Biotecnologie microbiche unità didattica 1:
biotecnologie genetico molecolari
Prof. ssa Fortina
CELLULA PROCARIOTA
La cellula batterica è sempre stata presa come modella nelle biotecnologie genetiche in
quanto è un modello semplice da studiare. Ha un solo cromosoma detta, quindi, aploide
(opposta alle cellule diploidi). Questo non implica che la cellula batterica abbia meno
possibilità di avere 32 cromosomi. Si tratta solo di una semplicità strutturale poiché il
cromosoma batterico, anche se uno solo, è lunghissimo che varia da 1 a 4-5 milioni di paia
di basi che, di conseguenza, contiene tutte le informazioni genetiche che gli eucarioti
hanno organizzato nei cromosomi.
Questo DNA cromosomale nativo nelle cellule batteriche ha una conformazione detta
C-C-C (circolare covalentemente chiusa).
Se fosse un cerchio perfetto avrebbe un diametro molto maggiore rispetto alle dimensioni
medie della cellula procariote che lo contiene. Per questo quest’unica molecola di
cromosoma è superavvolta in un gomitolo che, a prima vista, potrebbe sembrare casuale.
In realtà, la molecola di DNA cromosomale è avvolta in un modo molto preciso e il
superavvolgimento e il disavvolgimento sono processi altamente guidati dalla cellula per
permettere di svolgere quelle che sono le funzioni fondamentali della cellula (duplicazione,
trascrizione, traduzione del messaggio genetico). Sono coinvolti anche numerosi enzimi e
proteine specializzati deputati solo a questo ruolo. Se la cellula si sbaglia anche in una di
queste fasi, difficilmente riuscirà a sopravvivere.
Il fatto che la cellula contenga un solo cromosoma ha permesso di studiare molto più
facilmente tutti i processi di trasferimento dell’informazione genetica e, dal DNA, alla
sintesi proteica.
In più i batteri possono trasferire del materiale extra-cromosomale che è tipico della cellula
procariote che sono i plasmidi. Il plasmide è una molecola di DNA a doppio filamento in
forma C-C-C superavvolta extra-cromosomale. La differenza è, quindi, che è separata dal
DNA cromosomale. Può essere presente in alcune cellule batteriche così come possono
essere assenti. Ed è per questo che è definito anche come materiale genetico mobile cioè
è una molecola che la cellula può acquisire ma anche facilmente perdere. Ci sono ceppi
che lo possiedono che, se analizzati dopo del tempo, possono non essere perse. Questo
dipende dalle condizioni in cui la cellula si trova. Per tutti questi motivi il plasmide porta
informazione non vitali, bensì addizionali che possono aiutare la cellulare in determinate
condizioni. Se contenesse informazioni vitali, porterebbe la cellula ad un elevatissimo
rischio di non sopravvivere. Queste informazioni addizionali, a livello applicativo, possono
essere utili a noi perché per esempio esistono plasmidi che codificano per enzimi di nostro
interesse, esempio enzimi detossificanti, o enzimi per idrolizzare sostanze per noi nocive,
come idrocarburi, benzene, toluene, ecc … Studiamo i plasmidi anche perché possono
codificare per la resistenza agli antibiotici che, se dal loro punto di vista rappresenta un
vantaggio, per noi è un problema nel caso in cui vogliamo utilizzare quel ceppo il quale
potrebbe trasferire la resistenza dalla cellula batterica a cellule o da un ceppo all’altro che
colonizzano l’organismo umano, il che ovviamente non fa bene. Il problema è che ad oggi
si utilizzano troppi antibiotici per il loro uso indiscriminato a livello degli allevamenti come
terapia preventiva. Di conseguenza tutti i m.o. con cui l’animale viene a contatto
potrebbero diventare antibiotico-resistenti (suolo). In ambito alimentare non dobbiamo
utilizzare ceppi, quindi, che presentano questa caratteristica.
Ci sono casi in cui si ha l’integrazione del plasmide nel DNA cromosomale. I m.o. che
presentano questa caratteristica vengono detti EPISOMI. Nel caso in cui il plasmide sia
integrato nel DNA cromosomale esso si replicherà insieme al cromosoma. Nel caso in cui
il plasmide viva libero nel citoplasma potrà replicarsi in modo autonomo e, in base alle
necessità della cellula, potrà essere presente in più copie, grazie alle piccole dimensioni.
Quindi, anche se il plasmide è auto- replicante, questo processo è comunque regolato
dalla cellula, poiché saranno sempre necessarie delle proteine specifiche prodotte da dei
geni specifici presenti sul DNA cromosomale.
