Archeologia del vicino oriente antico
Sviluppo degli studi dell'archeologia del vicino oriente antico nel secondo dopoguerra
La seconda guerra mondiale provoca ovviamente delle interruzioni negli scavi (sebbene qualcosa continui); i grandi scavi (Uruk, Mari, Ugarit, Susa etc) riprendono e ad essi si aggiungono altri scavi di durata almeno decennale. L’area in cui gli scavi si accumulano è la Siria, tra cui c’è quello di Tell Mardik/Ebla iniziato alla fine degli anni '60 e proseguito fino al 2010 sotto missione italiana. Altri scavi sono quelli di Tell Leilan (americana), Tell Brak (inglese) e Tell Chuera (tedeschi).
Si riprendono gli scavi dei grandi centri scavati precedentemente, ma sotto un’ottica più moderna e tecnologie più efficaci, tra cui lo scavo di Nimrud guidato da Mallowan. I nuovi scavi si compiono grazie agli sviluppi politici e tecnologici; gli scavi nel Vicino Oriente sono sempre stati influenzati dalla politica delle grandi nazioni europee. La zona nell’800 era formalmente sotto l’Impero Ottomano, ma erano i potentati locali a dialogare con gli scavatori europei.
Quando alla fine della seconda guerra mondiale, sotto l’ottica del nazionalismo e un’autocoscienza delle popolazioni locali riguardo alla propria storia, la zona si divide in una molteplicità di stati, spesso instabili, gli scavi ne risentono, poiché era impossibile programmare delle campagne di scavo durature e stabili.
Tuttavia cominciano ad apparire le prime figure di spicco in campo archeologico originari della zona. Oltre ai paesi locali si affacciano agli scavi anche altri paesi con un nuovo interesse archeologico: alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, mostrano interesse archeologico per il Vicino Oriente solo dopo la Seconda Guerra Mondiale (sebbene negli anni '30 ci fosse stata una piccola e breve missione in Iraq guidata da Furlani e Doro Levi).
Il più importante scavo italiano è sicuramente quello di Ebla, sotto l’Università di Roma (guidata da Matthiae), mentre il gruppo dell’Università di Torino lavorò soprattutto in Iraq, mostrando uno spiccato interesse per le epoche più recenti. Napoli, dove si trova l’Istituto Orientale, lavorò in Iran prima della rivoluzione di Khomeini e tutt’ora lavora nella zona del Golfo. La maggior parte degli scavi italiani sono stati in Siria e in Turchia, dove si scavò Arslantepe da parte dell’Università di Roma (ora sotto la guida della prof.ssa Frangipane). L’Università di Udine lavora invece nel Kurdistan iraqeno, con un interesse verso la cultura ittita.
Il Giappone e il Canada si interessarono alla zona, così come alcuni stati est europei tra cui l’URSS (che assieme agli “aiuti” militari agli stati di impronta socialista mandava anche archeologi). La politica della zona cominciò ad influenzare pesantemente anche solo l’esistenza delle campagne archeologiche, spingendo i ricercatori verso zone fino ad allora considerate marginali e scoperte inaspettate.
Il centro della ricerca archeologica era la Mesopotamia, e quindi fondamentalmente l’Iraq, la cui storia recente ha spinto gli archeologi ad abbandonare la zona per altri paesi, come per esempio l’Iran sotto lo Sha, che comportò un intensissimo decennio di ricerche nel paese, specialmente a Susa, che conobbe un rafforzamento degli scavi sotto la missione americana, la quale importò tecnologie ed interessi fino ad allora sconosciuti nella zona (antropologia, antropologia applicata all’archeologia, rilevamenti etc). Dopo il colpo di stato khomeinista la missione americana fuggì dall’Elam, lasciando lì anche molti reperti e scavi incompiuti.
Altra zona dell’Iran dove le ricerche fiorirono è l’Iran orientale, con ricerche dei centri del IIIo millennio (tra cui lo scavo italiano a Shari-Sokhta sotto l’Università di Napoli). Tutto ciò spinse gli studiosi ad interessarsi del meccanismo dei commerci nella zona, per cui le ricerche si spinsero fino in Turkmenistan e Afghanistan. Da allora l’Iran conobbe un forte indebolimento degli scavi, con poche missioni cui non è stato lasciato ampio spazio di manovra.
Ci si spinse di nuovo in Iraq, dove il regime di Saddam Hussein, per ragione propagandistiche, appoggiò gli scavi archeologici almeno fino alla Guerra del Golfo (fatta eccezione per il Kurdistan iraqeno, attualmente l’unica zona del paese dove è possibile scavare).
