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Appunti di storia del pensiero politico moderno e contemporaneo basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Paternò dell’università degli Studi di Roma Tre - Uniroma3, Facoltà di Scienze politiche, Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia del Pensiero Politico moderno e contemporaneo docente Prof. M. Paternò

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l’uomo verso la pace, come la paura della morte o il desiderio degli agi. Tali passioni, però, rischiano di

scontrarsi con quelle degli altri: è necessario quindi che tutti gli uomini rinuncino al diritto su tutte le cose e

che tale rinuncia sia duratura. Quindi accordi che mettano fine alla guerra devono essere necessariamente

duraturi, essi devono garantire che nessun desiderio minacci la vita di qualcun altro. Tale accordo non può

essere un semplice contratto, ma un vero e proprio patto, che si basi sulla fiducia reciproca e che sia

duraturo nel tempo. Solo gli uomini liberi possono stipulare questo patto, quindi Hobbes esclude gli schiavi.

L’unico modo per uscire dallo stato di natura è quindi per Hobbes un patto che implichi l’abbandono del

diritto in favore della legge. Uscire dalla condizione di guerra (stato di natura) significa per gli uomini entrare

in una condizione artificiale (di pace), stabilire quindi un potere comune che obblighi gli uomini a rinunciare al

proprio diritto.

La moltitudine di individui che popolano lo stato di natura si unifica in un popolo (di formazione artificiale) che

deve rispettare il patto. Esso diviene il common-wealth , termine usato da Hobbes per indicare lo stato

moderno. Questo stato è un potere comune per 2 motivi:

1) è sovrano su tutti, e nessuno può resistere ai suoi ordini

2) è comune perché è composto da tutti coloro che hanno rinunciato volontariamente al diritto per

godere della pace.

Il patto di un uomo con un altro istituisce per Hobbes una persona (sia essa singola che un’assemblea). Tale

persona non esisteva nello stato di natura ed essa ha il compito di rappresentare tutti coloro che hanno

preso parte al patto. La persona rappresentativa recita quindi la parte che gli autori (gli uomini che hanno

sottoscritto il parto) le hanno assegnato. La rappresentazione è quindi la continua evoluzione del sistema

politico.

La persona, detta anche rappresentante sovrano, riceve dagli uomini che hanno sottoscritto il patto, il

mandato di esercitare liberamente le forze comuni per garantire la pace e la sicurezza di tutti i cittadini

(sottoscriventi del patto stesso).

La potestà è quindi assoluta, non esiste un potere superiore a questa sovranità, in grado di fare altre leggi

che la vincolino.

Lo stato di guerra che Hobbes tende a eliminare tra gli individui, invece permane nelle relazioni tra gli Stati.

La guerra, infatti, è la condizione naturale dei rapporti extra-statali: vi è la possibilità di accordi temporanei,

ma la pace non è mai duratura. L’unica convinzione che riesce a far sopportare la guerra è che essa è utile

per il mantenimento del benessere e della pace interna dei cittadini. Le guerre interne, invece, sono

distruttive. In guerra, ogni sovrano è titolare delle proprie leggi di natura, non vi sono regole quindi da dover

rispettare. Nemico è colui che viene giudicato in grado di arrecare danno allo stato. Se con la guerra

conquista un altro stato, esso vedrà sciolto il patto che è stato siglato precedentemente tra i suoi cittadini. Al

posto di uno stato per istituzione, avremo quindi uno stato per acquisizione, che impone il proprio patto ai

vinti. Hobbes chiama dispotico questo tipo di stato, che rende schiavi i cittadini/uomini conquistati.

Locke

Opera principale di Locke sono i due trattati sul governo.

Stato di natura e stato di guerra. Lo stato di natura che vige tra animali della stessa specie, è una condizione

in cui non esistono regole, che non significa anarchia, ma dove l’unica legge è quella della natura, che

previene ogni abuso, guidando ciascuno al rispetto dell’uguaglianza e dell’indipendenza di tutti. Per cui, lo

stato di natura, secondo Locke, è quello che esiste tra sovrani di stati diversi, ovvero in assenza di

un’autorità superiore che li regolamenti e li governi, ovvero, lo stato di natura è quella condizione che

definisce i rapporti tra gli uomini che non abbiano nessun potere superiore al quale appellarsi. Per questo,

secondo Locke, lo stato di natura può esistere anche nella società civile. Locke quindi differenzia lo stato di

natura dallo stato di guerra: quest’ultimo è definito dall’uso della forza senza diritto. Esso è il contrario dello

stato di pace, dove l’uso della forza è regolamentato. In sintesi, Locke ammette l’esistenza di uno stato di

