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Che cos’è la tortura?

Luigi Manconi e Domenico Scarpa. Lectio magistralis. 12 ottobre 2017.

Scarpa ha scelto un brano di Se questo è un uomo, ma un brano fra virgolette, cioè un brano che è stato citato in

maniera precoce da qualcuno che erano Franco Basaglia e Franca Basaglia. Negli anni ’60 queste due persone sono

state fra i primi lettori professionali, fra i primi lettori di Se questo è un uomo che hanno rilanciato quel libro su temi

attuali.

Ed hanno infatti citato una frase che ha a che fare con il nostro tema.

“Si immagini” Levi incomincia così, come se stesse enunciando un esperimento, “un uomo a cui insieme con le persone

amate, vengano tolte la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possibile. Sarà un

uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di identità e discernimento, come accade facilmente a chi ha

perso tutto di perdere sé stesso”.

Si perde tutto, e si perde tutto, e si perde sé stessi per mano di qualcun altro, per l’atto, per l’opera di qualcun altro. Ed il

commento di Franco e Franca Basaglia è lampante: queste parole, che sembrano riassumere la carriera

dell’istituzionalizzato, in cui si annientavano ed organizzavano i nostri malati psichiatrici, sono state scritte da un

internato in un campo di eliminazione nazista, e si riferiscono al processo di disgregazione e spersonalizzazione a cui il

prigioniero era soggetto dal momento del suo ingresso nel campo e che procedeva la sua totale eliminazione.

Il processo non appare molto diverso da quello reiterato nei nostri ospedali psichiatrici.

Questa analogia che fanno i coniugi Basaglia fra l’istituzionalizzato e quello che allora si chiamava manicomio ed il

reduce da un campo di sterminio, non è né un paragone scontato né un accostamento gratuito né un accostamento

inerte. È un vero e proprio rilancio cognitivo e culturale. Ci sono due persone che stanno studiando e che stanno vivendo

effettivamente una situazione in cui si pratica di fatto la tortura, nei manicomi degli anni ’50 e degli anni ’60, e che

ricorrono alle parole di qualcuno competente, cioè Primo Levi, l’autore di Se questo è un uomo, per esprimere un

concetto concreto e che non ha ancora trovato le parole.

Se questo è un uomo è una frase chiave. Il cammino con cui si arriva ad Auschwitz, ci si guarda intorno, si comincia a

descrivere, senza scrivere il concreto, Levi descrive il campo di concentramento. La frase completa è lapidaria: “Allora

per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un

uomo”. Qui i passaggi importanti sono due.

Intanto “parole”. Abbiamo già parlato del trovare parole, del farsele prestare, nel cercarle là dove effettivamente ci sono.

I sostantivi importanti sono offesa e demolizione. Offesa è quella che viene fatta ad un corpo, ad una psiche, all’interezza

di una persona, attraverso pratiche disumanizzanti di tortura. E demolizione rende l’idea di quanto sia lungo, faticoso e

difficile demolire un uomo. Non è facile ammazzare un essere vivente, bisogna dedicarci del tempo, bisogna dedicarci

dello studio.

Avere previsto il reato di tortura, anche se la legge è arrivata in forte ritardo e limitata e malfatta, significa esattamente

prevedere, statuire, descrivere che la tortura è un processo che richiede del tempo, che richiede dello studio, che

richiede un’applicazione morale e morale alla demolizione di un uomo, cioè toglierlo, distruggerlo, smantellarlo pezzo per

pezzo. Levi questo ci ha descritto, e di questo si parla stasera.

Si è scelto un brano che volendo si può citare quasi ad apertura di pagina. La tortura, la distruzione e la demolizione dei

corpi rischiano di perdere concretezza, rischiano di non essere vedute, di non essere percepite: “La morte e le immagini

della morte rappresentano uno dei vari tabù sopravvissuti, ed ancora più le immagini della morte offrono l’essenzialità

spietata della politica, l’immagine della morte nella nudità. Sia chiaro, un tabù che risulta contraddetto da un’opposta

tendenza e schietta polarizzazione dello stesso evento che può diventare show del disfacimento dei corpi e del declino

fisico, sangue che cola, distese di cadaveri, reality cimiteriale del varietà macabro, e tuttavia questo costituisce al

presente ancora un’eccezione, sempre più meccanismo di liofilizzazione della morte, della sua tecnicizzazione ed al

tempo stesso di sua astrazione. Va tenuto presente infatti che il mezzo dominante nel sistema complessivo della

percezione dell’incorporeità”. Attraverso questa incorporeità, scrive Luigi Manconi con Valentina Calderolli, “si può

opporre alle volte in maniera efficace un’immagine”, e sono le righe principali di questo brano. In questo caso si parla

della morte di Stefano Cucchi in un servizio televisivo, “e restituisce alla morte sua demonstratio l’essenzialità di una

maschera mortuaria”, che introduce uno shock, solo che l’essenzialità, la concretezza, lo shock a cui mira il primo

intervento di Luigi Manconi ha un altro punto di partenza.

Gli studi sono essenziali proprio per combinare insieme una sorta di atemporalità delle tematiche che trattiamo, cioè in

qualche modo l’eternità, l’assolutezza, il suo collocarsi fuori dal tempo della cronaca, della capacità di esercitare

crudeltà, e però allo stesso tempo nel dare, questo esercizio della crudeltà, il suo contesto, nella storia di chi ha vissuto e

della storia che stiamo vivendo, perché c’è davvero una efferata coincidenza nell’impossibilità di non cogliere in alcuni

fatti della cronaca contemporanea tutto il tempo storico che ha preceduto la cronaca. È impossibile sottrarsi alla potenza

educatrice degli avvenimenti del ‘900, quando si affrontano vicende così attuali come quelle di cui parliamo.

Questo costante intreccio tra atemporalità, storicità di sentimenti, passioni dell’umano ed allo stesso tempo il loro

precipitare nei fatti molto concreti e tangibili, esprimono quella formidabile citazione dove si parla della tentazione di

schivare il concreto.

Il martedì di Pasqua del 2016 Manconi ha promosso all’interno del Senato della Repubblica la prima iniziativa pubblica

che vedeva presenti i genitori di Giulio Regeni. È stato un evento politicamente importantissimo, e si vogliono richiamare

di quella lunghissima conferenza stampa alcune frasi, poco più di un lungo passaggio, perché il nesso si trova in molte

delle considerazioni che abbiamo incominc

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