Architettura e totalitarismi Italia
In Italia la grande vivacità delle avanguardie viene spazzata via dalla I guerra mondiale, che non produce la desiderata tabula rasa dei futuristi per costruire una nuova Italia, ma solamente un clima di incertezza sociale ed economica.
Nonostante non si concretizzi l’architettura marinettiana e di Sant’Elia, molti dei contenuti politici ed estetici del Futurismo confluiscono nelle ideologie del nascente movimento fascista, soprattutto per la costruzione di una nuova società dai valori sociali, culturali e morali di assoluta modernità.
In architettura, così come nell’arte figurativa e nella letteratura, si assiste ad una volontà di ritorno all’ordine riportato dalla tradizione italiana, ripensata però alla luce dell’evoluzione tecnologica.
In questo periodo si muovono le proposte del gruppo di Giovanni Muzio (1893-1982) che trova espressione nella Ca’ Brutta (Milano, 1919-23), che dimostra che si può ottenere un’altra modernità senza aggredire le esperienze passate, bensì continuarle seguendone un percorso evolutivo nel nuovo secolo.
Negli stessi anni nasce anche il gruppo milanese Novecento, che conta tra tanti anche Giuseppe de Finetti e Giò Ponti (1891-1979) e che rimanda direttamente all’esperienza pittorica del tempo per difendere la classicità, come modello di armonia e originalità italiana contro le “rivoluzioni” architettoniche estere (≠ Neoclassicismo).
Torino: durante l’ascesa di Mussolini si accentua l’attenzione ai problemi sociali italiani e sulla conflittualità tra il potere e le masse lavoratrici, e Torino diventa insieme a Milano una delle capitali di questo dibattito.
Durante gli anni ’20 infatti Torino è caratterizzata dallo slancio industriale, il cui simbolo è lo stabilimento Fiat Lingotto (Giacomo Mattè Trucco, 1915-21), e delle lotte operaie.
Torino quindi in questi anni è lo scenario di tanti artisti come Felice Casorati, Enrico Paulucci, Francesco Menzio o Alberto Sartoris.
Giuseppe Pagano ed Edoardo Persico
Nello stimolante panorama culturale italiano, soprattutto tra Torino e Milano, si mettono in evidenza le figure di Giuseppe Pagano ed Edoardo Persico, fondatori della rivista “La Casa Bella” (fondata nel 1928 e ribattezzata “Casabella” nel 1933).
Con l’Esposizione nazionale italiana del 1928 Pagano, in conflitto con il tradizionalista Chevalley, organizza la I mostra di architettura moderna italiana.
Negli stessi anni lo stesso Pagano costruisce a Torino il Palazzo per uffici Gualino (insieme a Gino Levi Montalcini, 1928-30): facciata principale simmetrica scandita dal taglio orizzontale delle aperture che cambiano l’ampiezza dove evidenziano gli uffici della direzione, il tetto piano a contrasto con l’andamento a falde dei palazzi circostanti, l’abbassamento dei fronti sulle vie laterali.
La progettazione comprende anche gli interni e gli impianti con l’utilizzo di materiali di produzione industriale.
Il ventennio fascista e il Razionalismo
Con l’inizio del ventennio fascista (1922-43), il regime si concentra molto sugli aspetti edilizi e urbanistici del paese con lo scopo di smuovere le incertezze e cercare di definire il volto architettonico dell’Italia fascista.
In poche parole il fascismo, pur non imponendo delle linee guida nette, dichiara pubblicamente la propria leadership anche in materia di architettura.
„Noi, dobbiamo creare un nuovo patrimonio da porre accanto a quello antico, dobbiamo creare un’arte nuova, un’arte dei nostri tempi, un’arte fascista“ Mussolini.
La propensione del regime verso la sperimentazione di nuove architetture porta alla nascita del “Gruppo-7” (Guido Frette, Giuseppe Terragni, ecc.) che annunciano l’avvento di uno “spirito nuovo”, parafrasando Le Corbusier, nella rivista “La Rassegna italiana”.
Secondo il Gruppo-7 il Razionalismo spinge a creare un nuovo stile comune che si realizzerà per gradi con l’identificazione di tipi fondamentali in grado di conciliare l’industrializzazione con l’arte del costruire.
Così l’Italia si avvicina alla standardizzazione e modernizzazione europea, ma senza assimilarla completamente perché il Gruppo 7 aggiunge la volontà e necessità di conservare un’impronta tipicamente italiana, intesa come spirito della tradizione, come mediazione dei caratteri tradizionali con le esigenze funzionali e non con la cancellazione degli stessi come desideravano le avanguardie.
“Noi non vogliamo rompere con la tradizione: è la tradizione che si trasforma, assume aspetti nuovi, sotto i quali pochi la riconoscono” (La Rassegna Italiana, 1926).
Il pensiero razionalista italiano trova realizzazione nelle Esposizioni di architettura razionale, di cui la prima avviene a Roma nel 1928 con cui si delineano le linee guida moderniste.
Con essa nasce anche il MIAR (Movimento Italiano Architetti Razionalisti).
Con la II Esposizione di Architettura razionale (Roma, 1931) organizzata dal MIAR si chiama a ricoprire il ruolo di difensore della modernità lo stesso Mussolini, che chiedeva la nascita di un’arte nuova coerente col periodo.
Bardi con questo gesto cerca di legare indissolubilmente l’immagine del fascismo con l’architettura razionalista, vista come unica rappresentazione della modernità italiana.
La provocazione raggiunge il culmine con la presentazione del Tavolo degli Orrori, un collage contro il tradizionalismo, che suscita molte polemiche e che porta alla fondazione del RAMI (Raggruppamento architetti moderni italiani) con l’intenzione di cercare un compromesso con gli architetti meno intransigenti.
Durante il regime sono ta