall Sahlins e Elman Service, Evolution and Culture.

Ne fui eccitatissimo. Ma quando lo menzionai al mio tutor, mi rimproverò e mi disse che avrei fatto meglio a lasciar

stare quella roba”. Ma la messa all’indice non andò a buon fine, già che molti anni dopo, insegnando a Manchester,

Ingold si prese la rivincita: “Mi rifeci sui miei insegnanti includendo il libro che mi era stato proibito – Evolution and

Culture di Sahlins e Service – nel programma!” (Ingold 2001: 41, 44). 12

esempio in un influente articolo pubblicato da Timothy Pauketat e significativamente intitolato

“Practice and history in archaeology. An emerging paradigm” (2001), nel quale l’autore (uno dei

maggiori archeologi statunitensi), delinea gli elementi fondamentali di quello che ritiene essere il

nuovo paradigma emergente nell’archeologia americana, detto “Processualismo storico”.

Nonostante il nome infelice, si tratta di un approccio teorico di carattere essenzialmente storico-

interpretativo che ricerca il come dei processi storici piuttosto che i perché dei processi culturali,

concetto quest’ultimo rigettato con forza in quanto astratto e normativo. E secondo Pauketat, che

non a caso rimanda ai lavori di Bourdieu, Giddens e Ingold, i processi storici sono

archeologicamente comprensibili proprio mediante l’analisi delle pratiche culturali: “Al contrario

dei comportamenti, le pratiche sono, abbastanza letteralmente, l’incorporazione delle disposizioni e

48 . Nelle parole di Pauketat “Il nuovo Processualismo Storico si incentra

dell’habitus delle persone”.

sempre più attorno a una teoria della pratica […]. Le pratiche sono i processi, non semplici

conseguenze dei processi. Quindi esse generano il cambiamento. Cioè, le pratiche sono sempre

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nuove e creative”. […]. In quest’ultimo riferimento alla creatività delle pratiche culturali è

peraltro possibile vedere un riferimento all’opera di Sahlins, al quale Pauketat rimanda

esplicitamente quando afferma che le pratiche “sono aperte a circostanze, contesti e miscele di

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partecipanti potenzialmente imprevedibili” e gli effetti cumulativi delle pratiche, cioè “le creazioni

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a livello di microscale e di macroscale, sono ciò che noi tipicamente chiamiamo storia”. In questa

prospettiva, “un paradigma storico-processuale in archeologia […] indaga come il mutamento è

avvenuto – cioè come i significati o le tradizioni furono costruite e trasmesse, non necessariamente

ciò che tali tradizioni e significati erano […]. Ponendosi queste domande sul ‘come’, i tradizionali

confini tra archeologia preistorica e archeologia storica o tra antropologia e storia sono quasi

invisibili […]. In archeologia, questo significa vedere la cultura materiale stessa come

l’incorporazione o la rappresentazione attiva – intenzionale o non intenzionale – delle tradizioni

culturali. La cultura materiale, come dimensione della pratica, è essa stessa causale. La sua

produzione – sebbene dipendente dalle storie delle azioni e delle rappresentazioni – è una messa in

atto o una incorporazione delle disposizioni della gente – una negoziazione sociale – che porta con

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sé mutamenti nei significati, nelle disposizioni, nelle identità e nelle tradizioni”.

Proprio quest’ultimo riferimento al nesso tra pratiche e identità culturali e al loro mutamento nel

tempo indica forse il campo nel quale l’archeologia, americana e non solo, può contribuire al

dibattito attuale tra le molte “riaffermazioni identitarie” di carattere essenzialista e la decostruzione

48 Pauketat 2001: 80.

49 Pauketat 2001: 74.

50 Pauketat 2001: 80.

51 Pauketat 2001: 81

52 Pauketat 2001: 87-88. 13

53

del concetto stesso di identità condotta da tanta antropologia contemporanea. Ed è in questa

attività che si può forse rintracciare un nesso forte con la lunga genealogia teorico-metodologica che

abbiamo cercato qui di tracciare sinteticamente. Già molti anni orsono un archeologo come W.D.

