SOCIETA’ NAZIONALE DI NEUROSCIENZE BRAIN MIND & LIFE ITALIA – GRUPPO DI RICERCA STRUTTURALE SUL
DOLORE – SEZIONE SULLE BASI BIOCHIMICHE E NEUROFARMACOLOGICHE
FARMACI E MECCANISMI
NELLA TERAPIA DEL
DOLORE
________________________________________________________________________________________________________________________
Il gruppo di studio sulla farmacologia del dolore, afferente al lavoro sulla biochimica e fisiopatologia del dolore di
“Brain Mind & Life Italia”, mette a disposizione dei collaboratori esterni e dei visitatori del sito questa breve
introduzione sulle basi classiche della farmacologia del dolore, allo scopo di fornire dati e concetti utili per introdursi ai
complessi problemi che il gruppo strutturale sul dolore presenterà nei seminari del prossimo autunno.
________________________________________________________________________________________________
PREMESSA
La prima distinzione necessaria per studiare le molecole antagoniste dei processi dolorifici è
fra analgesici ed antidolorifici.
Si tratta di una ripartizione in due grandi categorie concettuali in fisiologia, prima ancora
che in farmacologia. Gli analgesici, infatti, agiscono prevalentemente con un meccanismo d’azione
centrale sulle aree recettoriali encefaliche; gli antidolorifici o antialgici agiscono in prevalenza
sulle reazioni che si producono nella sede del dolore.
La terminologia usata in passato non ha più ragione di essere impiegata perché fondata su
ipotesi rivelatesi erronee, ma è utile conoscerla perché in taluni ambiti culturali e in ambito legale è
ancora conservata, spesso generando disorientamento in chi non abbia una specifica preparazione.
Negli USA e in tutti i paesi di lingua inglese si era affermata l’infelice definizione di
“analgesici narcotici” per i farmaci ad azione centrale, sebbene nessuna di queste molecole avesse
mostrato alle dosi sperimentali e terapeutiche proprietà narcotiche, ossia anestetiche generali. Un
altro aggettivo associato al termine analgesico è “stupefacente”. Ma questo attributo, che non indica
alcuna proprietà biochimica, farmacologica o clinica, è vago e inesatto anche per descrivere i
potenziali effetti psicotropi di alcuni membri di questa classe di farmaci.
In Italia alcune scuole di farmacologia avevano introdotto e diffuso la definizione
“antidolorifici corticali” per gli analgesici. Ma l’espressione si è rivelata inesatta perché la ricerca
ha dimostrato che la massima parte degli analgesici (oppiacei) non ha la corteccia per elettiva sede
di azione, ma agisce su recettori situati nel lobo limbico, nei nuclei dello striato, nel talamo,
nell’ipotalamo, nel mesencefalo e nel midollo spinale.
Ancora, nel nostro Paese, si era affermata la definizione di “antialgici meso-diencefalici o
antinevralgici” per indicare gli antidolorifici (che sono anche antinfiammatori ed antipiretici) ad
azione periferica. Tuttavia, l’ipotesi di questa sede di azione elettiva si è rivelata erronea.
Attualmente è noto che la maggior parte degli antidolorifici agisce inibendo l’enzima
prostaglandine
cicloossigenasi nella via di biosintesi acido arachidonico → →
(prostacicline/tromboxano).
Le due categorie, degli analgesici e degli antidolorifici, naturalmente non esauriscono la
gamma dei farmaci che si adoperano in clinica nella terapia del dolore, basti pensare ai triptani di
ultima generazione nella cura delle cefalee o agli innumerevoli composti che si impiegano nel
dolore neuropatico. Tuttavia, la scelta di limitare il nostro studio alle molecole che rientrano
concettualmente in questi due gruppi, oltre a ricalcare una scelta frequente nella manualistica
medica internazionale, si è rivelata opportuna per conferire quella omogeneità e sinteticità
necessaria allo spirito ed ai tempi del nostro lavoro.
BRAIN MIND & LIFE ITALIA – ANNO ASSOCIATIVO 2005 – Progetti di ricerca 2005-2006. 1
SOCIETA’ NAZIONALE DI NEUROSCIENZE BRAIN MIND & LIFE ITALIA – GRUPPO DI RICERCA STRUTTURALE SUL
DOLORE – SEZIONE SULLE BASI BIOCHIMICHE E NEUROFARMACOLOGICHE
ANALGESICI
La quasi totalità degli analgesici adoperati in terapia medica rientra nel gruppo degli
analgesici oppiacei, ovvero molecole morfino-simili per struttura chimica. I farmaci non oppioidi
hanno maggiore interesse per la ricerca e solo pochi si adoperano in terapia, fra questi ricordiamo il
Nefopam (5-metil-fenil-3-4-5-6-tetraidro-2-5-benzoxacina).
Analgesici Oppiacei: cenni storici, origine e chimica. Il papavero da cui si ricava l’oppio,
Papaver somniferum, è originario dell’Asia Minore. Gli effetti euforizzanti di alcune parti della
pianta erano noti fin dalla civiltà sumerica (4000 a.C.). Esistono descrizioni dettagliate del suo
impiego nella civiltà egiziana, greca e romana. Teofrast Bombast von Hohenheim (1493-1541), più
noto con il nome italianizzato di Paracelso, che egli stesso si diede, conosceva bene l’oppio, con il
quale preparò, per primo, una tintura terapeutica contenente alcool, zafferano e zuccheri, conosciuta
con il nome di laudano. La preparazione originale fu successivamente semplificata ed il suo
impiego si diffuse grazie al medico neurologo Sydenham.
L’isolamento della morfina dall’oppio si deve ad un apprendista farmacista prussiano di
nome Frederich Sertüner (1783-1841) che, mediante dosaggio biologico nel cane, ne stabilì le
proprietà sedative e sonnifere alle dosi da lui testate. Proprio per l’efficacia ipnotica, il giovane
aveva imposto alla sostanza il nome morfina, da Morfeo, il dio del sonno. Le sue prime
comunicazioni redatte nel 1803, quando aveva vent’anni, furono respinte dagli editori o ignorate se
pubblicate. Per provare la propria scoperta Sertüner decise di sperimentare su se stesso e su tre
volontari, suoi amici, la preparazione purificata. La somministrazione di tre dosi di 30 mg in 45
minuti causò vomito, vasodilatazione cutanea ed una sindrome cerebrale che oggi definiremmo
coma di primo grado. Il lavoro fu pubblicato soltanto nel 1817, e si sa che attrasse l’attenzione
dell’eminente chimico francese Gay-Lussac, influenzando Pelletier e Caventou. In quello stesso
periodo furono isolati numerosi altri principi attivi di origine vegetale.
La proprietà dell’oppio di dare farmacodipendenza ha lasciato nella storia dei popoli tracce
indelebili della sua pericolosità che, se conosciute ed opportunamente valutate, avrebbero potuto
ridurre, se non evitare, le conseguenze negative dell’estesa diffusione del traffico e del consumo di
sostanze d’abuso nel mondo contemporaneo. Dal 1700, intorno alla metà del secolo, Inglesi,
Olandesi e Portoghesi stabilirono un fiorentissimo traffico di oppio con la Cina dove si era
enormemente diffuso il fenomeno dell’abuso, mentre l’impiego dei derivati del papavero come
medicamento aveva trovato ostacoli nei medici, formati su
-
Appunti completi Chimica farmaceutica
-
Flash Cards per Esame di Chimica Farmaceutica 1
-
Chimica farmaceutica II
-
Chimica farmaceutica 1