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Machiavelli

La riflessione di Machiavelli rifiuta ogni punto d’appoggio trascendente in ambito politico, ha una concezione

della storia come frutto del conflitto tra forze diverse, ma tutte terrene, gli uomini sono soli e disuguali.

Egli ridefinisce il rapporto tra religione e politica e quello della natura del potere politico, la repubblica come

sistema istituzionale e l’assunzione della guerra quale componente naturale della vita umana, sia nei rapporti

interni che esterni tra gli Stati.

Machiavelli rifiuta a priori di occuparsi di “principati ecclesiastici” proprio per rinunciare a quella dimensione

trascendente tipica delle questioni religiose. Tuttavia fa una differenza tra chi ha usato la religione per

regolare e ordinare uno Stato (proprio come fece Numa a Roma) e chi invece, con la scusa di un Dio

superiore, scatena guerre.

La religione è necessaria perché attraverso essa è possibile stabilire buoni ordini, intesa anche come

strumento che porta alla virtù, legge fondamentale della politica, capace di fronteggiare la fortuna/sorte, ciò

che non è prevedibile. La fortuna è sempre ambigua, fausta o nefasta, è segno che l’uomo non può

dominare interamente una situazione, perché le interazioni possibili con la natura sono incalcolabili. L’uomo

quindi deve essere in grado di cogliere l’occasione, ossia il vuoto nel quale inserirsi per dominare,

accettando anche il rischio di un eventuale fallimento. Non c’è pessimismo in Machiavelli: il sapere umano è

incrementabile e potenzialmente infinito. La virtù è la capacità di risolvere in maniera positiva una situazione

difficile, bene inteso come cosa pubblica, quindi mai privato e fine a se stesso. L’uomo che agisce per

ottenere un bene esclusivamente personale è un tiranno. Tuttavia, virtù non è sempre sinonimo di successo,

perché le situazioni possono volgere anche a discapito del nostro eroe.

Secondo Machiavelli, la religione cristiana va rifiutata perché ha glorificato uomini umili e contemplativi,

piuttosto che gli attivi e i coraggiosi, ponendo il sommo bene nell’umiltà, nel disprezzo per le cose umane e

terrene.

Nel principe Machiavelli tratta il caso di un nuovo principe, che fondi un principato nuovo, che risponda

all’intento di liberare l’Italia dai barbari, dopo secoli di frammentaria divisione in piccoli regni, dipendenti da

sovrani spesso stranieri. Anche la stessa Firenze vedeva la propria sorte continuamente minacciata: l’Italia

avrebbe dovuto essere quell’entità territoriale, politica e militare fondata ex-novo, in grado di contrastare gli

eserciti stranieri e salvaguardare la vita dei suoi cittadini. L’Italia dovrebbe nascere da uomini liberi, capaci di

dotarsi di proprie leggi, proprio come fecero Sparta e Roma, che diedero vita ad una sorta di ordinamento

misto (principato, ottimati e governo popolare), in modo così da essere più stabile, poiché l’uno controlla

l’altro.

Per Machiavelli lo Stato ha una concezione generica, inteso come il luogo dove uno governa e i

sudditi/popolo riconoscono e controllano l’autorità del principe: il potere ce l’ha chi è in grado di esercitarlo,

combinando forza e consenso.

In particolare Roma, rimanendo mista, fece una repubblica perfetta: tale perfezione fu resa possibile dalla

disunione della plebe e del Senato. La repubblica romana non è una democrazia, dato che non è il governo

del popolo che, per Machiavelli, non indica l’insieme dei cittadini di uno Stato ma, o tutti coloro che vivendo

in una città sono esclusi dalle istituzioni o coloro che non fanno parte dei ceti superiori.

Roma affrontò la lotta istituendo uno stato misto, ponendo la guardia della libertà nel popolo e non nei

grandi.

Il caso di Firenze, venne affrontato parlando di una repubblica in crisi istituzionale, in preda alla decadenza.

