1.1 EMATOPOIESI E GERARCHIA EMATOPOIETICA
Il sangue è costituito da elementi cellulari ,globuli rossi, globuli bianchi e piastrine sospesi nel
plasma.Essi svolgono funzioni molto diverse che vanno dal trasporto dell’ossigeno alla produzione di
anticorpi e, mentre alcuni esauriscono il loro compito per intero all’interno del sistema vascolare, altri
lo utilizzano solo come mezzo di trasporto per spostarsi fra i vari tessuti. Le cellule del sangue
condividono, tuttavia, una serie di caratteristiche comuni.Sono incapaci di auto-rinnovarsi e
possiedono, fatta eccezione per i linfociti, una durata di vita piuttosto limitata, basti pensare che in un
12
individuo di 70 Kg, ogni giorno vengono normalmente sostituite circa 10 cellule ematiche tra cui 200
miliardi di globuli rossi e 70 miliardi di granulociti (Dancey et al., 1976, Erslev, 1983).
In seguito a traumi, malattie, condizioni di stress, oppure semplicemente in relazione al fisiologico
turn-over, queste cellule vanno incontro a morte e devono essere pertanto continuamente rinnovate in
modo tale da mantenere il loro numero nel sangue relativamente costante.Osservazioni cliniche e
sperimentali hanno rivelato che le cellule mature del sangue sono tutte generate da cellule staminali
che risiedono nel midollo osseo.Il processo responsabile della loro produzione e garante della loro
omeostasi, prende il nome di ematopoiesi. All’apice di tale processo risiedono le cellule staminali
ematopoietiche (Hematopoietic Stem Cells, HSCs), provviste di ampia capacità di proliferare, di dare
origine a nuove cellule staminali (self-renewal), e di generare progenitori primitivi programmati a
differenziare (commitment) in cellule mature di tutte le filiere, sia linfoidi (linfociti B e T), che
mieloidi (eritrociti, granulociti, macrofagi, megacariociti, neutrofili, eosinofili e basofili). L’intero e
complesso programma di maturazione che dalle cellule staminali dà origine alle cellule mature del
sangue avviene attraverso divisioni successive durante le quali le HSCs perdono progressivamente le
loro proprietà e danno vita ad una progenie di precursori sempre più limitati nel loro potenziale
differenziativo.
Dalle cellule staminali originano il precursore clonogenico comune di tipo linfoide (Common
Lymphoid Progenitor, CLP), in grado di generare esclusivamente cellule B, T e NK (Natural Killer), e
il precursore clonogenico comune di tipo mieloide (Common Myeloid Progenitor, CMP), progenitore
dei lineages mielo-eritroidi (trattati in Weissmann, 2000). E’ stato proposto che l’intero potenziale linfo-
mieloide delle long-term HSCs (LT-HSCs) si realizzi tramite le short-term HSCs (ST-HSCs) e i progenitori
multipotenti (MPPs), sebbene essi siano dotati di ridotte capacità di autorinnovamento (Reya et al., 2001).
- + hi
Virtualmente l’attività delle LT-HSCs, ST-HSCs e dei MPPs risiede nella piccola frazione Lin Sca-1 c-kit
(LSK), che rappresenta lo 0,1% di tutte le cellule del midollo adulto (Ikuta e Weissman,1992; Li e Johnson,
1995; Weissman et al.,2001). E’ stato dimostrato che all’interno di questo compartimento le LT-HSCs non
esprimono CD34, né la tirosina chinasi recettoriale Flt3 (Adolfsson et al., 2001; Christensen e Weissman, 2001),
+ -
mentre le ST-HSCs risultano LSKCD34 Flt3 (Osawa et al., 1996; Yang et al., 2005). Quest’ultima popolazione
origina a sua volta una terza categoria di HSCs, le quali coesprimono tutte sia CD34 che Flt3 e quando
trapiantate provvedono all’immediata e robusta ricostituzione delle filiere linfoidi, tuttavia mancano della
capacità di formare in vivo Colony-Forming Unit Spleen (CFU-S) al giorno 8, attività ritenuta indispensabile
per permettere la ricostituzione dei lineages mielo-eritroidi in topi letalmente irradiati. Sulla base di tali
osservazioni Adolfsson et al. hanno fornito prove a sostegno di un modello alternativo nel quale la prima fase di
committment consiste nella produzione di un progenitore eritro-mieloide, CMP, derivante con tutta probabilità
dalle LSK Flt3, in concomitanza con quella di un progenitore mielo-linfoide (Limphoid-primed multipotemt
progenitor, LMPP), in grado di partecipare fortemente alla linfopoiesi, e in modo limitato alla mielopoiesi,
. Questo modello
dando origine sia a CLP che ai precursori di granulociti e macrofagi. (Adolfsson et al., 2005)
