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COLLAGENO.

È una proteina presente in tutti gli esseri viventi. Costituisce tessuti connettivi, ossa, denti e matrici

fibrose e ha caratteristiche insolubili e da resistenza ai tessuti.

Il collageno ha una composizione amminoacidica precisa. La sua resistenza deriva dal fatto che

compone fibre composte da almeno 3 catene proteiche avvolte tra loro. Queste catene sono legate

tra loro attraverso legami idrogeno.

STRUTTURE TERZIARIE. La struttura terziaria tiene conto della

distribuzione spaziale degli atomi riferendosi

anche alle catene laterali.

La maggior parte delle proteine viene

determinata attraverso la cristallografia a raggi X

o con tecnica NMR.

I raggi X permettono di trovare l’immagine della

molecola direttamente.

Per osservare un spettro NMR è utile utilizzare la

tecnica 2D.

Generalmente nelle proteine globulari le catene

laterali degli amminoacidi sono disposte in base

alla loro polarità. I residui non polari si trovano

prevalentemente nella parte interna per evitare il contatto con solventi. Gli effetti idrofobici

comunque sono responsabili della forma tridimensionale delle proteine.

I residui polari carichi sono localizzati lungo la superficie esterna delle proteine in contatto col

solvente.

I residui polari non carichi sono localizzati in entrambe le parti. Se all’interno formano legami

idrogeno e quindi perdono a loro polarità.

Le proteine globulari sono costituite da combinazioni di elementi strutturali secondari.

Le principali strutture di combinazione di elementi secondari si chiamano motivi o strutture

supersecondarie.

Il motivo βαβ una α-elica unisce due foglietti paralleli.

Il motivo a forcina β è costituito da 2 foglietti antiparalleli.

Il motivo αα ha due eliche antiparallele che si accostano con i loro assi inclinati.

Il motivo a chiave greca ha un motivo a forcina nel mezzo affiancato da altre due catene a

foglietto successive antiparallele.

Le strutture a foglietto possono arrotolarsi formando i β barili.

Le catene polipeptidiche contenenti più di 200 residui si ripiegano in modo da creare 2 o più

strutture globulari chiamate domini. Uno dei motivi potrebbe essere il proteggere le parti

idrofobiche della molecola.

STRUTTURA QUATERNARIA.

Questa struttura formata da più catene polipeptidiche ognuna in struttura terziaria Ogni monomero

è anche indicato con il termine di subunità.

La struttura tridimensionale (nativa) dipende dalla sequenza amminoacidica ossia dalla struttura

primaria.

STABILITA’ DELLE PROTEINE.

Le proteine possono essere denaturate perché le forze che danno conformazioni strutturali alle

molecole sono deboli.

Il calore può destabilizzare le proteine modificando la proteina. Aumentando il calore tutto il

polipeptide denatura contemporaneamente.

Le variazioni del pH determinano cambiamenti negli stati di ionizzazione delle catene laterali degli

amminoacidi modificando le cariche e le distribuzioni dei legami H.

I detergenti si associano ai residui non polari di una molecola proteica interferendo così con le

interazioni idrofobiche che stabilizzano la struttura nativa.

Gli agenti caotropici sono lo ione guanidinio e urea. Queste molecole o ioni aumentano la solubilità

delle sostanze non polari in acqua.

La ribonucleasi A è una proteina che denatura e rinatura. Una singola proteina viene

completamente fusa e contemporaneamente i suoi legami disolfuro vengono scissi attraverso una

soluzione contenente 2-mercaptoetanolo e urea.

L’eliminazione successiva dell’urea mediante dialisi e l’esposizione della soluzione risultante a O a

2

pH 8 ossidai solfuri formato legami disolfuri. A questo punto si è generata una proteina

enzimaticamente attiva fisicamente indistinguibile dalla proteina originale.

ENZIMI.

I sistemi viventi utilizzano innumerevoli reazioni biochimiche, e quasi tutte sono catalizzate da

enzimi. I ribozimi sono parti di RNA che rivestono ruoli catalitici. Gli abzimi sono anticorpi che si

comportano da enzimi catalizzatori e i chemzimi sono enzimi artificiali.

Gli enzimi si differenziano dai catalizzatori chimici per alcuni aspetti.

1- Le velocità di reazioni catalizzate dagli enzimi sono molto più elevate rispetto a se non

fossero catalizzate o se fossero utilizzati dei catalizzatori chimici.

2- Le reazioni catalizzate dagli enzimi avvengono a valori inferiori a 100°C, pressione

atmosferica e pH vicino a 7.

3- Gli enzimi non rilasciano prodotti collaterali.

4- Le attività enzimatiche variano in risposta alle concentrazioni di sostanze diverse dai loro

substrati.

In genere il nome degli enzimi è dato dal suffisso –asi unito al nome del substrato o dell’azione

catalitica.

Siccome il nome in questo caso può dare confusione si è ideata la classificazione EC che classifica

gli enzimi nelle 6 classi principali e suddivide questi gruppi in sottoclassi. Il nome è quindi dato

dalla sigla EC seguita da numero che indicano le classi.

CLASSI.

una ossidoreduttasi (numero EC 1) è un enzima che catalizza il trasferimento di elettroni da una

molecola (detta riducente, o donatrice di idrogeno o donatrice di elettroni) ad un'altra

(detta ossidante, o accettore di idrogeno o di elettroni).

Una transferasi (numero EC 2) è un enzima che catalizza il trasferimento di un gruppo

funzionale (come ad esempio un gruppo fosfato o un metile) da una molecola (detta donatrice) ad

un'altra (detta accettore).

Una idrolasi (numero EC 3) è un enzima che catalizza l'idrolisi di un legame chimico.

una liasi (numero EC 4) è un enzima che catalizza la rottura di diversi legami chimici attraverso

processi differenti dall'idrolisi e dalla ossidazione, spesso producendo un nuovo doppio legame o

una nuova struttura aromatica.

Una isomerasi (numero EC 5) è un enzima che catalizza l'interconversione tra due isomeri.

una ligasi (numero EC 6) è un enzima che catalizza la formazione del legame tra due molecole in

modo da formare una nuova molecola a partire dalle prime due, spesso accompagnato

dall'idrolisi di una molecola come ATP.

ENERGIA DI ATTIVAZIONE.

I meccanismi di catalisi derivano dalla teoria dello stato stazionario di Eyring.

