BUSINESS PROCESS MANAGEMENT
25/02/2020
Cos’è un’organizzazione? Un elemento fondamentale per poter parlare di
ORGANIZZAZIONE, è la presenza di un obiettivo condiviso, questo deve essere
anche un obiettivo complesso, perché se fosse semplice ciascun individuo
cercherebbe di realizzarlo in autonomia, invece si parla di organizzazione quando la
complessità di un obiettivo porta alla combinazione di persone e tecnologie (non
solo software o hardware, ma anche le conoscenze e i metodi su cui si fa leva per
raggiungere l’obiettivo), al raggiungimento di questo.
Dal momento che l’obiettivo è complesso le persone lo scompongono in obiettivi che
siano più semplici rispetto all’obiettivo macro e si dividono i compiti legati al
raggiungimento dell’obiettivo complesso: la coordinazione e la divisione del
lavoro sono quindi un altro elemento fondamentale. Più viene scomposto l’obiettivo
macro in obiettivi micro e assegno questi ultimi ai vari membri dell’organizzazione, più
aumenterà la necessità di unire gli sforzi, coordinando il lavoro degli individui per
arrivare al raggiungimento dell’obiettivo finale.
Un’altra definizione di organizzazione è quella di sistema socio-tecnico aperto,
ossia un sistema nell’ambito del quale abbiamo una componente sociale(persone) e
una tecnica(tecnologie), dove aperto significa che interagisce con l’ambiente in cui è
inserito, e non è quindi isolato; questo è costituito da customers e stakeholders.
Per definire un’organizzazione dal
punto di vista dell’attività economica
partiamo dalla definizione di
imprenditore, ossia colui che svolge
con professionalità un’attività
economica organizzata finalizzata a
produrre beni e servizi; per impresa
intendiamo invece l’attività svolta
professionalmente da un imprenditore
e deve soddisfare i requisiti di
organizzazione e produzione di beni e
servizi, destinati al mercato e non solo
all’imprenditore e alla sua famiglia.
Sinonimo di impresa è il termine azienda, definita come insieme degli asset materiali
utilizzato dall’imprenditore per svolgere le attività dell’impresa. L’economia aziendale
definisce l’azienda non soltanto guardando ai beni materiali, ma anche alle risorse che
l’imprenditore coordina all’interno della sua attività economica prevalente e
persistente nel tempo.
Questa definizione permette di distinguere le imprese in 3 grandi categorie:
Imprese produttive
Imprese familiari
Imprese pubbliche, dove c’è un bilancio tra produzione e consumo.
La società è un’attività economica che viene svolta invece che singolarmente
dall’imprenditore, da un gruppo di persone chiamate soci che siglano un contratto,
prima di iniziare l’attività, nel quale vengono definite le caratteristiche che la società
deve avere.
Il modello di Mintzberg’s individua 5 principali componenti in un’organizzazione:
vertice strategico: costituito da coloro che hanno il compito di definire gli
obiettivi aziendali e la strategia aziendale, ossia l’insieme dei piani che il vertice
strategico decide di definire per raggiungere gli obiettivi aziendali e viene
definita in intervalli temporali lunghi che vanno dagli 1 ai 3 anni. Rappresenta
anche il riferimento dell’organizzazione per l’ambiente esterno e si occupano di
supervisionare il funzionamento dell’intera organizzazione;
linea intermedia: permette la trasformazione della strategia, ossia dei piani di
lungo termine, in piani operativi di breve termine che possono essere eseguiti
giorno per giorno; fa quindi da cuscinetto tar il vertice strategico e il nucleo
operativo;
nucleo operativo: costituito da tutti coloro che si occupano di
approvvigionamento degli input, trasformazione di questi e distribuzione degli
output; ha bisogno per operare di informazioni che guardano ad orizzonti
temporali molto bassi;
tecnostruttura: costituita da coloro che si occupano di ricerca e sviluppo, e
quindi sviluppare prodotti, servizi e processi nuovi che l’organizzazione mette in
campo, e si occupano di capire quali sono le esigenze del mercato (area
marketing);
staff di supporto: costituiti da tutti coloro che si occupano di supportare il
buon funzionamento dell’organizzazione, senza prendere direttamente parte
alle attività operative.