Per quanto la cellula procariota sia semplice, dobbiamo vedere questa semplicità come un
grande vantaggio che queste cellule hanno avuto di sapersi adattare molto più
rapidamente di quanto sappiano fare le eucarioti ai diversi ambienti in cui questi organismi
si trovano a vivere. Su questo si basa lo studio FILOGENETICO grazie al quale è stato
costruito l’albero filogenetico.
Diversi scienziati hanno, tanto tempo fa, classificato tutte le cellule viventi a partire da
quella che potrebbe essere una prima cellula primordiale che si potrebbe essere creata
casualmente considerata come progenitrice di tutti gli organismi compresi noi, ma che
hanno distanze evolutive differenti dalla stessa cellula primordiale. Dallo studio di
particolari caratteristiche di questa cellula (a partire da fossili contenenti DNA) e di quelle
costruito l’albero
attuali, sottolineandone le differenze per comparazione, è stato
filogenetico, le cui distanze dei vari ‘rami’ rappresentano anche le distanze evolutive.
Attraverso la definizione di questo albero sono state definiti i 3 domini della vita: batteri,
archea (o archeobatteri.
Cellule procariote ma che comprendono i batteri ritrovati più recentemente in habitat
particolarmente estremi: pH = ., nei ghiacciai, negli ambienti sulfurei, elevate
concentrazioni di NaCl, ecc … Questi hanno una cellula procariote ma anche delle
strutture e un pool di enzimi particolari per renderle resistenti a queste situazioni. Questi
batteri si sono così adattati a queste condizioni da aver acquisito stabilmente queste
caratteristiche. Tant’è che se prendiamo uno di questi m.o. e lo portiamo in laboratorio alle
condizioni standard, muore.) , eucaria (o eucarioti che contengono la cellula vegetale e
animale e i funghi). da ragione all’affermazione che la semplicità
Il fatto che due dei tre domini siano procarioti
è sinonimo di adattamento. Questo perché possiamo trovare molto più facilmente, negli
ambienti, una vita procariote che una vita eucariote.
A partire dalla cellula ancestrale si sono formate le tre diramazione principali, da cui, a sua
volta, si formano una serie di diramazioni secondarie che definiscono i vari tipi di batteri e
di eucarioti che sono conosciute fino ad arrivare agli organismi più complessi che siamo
noi e le piante. TEORIA EVOLUTIVA DELL’ ENDOSIMBIOSI
Queste teoria prende il nome di che
suppone che 4 miliardi di anni fa si fossero organizzate delle sostanze organiche a dare
una specie di cellula che definiamo progenitrice, una cellula semplice che, riproducendosi,
ha integrato altri componenti organici che poi si sono specializzate per permettere la
riproduzione delle stesse cellule. Inizialmente le cellule erano ad RNA e solo in un
secondo momento evolutivo abbiamo le cellule con DNA. Queste cellule ancestrali si sono
assemblate casualmente sono andate poi, trasportate da acqua, vento, ecc …, a
colonizzare diversi ambienti grazie alla capacità di adattamento della cellula.
Le cellule eucariote, secondo questa teoria dell’endosimbiosi, sono nate dopo che, in un
ambiente particolarmente difficile da colonizzare, due cellule abbiano ‘deciso’ di vivere
insieme in un rapporto di simbiosi in cui una cellula procariote sia entrata in un’altra
procariote per ‘dividersi’ i compiti. La prima, più piccola, si è poi specializzata nel produrre
energia differenziando i mitocondri. Ci sono delle evidenze scientifiche a sostegno di ciò,
come il fatto che i mitocondri abbiano un proprio DNA. Da questa prima cellula eucariota
poi, sotto la pressione selettiva esercitata da ambienti diversi, si sono specializzate cellule
eucariote diverse fino a quelle animale e vegetale, più complesse.
Questo ha anche permesso di riuscire ad avere un marker comune con il quale andare a
studiare queste distanza evolutive. Il marker che ha permesso la comparazione e
successiva creazione dell’albero filogenetico è una molecola che può rappresentare il
cosiddetto orologio molecolare, cioè una molecola che doveva essere presente
necessariamente dalla cellula progenitrice fino alle cellule attuali, nelle quali svolgesse la
stessa funzione e che la cellula, nel corso di questi miliardi di anni, ha cercato di
proteggere il più possibile dai cambiamenti di sequenza legati alle condizioni esterne,
dovuto al fatto che contiene informazioni essenziali alla vita della cellula.