Questa teoria afferma che gli atomi per compiere una reazione creano uno stato stazionario ad

alta energia a

composizione ignota

dove l’atomo ancora

legato si deve staccare

e l’atomo che deve

legarsi si sta legando. I

reagenti si avvicinano

l’uno all’altro seguendo

un percorso a minore

energia libera, detto

coordinata di reazione.

Si può rappresentare la

reazione in un grafico

detto diagramma dello stato di transizione dove si mette

in relazione l’energia ∆G in relazione con le coordinate di

reazione.

La differenza di energia tra il picco e i reagenti è

chiamata energia di attivazione. L’energia necessaria per

far avvenire la reazione.

La legge afferma che quanto maggiore è il valore

dell’energia di attivazione, tanto più bassa è la velocità

di reazione.

I catalizzatori, in questo caso gli enzimi, agiscono

generando un nuovo percorso per la reazione

contraddistinta da un valore di energia di attivazione più

basso.

L’abbassamento di energia determina un aumento di velocità.

Risulta però che un enzima non altera l’energia libera di reazione ma consente di abbassare solo

l’energia di attivazione.

STRUTTURA ENZIMI.

Gli enzimi hanno una struttura globulare (terziaria o quaternaria).

La catalisi avviene in un punto ben definito, detto sito attivo o sito catalitico.

La molecola soggetta alla catalisi enzimatica è detta substrato; spesso partecipano alla reazione

più substrati (in genere 2, raramente 3).

Il sito catalitico contiene:

1. aminoacidi con gruppi R particolarmente reattivi (acidi o basici) arrangiati secondo una precisa

disposizione spaziale in modo da ottimizzare sia l’interazione con il substrato sia la catalisi

2. in molti casi componenti addizionali sono necessari alla catalisi:

- coenzimi (molecole organiche).

- cofattori (ioni inorganici).

Gruppi aminoacidi reattivi nei siti catalitici degli enzimi

Nel sito catalitico avvengono i seguenti fenomeni:

1. molteplici interazioni deboli tra enzima e substrato con conseguente liberazione di energia

(energia di legame).

2. desolvatazione.

3. riduzione entropica: riduzione del moto con orientamento dei gruppi funzionali e aumento delle

collisioni produttive.

4. formazioni di interazioni deboli aggiuntive durante lo stato di transizione.

FUNZIONAMENTO.

La maggior parte degli enzimi presenta una notevolissima specificità per la reazione catalizzata e

per i substrati coinvolti. Tale specificità è legata a diversi fattori che caratterizzano l'associazione

tra il substrato e il sito attivo, come la complementarità dal punto di vista strutturale, le cariche

elettriche, la natura idrofila o idrofoba. Gli enzimi mostrano spesso livelli elevatissimi

di stereospecificità, regioselettività e chemoselettività.

Il primo modello a essere stato messo a punto per spiegare la specificità degli enzimi è quello

suggerito da Hermann Emil Fischer nel 1894, secondo il quale l'enzima e il substrato possiedono

incastro

una forma esattamente complementare che ne permette un perfetto. Tale modello è

chiave-serratura

spesso definito come . In ogni caso tale modello esplica bene la specificità degli

enzimi, ma è decisamente meno affidabile nello spiegare la stabilizzazione dello stato di

transizione che l'enzima raggiunge durante il legame con il substrato.

chiave-serratura

Nel 1958 Daniel Koshland propose una modifica del modello : dal momento che gli

enzimi sono strutture relativamente flessibili, egli suggerì che il sito attivo potesse continuamente

modellarsi in base alla presenza o meno del substrato. Come risultato, il substrato non si lega

rigido

semplicemente a un sito attivo , ma genera un rimodellamento del sito stesso, che lo porta a

un legame più stabile in modo da portare correttamente a termine la sua attività catalitica, come

succede ad esempio per la esochinasi e per altri enzimi glicolitici. In alcuni casi, come avviene per

le glicosidasi, anche il substrato può cambiare leggermente la propria forma all'ingresso nel sito

attivo.

Il legame iniziale tra enzima e substrato è necessario anche da un punto di vista energetico.

L'energia del legame deriva non solo da eventuali legami covalenti, ma anche da una fitta rete di

interazioni deboli, ioniche o elettrostatiche. Solo il corretto substrato è in grado di partecipare a

tutte le interazioni previste. Ciò, oltre a spiegare la sorprendente stabilità del legame tra enzima e

substrato, permette di comprendere i meccanismi che conferiscono elevata specificità all'enzima

stesso.

La riduzione dell'energia di attivazione può essere invece spiegata dal fatto che tutte le interazioni

tra enzima e substrato sono possibili solo quando il substrato si trova nello stato di transizione.

forzato

Tale stato è dunque stabilizzato (in un certo senso esso viene ) dal legame tra enzima e

substrato. Il substrato nello stato di transizione può essere considerato un vero e

nuovo nuova

proprio substrato di una reazione, avente un'energia di attivazione inferiore a

originale

quella . La riduzione della ΔG può dunque essere intesa come conseguenza della

nuova

creazione di una sorta di reazione, impossibile senza la presenza dell'enzima corretto.

L'affinità dell'enzima per il substrato è quindi la condizione necessaria per il suo funzionamento;

complesso

ma questo non significa che nel le forze di interazione debbano essere molto elevate:

se il complesso enzima-substrato fosse eccessivamente stabile, per esempio, l'enzima non

tenderebbe a formare i prodotti. Se fosse invece troppo alta l'affinità tra enzima e stato di

transizione (o tra enzima e prodotto) la reazione si bloccherebbe, non permettendo al complesso di

dissociarsi e liberare i prodotti.

MECCANISMI CATALITICI.

I principali meccanismi catalitici sono:

- Catalisi acido-base.

- Catalisi covalente.

- Catalisi da metalli.

La catalisi acida generale è un processo il cui trasferimento di protoni da un acido abbassa

l’energia di attivazione dello stato di transizione di una reazione.

Una reazione di tautomeria cheto-enolica non catalizzata procede lentamente a causa della elevata

energia libera dello stato di transizione.

La donazione di un protone da parte dell’acido all’atomo di ossigeno accelera la reazione.

Una reazione può essere catalizzata anche da basi e la velocità della reazione aumenta in seguito

alla rimozione di un protone da parte della base.

Alcune reazioni possono essere catalizzate da entrambi i processi contemporaneamente. Queste

reazioni sono concertate, cioè avvengono tutte in una volta.

