Chimica farmaceutica e tossicologica I
04 marzo 2021
Programma di Chimica Farmaceutica e Tossicologica I
Parte generale:
• principi di chimica farmaceutica
• Fasi dell'azione di un farmaco
• Biotrasformazione dei farmaci - profarmaci
• Meccanismo d'azione dei farmaci:
• Bersagli molecolari; enzimi ed inibizione enzimatica; recettori; altri bersagli molecolari
• Interazioni farmaco-sito d’azione
• Proprietà chimiche e chimico-fisiche rilevanti per l'azione dei farmaci
• Struttura ed attività biologica:
• Meccanismi di azione specifici e non specifici
• Relazioni qualitative e quantitative struttura-attività
Parte sistematica
• : Farmaci antiinfettivi ed antitumorali
• Antibatterici
β-lattami; sulfamidici e solfoni; inibitori DHFR; nitroeterocicli; chinoloni; inibitori della sintesi proteica;
antimicobatterici
• Antiprotozoari
Antimalarici; altri antiprotoziari
• Antifungini
Acidi boronici; azoli; macrolidi polienici; flucitosina; lipopeptidi
• Antivirali
Farmaci usati nel trattamento di infezioni da Herpesvirus, HIV, HCV, Influenzavirus
• Antitumorali
Alchilanti; complessanti; antimetaboliti; antimitotici; inibitori di protein-chinasi; altri antitumorali
1 C ’
OS È LA CHIMICA FARMACEUTICA
“La Chimica Farmaceutica studia i prodotti di origine naturale, biotecnologica e sintetica dotati di attività biologica, sviluppando la
progettazione, la sintesi, lo studio delle proprietà, dei meccanismi di azione a livello molecolare e degli aspetti chimico-tossicologici,
l'utilizzazione e le relazioni fra struttura chimica e attività biologica delle principali classi di farmaci. Sono inoltre oggetto di studio le
preparazioni estrattive e sintetiche dei farmaci, l'analisi delle sostanze aventi attività biologica e in particolare dei medicinali e dei loro
metaboliti.” [MIUR: DM 4 Ott 2000]
È difficile definire cosa sia la chimica farmaceutica; si tratta di una disciplina di confine che prende da diverse discipline primarie ed
è, in sintesi, l’approccio chimico al mondo dei farmaci: ciò che è farmaco è oggetto di interesse della chimica farmaceutica.
In Italia il termine chimica farmaceutica non ha una definizione precisa; nel mondo anglosassone viene definita “chimica dei
medicinal chemistry)
medicinali” ( . La disciplina si interessa di progettazione, sintesi e sviluppo di composti bioattivi (drugs) o agenti
farmaceutici. I composti usati come farmaci molto spesso sono composti organici, ma possono essere anche inorganici, organometallici
e farmaci biologici (che non sono piccole molecole ma hanno dimensioni maggiori).
La chimica farmaceutica in generale si occupa prevalentemente dei farmaci costituiti da piccole molecole organiche. La chimica
farmaceutica si serve di chimica organica, chimica computazionale, biochimica, enzimologia e biologia strutturale: mette insieme un
ampio pool di conoscenze perché quello che interessa è lo sviluppo e la scoperta dei farmaci. Inoltre, è focalizzata soprattutto su quegli
aspetti dei medicinali che hanno a che fare con la forma farmaceutica finale, ad esempio la solubilità intesa come capacità di una
sostanza di poter essere inserita in una compressa. 1
ci sarà una lezione sul ripasso della nomenclatura di chimica organica
Nomenclatura dei farmaci ( ): il nome della singola sostanza che
costituisce un farmaco (principio attivo) segue le regole della chimica organica ma, se usato anche in terapia, avrà almeno altri due
nomi.
• Nomi chimici: acido o-acetil-idrossibenzoico (acido
acetilsalicilico)
• Nomi registrati: Aspirina, Rocefin, Bactrim
(sulfametossazolo e trimetoprim)
• Nomi generici (o nome comune): International
Nonproprietary Names (INN)
es. benzilpenicillina, chiamata così perché stabilito
dall’INN
Il comitato di esperti dell’OMS (INN) si occupa di
approvare nomi comuni e stabilisce regole per la
nomenclatura (es. sillabe che richiamano la classe
farmacologica):
È importante imparare a conoscere ad orecchio alcuni nomi comuni utilizzati per delle parti di farmaco, delle molecol che
accompagnano un farmaco. I farmaci molto spesso hanno un principio attivo ed essere poi formulati, ad esempio, come sali, esteri o
altri derivati. Le controparti (esterificanti, base se faccio il sale di un acido, acido se faccio il sale di una base, ecc.) hanno nomi comuni
molto utilizzati che a volte corrispondono a quelli utilizzati anche in chimica organica. Esempi:
Classificazione dei farmaci:
• Per classi terapeutiche (es. farmaci per l’infarto, per la lebbra, antivirali, ecc.): comodissima per chi ha a che fare con lavori
che si esplicano in sfera sanitaria, mentre per lo studio della chimica farmaceutica non è la classificazione più comoda perché
nella stessa classe abbiamo farmaci con meccanismi d’azione differenti, bersagli differenti, ecc.