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guerra (di natura) all’interno della società civile. Ciò accade quando la legge coercitiva del giudice non è in

grado di far sentire la propria voce e sfocia pericolosamente in uno stato di guerra/natura. All’interno della

discussione di Locke esiste quindi il potere di punire che ognuno possiede, in quanto esecutore della legge

naturale (tutti – nel nostro piccolo – non rispettando la legge possiamo accedere allo stato di guerra/natura).

L’atto fondativo di una società, quindi, deve prevedere una duplice rinuncia: rinunciare allo stato di natura e

al potere di punire, con il quale ci si farebbe giustizia da soli, tornando quindi allo stato di natura.

Locke intende la genesi di una comunità indipendente come un patto di incorporazione tra uomini liberi, a

protezione da coloro che non vi appartengono.

Il principio di maggioranza è l’unica forza in grado di trasformare una moltitudine di individui in un corpo

politico in grado di governare e obbligare tutti. Il patto originale non sarebbe tale, se ogni uomo rimanesse

libero di agire secondo la legge della natura. Con il principio di maggioranza, Locke introduce un nuovo

concetto, che prende il posto di quello di unanimità. La maggioranza è quella forza in grado di governare la

società civile. Il consenso della maggioranza deve valere come il consenso di tutti e la società stessa si

identifica con il volere della maggioranza.

L’elemento centrale del pensiero di Locke non è quindi un semplice patto tra popolo e governo, quanto un

vero e proprio affidamento del potere al legislativo. Tale carattere fiduciario mostra che comunque l’ultima

parola appartiene sempre alla comunità che può rimuovere o cedere ad un altro legislativo tale potere. Per

questo Locke è convinto che finché uno o più uomini non siano incaricati dalla società di fare leggi, la

comunità resti ancora in uno stato prossimo a quello di natura, per cui prossimo alla guerra. Quindi la

democrazia originaria deve cedere il passo a un corpo istituzionale più complesso e articolato, al quale la

maggioranza affida tutto il potere necessario.

Locke individui nei poteri esecutivo e federativo due componenti essenziali del potere politico, nelle quali si

concentra il potere fiduciario riposto. Tali poteri, tuttavia, devono essere distinti e separati: gravi sarebbero i

problemi dall’accentramento in uniche mani delle due cariche. L’esecutivo deve rispondere al legislativo

(federativo), ovvero deve operare nel rispetto delle leggi. Locke accenna inoltre di un terzo potere, quello

giudiziario, ma non sancisce la sua netta separazione come nell’esecutivo e legislativo.

Montesquieu 1689-1755

Magistrato, presidente del Parlamento (a quel tempo era un corpo giudiziario con il compito di custodire le

leggi del regno) di Bordeaux. La sua esperienza lavorativa lo porta a non affidare alla bontà degli uomini

l’andamento dello Stato, bensì a ricercare meccanismi istituzionali adeguati.

Lo spirito delle leggi affronta la decadenza della monarchia francese, ritenendola la causa di un possibile

decadimento nel dispotismo. Il mutamento, invece, può condurre il paese verso istituzioni libere. Egli non

elabora modelli di regime ideali né progetti costituzionali, ma studia e raccoglie le varie istituzioni e

costituzioni vigenti all’epoca, per comprenderne il contesto storico, politico nel quale sono state sviluppate.

È necessario comprendere le origini, i contenuti e i rapporti che le leggi hanno con diverse cose: in una

parola lo spirito. Le leggi infatti devono essere coerenti con lo spirito di un popolo, ossia con il clima, la

geografia, la mentalità e le caratteristiche di una popolazione, l’economia, l’agricoltura e la morfologia di un

territorio. Tutti questi rapporti costituiscono lo spirito delle leggi. Molti vedono in questa opera l’origine della

scienza politica moderna.

La fondazione della società comporta uno stato di guerra latente sia tra gli Stati che tra gli individui della

società stessa. Da questo stato hanno origine le leggi positive.