Queste reazioni avvengono perché le catene laterali di alcuni residui amminoacidici Asp, Glu, His,

Cys… presentano valori di pK che rientrano nei valori di pH fisiologici il che consente loro di agire

come catalizzatori acido/base.

La catalisi covalente aumenta la velocità di reazione attraverso la formazione temporanea di un

legame covalente tra catalizzatore e substrato. Questo legame si forma attraverso la presenza di

un gruppo nucleofilo sul catalizzatore un gruppo elettrofilo sul substrato.

Un esempio di catalisi covalente avviene durante la decarbossilazione dell’acetoacetato catalizzata

dalle ammine primarie.

Nella prima fase della reazione l’ammina attacca il gruppo carbonilico dell’acetoacetato per dare

origine alla base di Schiff. L’atomo di azoto protonato agisce come trappola per elettroni allo scopo

di ridurre il carattere ad alta energia dello ione enolato. La formazione e la decomposizione della

base di Schiff sono processi veloci e non limitano la reazione.

La catalisi covalente quindi può essere divisa in 3 fasi:

- Reazione nucleofila tra catalizzatore e substrato con formazione di legame covalente.

- La sottrazione di elettroni dal centro di reazione da parte del catalizzatore che diventa

elettrofilo.

- La liberazione del catalizzatore nel corso di una reazione.

Un aspetto importante della catalisi covalente risiede nel fatto che quanto maggiore è la stabilità

del legame covalente formatosi, tanto minore è la facilità con cui esso tende a rompersi nella fase

conclusiva della reazione.

Un terzo di tutti gli enzimi richiede la presenza di ioni metallici per svolgere attività catalitiche.

Fanno parte di questo gruppo i metalloenzimi, contenenti cofattori metallici legati saldamente.

Questi ioni svolgono funzioni catalitiche e strutturali.

Prendono parte al processo secondo 3 modalità principali.

- Legano i substrati per orientarli correttamente ai fini della reazione.

- Mediano reazioni di ossidazione-riduzione attraverso modificazioni reversibili del loro stato

di ossidazione.

- Stabilizzano o schermano cariche di segno opposto.

In numerose reazioni agiscono come un protone e sono spesso più efficaci. Sono presenti in alte

concentrazioni anche a pH 7.

La carica di ione metallico può rendere le molecole d’acqua più acide rispetto a quanto fa l’acqua

libera e diventano fonte di ioni idrossi.

Un meccanismo tipo di queste reazioni catalizzate è l’azione dell’anidrasi carbonica.

L’anidrasi carbonica contienitene uno ione Zn .

2+

CO + H O H CO + H

+

2 2 2 3

Questo ione polarizza una molecola d’acqua formando ione idrossi che a sua volta effettua un

attacco nucleofilo alla anidride carbonica convertendola in HCO . Il protone prodotto nella

3-

reazione viene trasferita sulla superfice dell’enzima mediante catalisi basica e il sito dell’enzima

viene quindi rigenerato.

LE SERINA PROTEASI.

Un meccanismo enzimatico utilizzato da un gruppo ampio di enzimi proteolitici chiamati serina

proteasi. Prendono questo nome perché hanno tutti lo stesso processo catalitico che coinvolge un

residuo Ser particolarmente reattivo.

La chimotripsina, tripsina ed elastasi sono enzimi sintetizzati dal pancreas e secreti nel duodeno.

I tre enzimi catalizzano l’idrolisi di legami peptidici (amidici) ma con specificità differenti per le

catene laterali che fiancheggiano il legame peptidico che deve essere tagliato.

La chimotripsina è specifica di un gruppo voluminoso e idrofobico che deve precedere il legame da

scindere. I tre enzimi formano un potente sistema proteolitico che porta avanti il processo della

digestione.

L’identificazione della catena laterale del residuo Ser nel sito della serina proteasi può essere

effettuata usando il reagente diisopropilfosfofluoridrato (DIPF). Questo composto inattiva in modo

irreversibile l’enzima agendo solo sul Ser del

sito attivo senza intaccare gli altri Ser. Tale

specificità rende il composto estremamente

tossico.

La neurotossicità del DIPF è dovuta alla sua

capacità di inattivare l’acetilcolina esterasi, un

enzima che catalizza l’idrolisi dell’acetilcolina.

L’attività esterasica dell’acetilcolina esterasi

richiede un residuo Ser.

L’acetilcolina è un neurotrasmettitore, cioè

trasmette gli impulsi nervosi attraverso le

sinapsi. L’acetilcolina esterasi degrada

l’acetilcolina in modo che l’impulso elettrico

duri qualche millisecondo. L’inattivazione dell’acetilcolina

esterasi fa sì che l’impulso duri più dei millisecondi

richiesti.

Composti simili sono: Parathion e Malathion che son

tossici per gli insetti e il sarin che sono inattivati

dall’enzima paraossonasi.

La chimotripsina, tripsina ed elastasi presentano considerevoli omologie: le strutture primarie di

questi enzimi sono identiche per il 40%. Questi enzimi possiedono un residuo Ser attivo ed uno His

cataliticamente essenziale.

Queste strutture proteiche sono ripiegate in 2 domini che presentano ampie regioni di foglietti β

antiparalleli che formano strutture a barile con pochi elementi elicoidali.

I siti His 57 e Ser 195 sono cataliticamente essenziali perché legano il substrato. Il residuo Asp 102

è immerso in una tasca inaccessibile al solvente. Questi 3 residui invarianti danno origine ad una

serie di legami idrogeno e sono chiamati triade catalitica.

Le serina proteasi legano preferenzialmente lo stato di transizione.

La distorsione conformazionale che si osserva con la generazione dell’intermedio di reazione

determina lo spostamento dell’ossigeno carbonilico ora anionico del legame da rompere all’interno

del sito attivo in modo da occupare una posizione precedentemente vuota definita buco

dell’ossianione.

In questa posizione l’ossigeno forma 2 legami idrogeno con l’enzima che non potevano formarsi

quando il gruppo carbonilico era nella posizione consueta.

La distorsione tetraedrica consente la formazione di un legame idrogeno tra l’enzima e il gruppo

NH dello scheletro appartenente al residuo precedente il legame peptidico da rompere.

Questo legame preferenziale dello stato di

transizione rispetto al complesso enzima-

substrato tradizionale è responsabile di gran

parte della stabilità catalitica delle serine

proteasi.

