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Morte e resurrezione nell'antica società egiziana

Gli antichi Egizi credevano fermamente nell’esistenza di una vita dopo la morte. Le abitazioni terrene erano costruite con materiali quali mattoni di fango, canneti e legno. Le tombe erano invece costruite per la maggior parte di pietra. Questo aspetto riflette il contrasto apparente tra la transitoria vita terrena, che richiedeva un’abitazione terrena, e l’aldilà eterno, per il quale era necessaria una dimora permanente.

Atteggiamento verso la vita e verso la morte

Nell’antica visione egiziana dell’universo, la perenne esistenza del mondo e dei suoi abitanti dipendeva in larga misura dall’adempimento dei cicli naturali. La vita umana era quindi vista come parte integrante del grande schema della creazione. I testi mostrano che gli Egiziani percepivano la vita umana come un susseguirsi di diverse fasi, che iniziavano con la nascita e proseguivano con l’adolescenza e la maturità e infine con la morte. L’est, dove il sole sorge, era considerato il lato dei vivi, mentre l’ovest, dove il sole tramonta, era il mondo dei morti. Per questo motivo i cimiteri erano situati sulla riva ovest del Nilo.

La credenza nella vita oltre la morte risale all’inizio del IV millennio a.C. Durante la cultura Badariana e Naqada I-II (4400-3200 a.C.) il corpo era posto in genere entro contenitori interrati, che erano probabilmente ricoperti da un tumulo di terra che serviva a proteggere e a segnalare la sepoltura. Gli oggetti del corredo (costituito per lo più da ceramica e giare in pietra per cibi e bevande, gioielli, oggetti personali etc.) erano collocati insieme al corpo ed erano espressione del fatto che in questo periodo l’aldilà era visto come un’estensione dell’esistenza terrena, per questo la tomba richiedeva gli stessi comfort dell’abitazione terrena. L’affermarsi intorno al 3100 a.C. di uno stato unitario con un governo centralizzato coincise con un’accelerazione dello sviluppo delle pratiche funerarie. La tomba si evolse in una complessa struttura architettonica e la sepoltura iniziò a includere una serie di rituali e testi e immagini magiche.

Le credenze personali e individuali sulla morte

Gli Egiziani credevano che l’universo fosse abitato da tre tipologie di creature: gli dèi, gli esseri viventi e i morti trasfigurati. L’uomo era considerato una creatura complessa. La visione egiziana dell’uomo emerge da numerosi testi ed è evidente la distinzione tra “corpo” e “anima”. Gli Egiziani percepivano l’uomo come composto da elementi fisici e non fisici. Il più importante di questi aspetti era il corpo e il cuore e le entità non fisiche più importanti erano il Ka e il Ba. Questi elementi erano indispensabili ai fini dell’esistenza della persona oltre la morte ed era necessario nutrirli.

Il corpo e il cuore

Come la più importante forma dell’esistenza umana, il corpo era considerato di fondamentale importanza. Il processo di sviluppo e deterioramento che esso subiva durante la vita terrena era considerato come parte del grande ciclo dell’esistenza, nel quale il corpo poteva continuare ad agire oltre la morte fisica. Come in altre culture pre-letterarie, è probabile che le modalità di questo trattamento fossero determinate inizialmente da fattori di igiene e controllo del dolore e dalle idee di preparazione per l’aldilà. A partire dal IV millennio a.C., il trattamento del corpo e la deliberata selezione di oggetti posti nella tomba portarono allo sviluppo di idee riguardo la sopravvivenza dell’uomo dopo la morte. È chiaro che il corpo era considerato essenziale per la continuazione dell’esistenza del defunto. Il raggiungimento dell’aldilà dipendeva dalla preservazione del corpo e dalla capacità delle membra individuali di funzionare, ma molto importante era il fatto che il corpo serviva da supporto fisico per le entità conosciute come “Ka” e “Ba”, che richiedevano una immagine fisica.