1) diritto delle genti: leggi che regolano i rapporti internazionali

2) diritto politico: leggi istitutive (rapporto tra governanti e governati)

3) diritto civile: rapporti tra i vari cittadini

da questa analisi, Montesquieu afferma che un governo è conforme alla natura solo quando concorda con la

disposizione del popolo per cui è stato creato. Tale rapporto è molto stretto e intimo, che risulta difficile che

leggi di un popolo possano andare bene per un altro. 6

Elenca inoltre 3 forme possibili di governo:

- repubblica: comprende due sottospecie (democrazie e aristocrazia), è quel governo in cui tutto il

popolo o parte di esso detiene il potere;

- monarchia: un solo uomo (il re) governa, ma con leggi fisse e stabili

- dispotismo: uno solo impone a tutti la sua volontà.

Nella democrazia, il popolo sovrano esprime la sua volontà attraverso il potere legislativo, ma è anche

sottoposto alle leggi. Nelle aristocrazie solo una piccola parte di persona detiene il potere e questo può

creare dei problemi. La migliore aristocrazie è quella secondo cui il popolo è talmente povero che la parte

dominante non ha nessun interesse ad opprimerlo.

È essenziale che le repubbliche siano poco estese, esse possono ovviare alla loro inevitabile debolezza,

stringendo patti e firmando trattati con gli stati viciniori. Inoltre apprezza le repubbliche federative, che

offrono agli stati confederati maggiori libertà e garanzia di sicurezza.

Nella monarchia, il re è fonte di potere e governa secondo le leggi. L’estensione di uno stato monarchico è

generalmente quella di uno stato di media dimensione.

Diversa è la natura del dispotismo: un solo uomo esercita il potere, in modo personale, secondo i propri

capricci. Si pensa ad uno stato dispotico come un territorio molto vasto (es. impero ottomano), spesso

instabile e di breve durata, soggetto agli intrighi di corte per il controllo del potere.

Il principio della democrazia è la virtù politica che risiede nel popolo, è l’amore per le istituzioni e per le leggi,

la devozione al bene generale e allo stato. Quando decade questo principio, la democrazia si corrompe.

Un’altra virtù – appartenente all’aristocrazia – è la moderazione, che risiede nei nobili. Solo la moderazione

può evitare la disuguaglianza estrema tra governanti e governati.

Il principio della monarchia è l’onore: il governo monarchico presume una nobiltà originaria e la gerarchia,

che ispira le azioni di cui lo stato ha bisogno.

Il principio del dispotismo è la paura, radicata nel popolo, essa spegne ogni ambizione e moto di ribellione. Il

potere dispotico ha bisogno di essere esercitato in maniera violenta e minacciosa.

In ogni tipo di stato, l’educazione dei giovani è fondamentale per il mantenimento del proprio tipo di governo:

così se nelle monarchie e nelle repubbliche è presente un tipo di formazione politica e culturale decisamente

più aperta e moderna, negli stati dispotici si insegna ai giovani come diventare tiranni e cattivi.

Nella sua riflessione, Montesquieu afferma che la decadenza della democrazia è la perdita dello spirito di

eguaglianza, che è invece necessario per il mantenimento dei regimi democratici, ma è anche l’insorgere

dello spirito di estrema eguaglianza, dove tutti vogliono diventare uguali a quelli che essi stessi hanno scelto

per comandarli.

La corruzione del governo aristocratico coincide con la perdita di moderazione, ossia la trasformazione del

governo dei nobili in un governo arbitrario e l’introduzione della successione ereditaria.

Quanto alle monarchie, esse si corrompono quando viene meno l’onore.

Il governo dispotico, invece, è già un governo corrotto di per sé.

Per Montesquieu, la libertà politica si trova solo nei governi moderati: per lui la libertà non è destituire un

tiranno o fare ciò che si vuole, per lui libertà è esistenza di leggi e certezza della loro applicazione e efficacia

( la libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione).

Ritiene che in uno stato libero, gli uomini debbano poter vivere tranquilli, per questo tratta anche della

sicurezza del cittadino: occorrono dei limiti istituzionali che ostacolino l’abuso di potere.

Egli affronta quindi la distribuzione dei poteri e del grado di libertà che una costituzione può garantire,

prendendo ad esempio quella inglese, poiché ha come fine diretto la libertà politica. La tripartizione dei poteri

(esecutivo, legislativo e giudiziario) è alla base della formazione dello stato inglese, dove ogni potere

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controlla l’altro e tale conformazione è alla base dell’impianto dello stato moderno così come lo conosciamo

noi oggi. Montesquieu dà grande importanza all’autonomia del potere giudiziario e alle garanzie di libertà

previste dall’ordinamento inglese.