MECCANISMO.

CINETICA ENZIMATICA.

Si occupa di quantificare gli effetti dei fattori che influenzano la velocità della reazione sviluppando

opportune equazioni di velocità.

La velocità di una reazione può essere in termini concentrazione.

Il decorso della reazione è influenzato da vari fattori chimico-fisici:

1. la concentrazione iniziale di substrato.

2. la concentrazione di enzima.

3. la concentrazione di prodotto.

4. la temperatura.

5. il pH del mezzo.

6. la forza ionica.

Occorre semplificare il sistema per discriminare l’effetto di ogni fattore sulla velocità della reazione.

Per semplificare il sistema si utilizza la velocità iniziale e condizioni controllate di temperatura

(misure termostatate), di pH (presenza di un sistema tampone) e di eventuali cofattori inorganici

consente di ridurre a due le variabili in grado di influenzare la velocità di catalisi:

1. Concentrazione di substrato.

2. Concentrazione di enzima.

EQUAZIONE DI HENRI.

Victor Henri (1903) deriva la prima equazione cinetica per una reazione enzimatica assumendo

che:

1. Le concentrazioni di enzima e substrato siano in equilibrio con la concentrazione del complesso.

2. Il prodotto si forma dal complesso ES.

3. Pertanto la velocità di formazione del

prodotto è direttamente proporzionale

alla concentrazione del complesso:

Derivazione dell’equazione di Henri. Si considerino le seguenti espressioni:

Poiché [S] >> [E] la quota di substrato legata al complesso ES è trascurabile. Pertanto [S] è la

concentrazione totale di substrato presente all’inizio della reazione:

EQUAZIONE DI MICHAELIS-MENTEN.

Nel 1913 Michaelis e Menten derivano una versione modificata dell’equazione di Henri.

La concentrazione di S che fornisce la velocità massima è detta concentrazione saturante (tutte le

molecole di enzima sono impegnate con il substrato, non esiste enzima libero; si dice che l’enzima

è saturato dal substrato). Quando [S] è uguale al valore di K la velocità è pari a metà della

S

velocità massima. Quindi K è la concentrazione di

S

substrato che dà la velocità semimassimale.

INIBIZIONE.

Numerose sostanze alterano l’attività di un enzima influenzando il legame del substrato. Le

sostanze che riducono in questo modo l’attività di un enzima sono gli inibitori.

1. Fenomeno che consiste nella riduzione della velocità di una reazione catalizzata da un enzima;

2. L’inibitore esplica la sua azione legandosi all’enzima.

3. Un inibitore può inibire più enzimi.

4. Enzimi di specie biologiche diverse possono avere diversa sensibilità allo stesso inibitore.

5. Gli inibitori possono essere composti fisiologici, ma più spesso sono sostanze tossiche o veleni o

sostanze sintetizzate dall’uomo e riversate in ambiente per risolvere determinate situazioni

(insetticidi, erbicidi) oppure farmaci utilizzate in terapie mediche.

MODALITÀ DI INIBIZIONE.

Inibizione reversibile:

•l’inibitore si lega all’enzima mediante legami deboli;

•il sito di legame è spesso ma non sempre il sito catalitico.

•l’inibitore può essere rimosso per diluizione o (in alcuni casi) da un eccesso di substrato.

Inibizione irreversibile:

•l’inibitore forma un legame covalente con l’enzima o un suo cofattore legato all’enzima;

•il sito di legame è il sito catalitico;

•l’inibitore non può essere rimosso per diluizione e il substrato ha in genere un effetto protettivo;

•l’enzima è inattivato ma non denaturato.

INIBIZIONE SEMPLICE: INIBIZIONE COMPETITIVA.

Una sostanza che compete direttamente con un normale substrato per il sito attivo di legame del

substrato di un enzima si chiama inibitore competitivo.

Questo inibitore è uguale al substrato in modo da potersi inserire in maniera specifica nel sito

attivo, ma non va incontro a catalisi.

Un esempio è la succinato deidrogenasi. Questo enzima converte il succinato in fumarato e viene

inibito dal malonato.

L’inibitore si lega reversibilmente all’enzima e la reazione raggiunge l’equilibrio.

Quindi un inibitore competitivo riduce la concentrazione di enzima libero disponibile per il legame

del substrato. Per rendere inefficace l’inibitore aumento la concentrazione di substrato.

INIBIZIONE DA PRODOTTO.

In questo caso, un prodotto di una reazione, che si può legare con l’enzima, può accumularsi e

competere con il substrato. Questa funzione è svolta dalle cellule per controllare l’attività dei propri

enzimi.

Il farmaco anti-influenzale oseltamivir viene idrolizzato nel fegato formando un carbossilato. Il

carbossilato è un inibitore competitivo della neuraminidasi del virus dell’influenza.

La neuraminidasi catalizza l’idrolisi dell’acido neuraminico presente sulla parete cellulare

l’oseltamivir carbossilato inibisce efficacemente questo enzima diminuendo la produzione di virus.

ANALOGHI ALLO STATO DI TRANSIZIONE.

Questi sono inibitori particolarmente efficaci perché l’attività della catalisi di un enzima dipende

dalla capacità con cui lega allo stato di transizione stabilizzandolo. Un composto che simula lo stato

di transizione può trarre vantaggio da tali interazioni di legame seguendo modalità che un analogo

del substrato non può attuare.

VELOCITA’.

IC : Concentrazione di Inibitore che riduce del 50% la velocità di una reazione catalizzata da

50

enzima.

Relazione tra IC e costante di inibizione nel caso di Inibizione competitiva:

50

INIBIZIONE MISTA.

Numerosi inibitori interferiscono con l’enzima legando sia al substrato sia interferendo con l’attività

catalitica. Cioè si può legare sia con l’enzima libero sia con l’enzima-substrato.

Il processo prede il nome di inibizione mista.

INIBITORI IRREVERSIBILI.

CARBOIDRATI.

I carboidrati contengono solo tre atomi combinati tra loro (CH O) dove n deve essere maggiore di

2 n

o uguale a 3.

Le unità di base dei carboidrati sono i monosaccaridi, differiscono per numero di atomi di C e per

disposizione di H e O. i monosaccaridi possono unirsi senza limiti per dare i polisaccaridi.

ALDOSI E CHETOSI.