La mummificazione, cioè la preservazione del corpo con metodi artificiali, fornì una risposta a questa esigenza. Ma l’antica mummificazione egiziana non era semplicemente la preservazione del corpo così come era in vita, ma lo scopo era quello di trasformare il corpo in un nuovo corpo eterno, immagine perfetta del defunto. La principale funzione di questo corpo (il sah) era quella di fare da casa al Ka e al Ba. Solo attraverso la sopravvivenza e l’unione di questi aspetti dell’individuo dopo la morte poteva aver luogo la resurrezione. La distinzione tra corpo terreno e il corpo eterno trasfigurato è evidente nella terminologia usata:

  • “Khet” e “Iru” (“forma” e “apparenza”), denotano il corpo in vita;
  • “Khat”, il corpo morto (imbalsamato o mummificato);
  • “Tut”, termine specifico per indicare il corpo imbalsamato (“mummia” o “immagine”);
  • “Sah”, il corpo nel quale i riti propri della mummificazione erano stati compiuti.

L’aspetto del sah è ben noto dalle mummie, sarcofagi antropoidi e statue mummiformi: gli arti avvolti in fasce bianche, la faccia e le mani ricoperte d’oro, i capelli ricoperti di ciocche generalmente di colore blu. Tutti questi erano gli attributi propri delle divinità ed in effetti attraverso il processo di mummificazione il defunto diveniva una creatura divina (di ciò ci parlano numerosi testi). La creazione di questo nuovo ed eterno corpo includeva lo speciale trattamento del corpo e l’uso di materiali con significato magico. L’obiettivo di questo trattamento e le procedure usate variano da un periodo a un altro. La preservazione del corpo così com’era durante la vita non era l’obiettivo principale.

Il cuore

Era considerato il centro dell’individuo, sia anatomico che emozionale. Papiri medici contengono testi che mostrano che il cuore era considerato il punto focale attraverso il quale il ricettacolo comunicava con ogni parte del corpo, più del cervello che era dagli Egiziani la sede dell’intelletto e della memoria. Era di fondamentale importanza dunque preservarlo in situ durante la mummificazione, e numerose sono le formule magiche presenti nel Libro dei Morti, tese ad assicurare che al defunto rimanesse il suo cuore. Per assicurare la protezione magica erano previsti nella tomba per il cuore amuleti e scarabei del cuore inscritti con formule magiche appropriate tratte dal Libro dei Morti. L’importanza del cuore è resa manifesta nel giudizio del defunto, un episodio descritto in dettaglio nella formula 30B e 125 del Libro dei Morti.

Il Ka

Il più importante degli elementi non fisici dell’uomo era il ka. Questa parola, scritta con un geroglifico rappresentante due braccia umane sollevate, esprime una nozione complessa. La natura del ka era sfaccettata e come il concetto cambiò nel tempo, anche l’uso egiziano del termine non fu costante. Il ka era in relazione con l’individuo come una sorta di “doppio”. Questo veniva all’esistenza con la nascita e spesso era dipinto come una copia identica dell’individuo. Il ka non è un duplicato fisico e non ha forma concreta, così esso è sostanzialmente rappresentato nella forma di una statua che serve da dimora.

Il ka inoltre ha significato implicito di riproduzione (foneticamente identico alla parola che significa “toro”). Attraverso questa connessione con la potenza maschile e il passaggio del seme dal padre al figlio al momento del concepimento, il ka rappresentava un continuo anello di congiunzione con le generazioni passate. Questo concetto è espresso anche dal segno geroglifico delle due braccia sollevate, che rappresentano l’abbraccio simbolico di contatto tra una generazione all’altra. Il ruolo del ka nelle credenze funerarie è ben attestato. Il più importante è l’associazione con la “forza vitale” dell’individuo. Come il corpo durante la vita, anche il ka necessitava di nutrimento. Il ruolo del ka nell’aldilà era cruciale, perché attraverso questo il defunto riceveva nutrimento. Le iscrizioni sulle tombe generalmente evidenziano che le offerte erano “per il ka del defunto”.

Il ka poteva lasciare il corpo nella camera funeraria, passando alla cappella della tomba, dove erano poste le offerte. Il ka richiedeva una forma fisica nella quale abitare dopo la morte e per questa ragione il corpo era mummificato. Per poter ricevere il nutrimento dunque il ka doveva lasciare il corpo e recarsi nel luogo delle offerte. Qui vi era una statua nella quale il ka risiedeva durante l’importante processo di nutrimento. La statua poteva essere posta nei templi oppure nella tomba per consentire alla persona rappresentata di ricevere una parte delle offerte fatte agli dei. Questo nutrimento non era da intendere in senso concreto, infatti si credeva che il ka assorbisse il potere vitale del cibo e che ciò fosse sufficiente a consentire la sopravvivenza individuale.