I poteri legislativo ed esecutivo, invece, esprimono rispettivamente la volontà della nazione e la sua

attuazione (esecuzione), per questo essi hanno bisogno di freni. Per il potere legislativo, egli apprezza la

rappresentanza su scala territoriale e popolare: una camera alta, che rappresenti la parte nobile e ricca, e

una camera bassa, che arrivi fino al più lontano dei comuni, dove vengono rappresentati i piccoli borghesi,

contadini, allevatori, commercianti, ecc.

In contrapposizione al sistema inglese, vi è il sistema francese, fondato sulla monarchia in cui la pace

sociale è affidata all’onore. Il pensiero di Montesquieu si barcamena tra conservazione e innovazione, tra

apprezzamenti per il sistema francese che per quello inglese. Il concetto di moderazione è indispensabile

per comprendere meglio l’autore: non è semplicemente il principio delle repubbliche aristocratiche, è un

valore fondamentale dei governi liberali (repubblicani o monarchici).

Lo spirito delle leggi, che corrisponde allo spirito del popolo per il quale le leggi sono state create, permette a

Montesquieu di formulare la teoria dello spirito generale di una nazione, che non è nient’altro che un

equilibrio delicato tra cause diverse che non bisogna alterare, a ciò serve la moderazione. La rottura

dell’equilibrio genera la decadenza, la corruzione della nazione e – infine – il dispotismo. Ma il dispotismo

non è semplice degenerazione di un governo democratico, è uno sbocco senza ritorno.

Il diritto pubblico è alla base del diritto internazionale: Montesquieu affronta la questione della federazione tra

piccole repubbliche: tale federazione deve avvenire tra stati affini, non può certo avvenire tra una repubblica

la cui natura è la pace e il commercio, e una monarchia la cui natura è la guerra e la conquista.

Negli stati dispotici, la sicurezza si ottiene attraverso l’isolamento dagli stati viciniori.

Le monarchie, invece, hanno piazzeforti per difendere le frontiere ed eserciti per difendere le piazzeforti

stesse.

Rousseau

Analizza le crisi delle istituzioni del suo tempo. A lungo incerto tra cultura illuminista dei salotti parigini e la

tranquillità delle campagne svizzere, alla fine sceglierà quest’ultima.

Le sue opere:

1) Discorso sull’ineguaglianza: viene descritto lo stadio presociale, dove gli uomini sviluppano delle

relazioni reciproche al di fuori della società politicamente organizzata, in una condizione di natura.

2) Contratto sociale: riprende le relazioni naturali degli uomini e le sviluppa sulla base di convenzioni

giuste.

L’adesione di Rousseau al giusnaturalismo è puramente formale. Il sistema politico proposto dal filosofo

svizzero cerca di superare l’individualismo e inserisce l’uomo in una vera e propria comunità, proponendo

un’idea nuova di libertà: mentre per i giusnaturalisti la libertà dell’uomo è affrancarsi dal potere dello stato e

della società, per Rousseau significa inserirsi totalmente all’interno di esso.

Nel suo primo lavoro, egli ricostruisce il percorso dell’uomo in cui individua le tappe della trasformazione

dalla bontà originaria alla corruzione dell’uomo civile. Lo stato di natura secondo Rousseau non è quindi

inteso come un periodo storico determinato, quanto piuttosto un termine di paragone astratto e costruito. Lo

stato originario è caratterizzato da libertà e uguaglianza: gli uomini sono liberi in quanto dipendono solo dalla

natura, senza avere alcun rapporto di dipendenza con i suoi simili. Le uniche differenze sono quelle fisiche:

