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Appunti di Governance Internazionale della Cooperazione allo sviluppo del prof. Cadin su argomenti di cooperazione: domanda d'acqua, settore dell'agricoltura, l'alimentazione, diversità culturale, istruzione, il sistema Mediterraneo, i migranti, i movimenti globali.

Esame di Governance Internazionale della Cooperazione allo sviluppo docente Prof. R. Cadin

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chiede agli Stati di perseguire un’azione concertata per arrivare nel 2000 alla totale copertura

della fornitura di acqua.

Nel Vertice della Terra (UNCED) tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992, vennero adottati due

documenti nei quali venne preso in considerazione il problema dell’acqua:

La Dichiarazione di principi su ambiente e sviluppo, nella quale si fa riferimento al

o diritto sovrano di uno Stato sulle proprie risorse, ma allo stesso tempo questo deve

assicurare che lo sfruttamento non procuri danni ambientali.

L’Agenda 21 è il documento programmatico che ha come oggetto lo sviluppo

o sostenibile, intorno al quale si legano altre tematiche quali quella delle risorse idriche.

Nel Cap.12, si afferma la necessità di combattere la desertificazione e la siccità. Infatti

la desertificazione influisce su circa 1/6 della popolazione mondiale e riguarda il 70%

delle terre emerse. Per combatterla si prevede il miglioramento del sistema di

monitoraggio, l’eliminazione della povertà nelle zone più a rischio, la forestazione e la

riforestazione e la creazione di programmi nazionali contro la desertificazione. Tutto

questo incentivando la partecipazione della popolazione interessata.

Inoltre si sottolinea la necessità di considerare le risorse d’acqua anche da un punto di

vista qualitativo. L’80% delle malattie sono infatti dovute alla contaminazione

dell’acqua.

Nel Vertice del Millennio del 2000 vengono elencati gli 8 obiettivi che gli Stati si prefiggono di

raggiungere entro il 2015. Tra questi vi è quello di assicurare la sostenibilità ambientale, che

nello specifico si traduce nel dimezzare la porzione di popolazione senza accesso all’acqua

potabile e all’igiene di base. I risultati fino ad ora son stati ottimi. Infatti tra il 1990 e il 2004

l’accesso all’acqua potabile è cresciuto dal 78% all’83%, in particolare in America Latina, nei

Caraibi e nell’Asia meridionale.

Le controversie riguardanti la spartizione delle risorse idriche non hanno ancora trovato una

regolamentazione in ambito del diritto internazionale. Tuttavia si è sempre fatto riferimento

alla regola dell’equità, accolta dalle Corti federali di alcuni stati quali USA, Germania e

Svizzera. In base a tale regola ogni Stato deve godere delle acque internazionali che lo

bagnano secondo equità. Il problema che l’equità si misura con il potere politico ed economico

che uno Stato possiede, e pertanto non è un concetto democratico.

Le regole di Helsinki elaborate dall’ILA nel 1966, individuano diversi settori su cui ci si deve

basare per l’utilizzo delle acque di un bacino di drenaggio internazionale. I fattori da

considerare sono molteplici, ma i più importanti sono:

La geografia del bacino

- Il contributo d’acqua che uno Stato fornisce

- Gli aspetti climatici del bacino

- Le necessità economiche e sociali di ogni Stato del bacino

- I costi che deriverebbero dallo sfruttamento di mezzi alternativi per il reperimento

- dell’acqua

La Convenzione di New York sugli usi non legati alla navigazione dei corsi d’acqua

internazionali, voluta dall’ONU nel 1997, riprende tali fattori, cercando allo stesso tempo di

contemperare due bisogni distinti: lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente. Pertanto

uno Stato deve certamente perseguire la crescita economica ma valutando gli effetti

ambientali di breve e lungo periodo, affinché l’uso presente non pregiudichi quello futuro.

L’acqua pertanto tende a diventare una merce, che le multinazionali mirano ad ottenere.

