Capitolo 1 – Parole illuminanti
La luce può essere definita come lunghezza d'onda, energia radiante, fenomeno fisico, ma anche il mezzo di trasporto della nostra fantasia. La luce disegna il carattere delle cose, delle persone, degli oggetti che incontra. Sa descrivere con irrealistico realismo e puntigliosa precisione. Attraversa i nostri sentimenti modellandoli con sfumature di diversa intensità, con una forte carica di avventura e immaginazione. È dotata di un magico potere d'attrazione e coinvolgimento, la luce è misteriosa natura astratta e rarefatta, ma immediatamente percepibile. Sua è la capacità di farsi interprete e creatrice di tocchi ed accenti personali e di essere fortemente protagonista, assumendo nel suo divenire, toccando oggetti, luoghi e cose, una forte carica di radicalità e di rappresentazione. È un impareggiabile elemento di décor tout court.
Jean Cocteau, regista e sceneggiatore francese, usava dire: "Sono una menzogna che dice sempre la verità." Ciò potrebbe valere anche per la luce, che sa calamitare di continuo la nostra attenzione mettendoci in relazione con quanto si trova davanti al nostro sguardo e coglierlo, restituendo il vero o la nostra rappresentazione del vero, suscitando sorprese e sensazioni forti.
La luce sa creare un telaio invisibile che incornicia scorci, percorsi dello sguardo e dell'anima. Sa metabolizzare, integrandole, percezioni e suggestioni estetiche diverse tra loro. Bella, simulatrice, disposta a tutto, ha la capacità di soddisfare molte richieste adattandosi ad ogni bisogno: sa mutare configurazione, quantità e qualità offrendo una gamma di prestazioni sorprendenti per varietà e capacità mimetiche.
L'architetto Hans Hollein sostiene: "L'illuminazione è uno degli elementi più competitivi ed connotativi che investono il nostro sguardo, perciò è fondamentale come la si progetta, la si usa, perché possa conferire ai luoghi toccati un'identità ed un accento forte di energia. La luce deve lasciar trasparire individualità, deve essere un elemento forte di riconoscimento."
Con la complicità della luce il paesaggio urbano finisce per interagire da vicino con le raffigurazioni cinematografiche, i generi ed i cicli cinematografici sono indissolubilmente legati ai luoghi e perfino ai mezzi di trasporto. La ferrovia ed il paesaggio aperto hanno modellato il western, lo spazio cosmico ha definito il campo della fantascienza, l'automobile ha determinato il road movie, e la casa il confine del melodramma.
La luce è incorporea ed essenziale, plasma lo spazio, la forma e la personalità delle cose, ne costruisce la linearità, i volumi ed i confini, crea atmosfere rigorose, rasserenanti e contemplative. È l'elemento quotidiano che condiziona il nostro stato d'animo. Una luce forte e contrastata crea stimolo ed oniriche atmosfere; una luce bassa ed ovattata induce alla calma ed alla riflessione. L'oscurità crea stati di confusione, angoscia, paura. Illuminare significa rischiarare, allargare; oscurare significa ottenebrare, omettere, rimpicciolire.
La luce sa restringere o allargare le descrizioni dei luoghi, indulgendo sull'analisi psicologica, mescolando e manipolando astutamente il bene ed il male con l'intreccio, la verità, l'artificio e l'illusione. La luce favorisce il fluire delle emozioni, le esigenze d'attenzione e concentrazione, suggerisce la narrazione visiva, crea l'universo dell'immaginario, è un mezzo per mettere in evidenza la scrittura. Si presenta come tentativo di verità o perfetta menzogna.
Ogni corpo illuminante genera una luce che ha qualità, natura e particolarità diverse, ma anche un modo ed un'efficacia sempre personali sia nei valori espressivi che in quelli tecnici. È anticipatrice di tendenze divenendo still life o raffinata lettura fotografica. È elegante di canali espressivi diversi, amplia i confini espressivi dell'arte, confrontandosi con tutto ciò che è cultura nel senso più ampio del termine. È ricca di simbologia e ambigua identità, aiuta a riconoscere e tracciare i percorsi, le penetrazioni, le traiettorie e gli itinerari e gli intrecci dello sguardo.
È il condimento scenografico, è per eccellenza la materia dei sogni del cinema. La luce è contrasto e ricerca tra l'essenzialità ed il gusto dei colori; sottolinea la purezza delle linee e dei volumi, cercando di rendere materico, percepibile, fisico, quanto di per sé non lo è. Luce e colore diventano vocabolario e linguaggio contemporaneo delle forme, "luce, colore, significato, non esistono isolatamente, essi modificano gli oggetti o da essi sono manifestati; con la luce e col colore si ha, in ogni caso, il riconoscimento di un significato più alto."
La luce sa raccontare con pudore ed intensità ciò che ci circonda, lasciando in ombra tutto il resto. Da una parte, l'illuminazione naturale è il materiale del progetto architettonico del quotidiano, mentre l'illuminazione artificiale caratterizza gli spazi in cui è impiegata, consentendo di sviluppare illuminazioni armoniose e dinamiche ed atmosfere funzionali, personalizzate e decorative, suggerendo stimoli e motivazioni.