I monosaccaridi si dividono in aldeidi o chetoni con catene poliossidriliche contenenti almeno 3

atomi di C. se il gruppo carbonilico e aldeidico viene detto aldosio. Se il gruppo è un chetone si

chiamano chetosi. I monosaccaridi si chiamano col suffisso –osi: triosi, tetraosi, pentosi…

I monosaccaridi hanno tutti la stessa conformazione ad eccezione del loro centro chiralico.

Gli zuccheri che differenziano solo

per un carbonio si chiamano

epimeri: glucosio e mannosio, che

sono anche i più comuni come il

ribosio, la gliceraldeide e il

galattosio.

I chetoni più comuni sono:

diidrossiacetone, ribulosio e

fruttosio.

CICLIZZAZIONE. Gli alcoli possono reagire con i

gruppi carbonilici degli aldeidi o

chetoni formando emiacetali o

emichetali. Per questo motivo le

molecole possono reagire tra

loro per dare origine a

emiacetali o emichetali cicli. Il

piranosio e il furanosio.

Quando un monosaccaride ciclizza il carbonile si trasforma in

centro chirale, carbonio

anomerico e ha due possibili

configurazioni. L’anomero α

ha il gruppo OH che sta sul piano opposto del gruppo CH OH.

2

La forma β ha il gruppo OH sullo stesso piano di CH OH.

2

MODIFICAZIONI.

Le forme cicliche e lineari possono andare in contro a processi di interconversione mediante le

reazioni tipiche di aldeidi e chetoni.

1) Ossidazione chimica/enzimatica di un aldosio converte il gruppo carbossilico,

generando un acido aldonico. (Acido gluconico).

2) L’ossidazione del gruppo primario degli aldosi porta agli acidi uronici. (Acido

glucuronico).

3) Gli aldosi e i chetoni possono essere ridotti in condizioni blande,

mediante NaBH , per dare luogo ad alcoli polisossidrilici non ciclici, gli

4

alditoli.

4) Quando uno o più gruppi OH vengono sostinuiti con un gruppo amminico si formano gli

amminozuccheri.

LEGAMI GLICOSIDICI.

Un gruppo anomerico di uno zucchero può condensare con un alcol

per formare legami α- e β- glicosidi. Il legame che unisce il carbonio anomerico e l’ossigeno

dell’alcol è il legame glicosidico.

Lo stesso tipo di legame si può formare tra il carbonio anomerico è l’azoto formando il legame N-

glicosidico.

POLISACCARIDI.

I polisaccaridi sono monosaccaridi legati tra loro attraverso legami glicosidici. Sono

omopolisaccaridi ed eterpolisaccardi.

Possono formare polimeri sia ramificati sia lineari, perché i legami glicosidici si possono formare

con qualunque gruppo ossidrilico del monosaccaride.

La maggior parte però è lineare o presenta ramificazioni definite.

DISACCARIDI. I disaccaridi sono i polisaccaridi più semplici.

Il lattosio ha un legame 14 che unisce il C1

dell’anomero β con l’ossigeno O4 del glucosio.

Il lattosio possiede un carbonio anomerico libero sul

residuo del glucosio, quindi è uno zucchero riducente.

Il saccarosio è la

principale forma

di trasporto dei carboidrati nelle piante. È lo zucchero da

tavola. Il saccarosio non è uno zucchero riducente perché

non ciascun carbonio sia nel fruttosio C2 sia nel glucosio C1

partecipa al legame glicosidico.

POLISACCARIDI DI RISERVA.

L’amido è una forma di glicani che le piante sintetizzano come fonte principale di energia. Il

composto è depositato nei cloroplasti sotto forma di granuli insolubili costituiti da α-amilosio e

amilopectina.

L’ α-amilosio è un polimero lineare formato da migliaia di residui glucosio legati 14. Questo

composto a causa dei suoli legami inducono ad una struttura irregolare avvolta.

L’amilopectina invece lega in maniera 14 ma ha delle ramificazione 16.

Il glicogeno è il polisaccardie di riserva animale. La

struttura primaria ricorda quella dell’amilopectina, ma è

più fittamente ramificato.

Nella cellula è degradato per l’utilizzo metabolico dalla glicogeno fosforilasi. Scinde per via

fosforolitica i legami 14 a partire dalle estremità non riducenti della molecola. La struttura

ramificata genera estremità non riducenti facilitando la metabolizzazione rapida del glicogeno.

POLISACCARDI STRUTTURALI.

La cellulosa è la componente strutturale delle cellule vegetali.

La cellulosa è un polimero lineare formato da 15000 residui di glucosio uniti β14.

Questa composizione permette al gruppo C3-OH di ogni

residuo di formare legami idrogeno con l’ossigeno i

posizione 5. Ogni catena a sua volta forma altri legami H

con altre catene adiacenti.

La chitina è la principale componente

strutturale dell’esoscheletro degli insetti.

È un omopolimero di residui di N-

acetilglucosammina.

GLICOSAMMINOGLICANI.

I glicosamminoglicani compongono la matrice dei tessuti connettivi. Questi polisaccaridi non sono

ramificati e sono formati da residui di acido uronico e di esosammina che si alternano tra loro.

L’acido ialuronico è l’unico glicoamminoglicano che non possiede gruppi solforici. Le sue molecole

sono unite in maniera β14 e formate da:

Altri glicosamminoglicani importanti sono:

GLICOPROTEINE.

Molte proteine sono in realtà glicoproteine. Queste proteine sono formate dal polipeptide che si

forma in maniera tradizionale e da catene di carboidrati generate per via enzimatica e unite

covalentemenente al polipeptide.

PROTEOGLICANI.

Proteine e glicosamminoglicani si possono aggregare in

maniera covalente e non per dare origine a molecole

chiamate proteoglicani. I proteoglicani hanno una

struttura simile a uno scovolino, con le setole unite in

modo non covalente ad un filamento di acido ialuronico.

Le setole sono costituite da un nucleo proteico a cui

sono uniti covalentemente i glicosamminoglicani.

L’interazione tra acido ialuronico e nucleo proteico è

stabilizzata da una proteina di connessione.

PARETE CELLULARE DEI BATTERI.

I batteri si classificano in gram-positivi se hanno una

parete cellulare spessa che ricopre la membrana

plasmatica e in gram-negativi che hanno una parete sottile rivestita a sua volta da una membrana

esterna spessa.

Le pareti cellulari sono formate da catene polisaccaridiche e proteolipeptidiche legate

covalentemente. Queste catene formano un sacchetto che racchiude completamente la cellula.