Nel Forum dell’Aja, l’acqua è stata definita un bene economico il cui valore deve essere

determinato dal mercato e non si fa alcun riferimento all’accesso dell’acqua come diritto

fondamentale dell’uomo.

Un passo importante si ha con il Manifesto dell’acqua in cui è contenuta la proposta di un

Contratto mondiale sull’acqua, che prevede l’instaurazione di parlamenti dell’acqua che

creino delle norme a livello nazionale e internazionale che riconoscano l’acqua come

patrimonio comune dell’umanità, e così facendo sottraggano la risorsa idrica alle leggi del

mercato internazionale, e pertanto all’OMC.

Nel 2003 si è poi tenuto a Firenze il 1° Forum alternativo mondiale dell’acqua, nel quale viene

riconosciuta l’acqua come un bene comune e pertanto necessita di una gestione democratica

all’interno della normativa nazionale e internazionale, e pertanto devono essere precisti

anche i finanziamenti pubblici per l’accesso all’acqua.

La maggior parte dei fondi stanziati dal Ministero degli Esteri italiano prevedono una

componente idrica. Principalmente, i settori che riguardano la risorsa idrica sono:

1) Acqua potabile (pozzi)

2) Condizioni igienico-sanitarie (latrine)

3) Regimazione delle acque (canali)

4) Ambito agricolo

5) Ambito zootecnico

Il più importante progetto italiano è il Ground Water Project, iniziato nel 1983 e concluso nel

1994, per fornire supporto allo sviluppo e alla gestione delle risorse idriche del Lesotho. Il

Lesotho è uno Stato circondato completamente da Sud Africa, che soffre di siccità a causa delle

scarse e irregolari precipitazioni. L’Italia ha fornito un supporto tecnico e finanziario, con la

costruzione di pozzi, la formazione del personale locale e l’elaborazione della mappa

idrogeologica del Paese. Tuttavia alcuni problemi non hanno ancora trovato soluzione:

In Lesotho non esiste una facoltà universitaria adatta alla formazione del personale

- idrogeologo

I salari del settore pubblico sono bassi e ciò rende difficile sia il reclutamento del

- personale sia il suo trattenimento

Per ultimo non esiste una reale cooperazione tra i diversi Ministeri coinvolti

- nell’ambito delle risorse idriche

AGRICOLTURA

L’agricoltura è uno dei settori più importanti coinvolti nella cooperazione internazionale per

lo sviluppo. Questa rappresenta infatti uno strumento nella lotta contro la povertà.

E’ opportuna chiarire cosa si intende per agricoltura. In un’accezione ristretta si intendono

tutte quelle attività necessarie per la produzione agricola, quali lo sviluppo delle colture.

Mentre in un’accezione più ampia vengono inclusi anche i cosiddetti fattori di produzione, ad

esempio le industrie produttrici di fertilizzanti. Attualmente la definizione più accolta in

ambito internazionale è quest’ultima.

Nel settore agricolo la cooperazione agisce in due ambiti differenti: da un lato assiste i PVS per

favorire la produzione agricola, dall’altro protegge la salute dei consumatori finali tramite la

regolamentazione di tutte le fasi della produzione.

Sono coinvolti in tale contesto una varietà di attori, istituzionali e non. Tra i primi troviamo gli

Stati e le organizzazioni internazionali. In particolare la FAO, l’istituto specializzato ONU che si

occupa della produzione agricola, mentre l’OMC si occupa del commercio dei prodotti agricoli.

La FAO è stato il primo istituto specializzato ONU ad occuparsi dell’alimentazione e

dell’agricoltura. Il suo trattato istitutivo prevedeva inizialmente lo scambio di informazioni

utili tra i Paesi e l’assistenza tecnica alle Parti contraenti. Con l’evoluzione socio-economica

mondiale e con la crisi degli anni ’70, l’Organizzazione ha inserito tra gli obiettivi da realizzare

immediatamente quello di un programma di cooperazione tecnica per il potenziamento delle

attività agricole. Nella veste attuale, invece, l’organizzazione rivolge la sua attenzione a tre

settori quali la sicurezza alimentare, il rapporto ambiente-energia e la riforma delle strutture

agrarie. Ha assunto inoltre un ruolo sempre più importante la ricerca, ai cui risultati deve

essere garantito il libero accesso a tutti i Paesi, sia industrializzati che in via di sviluppo, senza

l’ostacolo rappresentato dal costo dei diritti di proprietà intellettuale. Tuttavia il limite sta nel

fatto che son rese disponibili soltanto le risorse e non le informazioni relative ad esse.