Il Ba

Il concetto del Ba è molto complesso, e l’uso del termine cambia nel corso del tempo e a seconda che sia applicato a divinità, re o individui non reali (comuni). Come è descritto nei testi dell’Antico Regno, il Ba di un dio o di un re racchiude i poteri di questa entità. Esso era il veicolo attraverso il quale si manifestavano come individui, e da ciò spesso la parola è tradotta come “personalità”. In questi antichi testi e in successive iscrizioni di carattere non funerario, un dio o un luogo potevano avere due o più Bau, che incarnavano la totalità dei poteri divini o le divinità associate a questi.

Ma è nella letteratura del Medio Regno e di quella successiva che il concetto di Ba in relazione con in comune mortale è più chiaramente sviluppato. In questi testi ciascun individuo possiede il proprio spirito Ba, identificato come uno dei modi attraverso i quali egli continua a esistere dopo la morte. Sebbene non sia una creatura fisica, al Ba si attribuivano molte caratteristiche umane. Esso era capace di mangiare, bere, parlare e muoversi. La capacità di muoversi liberamente era infatti la più importante caratteristica che il Ba possedeva. Esso era il modo attraverso il quale il defunto era capace di lasciare la tomba e di viaggiare.

La raffigurazione del Ba nelle pitture delle tombe e sui papiri e le casse inizia nel Nuovo Regno e continua fino al periodo Romano. In base a questa associazione con il movimento, la forma scelta per la rappresentazione del Ba era quella di un uccello a testa umana e spesso con mani e braccia umane. Il comportamento del Ba è descritto in molti testi funerari del Nuovo Regno e del periodo successivo. Questi danno enfasi alla sua abilità di separarsi dal corpo alla morte. Mentre il corpo rimaneva inerte nella tomba, il Ba era capace di volare via per far visita al mondo dei vivi, o di ascendere al cielo per viaggiare con il dio solare sulla sua barca. Illustrazioni del Libro dei Morti mostrano il Ba poggiato sulla facciata della tomba, e alcune stele del periodo tardo hanno una piccola figura di Ba alla sommità.

Durante la sua assenza dalla tomba il Ba nutriva se stesso, ma ogni notte faceva ritorno al corpo per riunirsi alla sua “base” fisica. Questo rapporto costante con il defunto poteva estinguersi. Parecchie formule del Libro dei Morti riguardano la relazione tra il Ba e il corpo, e in particolare la formula 89. La raffigurazione di questa formula mostra il Ba che si libra dalla mummia, con la quale si fondeva. Il papiro di Nebqed al Louvre contiene una scena unica nella quale il Ba è raffigurato mentre vola all’interno del pozzo della tomba fino a raggiungere la camera funeraria nella quale giace la mummia. Questa unione del Ba con il corpo produce una resurrezione, proprio come l’unione del dio solare e di Osiride nell’oltretomba ogni notte ringiovanisce entrambi gli dei. In linea con questa dottrina, era essenziale che il corpo venisse trasformato attraverso la mummificazione in un corpo perfetto ed eterno che poteva riunirsi con il Ba.

Il nome e l'ombra

Anche la conservazione del nome (ren) era essenziale per la sopravvivenza del defunto. Il nome non era il semplice modo per identificare il possessore, ma era un aspetto essenziale della sua personalità, un mezzo attraverso il quale la sua esistenza era resa manifesta, distinguendo una persona dalla moltitudine. Il concetto del possesso del nome come essenza dell’individuo era familiare in molte antiche società oltre a quella egiziana, e trova riflesso nella storia tarda nella quale la dea Iside ottenne potere su Ra attraverso la scoperta del suo nome segreto.

Molti antichi nomi egiziani racchiudono un significato che si credeva avesse una relazione diretta con il benessere del proprietario. Molti esprimono la protezione o il favore di un dio o dio una dea (come Amenhotep, “Amon è lieto”). Come il nome era legato alla prosperità del possessore, così la sopravvivenza del defunto era legata alla sopravvivenza del nome. Era necessario che questo venisse pronunciato nel contesto delle offerte rituali, al fine di provvedere al nutrimento per il defunto. Infatti i testi funerari richiamano ciascuno a far visita alla tomba negli anni successivi per pronunciare la formula appropriata che supplisca le offerte per il defunto. Per questo, più a lungo il nome era ricordato, più il defunto poteva continuare a vivere.