Roma divenne grande perché riuscì a regolare i tumulti, che derivavano dalla richiesta di partecipazione

della plebe al governo della città, in virtù delle vittime offerte per le guerre di conquista. Tale riconoscimento

era indubbiamente necessario, altrimenti Roma avrebbe dovuto rinunciare alla sua espansione, inoltre la

plebe non avrebbe avuto modo di sfogare la propria ambizione, diventando pericolosa per le istituzioni

interne e la stabilità dello stato stesso. 1

L’oscillazione e la variazione continua dei governi non fu la sola causa di instabilità per Firenze. I continui

conflitti tra popolo e i grandi allontana la città toscana dalle virtù raggiunte da Roma e va inserito in un

contesto nuovo, quale l’espansione commerciale del nuovo capitalismo mercantile, mostrando così la

differenza tra mondo antico e moderno. I dissidi interni portarono quindi Firenze ad una forte espansione

commerciale (mentre Roma ad un’espansione politica e geografica)

Dal medioevo all’età moderna, proprio in questo passaggio, la diplomazia assunse un ruolo fondamentale,

soprattutto in seguito all’utilizzo di armi sempre più moderne e per il rapido spostamento degli eserciti. Per

difendersi, era necessario avere informazioni aggiornate e tempestive, possibili solo attraverso l’impiego di

ambasciatori permanenti presso le corti degli altri paesi. Gli eserciti, inoltre, dovevano essere permanenti,

fattore indispensabile per garantire la conservazione dello stato. La necessità delle guerre dipende

dall’incertezza del mondo in cui tutti i rapporti sono guidati dalla forza. Firenze e l’Italia avevano perso la

propria indipendenza a causa di un deficit di programmazione militare, dovuto ad un eccesso impiego di

truppe mercenarie e alla loro scarsa preparazione, secondo criteri ancora medievali. La milizia non deve

essere quindi un mestiere, ma una forma dell’esistenza civile dentro la città/stato.

Bodin (1530)

Insegna diritto romano a Tolosa, diventa poi avvocato al Parlamento di Parigi nel 1561, diventando

importante studioso di scienza politica (6 libri dello Stato, è la sua opera più importante). Dopo la morte del

principe, e svanite le sue possibilità di carriera, si dedica allo studio della natura e a tematiche etico-religiose.

Il pensiero di Bodin ha per sfondo le vicende delle guerre di religione che attraversarono la Francia tra il

1562-98, in un contesto europeo particolarmente destabilizzato.

Bodin afferma l’esistenza di un nesso tra la formazione umanistica della gioventù e l’acquisizione da parte di

questa di solide basi che consenta loro di poter diventare magistrati, consiglieri e pubblici amministratori. Per

Bodin l’”interesse pubblico” (ciò che è utile a tutti e non nuoce a nessuno) ha importanza superiore rispetto

all’interesse privato.

Mette quindi in evidenza l’importanza della formazione di quella che oggi verrebbe chiamata la “classe

dirigente”. Per bene pubblico, Bodin ritiene tutti quelle conoscenze che comprendono le arti, le scienze, la

filosofia e la scienza politica e che giovano al buon governo di uno stato. Per cui nella sua Oratio, egli

descrive un modello di giurista umanista, impegnato negli studi ma anche nell’esercizio di cariche giudiziarie

o politiche, con l’intento di costruire una nuova scienza giuridica, rispondente a criteri più aggiornati di

scientificità. Egli è consapevole dell’esigenza che occorre innanzitutto conoscere, esaminare e comparare

fra loro le leggi e le istituzioni di tutti i popoli, considerandole nel loro sviluppo storico. Questa ricerca lo pone

difronte ad un problema non risolto, di formulare un metodo per estrarre dall’enorme patrimonio giuridico di

fonti storiche, i dati necessari all’analisi comparativa. Da questa esigenza, nasce quindi la sua opera sulla

storia, concentrando il suo interesse sulla politica, considerata da Bodin il nucleo essenziale della storia

stessa.

Anche la politica necessita di essere affrontata con rigore scientifico: occorre definire il suo oggetto, i suoi

fini, verificando sempre attraverso la comparazione tra i modelli di governo ricavabili dalla storia la loro

validità universale, individuare la varie tipologie di aggregazione sociale e politica, come caratteristiche

intrinseche dei popoli stessi.

Occorre porre attenzione al fenomeno del mutamento politico stesso, al cambiamento delle leggi in base al

contesto storico e politico di ogni stato, e capire se esse sono orientate dalla ragione piuttosto che dagli

impulsi (avidità e ambizione). Mentre la disciplina morale insegna al singolo a sottoporsi alle regole della

ragione, quella domestica a sottoporsi alle regole del capo-famiglia (sulla moglie, figli, ecc), la civilis

disciplina ,invece, ha per oggetto il governo dello stato, ovvero l’arte del comandare e proibire. Alla disciplina

civile spetta definire l’articolazione e le competenze dei diversi uffici pubblici.