Per quanto concerne il commercio agricolo, il quadro di riferimento normativo attuale è

l’OMC. Un’innovazione importante riguarda la regolamentazione del commercio dei prodotti

sanitari e fitosanitari, al fine di proteggere la vita e la salute delle piante, animali e persone

dall’uso di sostanze potenzialmente nocive usate nel ciclo di produzione alimentare.

Il dialogo internazionale circa il settore agricolo, ha avuto una battuta d’arresta con il Vertice

di Cancun del 2003, dove le divergenze tra Paesi ricchi e Paesi poveri sono apparse insanabili,

circa la questione dei sussidi per l’agricoltura. I sussidi statali alla produzione agricola infatti

ostacolano la liberalizzazione del mercato dei prodotti agricoli, riducendo le importazioni da

parte dei Paesi ricchi. Nonostante i successivi buoni propositi, l’UE non ha ridotto le barriere

tariffarie e gli USA non hanno tagliato i sussidi statali all’agricoltura.

In ambito europeo, la politica agricola comune PAC rappresenta l’attribuzione di una

competenza esclusiva nel settore agricolo alla Comunità da parte degli Stati membri. Tale

settore è regolato in ambito comunitario da speciali accordi conclusi con alcuni PVS e nello

specifico gli ACP e quelli dell’area euro mediterranea.

Come conseguenza del processo di decolonizzazione, all'inizio degli anni ’60, la cooperazione

con le ex-colonie era destinata a continuare. La Convenzione di Yaoundé (1963), firmata tra

gli Stati membri della CEE e 18 Stati africani francofoni, si prefiggeva la creazione di una zona

di libero scambio e prevedeva la concessione di un sostegno tecnico e finanziario (attraverso

il FES, e successivamente anche attraverso i prestiti della Banca Europea degli Investimenti).

Tale Convenzione è stata rinnovata nel 1969 per i cinque anni successivi con 19 Paesi Africani

a cui si sono associati tre Paesi anglofoni nel contesto dell'imminente adesione del Regno-

Unito alla CEE.

A seguito della crisi petrolifera dei primi anni ‘70 e dell'aumento da sei a nove degli Stati

membri della CEE, dopo lunghi negoziati si giunse alla Convenzione di Lomè, firmata nel 1975,

valida per cinque anni e sottoscritta da 46 PVS riuniti nella categoria "Paesi dell'Africa, dei

Caraibi e del Pacifico" (ACP).

La Convenzione di Lomé rappresentava una notevole innovazione rispetto alle precedenti

Convenzioni di Youndè, in quanto stabiliva la non reciprocità del libero scambio fra UE e ACP,

l'attivazione di un meccanismo (STABEX) volto alla stabilizzazione dei benefici di

esportazione dei prodotti di base degli ACP, che dovevano costituire almeno il 5% delle

esportazioni del Paese ACP.

La Convenzione di Lomè è stata rinnovata tre volte: la seconda Convenzione ha introdotto un

meccanismo simile allo STABEX chiamato SYSMIN, per la stabilizzazione delle entrate

minerarie; la terza ha introdotto un nuovo capitolo dedicato alla cooperazione culturale e

sociale. Infine, l'ultima Convenzione di Lomé del 1989, valida per dieci anni, ha introdotto il

concetto di cooperazione decentrata, che permette agli attori territoriali (regionali e locali),

pubblici e privati, dei Paesi ACP di partecipare ai progetti di cooperazione. Inoltre venne reso

definitivo il principio di condizionalità, che garantisce la possibilità di sospendere un trattato

come conseguenza della sua violazione, che può avvenire anche per la violazione dei diritti

umanu, della democrazia e dello stato di diritto. Alla 4° Convenzione di Lomé, scaduta nel

febbraio 2000, è subentrata la Convenzione di Cotonou, firmata per un periodo ventennale.

