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Appunti di Governance Internazionale della Cooperazione allo sviluppo del prof. Cadin su argomenti di cooperazione: domanda d'acqua, settore dell'agricoltura, l'alimentazione, diversità culturale, istruzione, il sistema Mediterraneo, i migranti, i movimenti globali.

Esame di Governance Internazionale della Cooperazione allo sviluppo docente Prof. R. Cadin

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superiori. Non bisogna poi dimenticare che tra gli anni ’70 e gli anni ’90 gli aiuti in ambito di

cooperazione internazionale per lo sviluppo sono stati quasi dimezzati (- 40%).

L’art.26 della Dichiarazione universale dei diritti umani adottata dall’Assemblea generale nel

1948 afferma che ogni individuo ha diritto all’istruzione. Questa deve essere gratuita ed

obbligatoria almeno per le classi elementari, e deve essere a portata di tutti l’istruzione di

grado superiore. Inoltre i genitori hanno la priorità nella scelta del genere d’istruzione da

impartire ai loro figli.

La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo è stata adottata dall’Assemblea generale

a New York nel 1989 ed è il primo strumento a garantire una protezione piena e completa del

bambino, che da destinatario di protezione diviene titolare di diritti. Viene introdotto inoltre il

principio di non discriminazione in materia di apprendimento: secondo le stime dell’UNESCO

del 2000 su 860 milioni di adulti analfabeti, 2/3 erano donne. Il loro tasso di abbandono è

ovunque più alto rispetto a quello maschile e questo perché sin da piccole sono oberate dai

lavori domestici che ne limitano la frequenza scolastica. I genitori, infatti, non ritengono

necessaria l’istruzione delle figlie femmine o non accettano che stiano a contatti con individui

di sesso maschile, che sia l’insegnante o i compagno di scuola.

Inoltre viene messa in risalto l’importanza dell’assistenza finanziaria nei casi di necessità:

quando, infatti, i bambini più poveri non sono tagliati fuori dal costo elevato dei libri, lo sono

perché la frequenza delle lezioni costituirebbe un mancato guadagno per la famiglia.

Nel Vertice del Millennio, tra gli otto Obiettivi, vi è quello di garantire l’istruzione elementare

a tutti i bambini e di raggiungere l’uguaglianza tra i sessi nell’accesso all’istruzione, da

raggiungere entro il 2015.

Nel 2002 l’Assemblea generale proclama il Decennio per lo sviluppo sostenibile (2005-2014),

con lo scopo di garantire l’integrazione dei principi di sviluppo sostenibile in tutte le fasi del

processo di educazione e apprendimento.

La Convenzione contro la discriminazione nell’educazione dell’UNESCO del 1960, incoraggia

gli Stati a eliminare la discriminazione nell’insegnamento, esistenze sia a livello culturale che

giuridico. Precisa, allo stesso tempo, che non costituiscono discriminazione i sistemi educativi

separati per alunni dei due sessi, o per motivi religiosi e linguistici, se tali sistemi

garantiscono un equivalente accesso d’istruzione e un corpo insegnante ugualmente

qualificato.

MEDITERRANEO

Il Mediterraneo può essere definito come sistema socio-economico a base geopolitica, ossia

un insieme di Stati politicamente e socialmente diversi, collocati in uno spazio geografico

definito, che in un preciso momento storico presentano interdipendenza dei processi di

cambiamento.

La questione dei rapporti tra la Comunità Europea e i Paesi Terzi del Mediterraneo si pone

all’inizio degli anni ’60, quando la Francia sottolinea la necessità di rafforzare le

interdipendenze economiche con le ex-colonie. Nel 1972, il Vertice di Parigi definisce la

Politica Globale Mediterranea PGM che copre dal 1976 al 1990, al fine di creare un’area euro-

mediterranea di libero scambio dei prodotti industriali e un trattamento preferenziale per

l’80% delle esportazioni agricole di ogni Stato. Di fatto però molti obiettivi non furono

raggiunti, nemmeno in seguito all’ulteriore sforzo anche in termini monetari del FMI e della

BM.

La Conferenza di Barcellona del 1995 fu il punto di svolta non solo nei rapporti tra i Paesi del

bacino, ma anche nello sviluppo delle loro economie. Il partenariato euromediterraneo ha

definito una serie di obiettivi a lungo termine:

Creazione di un’area di prosperità comune mediante l’instaurazione del libero scambio

- tra UE e partner, nonché tra partner stessi

Scambio interculturale

- Creazione di una zona di pace basata sul rispetto dei diritti dell’uomo e dei principi

- fondamentali della democrazia

Dagli obiettivi elencati derivano tre ambiti del processo, ossia i tre pilastri:

Partenariato politico e di sicurezza, con lo scopo sia di promuovere un comune

1) concetto di sicurezza, nel rispetto della diversità, sia di raggiungere forme politiche

democratiche, nel rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo. Il progresso di questo

pilastro è tuttavia compromesso dal conflitto arabo-israeliano.

