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Cicerone. La vita e le opere. [es. di Civiltà Latina]

Riassunto esame di civiltà latina, basato su appunti personali e studio autonomo della dispensa consigliata dal professore Crocella Aldo. L'argomento trattato è Cicerone. Università degli Studi della Basilicata - Unibas. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Civiltà latina docente Prof. A. Crocella

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nell’interesse della causa. Grazie alla chiarezza espositiva,alla competenza giuridica e

all’eccezionale abilità dialettica, che gli permette di argomentare con logica serrata e stringente,

egli assolve egregiamente le tre funzioni che nelle opere retoriche assegna all’oratore:

Docere: informare chiaramente e dimostrare la sua tesi nel modo più convincente dal punto

 di vista razionale;

Delcatare: dilettare il pubblico, ricorrendo alle doti di narratore vivacissimo e di ritrattista

 psicologicamente acuto e penetrante, all’arguzia e all’ironia;

Movere o flectere: trascinare gli uditori al consenso suscitando commozione, sdegno, ira,

 compassione, ricorrendo agli effetti “patetici”” in particolare nelle perorazioni, dove possono

svolgere un ruolo decisivo per l’esito della causa.

Duttilità stilistica e concinnitas Lo stile di Cicerone oratore è estremamente vario, duttile,

multiforme: tende alla solennità e alla magniloquenza, sconfinando talora nella ridondanza e

nell’ampollosità, ma è capace anche, all’occorrenza, di brevità, stringatezza, essenzialità. I più

tipici procedimenti stilistici ciceroniani si attuano prevalentemente nell’ambito dell’organizzazione

sintattica del discorso, cioè nella disposizione delle parole nella frase e delle frasi del periodo,

articolato in modo complesso, con abbondanza di proposizioni subordinate, ed è costituito

secondo criteri di coesione e do compattezza, su una rete di corrispondenze equilibrate e

simmetriche: è la concinnitas, ottenuta con il parallelismo e l’equivalenza fonico-ritmica dei

membri, con l’abbondanza dei nessi sinonimici e con tutte le figure della ripetizione.

Le opere retoriche

3.

Cicerone trattò la retorica la scienza e la tecnica di persuasione in numerose opere, scritte in

periodi diversi della sua vita. Illustreremo le principali: De oratore, Brutus e Orator.

Il De oratore Il De oratore, in tre libri, fu composto nel 55 a.C. ed è un dialogo di tipo platonico-

aristotelico: un’opera, cioè, in cui l’autore affida il compito di trattare l’argomento a vari

interlocutore, inseriti in una “cornice drammatica”, ossia presentati in uno scenario fittizio, ma

storicamente definito

Il perfetto oratore Nel I libro Cicerone, per bocca di Lucio Licinio Crasso, uno dei personaggi del

dialogo, espone e sviluppa ampiamente la tesi di fondo dell’opera, enunciata fin dalla prefazione.

Cicerone prende posizione contro la concezione tecnicista di questi retori greci che pretendono di

formare il perfetto oratore solo per mezzo di regole e di esercizi, ma anche quella che siano

sufficienti le doti naturali. Egli afferma l’ideale di un oratore impegnato a fondo nella vita pubblica,

ma fornito al tempo stesso di una ricchissima cultura che gli consenta di parlare con competenza

ed efficacia su qualsiasi argomento. Cicerone afferma la necessità e l’importanza per l’oratore di

una buona cultura filosofica, subordina sostanzialmente anche la filosofia e l’eloquenza, vista

come facoltà e capacità che abbraccia ogni competenza e ogni dottrina.

Le parti della retorica Nel II libro si passa alla trattazione delle “parti” della retorica: l’inventio (la

ricerca degli elementi da svolgere), la dispositio (l’ordine secondo cui essi devono essere disposti

nel discorso) e la memoria (le tecniche per memorizzare). La parte relativa all’inventio contiene un

interessante excursus, sul comico e sui suoi meccanismi. Il III libro svolge i precetti relativi

all’elocutio, cioè allo stile e presenta un’ampia e particolareggiata esposizione delle figure

retoriche. I capitolo finali sono dedicati alla quinta e ultima “parte” della retorica, l’actio, cioè il modo

in cui l’oratore deve “porgere” il discorso (dizione, tono della voce, gesti).