Molti testi enfatizzano l’importanza del ricordo come mezzo di sopravvivenza dopo la morte. Per gli Egiziani era di primaria importanza assicurare che il nome del defunto venisse preservato. Questi erano iscritti soprattutto sulle parti pubbliche della struttura della tomba, come i vani delle porte, le facciate, le stele, i coni funerari, e anche sui sarcofagi, casse ed altre oggetti che erano sigillati nella camera funeraria o dispersi all’interno della tomba. Particolarmente importante era l’associazione tra il nome e la rappresentazione del defunto nell’aspetto di statua o di una pittura bidimensionale o figure cave. In termini concettuali, nome e pittura erano complementari.

L’immagine dell’individuo era spesso identificata dal nome e spesso anche dai titoli. Ponendo il nome su una statua appropriata, l’immagine del defunto diveniva un corpo sostitutivo nel quale esistere e attraverso il quale ricevere le offerte. Esso era così importante che anche la mummia poteva essere identificata. Il nome era spesso scritto sulla cassa o sul cartonnage, un sostituto simbolico della mummia stessa. Durante il periodo Greco-Romano, quando molte mummie erano sepolte senza cassa, il nome era scritto su etichette lignee attaccate sulle bende. L’obliterazione del nome scritto da ogni oggetto o monumento distruggeva questa associazione con l’originario proprietario. Ci sono molti esempi di distruzione del nome nelle tombe e sui sarcofagi e le statue. Questi erano spesso messi in condizione di essere riutilizzati per un’altra persona.

Ma in molti casi il danneggiamento sembra sia stato progettato per impedire (ostacolare) la speranza dell’individuo di rinascita attraverso l’annientamento di uno dei modi attraverso il quali si poteva raggiungere questo obbiettivo. Un altro aspetto dell’individuo il cui ruolo è chiaramente definito è l’ombra. Si credeva che l’ombra potesse dissociarsi dal corpo, così da muoversi liberamente e indipendentemente. Era occasionalmente raffigurata come una sagoma del defunto che emerge dalla tomba. L’ombra era considerata come ricettacolo di molti aspetti dell’individualità del proprietario. Spesso l’ombra era chiaramente identificata col corpo stesso.

Mitologie di rinascita

Il desiderio di sopravvivere alla morte è una speranza comune in molte società. In questo, l’antica cultura Egiziana non era un’eccezione. Sebbene la credenza nell’aldilà sorse indubbiamente prima dell’invenzione della scrittura, essa si sviluppò durante l’era dinastica. I testi Egiziani permettono di tracciare l’evoluzione di una successione di diversi concetti sulla sopravvivenza dell’uomo dopo la morte. Il maggiore di questi concetti era inizialmente formulato per il re, ed era originariamente riservato al suo uso esclusivo, che in seguito divenne valido anche per gli individui comuni. Differenti credenze sopravvissero fianco a fianco per diversi secoli.

Le più antiche fonti scritte riguardanti la natura delle credenze egiziane sull’aldilà erano i Testi delle Piramidi. Più anticamente riguardo al destino nell’aldilà del sovrano, si credeva che egli potesse ascendere al cielo, e unirsi alle stelle circumpolari, ritenute dagli Egiziani eterne perché erano visibili dall’Egitto. Mentre questa idea era ancora prominente nei Testi delle Piramidi, in seguito venne soppiantata da altri miti, incentrati sugli dei Osiride e Ra. Entrambe le divinità erano dotate del potere della creazione, ed erano associate ai cicli del sole, del Nilo e della vegetazione.

Queste divinità erano tenute in grande considerazione per aver trionfato sulla morte, e offrirono modelli eccellenti per i mortali che aspiravano a ciò. Nel tempo, questi sistemi di credenze furono applicati non soltanto al sovrano, ma anche agli altri soggetti, concedendo a ciascuno la possibilità di raggiungere l’aldilà.

Osiride

Osiride è famoso soprattutto come figura centrale del ciclo di miti che descrive la sua morte e resurrezione. È an

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/02 Egittologia e civiltà copta

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Joseph Raimondo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Laboratorio di archeologia egiziana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Silvano Flora.
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