Quando si studia un’organizzazione lo si può fare con due prospettive:
organizzazione formale, che attiene a tutto quello che può essere progettato,
definita come combinazione di ruoli, norme e procedure che formano e
caratterizzano il senso di lavoro dell’organizzazione: ad esempio gerarchie e
canali di comunicazione;
organizzazione informale, attiene a tutto quello che non può essere progettato e
nasce spontaneamente, ossia un set di relazioni che vengono stabilite tra i
dipendenti di un’organizzazione, basate sulla loro personalità: ad esempio le
relazioni interpersonali.
Nell’ambito del corso guarderemo solo gli aspetti formali.
27/02/2020
ORGANIZZAZIONE FORMALE: DIMENSIONE E DESIGN DELL’ORGANIZZAZIONE
Per descrivere e poi progettare un’organizzazione si fa leva su delle dimensioni, che
vengono suddivise in 2 grandi categorie:
dimensioni strutturali, permettono di guardare come questa è strutturata e
cosa succede al suo interno;
dimensioni contestuali, che descrivono l’organizzazione nel complesso e nel
contesto in cui essa opera.
Analizziamo le DIMENSIONI CONTESTUALI.
all’obiettivo e alla strategia,
La prima è associata e viene descritta come prima proprio
perché un’organizzazione non può sussistere se non vi è un obiettivo. Gli obiettivi si
possono classificare in tre grandi categorie a seconda del livello di astrattezza
dell’obiettivo:
La prima categoria è la VISION, ossia un obiettivo che descrive l’immagine che
l’impresa vuole dare di sé al mondo che, non ci permette di capire bene di che
organizzazione stiamo parlando, però ci permette di capire come l’impresa
vuole farsi riconoscere;
La seconda categoria è la MISSION, che è sempre un obiettivo ma un po' più
concreto, ossia la missione aziendale, che ci fa capire cosa fa esattamente la
nostra organizzazione.
La terza categoria sono gli OBIETTIVI OPERATIVI, ossia il massimo della
concretezza e si esprimono attraverso degli indici associati a degli obiettivi
concreti che si vogliono realizzare.
Le strategie sono i piani che l’impresa vuole introdurre per raggiungere gli obiettivi
che si è posta. Ci sono tanti modi per classificare le strategie e la classificazione più
nota è quella di Porter, che vede da una parte le strategie di costo, seguite da
quelle imprese che puntano alla produzione di beni e servizi che costino poco con
caratteristiche di base, e dall’altra le strategie di differenziazione, adottate invece
dalle imprese che vogliono che i consumatori abbiano la possibilità di accedere a
prodotti unici. l’ambiente,
La seconda è che comprende tutto ciò che circonda e condiziona
l’organizzazione e caratterizza tutti i consumatori, l’ambiente socioeconomico in cui
risiede, ed infine anche del contesto internazionale. Ci sono diverse categorie di
ambiente, più o meno stabili, che cambiano molto gli attori e le regole del gioco,
oppure rimangono costanti.
dimensione
La terza è la ossia la grandezza della nostra organizzazione, rispetto
alla quale è possibile classificare le piccole e media imprese e le grandi imprese, in
base a variabili come il fatturato, il numero di dipendenti, il numero di stabilimenti.
È necessario definire con chiarezza se l’impresa è una pmi o una grande impresa,
in quanto bisogna definire i piani e le azioni che possano supportare le une o le
altre in quanto l’economia sarà principalmente basata su una o sull’altra, però per
avere questo devo dimostrare con tutta certezza di esserlo e questo richiede dei
criteri chiave che attestino le caratteristiche. Questi criteri sono basati sulla
definizione data dalla comunità europea, che dice che un’impresa per essere pmi
deve soddisfare le seguenti caratteristiche, che devono essere verificate per ogni
anno di vita dell’impresa:
numero di dipendenti <=250
criterio di carattere economico, il quale è duplice, ossia lascia la possibilità di
decidere all’impresa se guardare al fatturato o al capitale totale investito,
quest’ultimo calcolato come la sommatoria di tutte le voci o dell’attivo o del
passivo dello stato patrimoniale; sappiamo che il passivo è suddiviso in
capitale proprio e capitale di terzi, ossia le fonti di finanziamento che
l’impresa deve utilizzare, mentre l’attivo si suddivide in immobilizzazioni e
attivo circolante e vi sono riportati tutti gli utilizzi.