• Per meccanismo d’azione (es. farmaci che agiscono su proteine G): talvolta si trovano sostanze che appartengono a classi
differenti, utile dal punto di vista biologico ma non chimico; inoltre per alcuni farmaci il meccanismo d’azione non è noto o
è costituito da più meccanismi d’azione (farmaci pleiotropici);
• Per classi chimiche (es. derivati beta-lattamici): soprattutto per quanto riguarda i farmaci moderni, dal punto di vista chimico
hanno strutture molto diverse l’una dall’altra.
Queste classificazioni vengono spesso combinate per poter fare statistiche sull’uso di farmaci o capire il numero di farmaci che sono
stati scoperti.
Classificazione ATC (molto utile a fini statistici ed economici): basato su diversi livelli, il sistema di classificazione ATC dei farmaci è
quello utilizzato dal Sistema Sanitario Nazionale italiano e di altri paesi per fare statistiche sulla spesa farmaceutica. L’acronimo ATC
sta per “Anatomico Terapeutico Chimico”.
Questo sistema di classificazione dei farmaci assegna a ciascun farmaco un codice alfanumerico che identifica il farmaco sulla base di
5 livelli: 2
[“singolo medicamento” inteso come medicina utilizzata in terapia per curare una malattia, un medicamento può contenere più
farmaci.]
Ogni sostanza prodotta dall’uomo e immessa sul mercato ha un costo, una convenienza/mancanza di convenienza economica. La
spesa farmaceutica nazionale (tutta la spesa pubblica dedicata ai farmaci), nel 2015, ha speso circa 28 milioni circa.
Per le principali classi terapeutiche che tratteremo quest’anno (antimicrobici e antineoplastici), gran parte della spesa va a farmaci per
uso ospedaliero, mentre quelli dispensati in farmacia (di classe A) hanno una percentuale di spesa piuttosto basso.
Nel 2014 è giunta in commercio una nuova classe di farmaci che ha sbancato il Sistema Sanitario Nazionale, ovvero farmaci
estremamente efficaci nel trattare l’Epatite C: un ciclo di cura costa 90 000 euro. Questo ha portato la categoria degli antimicrobici in
prima posizione. Nel 2018 la spesa relativa agli antimicrobici è calata, anche se ancora oggi i farmaci di quel tipo sono una classe molto
costosa. Nel frattempo, antineoplastici e immunomodulatori continuano ad avere spese altissime a livello del SSN (soprattutto farmaci
biotecnologici).
Primi 10 principi attivi per spesa farmaceutica nel 2015 e nel 2019, in verdi farmaci biotecnologici (Pembrolizumab e Nivolumab sono
molto importanti perché alla base dell’immunoterapia, Bevacizumab ha proprietà anti-angiogenetiche, ecc.).
3 Se facessimo una categorizzazione per numero di dosi
somministrate, i farmaci biotecnologici sparirebbero.
Rimarrebbero invece farmaci utilizzati per problemi a livello
gastrointestinale e metabolismo e farmaci attivi a livello
cardiovascolare. Tradizionalmente attorno agli anni 2000
l’industria farmaceutica ha capito che somministrare farmaci
a persone sane (antipertensivi e ipocolesterolemizzanti)
portava ad un guadagno economico enorme: questo ne fa
delle categorie che hanno il mercato maggiore assieme ai
farmaci antiulcera in generale. Nel campo degli antinfettivi
troviamo invece amoxicillina e acido clavulanico. Ad oggi sta
cambiando molto il mercato, c’è forte domanda per farmaci
che abbiano azione contro le infezioni virali. 05 marzo 2021
R
ELAZIONI TRA STRUTTURA DEI FARMACI E PROPRIETÀ
FARMACOCINETICHE
Fasi dell’azione di un farmaco
Da quando somministriamo un farmaco ad un individuo, a quando il farmaco esercita la propria azione, che normalmente è un’azione
terapeutica, intercorrono diverse fasi che non sono così ben divise come le descriviamo noi.