Possono essere diversi gli orologi molecolare ma la molecola più comunemente usata si è
rivelata essere è il gene che codifica per RNA ribosomale 16s.
Questa ipotesi trova conferma nel fatto che la cellula ancestrale possiedono RNA (e non
DNA) e che i ribosomi delle cellule procariote hanno un loro cromosoma, appunto, 16s.
L’RNA ribosomale è uno degli RNA contenuti nella cellula, così chiamata perché, appunto,
contenuto nei ribosomi che sono delle strutture costituite da due sub unità, chiamate con
sigle differenti in funzione della densità di questi corpuscoli, nelle quali avviene la sintesi
proteiche. Nei batteri abbiamo la sub-unità 30S e 50S (Svedberg: il ricercatore che ha
messo appunto l’ultracentrifugazione utilizzata per calcolare le densità detto coefficiente di
sono attive se contengono al loro interno l’RNA
sedimentazione). Queste due sub-unità
ribosomale (rRNA) e una serie di polipeptidi la cui attività permette alle due sub-unità di
unirsi e di leggere il messaggio dell’RNA messaggero (mRNA). L’rRNA contenuto nella
sub-unità 30S viene definito RNA ribosomale 16s. Mentre quello nella sub-unità da 50S
viene chiamato 23s.
L’rRNA viene codificato a livello del DNA che conterrà un gene che codifica, appunto, per
l’rRNA. Questo è un gene altamente conservato che può essere utilizzato negli studi di
filogenesi.
La sequenza nucleotidica che codifica per questo rRNA ha, nel tempo, riportato
pochissime variazioni di sequenze anche tra cellule molto lontane tra loro, sviluppate in
condizioni totalmente diverse. Di conseguenza è possibile comparare cellule che hanno
grandi distanze evolutive anche ampie.
La cellula eucariota possiede ribosomi diversi, più grandi con sub-unità di densità
maggiore. Il ribosoma batterico si identifica con la sigla 70S che deriva dalla ‘somma’ delle
due sub-unità. Non è,però, una somma aritmetica: 30 + 50 non fa 70 matematicamente,
ma fa 70 ‘biologicamente’ per via del coefficiente di sedimentazione, per cui il ribosoma
non è dato dalla somma delle densità delle sub-unità.
E’ inoltre il gene che viene utilizzato in tante metodiche di laboratorio.
L’obiettivo dei batteri è quello di colonizzare l’ambiente in cui vive attraverso la crescita,
cioè si intende l’aumento del numero di cellule. L’aumento del numero di cellule porta ad
una comunicazione tra cellule aumentando il turn over interno per portare avanti la specie
attraverso le cellule figlie. La cellula, quindi, scambia con l’esterno tutto ciò che è
necessario a tal fine. che sono poi alla base dell’evoluzione.
La cellula può, inoltre, subire delle modificazioni
Queste modificazioni in parte derivano dall’ adattamento ambientale, in parte da eventi
subisce nell’ambiente, in parte ad errori in fase di
casuali come mutazioni che la cellula
riproduzione ma in parte sono dettati e voluti dalla cellula come i processi di
ricombinazione genetica per crescere meglio nelle condizioni in cui si trova. Nonostante
ciò le ricombinazioni avvengono con una frequenza bassissima in natura perché vengono
indotti solo in condizioni particolari in cui non può scegliere: o cerca di cambiare o
soccombe. La cellula sa di poter dirigere uno di questi processi, ma non sa l’esito della
sua ‘’scelta’’: può scegliere di acquisire del nuovo DNA ma non sa se sarà mortale o no.
Per questo non affronta questo rischio se non strettamente necessario. Questo vale
almeno per due dei tre processi: trasformazione e coniugazione. Mentre nel terzo
a metà, in seguito ad un’infezione fagica da cui la
processo, si tratta di una situazione
cellula è si malata, ma fa affidamento su un errore del fago per riuscire a sopravvivere
acquisendo altre caratteristiche.
Questi processi potrebbero somigliare a quella che nella cellula eucariota avviene nella
vera riproduzione sessuata delle cellule, differisce però dalla riproduzione vera è proprio
perché nei procarioti non avviene la fusione di due nuclei, ma uno scambio unidirezionale:
ci sarà sempre una cellula che dona e una che riceve. Non acquisisce, però, tutto il
genoma di un’altra cellula, anche se potrebbe; non lo fa perché per una cellula semplice
come quella procariote l’intero genoma porterebbe più danno che bene.