Un modello di stile Il De oratore scritto con maggior cura formale: l’autore ha voluto dare, anche

sotto questo aspetto, n esempio della grande eloquenza che è l’oggetto della sua trattazione. Per

questi suoi pregi artistici l’opera è stata utilizzata per secoli come modello per eccellenza e dunque

di perfetto stile latino. Nove anni dopo, sotto la dittatura di Cesare, Cicerone riprese gli argomenti

del De oratore in altre due opere, il Brutus e l’ Orator, composte entrambe nel 46 a.C.

Il Brutus: una storia dell’eloquenza romana Il Brutus in forma di dialogo, ha come interlocutore

Cicerone stesso, che svolge in prima persona il discorso principale, e gli amici Attico e Marco

Giunio Bruto, a cui l’opera è intitolata e dedicata. Dopo un sintetico excursus sull’oratoria greca,

Cicerone sviluppa una grandiosa storia di quella romana, illustrando le caratteristiche di circa

duecento oratori. Nell’ultima parte del dialogo l’autore rievoca gli inizi della propria carriera oratoria,

e presenta implicitamente se stesso come punto d’arrivo di un luogo e faticoso processo di

affinamento e perfezionamento come meta e culmine di un ‘evoluzione secolare. Cicerone fa

questo in un momento in cui non solo non è più il principe del Foro, ma in cui si sta anche

affermando, specialmente tra i giovani, il neoatticismo, cioè la preferenza per un modo di

esprimersi molto diverso dal suo, assai più semplice ed essenziale, meno artificioso e

magniloquente.

L’Orator: la teoria dello stile oratorio Ancora a Bruto è dedicato l’ Orator, che non è un dialogo

ma un’esposizione continuata, fatta in prima persona dall’autore. Vi è ripresa la teoria dello stile

oratorio già svolta nel III libro del De oratore. Le parti più nuovi e interessanti sono l’illustrazione

delle differenze tra lo stile oratorio e quello dei filosofi, degli storici e dei poeti; la distinzione dei tre

stili: umile, medio e sublime; l’ampia trattazione della prosa ritmica, con particolare riguardo alle

clausole, ossia alle sequenze prosodiche che è consigliabile adottare di preferenza nella chiusa

dei periodi e delle frasi.

Le opere politiche

4.

Nel 54 a.C Cicerone compose un’opera vasta e ambiziosa di filosofia politica in cui discusse, alla

luce del pensiero filosofico greco, ma con notevolissimi apporti personale, i problemi che più gli

stavano a cure: l’organizzazione dello Stato, la miglior forma di governo, le istituzioni politiche

romane.

Il De republica Il De republica è un dialogo di sei libri, che si ispira fin dal titolo alla famosa opera

di Platone chiamata correntemente Repubblica. Cicerone, con il pragmatismo che lo

contraddistingue, non si propose di delineare, come aveva fatto il filosofo greco, la forma perfetta

di uno Stato ideale, bensì di affrontare i problemi politico-istituzionali concretamente e

storicamente, ponendosi da un punto di vista specificamente romano. Protagonista del dialogo è

Publio Cornelio Scipione Emiliano, l’uomo politico più ammirato da Cicerone, che proiettò su di lui,

in questa e in altre opera, i propri valori e le proprie aspirazioni.