Possiamo distinguere tre fasi:
1. Fase farmaceutica: tutto ciò che succede al farmaco quando si passa dalla specialità medicinale, ovvero dalla forma
farmaceutica che si assume, fino al discioglimento in fluidi biologici che sono a contatto con parti dell’organismo che ne
permettono l’assorbimento o il meccanismo d’azione. Una volta che il nostro farmaco è andato in soluzione vicino al
sito d’assorbimento, inizia la fase successiva.
2. Fase farmacocinetica: si compone di diverse sottofasi, abbreviabili con l’acronimo ADME (assorbimento, distribuzione,
metabolismo ed escrezione); durante questa fase il farmaco diffonde per l’organismo, a volte in forma mirata, andando
direttamente negli organi bersagli, e altre volte in forma non mirata.
All’interno di questa fase troviamo anche reazioni di biotrasformazione che, come vedremo, sono molto importanti
perché possono portare a tossicità che non è correlata alle caratteristiche originali del farmaco.
Soltanto quando il farmaco è arrivato al sito d’azione inizia la fase successiva.
3. Fase farmacodinamica: il farmaco si lega al proprio bersaglio e dà inizio all’azione terapeutica
Non è una fase propriamente detta, ma un aspetto da tenere conto in
tutto questo processo è la tossicità; essa può derivare direttamente da
una scarsa selettività del farmaco, cioè dal fatto che si può legare a siti
d’azione indesiderati (off-targets), oppure può derivare anche da
metaboliti dei farmaci che si creano durante la terza delle quattro fasi
della farmacocinetica.
Concentriamoci ora sui processi di assorbimento della fase
farmacocinetica
D
IFFUSIONE E TRASPORTO DEI FARMACI
Non essendo dei palloncini pieni d’acqua, ma essendo costituiti da micro-compartimenti acquosi (o per meglio dire, in cui il solvente
maggiore è l’acqua) separati tra di loro da barriere normalmente di natura lipofila, i meccanismi di assorbimento e distribuzione del
farmaco non sono così semplici.
Difatti perché un farmaco diffonda da un comportamento acquoso all’altro, tramite una barriera lipofila, bisogna che ci siano delle vie
accessibile al farmaco; queste vie sono di natura diversa tra loro. 4
Alcuni farmaci sono capaci di attraversare le barriere lipofile per semplice diffusione passiva, perché hanno una certa solubilità sia in
acqua che in ambiente lipofilo. Questa diffusione passiva ha una formula che ci dice che il flusso attraverso una barriera dipende dalla
permeabilità di questa barriera al farmaco, dalla superficie della barriera e dalla differenza di concentrazione del farmaco tra il
compartimento da cui il farmaco arriva ed il compartimento in cui diffonde.
Il problema che si evince da questa formula è che l’assorbimento che possiamo ottenere dalla diffusione passiva è massimo a
concentrazioni equivalenti nel compartimento esterno ed interno; inoltre la velocità di diffusione cala drasticamente all’avvicinarsi di
questa uguaglianza di concentrazioni.
Esistono dei sistemi più complessi e specifici, che comprendono il sistema di diffusione facilitata (via carrier) ed il sistema di trasporto
attivo, che legano il farmaco con un’interazione specifica e gli permettono di attraversare la barriera.
La differenza tra diffusione facilitata e trasporto attivo è che i primi non riescono ad andare controgradiente, per cui il flusso attraverso
una barriera che presenta carrier, dipende dalla permeabilità e dalla differenza di concentrazione del farmaco tra il compartimento da
cui il farmaco arriva ed il compartimento in cui diffonde.
Al contrario esistono diversi sistemi di trasporto attivo che portano il farmaco in una direzione, indipendentemente dalla
concentrazione del compartimento in cui diffonde.
Come si può facilmente immaginare, questo tipo di trasporto consumerà energia (generalmente ATP)
Questi due tipi di trasporto necessitano anche di un riconoscimento specifico tra proteina trasportatrice e farmaco, riconoscimento
che normalmente si caratterizza di alcuni comportamenti chimici, rilevabili tramite saggi biochimici, come la saturabilità del trasporto
e la competizione. Avendo un trasporto mediato dal legame tra proteina e farmaco, aumentando la concentrazione di quest’ultimo,
crescerà anche la velocità di trasporto del nostro principio attivo, fino però ad un limite, detto saturabilità, che ci conferisce perciò una
cinetica non lineare.
La competizione invece riguarda due molecole diverse che vengono trasportate dalla stessa proteina;
questa competizione porta prima a saturazione il sistema di trasporto, per cui è possibile che per esempio
un costituente della dieta, riduca l’assorbimento di un certo farmaco, perché tiene occupato il sistema di
trasporto.
Questi ultimi due sistemi di trasporto, cioè diffusione facilita e trasporto attivo, permettono a farmaci
particolarmente idrofili di attraversare la barriera; un esempio eclatante è quello degli aminoglicosidi, come la
Streptomicina.