La comunità europea lascia la possibilità di scelta tra fatturato e capitale
totale investito perché ci possono essere casi di imprese con un capitale
totale investito molto elevato e un fatturato basso e viceversa.
Se scelgo di considerare il fatturato, questo deve essere <=50 milioni, per il
capitale totale investito deve essere <=43 milioni
l’ultima cosa che devo verificare, se almeno uno dei due valori precedenti è
sottosoglia, è il valore di autonomia rispetto alle altre imprese, ossia se non
posseggo altre imprese o le posseggo in quantità pari o inferiore al 25% e
anche se io non sono posseduta da altre imprese per una quota pari o
maggiore del 25%; in questi casi sarò considerata un’impresa autonoma e
quindi una pmi.
Se un’impresa non è autonoma, può essere:
associata, ossia con una quota di partecipazione compresa tra 25% e
50%, e in questo caso dovrò ricalcolare le soglie sommando al numero
dei miei dipendenti il numero dei dipendenti di B pari alla percentuale di
partecipazione, e così anche per il fatturato;
collegata, ossia con partecipazione >50%, e in questo caso devo
sommare ai miei numeri il 100% dei corrispondenti numeri di B,
qualunque sia la percentuale di possesso.
Nell’ambito della categoria pmi, ci sono delle sottocategorie: microimprese,
piccole imprese e imprese medie, con le seguenti soglie:
Di tutte le pmi, la stragrande maggioranza in Italia e in Europa, sono le
microimprese, poi le abbiamo le piccole imprese e infine le medie.
tecnologie,
Le ultime due sono le quindi le conoscenze, le attrezzature e i
cultura
software utilizzati per trasformare gli input in output, e la ossia l’insieme
dei valori e delle credenze adottate all’interno dell’organizzazione e in genere si
tratta di elementi non sempre scritti. Uno degli elementi attraverso cui è
possibile leggere la cultura di un’organizzazione è il logo o il motto, così come
l’abbigliamento utilizzato e le feste organizzate al suo interno.
Analizziamo ora le DIMENSIONI STRUTTURALI.
formalizzazione
La prima è la che è associata alla quantità di documentazione
scritta presente in azienda attestante tutto ciò che viene svolto in azienda;
dall’altro estremo abbiamo imprese poco o per nulla formalizzate in cui è scarsa
o addirittura non presente la documentazione che attesta l’operato dell’azienda.
specializzazione,
La seconda è la ossia la divisione del lavoro, che oltre ad
essere un elemento distintivo delle organizzazioni, permette di distinguere le
imprese che hanno un alto grado di specializzazione rispetto a quelle che hanno
un basso grado di specializzazione.
gerarchia
La terza è la che all’interno di un’organizzazione si misura guardando
il numero di linee di comando che troviamo all’interno del grafico che
rappresenta la struttura organizzativa (organigramma), in cui contiamo il
numero di livelli che ci dà l’idea del grado di gerarchizzazione.
Un’organizzazione si dice molto gerarchizzata quando il numero di livelli è
superiore a 10-12. Oltre alle linee di comando, per definire il grado di
gerarchizzazione, possiamo considerare l’ampiezza del controllo, ossia il numero
di unità che ciascun responsabile coordina e controlla ed è inversamente
proporzionale al numero di comando. Quando aumentano le unità controllate da
ciascun responsabile, il carico del responsabile aumenta molto più che
proporzionalmente, ed è una cosa di cui bisogna tener conto quando si progetta
un’organizzazione.
centralizzazione del potere decisionale
La quarta è la che si riferisce alla
localizzazione del potere decisionale: se è centralizzato è tutto nelle mani del
vertice strategico, se è decentralizzato vuol dire che sono state delegate alcune
decisioni, non quelle strategiche, ai livelli successivi. Tra gerarchia e
centralizzazione, deve esserci una relazione inversamente proporzionale, in
quanto in un’organizzazione molto gerarchizzata e anche molto centralizzata,
dovessero esserci problemi derivanti dagli ultimi livelli, in quanto il vertice
strategico ritarderà nel dare informazioni sia perché sarà sovraccaricato di
problemi da tutti i livelli che stanno in basso, sia perché nell’imporre le decisioni
si dovrà seguire la catena di comando e quindi si ritarderà l’arrivo delle
informazioni al livello interessato, rischiando la paralisi del sistema.