ALIMENTAZIONE

Nel Vertice del Millennio del 2000, sono stati delineati otto obiettivi per lo sviluppo da

raggiungere entro il 2015, primo fra tutti quello di dimezzare la porzione di popolazione

mondiale che soffre la fame. E’ opportuno fare una distinzione tra fame, intesa come apporto

insufficiente di calorie, e malnutrizione, che indica l’insufficienza di vitamine e minerali

indispensabili per la vita delle cellule e l’impulso nervoso. La carenza di queste sostanze

aumenta la possibilità di contrarre malattie trasmissibili di generazione in generazione.

La fame è inoltre strettamente legata alla sicurezza alimentare, concetto formulato dalla FAO,

intesa come la possibilità di garantire acqua e alimenti per soddisfare il fabbisogno energetico

di cui l’uomo necessita per la sua sopravvivenza, in condizioni igieniche adeguate.

In ambito internazionale, si afferma quindi l’urgenza di trovare soluzioni adeguate al

problema della fame e della malnutrizione, dal momento che la quantità di cibo prodotta a

livello globale sarebbe sufficiente per nutrire l’intera popolazione. Da qui nasce anche

l’esigenza di riconoscere il diritto all’alimentazione come diritto umano fondamentale. Il

diritto all’alimentazione rientra nei cosiddetti diritti economici, sociali e culturali, la cui

realizzazione è legata a un intervento dello Stato nei confronti dell’individuo. Il Patto sui

diritti economici sociali e culturali, adottato dall’Assemblea generale dell’ONU nel 1966,

riconosce due accezioni differenti di diritto all’alimentazione: da un lato afferma che gli Stati

devono riconoscere il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per se e la sua

famiglia, che includa alimentazione, vestiario e alloggio adeguati; dall’altro riconosce il diritto

di ogni individuo di essere libero dalla fame. Quest’ultima risulta una sottodisposizione della

prima, che fornisce un supporto giuridico strumentale alla campagna mondiale contro la fame

che la FAO aveva lanciato negli anni ’60.

Differenti fattori condizionano la produzione di cibo. Il primo Rapporto annuale del relatore

speciale Ziegler nel 2001 individua sette principali ostacoli economici che impediscono la

piena realizzazione del diritto all’alimentazione:

Commercio mondiale, in particolare per le politiche agricole protezionistiche dei Paesi

1) industrializzati , che negano l’accesso ai loro mercati dei prodotti alimentari dei PVS

2) Debito estero, che provoca la riduzione di sussidi pubblici destinati all’alimentazione

3) Sviluppo delle biotecnologie, quali OGM, e il possesso di brevetti

4) Guerre, con il loro impatto distruttivo

5) Corruzione

6) L’ostacolo all’accesso alla terra e al credito

7) Discriminazione contro le donne

E’ inoltre importante rilevare l’importanza che le imprese multinazionali stanno assumendo

in questo ambito. Non essendo questi soggetti di diritto internazionale, possono essere

regolamentate solo attraverso lo Stato. Ma lo Stato non risulta responsabile per l’attività

condotta da enti non statali in territori stranieri, e questo restringe le capacità dello Stato di

regolare l’attività di tali imprese.

Rimane tuttavia ancora aperta la questione della giustiziabilità del diritto all’alimentazione,

come del resto dei vari diritti economici sociali e culturali. Sta comunque emergendo la

volontà di riconoscere precisi obblighi dello Stato, inseriti nel quadro più ampio del

cosiddetto human rights-based approach allo sviluppo, che ha come obiettivo il

riconoscimento dei bisogni primari dell’individuo come diritti soggettivi e pertanto

rivendicabili dall’individuo.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze della politica
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Governance Internazionale della Cooperazione allo sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cadin Raffaele.

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