Questa struttura si chiama peptidoglicano, composto da catene lineari di GlcNAc e acido N-

acetilmuramico legati β14 il sostituente acido lattico nell’ N-acetilmuramico forma un legame

amidico col polipeptide che dà origine ad una struttura ripetuta di peptidoglicano. Le catene

formano legami covalenti trasversali attraverso le catene laterali dei polipeptidi.

LIPIDI.

I lipidi sono il 4° gruppo principale di sostanze biologiche. Non formano polimeri ma possono

aggregarsi. I lipidi sono diversi tra loro e hanno solo caratteristiche simili: capacità idrofobiche e

scarsamente solubili.

Le loro funzioni biologiche sono 3:

Sotto forma di doppi strati compongono la membrana cellulare.

I lipidi hanno catene idrocarburiche che sono riserva di energia.

Numerosi processi di segnalazione intra-inter-cellulare avvengono attraverso molecole lipidiche.

CATEGORIE.

I fosfolipidi, sono lipidi contenenti fosfato. Le molecole di questa classe di composti organici

presentano una testa polare idrosolubile (cioè solubile in acqua e non solubile nei solventi apolari)

a base di fosfato e una coda apolare non idrosolubile(cioè non solubile in acqua e solubile nei

solventi apolari), per questo sono dette molecole antipatiche. A livello biochimico i fosfolipidi

partecipano alla struttura delle membrane cellulari ed in particolare alla modificazione della

permeabilità selettiva di queste ultime.

I glicolipidi sono una classe di composti costituiti da macromolecole che

contengono carboidrati legati a lipidi.

Generalmente questi tipi di composti si possono trovare sulle membrane cellulari che si estendono

dalla membrana fosfolipidica all'ambiente acquoso che circonda la cellula. La loro funzione più

importante, non molto differente da quella delle glicoproteine, è di riconoscere sostanze chimiche

specifiche provenienti dall'esterno aiutando a mantenere l'equilibrio all'interno della cellula.

Il colesterolo è una molecola della classe degli steroli che riveste un ruolo particolarmente

importante nella fisiologia degli animali e quindi anche dell'uomo.

La desinenza -olo deriva dal fatto che sul C3 del primo anello di atomi di carbonio (anello A) è

presente il gruppo ossidrile -OH.

Il colesterolo è quindi un alcool policiclico alifatico e la sua formula bruta è C H OH.

27 45

Fosfolipidi e glicolipidi contengono acidi grassi. Gli acidi grassi sono acidi carbossilici che

contengono gruppi laterali a catena lunga.

Se presentano doppi legami sono acidi grassi insaturi, se non presentano doppi legami sono saturi.

Gli acidi grassi formano legami estere o amidico con:

Per formare la membrana cellulare i fosfolipidi si affiancano uno all’altro in base ai loro rapporti di

idrofobicità e idrofilicità.

La membrana cellulare è anche caratterizzata dalla presenza di proteine che catalizzano reazioni

chimiche, mediano il flusso dei nutrienti e sostanze di scarto e partecipano al trasferimento di

informazioni dall’ambiente esterno a quello interno e viceversa.

Principali classi funzionali di proteine di membrana:

- Trasportatori di soluti

- Recettori

- Enzimi

Il doppio strato lipidico è pressoché impermeabile alla maggior parte dei soluti organici (polari) e

agli ioni. La membrana deve poter selezionare chi entra e chi esce. Occorrono proteine specifiche

che riconoscano le molecole e ne consentano il passaggio.

METABOLISMO (ASPETTI GENERALI).

Il metabolismo è l’insieme delle trasformazioni chimiche che avvengono in una cellula/un

organismo attraverso reazioni catalizzate da enzimi.

Le vie metaboliche hanno luogo in diverse localizzazioni cellulari. La sintesi dei metaboliti nelle

diverse zone della cellula richiede meccanismi di trasporto favoriti dalle proteine di trasporto.

L’energia libera di Gibbs, G è un parametro utile per capire se una reazione è favorita

termodinamicamente:

1. variazione negativa (∆G < 0): favorita, si libera energia; l’energia può essere utilizzata per

compiere un lavoro.

2. variazione positiva (∆G > 0): non favorita, richiede energia;

L’energia può essere fornita da una reazione con ∆G < 0 (accoppiamento energetico).

Il valore e il segno del ∆G dipendono da fattori entalpici ed entropici (a T costante), ma sono

anche funzione delle concentrazioni dei reagenti e dei prodotti.

Il metabolismo di base è diviso in 2 parti:

Vie metaboliche degradative (catabolismo), in cui i nutrienti e i costituenti cellulari vengono

degradati per riutilizzarne i componenti e/o produrre energia.

Vie metaboliche biosintetiche (anabolismo), in cui le molecole biologiche sono sintetizzate a partire

da componenti più semplici.

VIE METABOLICHE.

Le vie metaboliche sono una serie di reazioni enzimatiche in sequenza da cui si originano prodotti

specifici. I reagenti, gli intermedi e i prodotti sono detti metaboliti. Ogni reazione è catalizzata da

un enzima specifico.

Le vie degradative e biosintetiche sono in relazione tra loro.

Nelle vie degradative i metaboliti complessi sono scomposti in prodotti più semplici attraverso

processi esoergonici. L’energia libera di questo processo è conservata tramite la sintesi dell’ATP a

partire da ADP+P, oppure tramite la riduzione del coenzima NADP a NADPH. Entrambi

+

rappresentano le principali fonti di energia libera per le razioni biosintetiche.

Le vie degradative di un elevato numero

di sostanze convergono in pochi intermedi

comuni, molto spesso si tratta di una

unità di acetile a due atomi di carbonio

legata a coenzima A. acetil-coenzima A.

questi intermedi sono in seguito

metabolizzati in una via ossidativa

centrale.

Questo processo è seguito dall’ossidazione

degli atomi di carbonio del gruppo

acetilico a CO tramite il ciclo dell’acido

2

citrico.

Quando una sostanza è ossidata, un’altra

deve serre ridotta. Il ciclo dell’acido citrico

produce coenzimi ridotti NADH e FADH 2

che trasferiscono i oro elettroni all’O per

2

produrre H O nei processi di trasporto

2

degli elettroni e delle fosforilazione

ossidativa.

Un numero relativamente basso di

metaboliti serve da materiale di partenza

per costruire una grande varietà di

prodotti.