2) Partenariato economico e finanziario, volto a rimuovere gli ostacoli al commercio e agli

investimenti al fine di armonizzare i mercati.

Partenariato sociale, culturale e umano, ha l’obiettivo di promuovere la reciproca

3) comprensione dei popoli tramite una serie di iniziative, ad esempio il programma

TEMPUS nel settore dell’istruzione e della formazione.

Il Programma MEDA è il principale strumento finanziario dell’UE a servizio del partenariato

euromediterraneo. Esso prevede un’assistenza finanziaria e tecnica per la riforma delle

strutture economiche e sociali dei partner mediterranei.

Dai risultati conseguiti, si deve purtroppo constatare che il partenariato, se da un lato ha

ottenuto numerosi successi, dall’altro non è riuscito ad avere alcun effetto sui grandi conflitti

irrisolti che dividono la regione mediterranea.

MIGRANTI

Le migrazioni sono sempre esistite, ma oggi cambia il contesto in qui queste sono inserite,

sempre più segnato dal processo di globalizzazione. A livello europeo, soprattutto, la

migrazione ha acquistato una dimensione inedita, in quanto i Paesi che tradizionalmente

fornivano la manodopera al Nord (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia) ora sono diventati meta

delle ondate migratorie provenienti dai PVS. Tali flussi portano diverse conseguenze nel

Paese ricevente:

Aumento della forza lavoro

- Movimento di risorse umane e, allo stesso tempo, monetarie

- Crescita demografica

- Riduzione dell’astenia demografica

-

I Paesi riceventi rispondono ai flussi migratori con le più svariate politiche di integrazione che

possono essere distinte, in via generale, in modelli differenti:

Modello della fusione (Italia e Spagna), previsto soprattutto nei Paesi di più recente

immigrazione e prevede la fusione delle varie culture presenti nel territorio

Modello di assimilazione (Francia), che tende a non considerare le differenze culturali

ed etniche, chiedendo agli immigrati di perdere la propria identità pregressa per

diventare cittadino del Paese di accoglienza.

Il modello di integrazione pluralistica (Regno Unito), ha l’obiettivo di stabilire pari

opportunità tra individui, nel mantenimento delle diversità culturali in un contesto di

mutua tolleranza.

Modello della segregazione, prevede la creazione di ghetti cui costringere le minoranze

etniche.

Accanto a tali politiche, si sta espandendo la regolarizzazione della dimensione numerica della

pressione migratoria, che non viene più considerato come un problema domestico, ma come

un fenomeno globale da affrontare attraverso la collaborazione tra tutti i Paesi interessati.

Per comprendere il rapporto tra cooperazione allo sviluppo e processi migratori, è

interessante guardare il caso del Maghreb. L’emigrazione maghrebina ha verso l’Europa

avvenne nel periodo postcoloniale, contemporaneamente al boom economico dell’Europa

settentrionale. Inizialmente la manodopera maghrebina serviva per coprire la carenza dei

Paesi industrializzati, tanto che si arrivò all’emigrazione programmata, attraverso accordi

ufficiali di reclutamento, specialmente con la Francia. Tale processo ebbe una battuta

d’arresto con la crisi economica degli anni ’70, che provocò un cambiamento della politica

migratoria dei Paesi europei e furono adottate le cosiddette politiche di stop, che

consentivano solo ai figli e ai congiunti degli emigrati di entrare nel Paese per la ricostituzione

dei nuclei familiari.

Altro mezzo utilizzato è la politica del ritorno, che prevedeva il ritorno dell’emigrante nel

Paese di origine dopo aver assolto il proprio progetto migratorio. Tuttavia questa politica non

diede i suoi frutti proprio a causa della politica di stop e alla conseguente impossibilità di

reingresso.

Il fenomeno dell’immigrazione non va visto come un problema di ordine pubblico, ma al

contrario può costituire una ricchezza sia per il Paese di destinazione, che avranno maggiore

disponibilità di manodopera, che per quelli di origine, che ricevono denaro dagli emigranti.

MOVIMENTI GLOBALI

I movimenti globali sono ormai una parte caratterizzante delle società contemporanee. Da

tempo è emerso in ambito internazionale una serie di attori e oggetti della protesta non

suscettibili di controllo da parte delle istituzioni politiche. Grazie allo sviluppo dei mezzi di

trasporto e dei nuovi media, sono state elaborate nuove strategie di azione che permettono di

pianificare campagne e proteste a prescindere dai confini territoriali degli Stati. Inoltre,

quando alcune campagne o proteste mostrano la loro capacità di mobilitazione scoprendo la

vulnerabilità degli Stati, queste vengono riproposte altrove allargando la conflittualità anche

in altri Paesi. Si tratta di un processo di transnazionalizzazione della protesta, facilitato

soprattutto dai mass media che oggi rappresentano una delle principali risorse per l’azione

collettiva.

