Pierre Hadot, che cos'è la filosofia antica?
La parola “filosofia” compare solo nel V secolo a.C. in Grecia, ma si può parlare anche di filosofia prima della filosofia. Ci riferiamo all’attività intellettuale per esempio di Talete, Anassimandro, Anassagora, che cercavano di capire in maniera razionale che cos’era e com’era fatto l’universo; e possiamo parlare di filosofia prima della filosofia pensando a tutti i discorsi che venivano fatti sull’educazione dei giovani e dei cittadini, cioè a tutti quelli che si occupavano della paidèia (da cui viene il nostro termine pedagogia).
Veri e propri professionisti dell’educazione o, se vogliamo, della formazione dei cittadini, erano i famosi sofisti, che dietro compenso insegnavano l’arte della persuasione, e non solo. Tutti questi che si occupavano di come era fatto il mondo e come doveva formarsi l’uomo e il cittadino, che in genere vengono definiti pensatori presocratici, definivano la loro attività intellettuale non come filosofia ma come historìa (da cui viene storia, ma allora significava ricerca).
L’attività intellettuale intesa come ricerca razionale comincerà ad essere definita come filosofia a partire dal V secolo, a Atene, nell’Atene democratica. Filosofia è una parola per così dire doppia: Filo-sofia; “filo” sta a significare un interesse, un amore per qualcosa (come anche oggi); sofìa significava qualcosa come sapienza, sapere, o entrambe le cose, e forse, all’inizio, significava “saper fare” nella vita politica, cioè nella vita pubblica, nella vita della città.
La figura del filosofo: Socrate
La figura del filosofo si delinea più chiaramente con Socrate. Socrate è uno che non sa nulla ma è cosciente del suo non-sapere; compito del filosofo allora è quello di rendere consapevoli gli uomini della loro non-sapienza, e Socrate fece proprio questo, usando tra l’altro, la famosa ironia, che consisteva nella finta ignoranza, in un’aria candida, e con questa disposizione far domande, interrogare gli altri: che cos’è la conoscenza? Che cos’è l’amore? Che cos’è il bene, il bello? ecc.
Questa era la “tecnica” di Socrate e mirava a portare il suo interlocutore ad ammettere che non sapeva quello che credeva di sapere; mirava insomma a sconcertarlo. Così, la “filosofia” in Socrate consisteva in pratica nella critica del sapere comune, o nella critica del sapere che si credeva di sapere (e che in realtà non si sapeva).
Socrate non scrisse nulla, non praticava la filosofia sui libri e scrivendo libri; la praticava con il dialogo, con la libera discussione, e nei famosissimi “dialoghi socratici” (scritti dal suo discepolo Platone) la vera posta in gioco è in definitiva non ciò di cui si parla, ma colui che parla, e cioè il dialogo serve a mettere in crisi colui che parla relativamente al suo preteso sapere (dimostrando che questo sapere è inconsistente).
Il sapere secondo Socrate
A ben vedere, allora, con Socrate il filosofare non è l’acquisizione di un sapere ma una messa in discussione di se stessi, un modo per produrre sconcerto e perplessità. Ma di quale sapere si tratta? Diversamente da come lo intendiamo noi oggi, il sapere non era qualcosa di astratto, una “teoria”, ma un sapere ciò che si deve scegliere, un saper-vivere: era questo il sapere che interessava a Socrate, cioè un sapere che aveva a che fare con la vita individuale e con la vita della città (la politica).
Non sappiamo se Socrate, il filosofo più famoso della storia, abbia usato la parola “filosofia”! ma è certo che egli fu e rimane il “filosofo” per eccellenza. In che senso? Non nel senso di essere un grande “studioso” di filosofia, ma nel senso di chi voleva e viveva in maniera filosofica. Egli era filosofo per il suo modo di vivere: egli desiderava, amava, la sapienza, la bellezza, il bene; desiderava queste cose, e non si trattava di un desiderio passivo ma di un desiderio impetuoso, come quello di un innamorato.
Socrate e Platone
Non a caso Platone, nel famoso dialogo Il Simposio (che tratta dell’amore, in greco eros) accosta Socrate all’Eros della mitologia greca. Eros era figlio di Penia e di Poros, cioè della povertà e della ricchezza, Eros è povero ma anche astuto e “cacciatore”. È una metafora dell’amore e Platone la usa per caratterizzare Socrate. Quello che di Socrate colpiva i suoi contemporanei era infatti il desiderio forte, l’amore per la saggezza nonché il fatto che lui viveva per la saggezza: viveva poveramente ma sotto gli altri punti di vista era ricco.