Il contenuto del’opera Nel I libro Scipione dà la sua definizione dello Stato: esso è “cosa del

popolo” e il popolo viene definito “l’aggregazione di un gruppo di persone unite da un accordo sui

reciproci diritti e da interessi comuni”. Presenta poi e discute le tre forme di governo, monarchia,

aristocrazia, democraia e le loro rispettive degenerazioni, tirannide, oligarchia, demagogia. Dopo

aver affermato il primato della monarchia su altre forme di costituzione semplici, Scipione sostiene

che la costituzione migliore di tutte è quella “mista”: esempio eccellente è la forma di governo

romana, il cui potere monarchico è rappresentato da consoli, quello aristocratico dal Senato, quello

democratico dal popolo. Nel II libro sono delineati l’origine e gli sviluppi della Stato romano, da

Romolo ai tempi recenti. Il III libro trattava della virtù politica per eccellenza, la giustizia. Il libro IV,

dedicato alla formazione del buon cittadino, e il V, in cui era delineata la figura del governatore

perfetto.

Il Sommium Scipionis Del libro IV si conserva solo il finale, ossia il Sommium Scipionis. Scipione

Emiliano vi racconta un sogno in cui gli era apparso l’avo adottivo, Scipione l’Africano; questi, dopo

avergli predetto le future imprese gloriose e la morte prematura, gli aveva mostrato lo spettacolo

grandioso delle sfere celesti, rivelandogli che l’immortalità e una dimora in cielo, nella via Lattea,

sono il premio riservato dagli Dei alle anime dei grandi uomini politici, benefattori della patria.

Il De legibus: una storia delle istituzioni romane L’altro trattato di politica, composto nel 52-51

a.C. e intitolato De legibus, doveva essere un complemento del De republica. Si conservano tre

libri, ma l’opera doveva essere più ampia. Gli interlocutori del dialogo cono Cicerone stesso, suo

fratello Quinti e l’amico Attico. Vengon illustrate l’origine naturale del diritto e le sue forme; si

passa poi all’esame e al commento di numerosissime leggi romane, per cui l’opera viene a essere

un vero e proprio trattato di storia delle istituzioni e del diritto pubblico, civile e religioso di Roma.

La difesa della res publica oligarchica Si affiancherà più tardi il De officiis trattato filosofico con

forti implicazioni politiche. Queste tre opere, pur molto diverse nella struttura e negli argomenti,

sono accumunate dall’intento dell’autore di utilizzare gli strumenti concettuali offerti dalla filosofia

greca per sostenere e difendere strenuamente le istituzioni della res publica oligarchia contro le

spinte, ormai inarrestabili, di quella “rivoluzione romana” che avrebbe portato, di lì a poco,

all’instaurazione del regime imperiale.

Le opere filosofiche

5.

I dialoghi e i trattati

Il periodo di composizione Cicerone si dedicò alla stesura di opere filosofiche negli ultimi anni

della sua esistenza, quando fu costretto a ritirarsi quesi completamente dalla vita politica. È

l’autore stesso, a dire, che l’attività letteraria in campo filosofico, oltre a riempire il vuoto di una vita

prima operosissima, dà la possibilità di giovare ancora ai concittadini, mettendo a loro disposizione

in lingua latina il grande patrimonio filosofico greco, che i Romani potranno accostare per la prima

volta in forme degni di contenuti così elevati.

La consolatio e l’Hortensius Le prime due opere in ordine di tempo furono una Consolatio a se

stesso, scritta in occasione della morte della figlia Tullia, e un dialogo, Hortensius, che era un

“protrettico”, ossia un’esortazione alla filosofia. Di entrambe queste opere si conservano solo

frammenti.

Il problema della conoscenza: Academici Cicerone affrontò poi un problema, quello della

conoscenza, in un dialogo intitolato Academici o Academica, di cui restano due libri. Il libro deriva

dal fatto che l’autore aderisce alla posizione della scuola accademica: è una posizione

“probabilistica”, secondo cui non esiste un criterio oggettivo per distinguere con certezza assoluta

tra ciò che è vero e ciò che è falso, ma è possibile avvicinarsi alla verità attenendosi a ciò che

appare “probabile”, cioè razionalmente “approvabile”, verosimile, dotato di un grado maggiore di

persuasività rispetto ad altri contenuti di pensiero. Cicerone affronta i problemi, quelli morali, in due

grani opere, dedicate la prima all’etica teorica, la seconda all’etica pratica.