La costituzione di quelle istituzioni politiche ed economiche internazionali (FMI, BM, OMC)

che minano la sovranità politica degli Stati, andando direttamente a incidere sui processi

decisionali, ha contribuito alla nascita di una società civile transnazionale, le cui istituzioni

secondo Martin Shaw sono:

Le organizzazioni formali collegate in modi diversi alle istituzioni nazionali – partiti,

o sindacati, chiese

I network tra reti informali e movimenti – donne, gay, pacifisti

o ONG che da anni agiscono nell’arena transnazionale – Amnesty International,

o Greenpeace

Essi hanno da tempo elaborato il modello del controvertice come strumento di protesta al fine

di fronteggiare le principali organizzazioni governative. Si tratta di eventi organizzati in

coincidenza ai grandi vertici ufficiali in cui si affrontano le stesse questioni in prospettiva

critica. Con il nuovo millennio, nascono i Forum sociali, cioè quei luoghi di incontro dove i

tanti soggetti della società civile danno vita a vere e proprie arene di discussione pubblica. Si

tratta di forme sperimentali di democrazia partecipativa. Si pensi al bilancio partecipativo

attivato nel 1990 nel comune brasiliano di Porto Alegre, sede dei primi tre Forum sociali

mondiali, come nuova modalità di governance urbana.

In questo senso la globalizzazione aumenta le opportunità di collegamento sul piano

internazionale dei soggetti interessati all’attuazione di tali obiettivi.

Per dare una definizione al concetto di globalizzazione è necessario scomporlo, prendendo

spunto dalla tripartizione di Ulrich Beck che distingue:

1) Globalizzazione, integrazione delle vicende di tutte le società in un solo ambito di

relazione.

2) Globalità, l’esistenza di una società mondiale potenziale. Lo si nota in vari ambiti, come

la percezione globale del rischio, ovvero la consapevolezza di un destino comune che si

manifesta solitamente in forme minacciose (disastri ecologici, terrorismo, povertà).

Globalismo, l’ideologia del primato economico sul politico. Gli attori principali sono le

3) multinazionali, che dribblano i vincoli normativi spostando il lavoro dove il suo costo è

più basso, e in modo da assicurarsi condizioni più convenienti nella possibilità di

distinguere tra luoghi di investimento, luoghi di produzione, sede fiscale e sede di

residenza.

PARTECIPAZIONE DEMOCRATICA

Una società democratica è una società equa, giusta e solidale, dove tutti gli individui sono

riconosciuti cittadini e sono titolari di diritti di libertà e diritti politici. Naturalmente, perché

sussista davvero una democrazia ci deve essere una partecipazione popolare attiva, e il

cittadino deve avere la disponibilità degli strumenti atti al suo esercizio. Se per molti aspetti il

problema della democrazia sembra interessare solo i Paesi periferici o di recente

democratizzazione, è tuttavia innegabile che anche in quegli Stati dalla consolidata tradizione

democratica si trovano delle crisi dei sistemi di welfare dovute al difficile rapporto tra

cittadini e istituzioni.

Oramai si è perduta la fiducia sia nella democrazia moderna, che ha dimostrato di non essere

in grado di esprimere adeguatamente il volere comune di collettività sempre più eterogenee,

sia nei partiti politici, non più in grado di garantire l’esercizio della sovranità da parte del

popolo. Si deve dunque ammettere che la democrazia rappresentativa non sintetizza

adeguatamente le istanze sociali del nostro tempo.

In quest’ottica si sono affermati quei movimenti che chiedono di poter sperimentare una

nuova forma di partecipazione democratica: la democrazia partecipativa. Un esempio può

essere fornito dal bilancio partecipativo di Porto Alegre: questo è uno strumento di contabilità

pubblica, che prevede la partecipazione diretta della popolazione in diverse fasi della

preparazione e dell’attuazione del bilancio stesso. La partecipazione di realizza innanzitutto

su base territoriale: la città è divisa in circoscrizioni e nel corso di riunioni pubbliche la

popolazione di ciascuna circoscrizione è invitata a stabilire i bisogni e le priorità in vari

settori. A questa si aggiunge la partecipazione tecnica di categorie professionali, che

permettono di avere una visione più completa della città. Alla fine ogni gruppo presenta le sue

priorità all’Ufficio di pianificazione che stila un progetto di bilancio, che verrà

successivamente approvato dal Consiglio comunale.

PREVENZIONE DEI CONFLITTI ARMATI

Negli ultimi tempi assistiamo al rilancio della violenza in tutta una serie di scenari regionali,

primo fra tutti quello africano, nei quali si combattono guerre per procura per conto delle

multinazionali interessate al controllo delle risorse naturali o per motivi fondamentalmente

etnici. Si è quindi diffusa l’idea che sia doveroso porsi l’obiettivo di prevenzione dei conflitti,

messo in rilievo dall’ex Segretario generale dell’ONU Kofi Annan. Con l’espressione

prevenzione dei conflitti si intende l’insieme delle strategie che tendono ad impedire che delle

controversie politiche all’interno di Stati o tra Stati possano sfociare in un conflitto. Le azioni


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze della politica
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Governance Internazionale della Cooperazione allo sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cadin Raffaele.

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