Ovviamente ci sono vantaggi per la centralizzazione come il fatto che chi sta al
vertice ha una visione totale di ciò che accade ed è possibile che la decisione
presa da questo sia più efficiente rispetto a quella presa da un livello operativo.
professionalità,
La quinta è la definita come il livello medio di istruzione e
formazione del personale: un’organizzazione ha un alto livello di professionalità
se ha un livello medio di istruzione alto e viceversa, ma ciò non vuol dire che
uno o l’altro sia buono o cattivo, ma va progettato in base a quello che
dobbiamo realizzare. l’indicatore del personale,
L’ultima dimensione è poi espresso come un rapporto
che aiuta a capire come è distribuito il personale all’interno della nostra
organizzazione per poter svolgere le attività più importanti nelle aree in cui vi è
una maggiore concentrazione di personale.
LA PROGETTAZIONE ORGANIZZATIVA
Progettare un’organizzazione significa attribuire un valore a tutte le dimensioni
contestuali e strutturali appena definite. Queste oltre ad essere una leva per la
progettazione, rappresentano un vincolo ossia nel momento in cui assegniamo
un valore ad alcune, altri valori saranno dipendenti dai valori che abbiamo
iniziato a dare, ossia queste non sono disconnesse l’una dalle altre ma sono
collegate tra loro.
In generale si possono distinguere due grandi approcci alla progettazione:
Approccio meccanicistico, caratterizzato da una struttura centralizzata,
compiti specifici, rigorosamente gerarchica, comunicazione verticale,
molte regole e quindi formale;
Approccio organico, caratterizzato da una struttura decentralizzata, ruoli
potenziati, lavoro di squadra collaborativo, comunicazione orizzontale,
poche regole e quindi più informale.
Definire una struttura organizzativa significa definire i canali di comunicazione e
le linee di controllo per definire i ruoli e le unità organizzative, e il modo per
rappresentarla è l’organigramma. Definire un ruolo significa definire i compiti
ossia le mansioni che il ruolo deve svolgere e sono raccolte all’interno di un
documento che si chiama mansionario; il ruolo si caratterizza con delle finalità e
delle responsabilità per realizzare attività attraverso tecnologie e mezzi utilizzati
attraverso il coordinamento e la collaborazione con le altre specializzazioni.
A seconda di come metto insieme i ruoli all’interno di un’organizzazione potrò
generare diverse strutture organizzative. Le più diffuse sono:
Organizzazione funzionale, che è la prima che viene presentata in
quanto storicamente è nata per prima ed è la prima vera struttura
organizzativa adottata all’interno delle organizzazioni. Il criterio di
divisione del lavoro su cui si basa è quello di raggruppare i lavoratori in
base a come lavorano, ossia metto insieme tutte le persone che hanno un
certo background, che hanno certe conoscenze e utilizzano certi metodi.
Il principale vantaggio di questa struttura è l’efficienza, in quanto è legata
alla specializzazione. Questo può diventare però, in alcune situazioni, il
principale svantaggio perché si tende a perdere la visione d’insieme ossia
non si tende a non parlare e collaborare con le altre funzioni se non
quando devo scambiarmi oggetti come input e output. Nonostante è la
struttura più diffusa in quanto la stragrande maggioranza delle imprese
sono le pmi, diventa non utilizzabile nel momento in cui si producono
prodotti o si opera su mercati molto diversificati, per cui si passerà in
questi casi alla struttura divisionale per prodotto o per area geografica.
03/03/2020 Organizzazione divisionale, basata su criterio di divisione del lavoro
associato a cosa si realizza, ossia metto insieme al primo livello di
decomposizione, nelle unità chiamate divisione, tutti i ruoli che
condividono il fatto che operano con le stesse finalità, cioè sugli stessi
oggetti. Se analizzo la divisione, ossia scendo di livello, ritrovo sempre le
unità funzionali in cui tutti coloro che lavorano su un oggetto sono
suddivisi secondo l’unità funzionale in cui operano. Ogni divisi
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