L’etica teorica: De finibus honorum et malorum Nel De finibus honorum er malorum Cicerone

tratta la questione centrale sui cui le scuole di pensiero ellenistiche avevano impostato le dottrine

morali: quale sia lo scopo supremo della vita, che costituisce per l’uomo il sommo bene, capace di

assicurargli la vera felicità. In polemica con l’epicureismo, egli sostiene che la felicità consiste non

nel piacere, ma nella virtù; però a differenza di quanto affermano gli stoici, essa è completa solo

quando ai beni spirituali si aggiungono quelli del corpo, infinitamente meno importanti, ma dotati

anch’essi si un valore positivo.

L’etica pratica: Tusculanae disputationes Le Tusculane dispitatione si presentano come un

contradditorio in cinque libri tra Cicerone e un anonimo interlocutore, che propone argomenti e

avanza osservazioni e obiezioni, si tratta della felicità e degli ostacoli che si frappongono al suo

raggiungimento: la paura della morte, il dolore fisico, l’afflizione, le altre “passioni”; nell’ultimo libro,

infine, Cicerone dimostra la tesi stoica che la virtù basta da sola ad assicurare la felicità. In

generale, la dottrina morale verso cui l’autore dimostra di propendere è quella stoica, sia pure

temperata, quando gli appaia troppo rigida, dalle posizioni accademiche.

La filosofia della religione Tre opere di filosofia abbiamo:

• De natura deorum , in tre libri, in cui sono esposte e confutate sia la tesi epicurea

dell’assoluta indifferenza ed estraneità degli dei rispetto al mondo degli uomini sia quella

stoica dell’esistenza di una divinità razionale e provvidenziale che governa il mondo;

• De divinatioene, in due libri, in cui l’autore respinge la fede nella divinazione nelle sue varie

forme (sogni, prodigi, oracoli)

• De fato, sul problema se la vita umana sia determinata dal destino o dalla libera volontà

dell’uomo.

La vecchiaia e l’amicizia A riguardo abbiamo due operette in forma di dialogo che trattano

argomenti di filosofia morale:

• Cato maior de senectute: Cicerone immagina che Catone il Censore, nell’anno 150 a.C,

all’età di 84 anni, dialoghi con i giovani amici Scipione Emiliano e Gaio Lelio facendo

l’elogio della vecchiaia mettendo in evidenza i vantaggi e i piaceri che essa arreca all’uomo

virtuoso;

• Laelius de amicitia, dedicato all’amico carissimo Attico. Nel dialogo Gaio Lelio, pochi giorni

dopo la morte dell’inseparabile Scipione Emiliano, ne rievoca la luminosa figura e tratta

dell’amicizia, il bene più grande per l’uomo dopo la sapienza, alla quale peraltro sempre si

accompagna;; la vera amicizia infatti può sussistere solo tra i buoni e il mezzo migliore per

procurarsi veri amici è la pratica della virtù.

L’ideale di humanitas L’ideale dell’humanitas, la concezione dell’uomo che emerge dall’insieme

della produzione ciceroniana, una sintesi complessa e originale del pensiero filosofico greco e

dell’esperienze morale e politica romana. Tale concezione afferma che:

L’uomo è superiore agli altri essere animati grazie al dono peculiare della ragione

 L’acquisizione di una vasta cultura enciclopedica è indispensabile per conoscere a fondo se

 stessi e il mondo

L’uomo deve essere sempre animato da rispetto, tolleranza e benevolenza

 Il dovere di rendersi utili alla società e alla patria è preminente rispetto a tutti gli altri


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Pia0113

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in operatore dei beni culturali (conservazione, tutela e fruizione) (MATERA)
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pia0113 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Civiltà latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Basilicata - Unibas o del prof Crocella Aldo.

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