è in accordo con osservazioni precedenti che suggerivano un’organizzazione gerarchica simile (Singh,
1996; Takano et al., 2004), e riesce a riconciliare l’ordine e il tipo di progenitori che emergono nello
1
sviluppo con la gerarchia dell’adulto. In quest’ottica infatti, la sequenza di eventi osservata durante
l’ontogenesi non fa altro che riflettere lo stabilirsi di una gerarchia definitiva, dove una HSC
primordiale, che gradualmente acquisisce le piene potenzialità di una staminale adulta, genera una
progenie eritro-mieloide prima di quella linfoide. Mentre gli stadi differenziativi del precursore CLP
non sono stati ancora del tutto chiariti, molti studi hanno concentrato l’attenzione sul precursore CMP
rivelando molti aspetti della sua differenziazione nella mielopoiesi. Grazie a saggi di colonie spleniche
già a partire dal 1961 Till e McCulloch identificarono una classe precoce di questi precursori
pluripotenti, le CFU-S (Colony Forming Unit-Spleen). Iniettando in topi letalmente irradiati midollo
osseo da un donatore singenico, nell’arco di 7-14 giorni dal trapianto si osservano, a livello della
-
milza, colonie macroscopiche contenenti sia cellule differenziate dei diversi lineages
mieloidi, che CFU-S capaci di dare a loro volta colonie secondarie (Till e McCulloch 1961). Per queste
loro capacità di proliferare autorinnovarsi e differenziare le CFU-S sono state considerate a lungo
cellule staminali, in realtà rappresentano una popolazione eterogenea come documentato da vari
ricercatori. Infatti al giorno 7-8 dal trapianto sulla milza del topo ospite si formano dei noduli
contenenti cellule di un unico lineage predominante (prevalentemente eritroide), generate da precursori
unipotenti, che scompaiono nell’arco di 72 ore, mentre al 14° giorno la maggior parte delle colonie
spleniche sono composte da cellule di diverse filiere e sono capaci di formare colonie secondarie, esse
pertanto derivano da precursori pluripotenti (Magli et al., 1982). Un notevole contributo allo studio dei
precursori ematopoietici proviene dallo sviluppo di saggi clonali in vitro su terreni semisolidi, i quali,
hanno permesso di stimare non solo qualitativamente, ma anche quantitativamente i numerosi
progenitori che occupano diverse posizioni nell’ambito della gerarchia ematopoietica (Pluznik e Sachs,
1965; Stephenson et al., 1971; Metcalf et al., 1975).
Una popolazione molto simile a quella delle CFU-S,capace di crescere in vitro è quella delle CFU-Mix
(Colony Forming Unit-Mix), dotate anch’esse di un elevato potenziale proliferativo e differenziativo
ma con capacità di autoreplicarsi più limitate (Iscove, 1978; Johnson e Barker, 1980). Operando scelte
che ne riducono ulteriormente le caratteristiche di partenza i progenitori multipotenti danno vita a
precursori bipotenti (CFU-GM, Colony Forming Unit-Granulocyte-Macrophage), che dopo 7-14 giorni
di coltura, possono dare origine solo a granulociti e macrofagi. Infine, questi precursori bipotenti
intraprendono uno specifico destino differenziativo, generando precursori unipotenti CFU-G e CFU-M
capaci di formare colonie composte da un unico tipo cellulare G o M. All’interno del
lineage eritroide si distinguono due tipi di progenitori unipotenti le BFU-E (Burst Forming Unit-
Erythroid) e le CFU-E (Colony Forming Unit-Erythroid), rispettivamente precoci e tardivi. Le BFU-E
formano colonie dall’aspetto aranciato, emoglobinizzate, costituite da 200 fino a milioni di cellule,
identificabili a partire dal 7° giorno di coltura (Iscove e Sieber, 1975). Le CFU-E invece danno origine
a piccole colonie dalla forma a “morula” costituite da 8-64 cellule. Si trovano ad uno stadio
differenziativo più avanzato e per questo vengono identificate già a partire dal 2° giorno di coltura.
Tali aggregati sono qualitativamente identici a quelli presenti nelle BFU-E, e sono formati da cellule
che stanno subendo le ultime divisioni prima della completa maturazione (Iscove e Sieber, 1974).
Esistono altri precursori unipotenti (CFU-Mk, CFU-Eo e CFU-Ba), responsabili delle rimanenti filiere
del compartimento mieloide (megacariociti, granulociti eosinofili e granulociti basofili). Alla base
della gerarchia ematopoietica vi sono infine le cellule mature del sangue, dalla morfologia definita e
dalle funzioni specifiche seppur dotate di vita limitata (Pluznik e Sachs, 1965; Metcalf et al., 1975).