La Siria conobbe diversi decenni di scavi intensi, con il ritrovamento, in una zona allora considerata marginale, di grandi centri urbani del III millennio. Negli anni '90 c’erano in Siria circa 50 missioni straniere, ma dal 2009, con la guerra civile e gli scontri tra i fondamentalisti e curdi, gli scavi non solo si bloccarono, ma molti centri archeologici hanno subito gravi danni.
L’archeologia dell’area levantino-palestinese è sempre stata considerata una cosa a se stante: si parla ancora di archeologia biblica, ovvero il tentativo di smentire e confermare gli scritti biblici (protestanti ed ebrei in particolar modo).
La Turchia ha una storia più lineare, ma con il regime di Erdogan gli scavi si sono fatti più difficili (è più difficile in generale anche solo avere i permessi). Si è sviluppata la ricerca archeologica negli Emirati Arabi Uniti e nella Transcaucasia (nonché nel Turkmenistan e nelle zone dell’ex URSS, sebbene queste non siano propriamente facenti parte del Vicino Oriente).
La travagliata storia degli scavi ha però permesso di scoprire l’importanza di zone considerate periferiche, e ci si è interessati in particolar modo ai commerci e ai rapporti internazionali antichi della zona. Si è scoperto che la civiltà di Dilmun si trovava nella zona del Bahrein, e che il Magan si trovava sulla costa dell’Oman. Erano luoghi, con molti altri, attestati nei testi sumeri ma che non si era mai capito esattamente dove fossero (o se non fossero proprio luoghi immaginari).
Scavi di salvataggio
Gli scavi di salvataggio hanno dato enormi impulsi alla ricerca archeologica, specialmente nella zona dei bacini del Tigri e dell’Eufrate (e quindi Iraq, Siria e Turchia). Gli scavi di salvataggio sono dovuti alla creazione di numerose dighe di sbarramento, fenomeno iniziato negli anni '60 e che è continuato almeno fino agli inizi di questo millennio. Altri scavi di salvataggio sono stati necessari per la creazione dei gasdotti in Caucaso e Turchia.
La creazione di dighe ha una notevole importanza per l’archeologia della zona: la maggior parte dei siti della Mesopotamia si trovano in riva ai fiumi, o non troppo lontani da essi. I paesi della regione si sono interessati alla questione, spingendo gli archeologi ad intervenire, fornendo condizioni favorevoli agli scavi stranieri: la Siria permise l’esportazione di parte dei reperti, mentre l’Iraq forniva manodopera e alloggio gratuito agli archeologi.
In primo luogo, per uno scavo di salvataggio, si fanno delle ricognizioni sul territorio, e a seguire le spedizioni hanno un periodo determinato (dai 4/5 anni ai 10 massimo) per scavare la maggior parte degli scavi possibili. Il risultato è una sorta di survey approfondita: su un’area ristretta si scavano decine di siti di tutti i periodi, che hanno dato una mole di dati enorme e che può dare nuovi basi per lo studio dell’archeologia e della storia della regione, rendendo obsoleti i grandi scavi ottocenteschi.
La stratigrafia ceramica, per quanto di zone limitate, è molto precisa, e si hanno molti confronti. Ci si è interessati anche ai periodi più tardi, finanche al periodo islamico; ci sono lavori interessanti di etnoarcheologia, e sul meccanismo di deperimento delle strutture in mattoni crudi. Inoltre in un territorio limitato si trovavano molte missioni, le quali comunicarono tra di loro portando a molti congressi sull’archeologia di queste aree. Gli scavi di salvataggio sono stati fatti nella Mesopotamia Settentrionale (da Baghdad in su, fino al Tauro e alle coste siriane).
Esempi di scavi influenzati dalla creazione di dighe
- Diga di Tabqa, Siria: Costruita negli anni '60 sulla Gran Curva dell’Eufrate, creando il lago Assad; nella zona si trovava Emar, e si scavarono inoltre una serie di siti del IV millennio, le colonie Uruk con una cultura materiale identica a quella di Uruk, che però si trova nella Bassa Mesopotamia: gli studiosi hanno pensato che i centri fossero per l’appunto colonie create da mercanti, i quali volevano controllare le rotte.
- Diga di Tishreen, Siria: Il lago arrivò fino al confine della Turchia, molte piccole dighe sono state scavate lungo il corso del fiume Khabur.
- In Iraq gli scavi di salvataggio partirono dalla fine degli anni '60, con la diga di Hamr sulla Diyala; poi la diga di Eski Mossul (prima chiamata Diga Saddam), a nord di Ninive, facendo scoprire la cultura di Ninive V, della prima metà del III millennio.
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