CHINASI.

Molti processi biosintetici, come la sintesi delle proteine degli acidi nucleici, richiedono nucleosidi

diversi dall’ATP. Esempio la sintesi di DNA ed RNA. Tutti questi nucleosidi trifosfato NTP sono

sintetizzati dall’ATP e dal nucleoside corrispondente NDP in una reazione catalizzata da un enzima

non specifico nucleoside difosfato chinasi.

Altre chinasi trasformano in modo reversibile i nucleosidi monofosfato nelle rispettive forme

difosfato, a spese dell’ATP. Questa reazione è catalizzata dall’adenilato chinasi.

Quando si accumula AMP viene riconvertito in ADP, che può essere utilizzato per sintetizzare l’ATP

mediante fosforilazione a livello del substrato, ossidativa o fotofosforilazione.

A reazione inversa aiuta a mantenere i livelli di ATP.

REAZIONI DI OSSIDAZIONE.

Il flusso di elettroni dai composti organici ridotti ad accettori finali (es. ossigeno) serve a produrre

ATP ed è mediato da opportuni trasportatori molecolari.

I due trasportatori più comuni sono nicotinammide adenina dinucleotide NAD e flavina adenina

+

dinucleotide FAD.

La riduzione reversibile avviene nella porzione di nicotinammide che avviene tramite trasferimento

di ione H ione idruro (protone con 2 elettroni).

-

L’accettatore di elettroni O può ricevere solo elettroni non appaiati perché ciascuno dei suoi

2

orbitali molecolari a minore energia è già occupato da un elettrone.

Quindi gli elettroni tolti ai metaboliti dal NAD devono essere ritrasferiti ad altri trasportatori che

+

vanno in contro a reazioni redox con trasferimento di due elettroni, anche uno alla volta.

Il trasportatore di elettroni necessario è il FAD, sistema ad anelli coniugati che può accettare uno o

due elettroni. Si riduce a FADH radicale, forma semi ridotta o FADH forma completamente ridotta.

2

Le funzioni di NAD e FAD richiedono reazioni reversibili in modo da poter accettare e trasportare

+

gli elettroni e rigenerarsi.

TIOESTERI.

I tioestere sono composti ad alta energia. È un componente delle principali vie metaboliche.

Il legame tioestere è coinvolto nella fosforilazione del substrato, un processo che genera ATP,

indipendentemente dalla fosforilazione ossidativa.

Il legame tioestere compare nelle vie metaboliche come intermedio di reazione e sotto forma di

acetil-CoA, prodotto comune del catabolismo di carboidrati, acidi grassi e amminoacidi.

Il coenzima A è costituito da un gruppo β-mercaptoetilamminico legato con un legame amidico alla

vitamina acido pantotenico legato a sua volta ad un unità 3-fosfo-adenosinica.

Il CoA agisce come trasportatore di gruppi acetilici e acilici.

Il ∆G° per l’idrolisi di un tioestere è maggiore dell’idrolisi dell’ATP. Produce una reazione

esoergonica perché il tioestere è meno stabilizzato per risonanza.

GLICOLISI.

Il glucosio per molte cellule la fonte principale di energia. La via di degradazione del glucosio è

detta glicolisi.

La glicolisi è una sequenza di 10 reazioni enzimatiche in cui una molecola di glucosio è convertita

in due molecole di piruvato con la concomitante produzione dell’ATP.

La glicolisi fornisce una parte significativa di energia libera per la maggior parte degli organismi e

prepara il glucosio e altri composti per un ulteriore degradazione ossidativa.

Il glucosio entra nel sangue attraverso la degradazione dei polisaccaridi o dalla sintesi a partire di

precursori non saccaridici.

Il glucosio entra poi nelle cellule attraverso un trasportatore specifico che lo porta nel citosol. Gli

enzimi della glicolisi sono concentrati nel citosol.

La prima e la terza reazione della glicolisi consumano ATP, ma nelle reazioni successive ne

sintetizzano il doppio.

La glicolisi avviene in 2 fasi:

1- Investimento energetico (1-5) in questa fase preparatoria l’esosio glucosio è fosforilato e

scisso in due molecole di triosio gliceraldeide 3-fosfato. Il processo consuma 2 molecole di

ATP.

2- Recupero energetico: (6-10) le due molecole di gliceraldeide 3-fosfato sono trasformate in

piruvato, con la concomitante produzione di 4 molecole di ATP.

Il NADH deve continuamente riossidarsi per consentire un adeguato rifornimento alla glicolisi del

suo principale agente ossidante NAD .

+

La glicolisi è la via precedente al ciclo di Krebs.

REAZIONI.

REAZIONE UNO ESOCHINASI.

Nella prima reazione abbiamo il trasferimento di un gruppo fosforico dall’ATP al glucosio con la

formazione del glucosio-6-fosfato G6P.

Il secondo substrato della esochinasi è un complesso di Mg -ATP. Gli ioni magnesio schermano le

2+

cariche negative degli atomi di ossigeno dei gruppi fosforici α e β rendendo l’atomo di fosforo γ più

accettabile all’attacco del nucleofilo del gruppo CH OH.

2

REAZIONE 2 FOSFOGLUCOSIO ISOMERASI.

La reazione 2 è la conversione del G6P in fruttosio-6-fosfato F6P per mezzo della fosfoglucosio

isomerasi.

Questa reazione è l’isomerizzazione di un aldosio in chetosio. Poiché G6P e F6P sono di solito in

forma ciclica, la reazione prevede l’apertura dell’anelo seguita dalla isomerizzazione e dalla

successiva richiusura.

Di solito per la PGI si usa catalisi acido-base.

Una base consegna il protone all’ossigeno dell’anello e ne determina l’apertura.

REAZIONE 3 FOSFOFUTTOCHINASI.

Nella reazione 3 la fosfofruttochinasi PFK fosforila F6P per ottenere fruttosio 1,6bifosfato FBP.

Il processo è uguale a quello della esochinasi.

REAZIONE 4.

L’aldolasi catalizza la scissione dell’FBP in due triosi gliceraldeide-3-fosfato GAP e diidrossiacetone

fosfato DHAP. È una scissione aldolica. La scissione aldolica tradizionale porta a composti con

numero di carbonio differente. Questa scissione porta a due composti che hanno gli stessi atomi di

carbonio e possono essere riconvertiti uno nell’altro per rientrare nella via degradativa comune.