Rousseau non vede alcun male in questo tipo di disuguaglianze, il male – infatti – deriva da differenzi di tipo

artificiale (morali o politiche). Un processo perverso fa sì che le differenze naturali assumano importanza

sociale (morale e politica): a poco a poco le qualità individuali vengono valorizzate e diventano causa di

differenziazioni sociali e rapporti conflittuali. Spirito, bellezza, forza diventano fonte di stima e chi non le ha,

cerca di emularle e a mostrarsi diversi da come in realtà sono. Questo porta l’uomo alla perdita della libertà

personale. Nella storia dell’uomo questo passaggio avviene per gradi: 8

1) Amor di sé: l’amore che l’uomo ha per l’umanità e per il suo simile. Con questa passione, l’uomo

tende ad andare in aiuto di chi vede in difficoltà. Con questa passione, egli concorre alla

conservazione dell’umanità

2) Perfettibilità: qualità celebrata dai filosofi illuministi: è una dote ambigua che contribuisce allo

sviluppo dell’ineguaglianza morale e politica, i più dotati infatti imparano a sfruttare le circostanze e

ad ampliare la distanza che li separa dai più sfortunati, dimenticando quindi la pietà e l’amor di sé

3) Amor proprio: un amore egoistico e interessato basato sul calcolo del proprio tornaconto.

Sono dunque ragione e cultura che generano l’amor proprio (egoismo).

La diseguaglianza, quasi inesistente nello stato di natura, si sviluppa parallelamente ai progressi dello spirito

umano e diviene legittimata dalle leggi. la disuguaglianza è legittimata dal diritto positivo (posto

dall’uomo), in contrasto con le leggi della natura.

La proprietà privata accelera questo fenomeno di disuguaglianza. Rousseau denuncia quindi la società e le

leggi originate dall’ineguaglianza morale. Quasi tutte le società si fondano su questo tipo di leggi (patto), un

patto iniquo che contrasta lo stato di natura.

Riassumendo: i mali dell’uomo non derivano dalla sua natura malvagia, ma dallo sviluppo volontario di

rapporti sociali conflittuali resi legittimi da un patto iniquo.

Rousseau però immagina un patto diverso, fondato su una vera unione degli uomini. È ciò che egli illustra

nel contratto sociale. Questo patto non è possibile per le società che sono già formate su leggi inique

(poiché la storia è irreversibile), ma non tutto è perduto per chi ancora si trova allo stato di natura. Il contratto

sociale contiene la teoria di un patto fra uomini uguali intesi non come semplice aggregazione, ma una vera

e propria unione, nella quale vengono ripristinate libertà e uguaglianza.

Egli espone quindi un patto sociale equo, fondato e approvato all’unanimità da tutti gli uomini, in modo da

trovare una forma di associazione che difenda e protegga la persona e i suoi beni. Questa unione genera

una persona pubblica, chiamata repubblica (prende nome diverso a seconda delle circostanze). I membri di

questa repubblica sono i cittadini o i sudditi. Questa persona ha la sua volontà (volontà generale), con la

quale si persegue l’interesse comune. Esistono poi le volontà particolari (interesse privato) e le volontà di

tutti (più volontà particolari). Lo stato descritto da Rousseau è una democrazia diretta, molto simile alla

confederazione elvetica.

Il patto descritto da Rousseau è un’impresa tutt’altro che semplice da realizzare, poiché presuppone in tutti

gli uomini un’elevata maturità. La figura del legislatore, in questo frangente, è di particolare importanza,

poiché reincarna la volontà della moltitudine che non ha ancora preso ben coscienza di sé. Il legislatore

ispira il contratto sociale e inventa quel modello di stato che più si addice a quel determinato popolo. Il

legislatore non è una figura astratta, è una figura di tipo pastorale (in passato Mosè, Maometto e Calvino

hanno incarnato questa figura).

Introducendo la figura del legislatore, Rousseau prende le distanze dalle teorie cosmopolite dell’epoca ma

introduce gli insegnamenti di Montesquieu circa la suddivisione dei poteri e le differenze tra i popoli.

Le condizioni necessarie per la realizzazione di questo patto sono:

- Piccola estensione del territorio

- Volontà di indipendenza economica e politica

- Assenza di superstizioni

Sono condizioni difficili, ma non impossibili da trovare e realizzare Svizzera.

Il governo è rigorosamente distinto dal potere legislativo, di cui è sovrano il popolo. Il governo è un corpo

intermediario tra i sudditi e il corpo legislativo, questo può avere diverse forme (democratica, aristocratica,

monarchica, mista): Rousseau predilige quella aristocratica elettiva.

Per evitare gli attriti e gli eccessi di potere tra esecutivo e legislativo, Rousseau prevede dei meccanismi di

controllo e la rotazione della capitale e delle sedi di governo. 9


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher theweather10 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Pensiero Politico moderno e contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Paternò Maria Pia.

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