Con Socrate la filosofia è un esercizio continuo di saggezza, una pratica di vita, un modo di vivere; così sarà la filosofia per tutta l’antichità; quello che i filosofi successivi avranno in meno rispetto a Socrate è l’ironia. La filosofia di Platone e poi tutte le altre dell’antichità terranno uniti il discorso e il modo di vivere.
L'accademia di Platone
Platone creò l’Accademia, una scuola dove oltre alle discussioni, cioè alla “dialettica”, si praticava una forma di vita comune. Questo perché per Platone e i suoi allievi la discussione non era qualcosa di teorico, di fine a se stessa, ma mirava ad una trasformazione interiore degli allievi. La dialettica, che era insieme arte della discussione e metodo di ricerca scientifica, veniva utilizzata per far esercitare, maturare, gli allievi in direzione di una vita filosofica.
Nell’Accademia la libertà di pensiero e di ricerca era garantita, era cosa normale; potevano esserci, e c’erano, divergenze di pensiero, ma tutti erano d’accordo sulla scelta di un modo di vivere proposto da Platone, modo di vivere che dava importanza alla virtù più che alla ricerca del piacere, alla rinuncia ai piaceri sensibili, perfino ad un regime alimentare (sobrio); l’ideale di vita era quello di imparare a vivere in modo da diventare padroni di se stessi, e a questo scopo facevano dei veri e propri esercizi, perfino esercizi per liberarsi dalla paura della morte.
L’Accademia di Platone non era una scuola nel senso moderno del termine: certo, vi si andava per imparare, ma soprattutto per formarsi, per trasformarsi, per fare esercizi grazie ai quali sperimentare la ragione e il bene.
Aristotele e il Liceo
Anche in Aristotele, che come è noto è il più “professore” dei filosofi antichi, la filosofia non è mai semplicemente studio e acquisizione di un sapere astratto, della “teoria”. Anche lui intendeva la filosofia come un modo di vivere. Egli diceva che la teoria era “disinteresse”, ma con questo voleva dire che il filosofo doveva avere un unico interesse, quello della conoscenza e contemporaneamente doveva esercitarsi a distaccarsi da se stesso. In lui la teoria non è mai separata dall’etica; teoria ed etica formano, insieme, la sapienza, e la ricerca della sapienza non era un lavoro individuale ma comune.
Per questo, anche Aristotele creò una sua “scuola”, il Liceo, dove l’insegnamento si basava sul dialogo e la ricerca si svolgeva in comune. Ma c’è un’altra caratteristica in Aristotele che Hadot sottolinea, e cioè l’idea secondo cui non bastano i discorsi filosofici a fare di un uomo un uomo completo, saggio (cioè che insieme sa ed è buono): oltre ai discorsi filosofici occorrono le leggi (buone) della città (o dello Stato).
Il periodo ellenistico e le scuole filosofiche
Nel periodo ellenistico, che comincia con Alessandro Magno intorno al 300 a.C., le città greche persero la loro indipendenza e la loro libertà politica; tuttavia, Atene rimase il centro principale della filosofia. Durante questo periodo, che è durato circa tre secoli, furono attive almeno quattro scuole: le due fondate da Platone e da Aristotele, quella di Epicureo, chiamata Il Giardino, e quella degli stoici, chiamata Stoa, fondata da Znone.
Queste scuole non erano confraternite dedicate per esempio agli dèi o alle Muse. I capiscuola venivano eletti dagli allievi oppure designati dai predecessori; i beni immobili e i libri erano generalmente considerati proprietà dei capiscuola. Le scuole erano aperte al pubblico e la maggior parte dei filosofi consideravano un punto d’onore insegnare senza chiedere di essere pagati e le risorse economiche erano o personali o venivano da eventuali benefattori.
Per le necessità della scuola gli allievi versavano una quota giornaliera pari a due oboli – due oboli era l’equivalente della paga giornaliera di uno schiavo: bastavano a pagarsi una tisana, come disse un contemporaneo. Fra gli allievi c’erano gli uditori e i discepoli veri e propri, chiamati anche “familiari”, amici o compagni, che a loro volta si suddividevano in giovani e anziani. I veri discepoli vivevano a volte in comune con il maestro in casa sua o vicino a casa sua; tutti, poi, a intervalli regolari, si riunivano per consumare un pasto insieme.
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