REAZIONE 5

È l’ultima reazione della fase 1.

Solo il GAP prosegue la via della glicolisi. Il DHAP e GAP sono comunque isomeri chetosio-aldosio.

Nella fase 5 questi composti sono interconvertiti in un intermedio enediolo catalizzato dal triosio

fosfato isomerasi.

REAZIONE 6

La reazione 6 riguarda l’ossidazione e la fosforilazione della GAP ad opera di NAD e P catalizzate

+ i

dalla gliceraldeide -3-forsfato deidrogenasi GADPH.

In questa reazione l’ossidazione dell’aldeide, reazione esoergonica, promuove la sintesi

dell’acilfosfato ad alta energia 1,3bifosfoglicerato 1,3BFG.

REAZIONE 7.

La reazione 7 forma ATP e 3-fosfoglicerato. 3PG tramite una reazione catalizzata dalla

fosfoglicerato chinasi PGK.

REAZIONE 8.

La reazione 8 della glicolisi il 3PG è convertito in 2PG 2-fosfoglicerato dall’enzima fosfoglicerato

mutasi PGM.

Una mutasi catalizza il trasferimento di un gruppo funzionale da una posizione ad un'altra della

stemma molecola, questa reazione è circa neutrale dal punto di vista energetico.

REAZIONE 9.

Nella reazione 9 il 2PG è deidratato a fosfoenolpiruvato PEP dall’enolasi. È un intermedio ad alta

energia.

REAZIONE 10.

La reazione finale della glicolisi è catalizzata dalla piruvato chinasi PK che accoppia l’energia libera

della scissione del PEP alla sintesi dell’ATP, durante la formazione di piruvato.

La reazione necessita di cationi K ed Mg .

+ 2+

DESTINAZIONE PIRUVATO PROCESSO ANAEROBICO.

In condizioni anaerobiche il piruvato deve essere trasformato in un prodotto finale ridotto, per

riossidare il NADH.

Questo accade in 2 modi:

- Nel muscolo, il piruvato è ridotto a lattato per rigenerare NAD . Fermentazione omolattica.

+

- Nel lievito, il piruvato è decarbossilato a CO e acetaldeide che in seguito è ridotta dal

2

NADH a NAD ed enolo. Fermentazione aldolica.

+

PRINCIPALI FONTI DI GLUCOSIO.

Glicogeno (riserva intracellulare, animali)

• Ramificato, fino a 50.000 monomeri di D-glucosio

Amido (è riserva intracellulare nelle piante ma fonte alimentare per gli animali) contiene:

• Amilosio, lineare fino a 5.000 monomeri

– Amilopectina, ramificato ogni 25-30 residui; fino ad un milione di monomeri

Disaccaridi:

• Lattosio, fonte di zucchero nei mammiferi (alimento)

– Saccarosio, zucchero circolante nelle piante

– Trealosio, zucchero circolante negli insetti

La demolizione del glicogeno si chiama glicogenolisi e richiede 3 enzimi.

La glicogeno fosforilasi catalizza la fosforolisi del glicogeno per ottenere glucosio-1-fosfato G1P

L’enzima deramificante del glicogeno che rende tutte le ramificazioni accessibili.

Infine la fosfoglucomutasi che trasforma il G1P in G6P.

GLUCONEOGENESI.

Quando le fonti di glucosio non sono disponibili e quando il fegato ha finito le riserve di glicogeno,

il glucosio è sintetizzato da precursori non saccaridici mediante la gluconeogenesi.

La gluconeogenesi avviene nel fegato. I precursori che possono essere ritrasformati in glucosio

sono piruvato, lattato, gli intermedi del ciclo dell’acido citrico e gli scheletri carboniosi della

maggior parte degli amminoacidi attraverso un intermedio chiamato ossalacetato.

Conta 11 reazioni e la maggior parte delle reazioni della gluconeogenesi sono reazioni glicolisi

invertite, tuttavia gli enzimi esochinasi, fosfofruttochinasi e piruvato chinasi cambiano perché

catalizzavano reazioni con un elevata energia libera, quindi si necessita di enzimi che favoriscano il

processo

termodinamicamente.

Negli animali la

gluconeogenesi può essere accoppiata alla glicolisi: ciclo di Cori.

I metaboliti che arrivano a piruvato o ossalacetato sono gluconeogenetici.

La via che porta dal PEP al fruttosio 1-6 bifosfato è catalizzata dagli enzimi della glicolisi che

funzionano in direzione inversa, le razioni di chinasi sono endoergoniche nella direzione inversa e

devono essere catalizzate da enzimi diversi. L’FBP è catalizzato dall’FBPasi. Le reazioni che

consumavano ATP comunque non sono invertite, in queste reazioni avviene la liberazione di P . Il

i

costo netto per la trasformazione di 2 molecole di piruvato a glucosio è di 6 molecole di ATP.

GLICOGENOSINTESI.

Le condizioni di trasformazione del G1P in glucosio e P sono termodinamicamente sfavorite, per

i

cui il risultato è ottenuto diversamente combinando il G1P con l’uridina trifosfato UTP in una

reazione catalizzata dall’UDP-glucosio pirofosforilasi. Il prodotto di questa reazione è il glucosio

uridina difosfato UDPG.

La glicogeno sintasi unisce UDPG al gruppo OH del carbonio C4 dell’estremità non riducenti.

VIA DEL PENTOSIO-FOSFATO.

Le cellule hanno una seconda moneta energetica: il potere riducente.

Molte reazioni endoergoniche, tipo le vie riduttive degli acidi grassi necessitano oltre che di ATP

anche di NADPH che utilizza l’energia libera dell’ossidazione metabolica per le biosintesi riduttive.

NADPH è generato dall’ossidazione del glucosio 6-fosfato mediante la via del pentosio fosfato.

La via metabolica può essere riassunta in 3 parti:

- Reazioni ossidativa, porta alla formazione di NADPH e ribulosio-5-fosfato Ru5P.

- Reazioni di isomerizzazione e di epimerizzazione, trasforma due molecole di Ru5P in

ribosio-5-fosfato R5P o in xilulosio-5-fosfato Xu5P.

- Una serie di scissioni e formazioni di legami C-C che trasformano due molecole di Xu5P e

una molecola di R5P in due molecole di F6P e una molecola di GAP.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecnologie chimiche
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ajskratch di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Elementi di biochimica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Parenti Paolo.

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