Un esempio di trasportatore attivo è l’hPepT1, responsabile dell’assorbimento intestinale di cefalosporine (come
il Cefadroxil) e di un profarmaco di un antivirale (come il Valaciclovir).
Esistono anche altri meccanismi di passaggio delle membrane, come le porine, che permettono l’assorbimento
di alcuni antibiotici, grazie alla generazione di canali; i chinoloni, come l’Acido Nalidissico, sfruttano queste
porine per entrare nei batteri Gram- e svolgere un’azione antibiotica.
Un altro meccanismo di entrata all’interno delle cellule è l’endocitosi, sfruttata per esempio dagli oligonucleotidi come l’RNA.
P ROPRIETÀ CHIMICO FISICHE CHE INFLUENZANO LA DISTRIBUZIONE
Soprattutto per quanto riguarda la diffusione passiva, molto importante è riconoscere e prevedere il grado di ionizzazione di un
farmaco e quale sia la sua lipofilia.
Ionizzazione
La costante di dissociazione acida (Ka) definisce l’equilibrio di dissociazione di un acido debole in acqua, secondo la formula:
Per quanto riguarda gli acidi forti possiamo dire che posseggono pKa più basse rispetto ai “cugini” deboli.
Per una specie che perde un protone, il rapporto tra specie protonata e specie non protonata all’equilibrio, è uguale al rapporto tra
[H3O+] e Ka; in altre parole il rapporto tra specie neutra e specie anionica per un acido debole è uguale a 10 elevato alla differenza
tra pKa e pH. 5
Questa è un’espressione estremamente semplice che ci permette di stimare quale sia la percentuale di ionizzazione per un acido
debole ad un certo pH, nota la sua pKa. Nel caso in cui sia più alto il pH, rispetto alla pKa, vuol dire che l’ambiente è più basico
rispetto ad una condizione di riferimento in cui pKa=pH (condizione in cui ho il 50% di specie protonata ed il 50% di specie
deprotonata) e perciò prevarrà la forma deprotonata.
Negli ultimi anni si è iniziato a trattare le basi deboli come acidi deboli, perciò partendo dall’acido coniugato si può scrivere la reazione
in questo modo:
Motivo per cui si è smesso di utilizzare la Kb e ha preso piede l’utilizzo della Ka, dell’acido coniugato, anche per le basi. Basi più forti
hanno pKa più alte.
Nel caso in cui il pH sia inferiore alla pKa, l’ambiente è più acido di quello che avrei alla semiprotonazione (50%-50%), perciò prevarrà
la specie protonata.
Dal grafico a fianco si può capire visivamente come cambia la percentuale di concentrazione
della specie protonata o non, in base al pH ed alla pKa, sia per quanto riguarda un acido che
una base. Anche se non segnato, si può capire che l’asse delle ordinate ha come unità di misura
la percentuale.
L
IPOFILIA
Se io ho due fasi tra loro immiscibili, come fase acquosa e fase lipofila (olio d’oliva o normal-ottanolo), posso, applicando la formula
sotto riportata, ricavare un numero per definire la lipofilia di un farmaco in base al rapporto tra le concentrazioni di ripartizione del
principio attivo nelle due fasi.
Solitamente si sceglie il n-ottanolo come fase lipofila, un alcol a catena relativamente lunga, perché non assorbe all’UV, è poco volatile
e ha una discreta capacità di sciogliere diversi acidi. Un farmaco che avrà maggior tendenza a sciogliersi in n-ottanolo tenderà a ripartirsi
discretamente anche nella barriera a doppio strato fosfolipidico. Bisognerebbe sempre specificare la fase lipofila che io sto utilizzando,
perché se si omette vuol dire che faccio riferimento ad esperimenti svolti con il n-ottanolo. Il valore P che prendiamo in considerazione
per misurare la lipofilia, è chiamato coefficiente di ripartizione, che è di fatto una costante di equilibrio, ed è legato esponenzialmente
alla differenza di energia libera tra il farmaco solvatato in acqua ed n-ottanolo e per questo motivo molto spesso il valore P viene
espresso in scala logaritmica con il valore LogP.
Possedere un LogP = 0 vuol dire P=1 e perciò quel farmaco avrà una ripartizione equivalente tra le due fasi.
LogP = 1 vuol dire che il nostro farmaco si scioglierà 10 volte meglio nella fase lipofila rispetto alla fase acquosa. Mentre un farmaco
con un LogP negativo tenderà a sciogliersi meglio
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Chimica farmaceutica
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Chimica farmaceutica e tossicologica 1 - parte 4
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Chimica farmaceutica e tossicologica I
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