Strong “decostruí” l’immagine consueta dell’indiano delle pianure proprio con un’indagine

archeologica che, mediante il direct historical approach, mostrò come quell’indiano fosse in gran

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parte il frutto di nuove pratiche introdotte in seguito alla colonizzazione europea; e forse non è un

caso che alcuni dei più noti testi italiani di antropologia consacrati alla critica delle concezioni

essenzialiste dell’identità culturale citino proprio un celebre passo di Ralph Linton dove l’identità

“al 100% americana” del protagonista è letteralmente decostruita mediante un’analisi delle sue

pratiche condotta con gli strumenti dell’archeologia, dell’etnologia e della linguistica storica, cioè

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proprio i vecchi strumenti dell’antropologia americana dei “good old days”.

Abbiamo visto come anche le più recenti tendenze teoriche dell’archeologia americana

concordino nel riaffermare la contiguità disciplinare tra archeologia e antropologia, se non

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addirittura la vecchia concezione quadripartita dell’antropologia. Nonostante la differenza delle

posizioni teoriche e la varietà dei temi che l’archeologia americana deve affrontare, il suo carattere

“antropologico” sembra oggi fuori discussione; non è un caso che una recente pubblicazione

dell’American Anthropological Association sia stata intitolata con l’ennesimo riferimento alla

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celebre affermazione di Philip Phillips: Archaeology Is Anthropology.

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53 Queste tematiche sono di grande attualità nella pratica archeologica americana, fortemente condizionata da eventi

come la promulgazione, avvenuta nel 1990, del Native American Graves Protection and Repatriation Act (NAGPRA)

che impone alle istituzioni statunitensi la restituzione di manufatti e resti umani ai rispettivi gruppi indigeni.

Ovviamente, la valutazione dell’appartenenza o meno di certi manufatti o resti umani a una specifica “tradizione

culturale” è altamente problematica, come chiaramente mostrato dal recente caso dell’Uomo di Kennewick, uno

scheletro di 7000 anni di età i cui resti sono stati rivendicati da ben cinque gruppi nativi. È significativo che il rifiuto

degli archeologi alla restituzione dei resti, basato anche su una sentenza di una Corte d’Appello del 2004, si sia spesso

fondato sul carattere “caucasoide” dello scheletro e quindi su una concezione dell’identità culturale tanto essenzialista

quanto quella sostenuta dai gruppi nativi. Sul caso dell’Uomo di Kennewick si veda Thomas 2000. L’attualità di queste

tematiche è dimostrata dal fatto che proprio a D.H. Thomas è stata affidata la Distinguished Lecture in Archaeology nel

meeting della American Anthropological Association del 2006.

54 Strong 1940.

55 Si vedano Fabietti 1995: 22-23 e Aime 2004: 25-26. Il passo di Ralph Linton, un antropologo dotato di una lunga

esperienza archeologica, è tratto da Linton 1973 [1936]: 359-360.

56 A fronte di coloro che, come Robert Borofsky, hanno sostenuto che la concezione quadripartita dell’antropologia è

sempre stata null’altro che “un mito”, importanti archeologi come William Longacre hanno recentemente sostenuto il

contrario. Si vedano, a questo proposito, Nichols, Joyce e Gillespie 2003a e 2003b; Givens e Skomal 1992 e 1993.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Civiltà indigene d'America sull'archeologia e l'antropologia nel mondo americano con analisi dei seguenti argomenti: la relazione intercorsa tra le discipline dell’antropologia e dell’archeologia nel mondo scientifico americano, l’antropologia evoluzionista nordamericana della seconda metà del XIX secolo, il Bureau of American Ethnology, il direct historical approach, Gordon Willey.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Civiltà indigene d'America e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Domenici Davide.

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