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DAMA DI AUXERRE (Louvre)

La figura femminile, forse un’offerta votiva. È in altezza reale. Rimane la concezione

delle singole unità saldate l’una con l’altra rigidamente. Sensibilità delle masse,

plasticità più evidente rispetto a prima. Rielaborazione dei modelli del vicino oriente.

La figura viene concepita con una visione privilegiata, quella frontale. Il volto assume

una forma vagamente triangolare. I tratti del viso convergono verso il naso.

Gli elementi sono sproporzionati, è visibile l’asse di simmetria. L’unico movimento è

quello del braccio portato al petto.

Gli studi hanno analizzato che la statua presentava una brillante policromia. I solchi

della veste servivano probabilmente a favorire la presa del pigmento e a definire i

colori.

SCULTURE DEL TEMPIO DI PRINIAS (Creta)

Realizzate in calcare sono fra le prime sculture architettoniche restituiteci dal mondo greco. Nella

loro funzione decoravano l’architrave della porta di accesso all’edificio sacro.

Sono sculture a tutto tondo che riproducono l’immagine speculare di due divinità.

La decorazione di animali felini e l’acconciatura delle dee è un’acquisizione orientale.

Le divinità sono sedute. Hanno una grande potenza plastica. Lo sguardo fisso, l’acconciatura, i

tratti del volto, la posizione seduta sono tipiche orientali (arra nord siriana).

STATUA FEMMINILE da GORTINA (Creta)

Ha conservato la sua policromia. Sottile incisione che definisce i contorni dei colori.

RILIEVO CON TRIADE FEMMINILE da GORTINA (Creta)

Di sapore orientale, per la nudità, che rimane estremamente rara nella scultura greca fino al IV secolo.

KORE DI NIKANDRE da DELO

Non è stata finita. Si nota il modo di lavorare e il raccordo tra il blocco di pietra. La statua è stata donata da

una donna, Nikandre, alla dea Artemide in occasione delle nozze. È una statua parlante. La statua è in

altezza reale. Si ritrovano i canoni della scultura dedalica come la concezione volumetrica.

RILIEVO CON BUSTO FEMMINILE DA MICENE

Naso e bocca sono accentrati. I capelli sono concepiti come una grande massa. Forti sopracciglia, occhi

aperti. La fronte è definita da un impreziosimento.

CERAMICA PROTOATTICA (690-650)

Nel corso del VII secolo continua la produzione di vasi di grandi dimensioni a motivi

geometrici ma la produzione si arricchisce di nuovi elementi decorativi. La ceramica

protoattica ha un raggio di diffusione piuttosto limitato non destinata ad un’esportazione al

di fuori dell’ambito regionale.

PITTORE DI ANALATOS

primi decenni del VII secolo. Il vero nome del maestro ceramografo autore della decorazione

dell’anfora non è noto. Analatos è il nome della necropoli dove venne rinvenuta la prima idria

riconducibile alla sua bottega.

ANFORA DEL PITTORE DI ANALATOS 690 a.C.

Rinvenuta in contesto funerario. Tra i nuovi elementi decorativi di importazione orientale troviamo rosette

e trecce a incorniciare la scena figurata. Un’evidente novità tecnica è il fatto che le figure non sono più

semplici silhouettes completamente nere, ma tanto i personaggi quanto gli abiti sono arricchiti di

particolari. Di chiara matrice orientale è anche la teoria di sfingi nella parte alta del vaso.

ANFORA DEL PITTORE DI POLIFEMO 680-650 a.C. (Eleusi).

Il Pittore di Polifemo viene così chiamato dal soggetto dell’anfora di cui è autore rinvenuta

nella necropoli di Eleusi. Il repertorio geometrico viene meno e le scene figurate diventano

le protagoniste assolute.

Accecamento di Polifemo. La scena raffigurata sul collo del vaso sintetizza più momenti

narrativi in un’immagine unica l’ubriachezza (coppa) e l’accecamento sembrano avvenire

contemporaneamente. Polifemo è enorme rispetto a Odisseo e i suoi compagni, mentre a

contribuire a distinguere l’eroe, che si scaglia per primo contro il mostro, abbiamo la

diversa tecnica di pittura: il contorno e i dettagli (muscolatura, barba e viso) sono dipinti in

nero mentre il corpo è lasciato in bianco. Lo sfondo è costellato di rosette e puntini

decorativi, di tradizione orientalizzante.