1.2.1 Sistemi di isolamento e caratterizzazione 2
In uno studio ormai divenuto classico, risalente ai primi anni sessanta, Till e McCulloch definirono
staminali una popolazione di cellule ematopoietiche dotate di capacità clonogeniche e in grado di
ripopolare la milza di topi irradiati in risposta al microambiente.Queste cellule in alcuni casi
producevano cloni che se trasferiti in ospiti secondari provvedevano alla ricostituzione di tutti i
lineages .
La staminale ematologica è la cellula meglio caratterizzata.Tuttavia contrariamente alle neurali o alle
embrionali, individuate successivamente, non è tuttora possibile mantenere le HSCs ex vivo, se non per
tempi molto brevi, nè espanderle su vasta scala. Le difficoltà riscontrate nel loro studio sono
riconducibili al fatto che si tratta di cellule estremamente rare (la stima della loro frequenza nel midollo
5
osseo di topo è di una su 10 cellule), e dotate di un fenotipo indifferenziato che impedisce la loro
purificazione come popolazione omogenea. Dal momento che non possono ancora essere studiate in
vitro, per valutare la presenza di HSCs all’interno di una popolazione cellulare eterogenea e per
analizzarne le caratteristiche funzionali si ricorre a saggi di ripopolazione a lungo termine, che
sfruttano la capacità di queste cellule di ricostituire il sistema ematopoietico di topi letalmente irradiati
o geneticamente difettivi (Ogawa, 1993). L’esposizione a un’opportuna dose di radiazioni o la
somministrazione di sostanze citotossiche provoca la morte delle cellule ematopoietiche, pur mantendo
inalterata la funzionalità del microambiente midollare (Till e McCulloch, 1961). Gli animali sottoposti
a tale trattamento vanno incontro a morte nel giro di una o due settimane a meno che non vengano
trapiantati con cellule di midollo osseo proveniente da donatori compatibili. Le cellule trapiantate
costituiscono in realtà una popolazione eterogenea, comprendente oltre alle HSCs anche precursori a
diversi stadi differenziativi che garantiscono la ricostituzione delle diverse filiere nel periodo
immediatamente successivo il trattamento. Tuttavia si tratta di un’azione temporanea, dal momento che
i progenitori presentano una capacità di rinnovarsi tanto più ridotta quanto più sono differenziati. Il
contributo di queste cellule alla ricostituzione si esaurisce
infatti dopo circa tre mesi, ed è solo a partire da allora che gli elementi staminali presenti nel pool di
cellule trapiantate iniziano a ripopolare il compartimento ematopoietico e lo fanno in maniera definitiva
recuperando completamente la funzionalità ematopoietica (Harrison, 1980). Un altro sistema per
studiare il fenotipo e la funzione delle HSCs consiste nell’impiegare come riceventi animali
geneticamente modificati, quali ad esempio portatori di una mutazione in un determinato locus che
codifica per un prodotto indispensabile allo sviluppo di un normale sistema ematopoietico. Le cellule
ematopoietiche di questi topi hanno uno svantaggio di crescita rispetto a quelle dei wild-type, pertanto
il trapianto di midollo osseo in questi animali consente di testare la capacità di ripopolazione
competitiva di una certa popolazione cellulare (Szilvassy et al., 1990). Un modello largamente
impiegato anche per lo studio delle HSCs umane (dal momento che non è possibile effettuare dei saggi
di ripopolazione in vivo) è il topo NOD/SCID (non-obese diabetic/severe combined immunodeficient),
che avendo un sistema immunitario fortemente carente consente l’attecchimento di cellule umane
(Dick, 1996).