La luce dipinge e scolpisce l'ambiente che incontra, crea atmosfere scenografiche di forte impatto visivo ed emotivo. Esempi di progetti di luce, innovazioni tecniche e soluzioni puntuali sono presenti grazie all'intuizione e alla sperimentazione di due cinematographer in particolare: Paul Cameron e Dion Beebe, nelle immagini del film di Micheal Mann, Collateral 2004.
La luce vuole essere compresa, assecondata, valorizzata, interpretata, per evidenziare il meglio di sé in un film. È l'elemento non tecnico che più influisce nella realizzazione e nella riuscita di un'immagine: la luce sa emozionare, comunicare, sorprendere, affascinare, sa essere satura e leggera, umida e palpabile, spesso ci fa pensare e meditare, crea illusioni, suggerisce il ricordo. Pertanto è conoscenza, emozione e significato.
La luce è una grande banca di dati ed un grande atelier multiplo, cromatico, profumato, cangiante, luminoso e variabile, modifica lo spazio, crea la possibilità dei riflessi; studia gli accostamenti dei colori; prevede e armonizza in anticipo il loro variare secondo il variare delle stagioni. Se una luce non è in grado di trasmettere emozioni, probabilmente stiamo agendo solo sulla quantità, e non sulla sua intensità qualitativa ed emozionale. La luce è l'embrione da cui si sviluppano le sensazioni.
La luce a cavallo o magic hour è il momento del repentino passaggio della luce dal tramonto all'imbrunire, istanti magici ed atmosfere di forte impatto visivo. Una luce giusta sa suggerire un gioco di riflessi, oppure nascondere, smussare gli angoli di un luogo o un oggetto; vaga su superfici traslucide e opache, diventandone segno forte attraverso il linguaggio del colore e delle forme.
A volte la luce si presenta come una rassicurante penombra o si trasforma in una trappola. Una luce può essere benevola, complice, selettiva, bruciante, brutale, riverberata, algida, chirurgica, radiosa, discreta, intima, semplice, viva, plastica, nervosa, seducente, avvolgente, emozionante, sorprendente, tremenda, smisurata, protagonista di armonie e stili diversi. Esalta i colori o li cancella, riassume una sensazione, un'emozione, un attimo, un giorno. In realtà la luce non illumina, ma racconta e disegna metafore, dà forma alla scena per la commedia generale della vita.
La luce ed il suo alter ego, l'illuminazione, sono strumenti di seduzione visiva che favoriscono il fluire delle emozioni e le esigenze d'attenzione; rendono visibile il soggetto rilevandone volume e profondità; determinano l'atmosfera dell'immagine e creano schemi di chiaro e scuro attraverso atmosfere normali, insolite e fantastiche. Nel cinema l'impiego della luce, canone estetico per eccellenza, si sviluppa attraverso un processo che ha varie fasi: non è importante la luce in sé, ma la rappresentazione che se ne fa attraverso il medium.
- Luminosità (intensità)
- Colore
- Contrasto
- Direzione
- Ombra
L'insieme, la collaborazione e la coesione di tutti questi fattori produrranno diverse "forme luce": radiante, diretta, diffusa, senza ombre, riflessa, polarizzata, filtrata, naturale, artificiale, continua, intermittente, da sorgenti puntiformi, da sorgenti estese, modellando, separando e addolcendo le ombre.
Capitolo 2 – La luce e i suoi linguaggi
La luminosità è la qualità più evidente: influisce sull'atmosfera dell'immagine, determina il valore d'esposizione e la conseguente scelta del diaframma più indicato, ha il ruolo di far vedere, ma soprattutto di far provare. In una messa in scena, la luce può essere di volta in volta barocca o minimalista, entrambe espressioni gemelle di un'identica cultura dell'eccesso, incentrata sull'esibizione. A prima vista, chi sceglie il barocco mette in mostra, mentre chi sceglie il minimalismo nasconde. In realtà il minimalista mette in scena proprio la sua volontà di sottrarre e di nascondere. Nel primo c'è l'esibizione dell'eccesso, nel secondo l'esibizione della negazione dell'eccesso.
Una luce barocca obbedisce ad una dinamica di moltiplicazione degli spazi di luce, d'atmosfera e d'accenti, sottolineando l'eccesso o la stravaganza, l'artificio, la sua plasticità e la sua teatralità. La luce minimalista, al contrario, si percepisce come centro di significati, ha bisogno di spazi vuoti in cui espandersi per rinforzare il suo significato ed occuparlo quasi in esclusiva.
Il colore è l'interprete principale della luce ed è l'elemento che meglio armonizza tutte le sue tonalità e sfumature. Il cinematographer ricerca la costruzione della luce nell'immagine attraverso sensazioni dichiarate o no di colore. Il colore è luce, magia, sensazione, azione, passione, messaggio subliminale; è lucido, cristallino, gelido, opaco, suggerisce ordine e spiritualità. Può essere sfumato, intimo, delicato, psichedelico, invisibile: c'è uno stretto legame tra umore e colore.