Decapitazione della Gorgone. Sul ventre dell’anfora è raffigurata l’uccisione della Gorgone Medusa da parte

di Perseo. Le due sorelle della medusa dai visi sproporzionati e mostruosi inseguono l’eroe (movimento

dato dalla gamba portata in avanti nella corsa) che viene aiutato dall’intervento della dea Atena. È

un’immagine molto dinamica in cui viene a mancare il rigore, la simmetria che avevano caratterizzato i

secoli precedenti. Ritroviamo croci, rosette e puntini a fare da sfondo e cornice della scena.

È evidente il tema della vittoria dell’uomo contro gli esseri mostruosi, della civiltà (greca) contro la barbarie.

La Gorgone e Polifemo sono metafore l’una della natura ostile, l’altro dell’inciviltà: il ciclope infatti infrange

la regola più basilare del vivere civile nell’uccidere i propri ospiti. Si tratta di temi ricorrenti (ritroviamo

Polifemo anche sul cratere di Aristonosthos, rinvenuto in area Etrusca ma realizzato da un vasaio greco

emigrato in occidente) e molto sentiti proprio mentre il mondo greco andava incontro a importanti

cambiamenti: il consolidamento interno della polis e la colonizzazione verso occidente. I greci si trovano a

confrontarsi con terre lontane e popolazioni ostili che non condividono gli stessi valori e il mito diventa

espressione e bandiera della grecità.

CERAMICA PROTOCORINZIA, 720-630 a.C.

Rispetto all’area ateniese, nel corso dell’età orientalizzante Corinto è un sito molto più attivo e innovativo.

Indice della fortuna economica di Corinto, abbiamo evidenze di esportazioni in tutta la Grecia, l’area ionica,

in Magna Grecia e Sicilia. Le forme vascolari esportate più diffuse tra la fine del VIII e l’inizio del VII secolo

sono vasi di piccole dimensioni (spesso inferiori ai 10 cm) per oli e profumi, gli aryballoi la cui evoluzione da

un punto di vista cronotipologico passano gradualmente da forme globulari a piriformi.

Per quanto concerne la datazione lo storico Tucidide fornisce le date di fondazione delle

colonie occidentali (ricordiamo che Corinto fu particolarmente attiva nell’ambito della

seconda colonizzazione – Siracusa, Corcira, Epidamno, ecc.): tenendo conto che in linea di

massima le forme vascolari rinvenute negli strati più antichi si possono ricondurre a un

momento vicino alla data di fondazione, la cronotipologia può essere agganciata con un

limitato margine di errore alla cronologia assoluta. Le fasi protocorinzie sono

convenzionalmente così suddivise:

PROTOCORINZIO ANTICO (PCA), 720-690 a.C.

PROTOCORINZIO MEDIO (PCM), 690-650 a.C.

PROTOCORINZIO TARDO (PCT), 650-630 a.C.

Un mito particolarmente caro ai corinzi, spesso ripreso nella pittura vascolare è quello di Bellerofonte che

sconfigge la Chimera. Secondo il racconto mitologico infatti, l’eroe figlio di Nettuno appartiene alla stirpe

regale di Corinto e Pegaso è il simbolo stesso della città (compare anche sulle monete dette appunto pegasi

corinzi). I motivi decorativi a croci, rosette e puntini si vanno via via spostando dallo sfondo della scena alla

cornice.

OLPE CHIGI, 630 a.C. (PCT).

Rinvenuto in una tomba etrusca presso Veio, questo esemplare è un oggetto di

esportazione corinzia. Nonostante si tratti di un vaso piuttosto grande per gli standard

corinzi (H 26 cm), vista la tradizione miniaturistica, il decoratore predilige la

raffigurazione di tante piccole scene in tre fasce principali (dall’alto: manovra oplitica,

teoria di cavalieri , caccia al leone) a un’unica grande immagine che prenda l’intera

superfice.