PROCESSI DI RICOMBINAZIONE GENETICA
TRASFORMAZIONE
Per definizione implica l’acquisizione da parte di una cellula ricevente di parte del DNA che
proviene da un’altra cellula ma che, in quel momento, si trova libero nell’ambiente
circostante.
Vi sono dei batteri che in particolari condizioni si vengono a trovare nel cosiddetto stato di
competenza: hanno ricevuto dei segnali chimici per cui attivano una serie di geni
predisposti a sintetizzare delle molecole che servono per questo processo di trasferimento
genico dall’esterno verso l’interno. Questo stato di competenza è quindi indotto dalle
condizioni ambientali e guidato da una serie di proteine che vengono sintetizzate per
questa specifica necessità. Il processo prevede che la superficie cellulare venga a contatto
con DNA esterno che provenga, per esempio, da un habitat naturale colonizzato da
diverse tipologie di batteri o da cellule di batteri morti che si sono lisate rilasciando frazioni
di DNA libero che raggiunge la superficie delle cellule in stato di competenza, sulla quale
viene legato da proteine specifiche che riconoscono le molecole di DNA, per un passaggio
selettivo.
In molti casi le cellule non fanno entrare DNA a doppio filamento, per cui posseggono delle
filamento in modo da portare all’interno della cellula un solo
nucleasi che scinde il doppio
filamento che sarà più facilmente integrabile nel cromosoma batterico.
Ci sono poi delle specifiche proteine che vanno a legarsi a questo singolo filamento di
in modo tale da stabilizzarlo per impedirne l’avvolgimento (qualora dovesse essere
DNA
abbastanza lungo) che creerebbe la formazione di legami intramolecolari tra le basi
nucleotidiche.
Dopo di che intervengono altre proteine enzimatiche specifiche per questo processo,
che cerca se lungo il DNA cromosomale esiste un sito all’interno del quale
come la recA,
quel filamento esterno di DNA può integrarsi. In caso affermativo, il frammento di DNA
esterno si legherà al cromosoma sostituendo una frazione di DNA esistente.
Questo implica che, nei successivi stadi della replicazione, sul DNA cromosomale è
portato un filamento del DNA nuovo che apporterà delle modificazioni rispetto
all’informazione originaria della cellula madre che dipenderanno dalle informazioni portate
da quel singolo filamento di cui la cellula non conosce l’utilità o la dannosità o addirittura la
morte. Se del DNA si inserisce in un punto non corretto potrebbe bloccare l’azione di geni
vicini che potrebbero portare all’inattivazione della crescita e riproduzione cellulare. Da qui
il rischio della trasformazione. Se apporterà un danno la cellula soccombe. Se apporterà
un vantaggio, le cellule figlie avranno acquisito delle informazioni e caratteristiche
addizionali che prima non esistevano che, se fortunata, le permetteranno di vivere meglio
nell’ambiente in cui si trova e, se riuscirà, conserverà tale informazione e la trasferirà alle
cellule figlie.
Se, invece, questo filamento singolo non trova alcun sito lungo il DNA cromosomale, la
energia per portarla di nuovo all’esterno. Bensì attiverà delle altre
cellula non sprecherà
nucleasi specifiche che andranno a idrolizzare quel filamento di DNA esterno rendendo
disponibili le basi nucleotidiche che utilizzerà in fase di replicazione in una successiva
sintesi. CONIUGAZIONE
Prevedono un contatto tra le cellule donatrice e ricevente.
Quello più conosciuto è la coniugazione che avviene attraverso un pilo a carico del
plasmide F che alcuni Gram negativi posseggono.
all’interno delle cellule che posseggono il pilo
Il plasmide F è un plasmide contenuto
contenente le informazioni per la sintesi del pilo stesso.
Questo plasmide è abbastanza piccolo che porta le informazioni per la propria replicazione
e per la sintesi del pilo e, solitamente, si trova come molecola extra-cromosomale, cioè
staccato dal DNA cromosomale.
Quando avviene il contatto, che riduce la distanza tra i due m.o., di una cellula F+
(donatrice) con una cellula detta F- (ricevente perché priva del plasmide F), il plasmide
di srotolamento, detto ‘’rolling
migra dalla cellula F+ alla cellula F- attraverso un processo
circle’’ dalla sua forma rilassata circolare del plasmide con la rottura di un singolo
filamento il quale passa attraverso il pilo F il quale forma il ponte coniugativo, inserendosi
nella cellula ricevente. Questo avviene perché la cellula F+ non vuole perdere l’intero
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