Una strategia di grande utilità e ormai largo impiego per isolare popolazioni fortemente arricchite in
cellule staminali ematopoietiche o precursori molto precoci sfrutta l’espressione di antigeni di
membrana rivelata tramite FACS (Fluorescence Activated Cell Sorter). Al momento nessuno dei
marcatori noti è risultato esclusivo delle HSCs, pertanto combinazioni di diversi antigeni vengono in
genere utilizzate per ottenere la loro univoca caratterizzazione immuno-fenotipica. Il primo screening
può essere realizzato tenendo conto del fatto che le HSCs non esprimono marcatori di lineage
caratteristici di cellule ematopoietiche differenziate terminalmente, quali CD3, CD4, CD8, B220, Gr-1,
-
Mac-1,TER119,sono quindi Lin (Spangrude et al., 1988). Alla fine degli anni Novanta si era fatta
strada l’ipotesi che la sialomucina CD34 (Cluster of Differentiation), espressa solo in piccole frazioni
di cellule midollari che comprendono precursori ed HSCs, fosse un marcatore di cellule staminali. I
3
+
primi esperimenti, condotti utilizzando cellule donatrici CD34 per il trapianto di topi letalmente
irradiati o immunocompromessi, mostravano la capacità di queste cellule di ripopolare a lungo termine
l’intero sistema ematopoietico dell’animale recipiente (trattati in Goodell, 1999). Inoltre l’utilizzo di
+
popolazioni di midollo osseo umano arricchito in cellule CD34 migliorava notevolmente l’efficienza
dei trapianti di midollo e ne diminuiva le complicazioni (Civin et al., 1996; Link et al., 1996; Yabe et
-
al., 1996) Tuttavia analisi più approfondite hanno rivelato che anche cellule CD34 sono in grado di
realizzare una completa ricostituzione del sistema ematopoietico. L’ipotesi corrente è invece che la
presenza di questo marcatore sulla membrana cellulare sia indicativa dello stato di attivazione della
cellula staminale (Sato et al., 1999). Infatti nel midollo osseo la maggior parte delle HSCs si trova in
uno stato di quiescenza e non esprime CD34 o lo fa ad un livello molto basso, mentre in seguito ad
attivazione comincia ad esprimerlo ad alti livelli. La sovraespressione di questo antigene sembra un
fenomeno reversibile, cosicché cellule attivate possono dividersi e differenziare oppure tornare in stato
di quiescenza e non esprimere più questo marcatore. Nel topo l’espressione di CD34 in cellule
ematopoietiche primitive decresce col procedere dello sviluppo, e questo è in accordo con il fatto che
-
le cellule staminali adulte quiescenti sono maggiormente presenti nella frazione CD34 (Matsuoka et
al., 2001). Anche l’espressione di un'altra glicoproteina, CD38, è stata oggetto di simili controversie:
in un primo tempo sembrava che le HSCs e i progenitori primitivi
umani fossero CD38(Novelli et al., 1998), mentre studi successivi hanno evidenziato che nel topo sia
le HSCs fetali che quelle adulte sono CD38(Dagher et al., 1998). In realtà pare che anche l’espressione
di questo marcatore sia influenzata dallo stato di attivazione delle cellule staminali, pertanto le cellule
- +
in divisione sarebbero CD34+ CD38-, quelle in G invece CD34 CD38 (Tajima.,2001). Il recettore
endoteliale della proteina C (Endothelial Protein C receptor, EPCR), conosciuto anche come CD201, è
un interessante marcatore identificato attraverso lo studio del profilo genico di cellule ematopoietiche
primitive altamente purificate (Ivanova et al., 2002; Akashi et al., 2003). CD201 è un recettore
transmembrana di tipo I, espresso durante l’embriogenesi dalle cellule giganti del trofoblasto coinvolte
nello sviluppo della placenta, e presente nell’adulto a livello della superficie luminale delle cellule
endoteliali, dove, durante la coagulazione, aumenta l’attivazione della proteina C tramite il complesso
trombina-trombomodulina (Fukudome e Esmon, 1994; Esmon, 2000; Crawley et al., 2002). Esso è
strutturalmente correlato alla famiglia di molecole che costituiscono il complesso maggiore di
istocompatibilità (MHC) di classe I, coinvolte negli stati infiammatori. E’ un dato recente che cellule
di midollo isolate sulla base della sola espressione di EPCR, se trapiantate in topi riceventi mieloablati,
presentano un’elevata capacità di ricostituire il loro sistema emopoietico, al pari di staminali purificate
utilizzando i metodi tradizionali. L’analisi fenotipica di questa popolazione ha evidenziato che la
frazione di cellule che esprime maggiormnte EPCR è uniformemente positiva per Sca-1 e c-Kit e
negativa per CD34 e marcatori terminali (Balazs et al., 2006).
Di recente interesse sono anche l’endoglina CD105, componente del recettore del fattore di crescita
trasformante TGF-β (Chen et al., 2002), e una glicoproteina di
120 Kd detta AC133. L’espressione dell’antigene AC 133 è ristretta alle HSCs e ai progenitori
ematopoietici provenienti dal fegato fetale, dal midollo osseo e dal sangue periferico umano. La
+
popolazione AC133 umana, in trapianti effettuati su modelli animali tra cui i feti di pecora, ha
presentato elevate capacità di attecchimento e le cellule umane provenienti dal midollo osseo di queste
chimere sono state capaci di ripopolare il sistema emopoietico di animali riceventi in seguito a
trapianto seco
-
Cellule staminali
-
Cellule staminali
-
Laboratorio di cellule staminali
-
Biologia – Cellule staminali – Appunti