La composizione meditata vuole suggerire l’idea di profondità del luogo dell’azione,

probabilmente secondo principi mutuati dalla grande pittura di cui però non ci resta

nulla. La tensione al movimento delle figure è espressa dalla posizione degli arti che

sottolineano la drammaticità dell’azione.

Dal punto di vista della realizzazione, le figure sono dipinte a campitura piena e i dettagli sono definiti per

incisione.

ARCHITETTURA

Nel corso dell’età precedente gli intenti architettonici erano sì monumentali ma la realizzazione era in

materiali effimeri: legno, coperture straminee, fondamenta in pietra non lavorata.

Durante il VII secolo assistiamo alla progressiva LITIZZAZIONE degli edifici, ovvero di un uso sempre più

sistematico della pietra lavorata e di coperture in cotto per i tetti. Si fa risalire alle botteghe di Corinto la

riscoperta nella prima metà del VII secolo della TEGOLA, caduta in disuso dopo il crollo della civiltà

Micenea. Le tegole più antiche provegono infatti dal tetto del Tempio I di Apollo, ampiamente obliterato

dalle fasi successive.

Si tratta di un notevole salto qualitativo in termini di durevolezza e monumentalità e il luogo di

sperimentazione per eccellenza di queste innovazioni architettoniche non può essere altri che il santuario,

nella cui edificazione e abbellimento convergono le energie dell’intera comunità. L’edificio templare è

rappresentativo di tutta la città. È in questo periodo che va definendosi il tipo architettonico del tempio.

Lo storico romano Vitruvio, autore del De Architectura (I d.C.), fa risalire a questo periodo la prima

definizione delle scuole architettoniche dorica e ionica, definizioni oggi superate ma rimaste nell’uso per

comodità.

TEMPIO DI POSEIDON A ISTMIA,

prima metà VII sec. (vicino Corinto). Si tratta di un edificio di grandi dimensioni (cella: 100 piedi/30m) a

pianta periptera con una peristasi di 7x17 colonne lignee con pronaos e naos. Un colonnato centrale (con

colonne più piccole) lungo l’asse divide la cella in due navate e in armonia con queste sono due gli ingressi

che mettono in comunicazione i due ambienti.

Il muro della cella, realizzato in blocchi di pietra, è scandito e rafforzato da pilastri lignei aggettanti che a

loro volta fanno da cornice per scene dipinte sulle pareti. Le fondazioni sono in blocchi di pietra lavorata e

fanno da struttura di sostegno della peristasi. La lavorazione stessa dei blocchi lapidei richiede una grande

abilità che non va sottovalutata.

Colonnato centrale, peristasi e muri di pietra sono funzionali al sostegno del pesante tetto in cotto. Questo

schema del tempio periptero si riproporrà continuamente nel corso dei secoli successivi.Il tempio di Istmia

rivela il raggiungimento di una grande perizia tecnica. Ad oggi ne rimangono poche tracce e resti cospicui

del tetto in quanto sostiuito da un edificio successivo nel corso del V sec

TEMPIO DI APOLLO A THERMOS

seconda metà VII secolo (Etolia). Come per gli altri templi di questo periodo, anche in questo sito si

riscontrano numerose fasi costruttive che hanno più o meno cancellato l’edificio di età orientalizzante (al di

sotto del quale sono per altro rimaste tracce di un megaron ancora più antico, a testimonianza della

continuità costruttiva e d’uso).

Dalla pianta risulta evidente che il modello templare non è ancora del tutto definito anche se sono già

presenti alcuni elementi ricorrenti quali la peristasi.

Manca il pronao però è presente un opistodomo. Le colonne sono ancora lignee, ma sono documentati

elementi lapidei per la base delle stesse. Abbiamo metope in terracotta a intervallare la trabeazione (da

supporre in legno) raffiguranti scene che invitavano l’osservatore a riflettere e meditare sul mito.

La decorazione era costituita da lastre dipinte per le pareti esterne e ante fisse a testa femminile (in stile

orientalizzante/dedalico) per il tetto e le grondaie. Nell’edificio templare il linguaggio architettonico è da

intendersi abbinato al linguaggio figurato.