Una gamma cromatica giusta è parte integrante nel decretare il successo di oggetti di consumo, abiti e quant'altro. Lo usiamo per identificare oggetti, stati d'animo; è un codice della nostra vita quotidiana: "come le proporzioni o la prospettiva, i colori possono ben essere categorie formali che la mente elabora per rendere la visione del mondo conforme al proprio ordine interno".
Il colore è un pigmento, ma anche il colore di un pigmento, è il colore della luce che esso riflette. Ogni volta che vediamo un colore in realtà vediamo la luce colorata, perché i pigmenti hanno la proprietà di assorbire certe lunghezze d'onda della luce incidente e rifletterne altre verso i nostri occhi.
Il colore classifica, distingue, gerarchizza: è un codice cromatico, ideologico, simbolico, di rappresentazione. Esso indirizza lo sguardo e spesso lo rende più pertinente. Può essere intenso, vivace, aggressivo, artificiale, illusorio, cupo, umorale; è energia e ispirazione. È un segno distintivo, un emblema oppure un marchio infamante; ha valore etico ed estetico, dogmatico e religioso.
È la percezione cromatica soggettiva che aiuta il cinematographer o il pittore a sollecitare chi guarda e lo spettatore a percepire. Attraverso lo stimolo della visione, il colore diventa ed assume valore figurativo, compositivo e drammaturgico. La luce è la regia, i colori sono i primi attori. "È la società che fa il colore, gli attribuisce una definizione e un significato, che costruisce i suoi codici e valori." Prestare attenzione al colore equivale a prestare attenzione ai limiti del linguaggio.
Il cinematographer ha due possibilità di utilizzo della luce e del colore: la prima è fornita dalla natura, che crea l'illuminazione ambientale; la seconda è la buona conoscenza degli effetti della luce naturale ed artificiale per la sua traduzione e realizzazione di e in immagini. Egli ha a che fare con due sistemi ben distinti di colore: uno fornito dalla natura, l'altro richiesto dall'artificio; il colore percepito e il colore pittorico.
Nel film Marnie – Alfred Hitchcock, 1964 – i colori rosso e giallo sottolineano fortemente la narrazione. C'è sempre un film o una sequenza che esemplifica attraverso luce, colore ed immagini, ciò che altri linguaggi rendono ostico. Parliamo del repentino mutamento di colore dei capelli della protagonista, che passa dal castano al biondo. All'interno della simbologia di questo colore, molto nel film prende a declinarsi nelle sue intenzioni narrative.
Il film si apre con un primo piano su una borsa gialla. L'allargarsi dell'inquadratura rivela la figura di una donna bruna vestita di scuro, che si allontana con la borsa su un marciapiede di una stazione. La tinta nera dei capelli va immediatamente giù per il lavandino, per lasciar posto al biondo; da qui in avanti appariranno spesso taxi gialli, matite gialle, cuscini, mazzi di fiori gialli. Ogni evento giallo avrà il valore di un colpo di gong: un avvertimento che qualcosa sta per accadere.
Invece il bianco e nero ha offerto e continua ad offrire golosi menù visivi alle storie cinematografiche, dove non c'è solo il colore ad allietare l'occhio, ma anche il b/n, suadente stimolo per la percezione dell'immaginario cinematografico passato e futuro.
In Schindler's List – Steven Spielberg, 1993 - il rosso è il protagonista di alcune sequenze intrise di significati espliciti e subliminali. È un colore dall'inequivocabile segno di presenza, ma mai come in questo caso d'assenza d'attenzione da parte del mondo intero, che sapeva o immaginava ciò che stava accadendo. Ma pur con un colore acceso che rimanda al sangue, tutti cercavano di nascondere quel valore politico, emozionale e di denuncia trascinato nel film da una spaurita bambina con il suo cappotto rosso. Rosso è il sangue ed il coraggio, la consapevolezza e l'inconsapevolezza che soggiorna nelle arterie e nel cuore della bimba. Un rosso che rimanda all'inferno che un popolo sta vivendo e subendo, dove tutti sapevano ma pochi volevano vedere. Il rosso è il chiaro segnale di un pericolo. Spielberg punta sul rosso per dare uno scossone allo sguardo dormiente e sonnecchiante.
Nel film La giusta distanza – Carlo Mazzacurati, 2007 – il regista adotta il rosso e ne fa sfoggio per favorire l'eccitazione e la diversità. Rosso, colore che mette in guardia, che risveglia l'attenzione, che attizza sguardi d'uomini e tutte le non caste considerazioni che li accompagnano, favorendo l'ingresso dello sguardo in un dettaglio non tanto subliminale o immaginario. Il colore è sintetizzato e stretto all'interno della focale scelta, facendoci percepire di essere il fulcro della scena, dove la parola è appena presente.
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