Bodin inoltre classifica i regimi, destinati a crescere e poi a morire, come tutte le cose del mondo,

inevitabilmente. 2

Obiettivo dello scienziato politico è capire quali sono i fattori che portano ad un declino – più o meno rapido -

di uno stato (il suo scritto la Republique parla proprio di questo).

I suoi due lavori, Methodus e Republique, trattano entrambi gli stessi argomenti.

Bodin ipotizza l’idea di “uno stato mondiale” che comprenda tutti i popoli e l’esistenza di un unico Dio

universalizzato, privo di ogni connotazione confessionale (cattolica, protestante, islamica, ecc), riconosciuto

da tutti i popoli come principe della natura. L’insieme dei popoli, accomunato dalla soggezione alla legge

divina e a quella della natura, non costituisce un super-stato, ma ciascun popolo regola i propri rapporti con

gli altri (sia di amicizia che di guerra), attenendosi allo jus gentium, le cui norme sono riconosciute valide da

tutti i popoli. Unica eccezione, sono le società che perseguono fini criminosi, come i predoni o i pirati.

L’intero genere umano è costituito da Stati sovrani e da popoli in condizioni differenti di forza, prosperità e

potenza, tutti sottoposti ad uno stesso diritto e tutti partecipi della stessa umanità e di una stessa dignità

morale. Bodin condanna quindi le tesi esplicitamente razziste che argomentano la diversa origine e

superiorità di alcuni popoli su altri.

La diversa posizione geografica, climatologica e di risorse infatti, induce i diversi popoli ad entrare in contatto

tra di loro. Il dovere di solidarietà tra popoli, che comprende quello di comunicare le proprie conoscenze agli

altri, fa parte proprio del diritto naturale.

La guerra è una realtà inevitabile della storia, causata dalla deviazione dell’uomo dalla retta via e ad

abbandonarsi ad impulsi inferiori. È il peggiore dei modi con cui regolare le diatribe tra gli uomini e i popoli.

La guerra è giustificata solo in caso di estrema necessità, perciò sono legittime le guerre difensive. Questo

porta lo Stato a dotarsi di un apparato militare sempre pronto ed efficiente. L’unico vantaggio della guerra è

quello di eliminare gli individui peggiori della società, permettendo loro di arruolarsi nell’esercito.

Alla guerra, Bodin contrappone la pace, mostrando tutti i suoi benefici. Il modo migliore per sviluppare pace

e amicizia tra i popoli è il commercio, che il pensatore francese vorrebbe quanto mai più libero possibile.

Sia in tempo di guerra che pace, le alleanze con gli altri popoli sono quantomeno necessarie, esse devono

essere concluse su un piano di parità tra i due contraenti. I trattati stipulati contro il diritto e la ragione, infatti,

non possono essere osservati e rispettati. I trattati invece di neutralità devono essere garantiti da figure terze

di grande autorevolezza.

Bodin sostiene inoltre che, per garantire la pace, sia necessaria una “lega tra popoli”.

Per Stato Bodin intende “il governo giusto che si esercita con potere sovrano su più famiglie e su tutto ciò

che esse hanno in comune tra loro”. Il punto cardine delle struttura di uno Stato è la sovranità. Essa è il

potere assoluto e perpetuo di uno stato. I limiti del potere del sovrano sono descritti nelle republique: diritto

divino e naturale, leggi fondamentali del regno, diritto di proprietà dei capi-famiglia (che impone di non

adottare nuovi tributi senza il consenso degli Stati Generali).

Il sovrano può essere una sola persona, o una minoranza (gruppo di persone) o una maggioranza (stato

popolare), esso riconosce come unico potere superiore quello di Dio.

Le prerogative inalienabili di uno stato sono:

- potere di dare, annullare e interpretare le leggi

- diritto di dichiarare guerra/ concludere la pace

- discutere i giudizi dei magistrati

- imporre tasse

- concedere grazie

- battere moneta 3

il sovrano inoltre decide la forma dello Stato, che sia essa monarchia, aristocrazia e forma di governo

popolare. Dallo Stato va distinto il governo, che consiste nell’esercizio (l’esecutivo) da parte di un numero

ristretto di persone (magistrati) di un potere delegato e comunque sempre soggetto alla legge.

- governo monarchico: affidato ad un solo dignitario

- governo aristocratico: le cariche sono attribuite ad una minoranza privilegia

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher theweather10 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Pensiero Politico moderno e contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Paternò Maria Pia.
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