DALL’ETÀ ORIENTALIZZANTE ALL’ETÀ ARCAICA

HERAION DI OLIMPIA

fine VII - inizio VI secolo. L’assetto di questo tempio subisce modifiche continue nel corso dei secoli che

possiamo rintracciare soprattutto grazie alle fonti. Lo storico Pausania, vissuto nel II d.C. nella sua Hellados

Periegesis descrive una colonna lignea ancora presente nell’opistodomo: possiamo quindi supporre a

ragion veduta che l’assetto originale del tempio prevedeva una peristasi lignea le cui colonne sono state

progressivamente sostituite con altre in pietra nel corso dei secoli.

La fase più antica del tempio era costituita da un edificio periptero esastilo (6x15) a pianta allungata su

stilobate in pietra con colonne in legno e crepidine di due gradoni. I diversi diametri delle colonne

distinguibili in pianta sono ulteriore evidenza della progressiva sostituzione.

Le colonne interne alla cella non sono più disposte in un’unica fila centrale ma in due file laterali alternate a

pilastri aggettanti verso l’interno consentendo una diretta visione della statua della divinità posta in asse

con l’ingresso.

Lo zoccolo della cella è in pietra, rivestito da ortostati lisci per megli rifinire la superfice. Le pareti sono

ancora in mattoni crudi. A decorazione del tetto, un acroterio in terracotta di 3m di diametro vivacemente

dipinto a motivi geometrici concentrici. La dimensione stessa di questo manufatto rivela una grandissima

perizia tecnica.

L’Heraion di Olimpia si pone in una fase intermedia di litizzazione, a cavallo tra l’età orientalizzante e l’ETÀ

ARCAICA.

APOLLONION DI SIRACUSA

inizio VI secolo. Messo in luce negli anni ’30 del secolo scorso, dopo aver subito evidenti rimaneggiamenti è

stato restituito al suo aspetto originale. È attualmente in buono stato di conservazione (rimane anche parte

dell’alzato).

Da un punto di vista cronologico la data di costruzione rientra già nell’età arcaica e costituisce il punto di

arrivo del processo di litizzazione avviato nel secolo precedente.

Accrescimento monumentale. Si tratta di un tempio periptero esastilo (6x17) su alto crepidoma con

raddoppio delle colonne sul lato frontale. L’intercolunnio centrale è più ampio per dare maggiore rilevanza

all’ingresso, al colonnato interno e al fronte della cella.

La cella stessa presenta un disegno grandioso, con pronao in antis (due colonne tra le ante), naos suddiviso

in tre navate. I pilastri di sostegno scompaiono in quanto non più necessari. L’opistodomo è qui sostituito

da un adyton (tipico dei templi sicelioti).

Per quanto concerne l’analisi dell’elevato, sono ben conservati l’alto crepidoma, lo stilobate e qualche

colonna (monolitiche, H 8 m circa) con parte dell’architrave.

L’Apollonion è il più antico esempio di edificio completamente realizzato in pietra benché probabile che le

colonne interne della cella fossero ancora in legno.

Anche agli occhi dei contemporanei questo risultato doveva apparire straordinario tanto da celebrarne

l’eccezionalità in un’iscrizione che corre sullo stilobate del lato orientale: “Kleomenes, figlio di Knidieidas

fece per Apollo e innalzò il colonnato bella opera”. Questo vanto è rivelatore inoltre dell’orgoglio dei

Siracusani stessi (Siracusa, colonia di Corinto fondata nel 734 a.C.).

La pesantezza e le forme schiacciate dei capitelli, l’architrave molto alto e pesante sono indizi dell’alta

cronologia. È ancora un momento di sperimentazione: l’alto architrave a L è cavo e riempito con blocchi di

pietra più piccoli, forse perché troppo pesante per la messa in posa.

Le colonne sono possenti e ravvicinate, quasi che ancora non ci si fidasse completamente della

realizzazione in pietra.

Rimane qualche traccia delle regule e frammenti del fregio dorico e del tetto in terracotta. Metope e triglifi

non sono perfettamente allineati con le colonne, con un risultato non del tutto armonioso.

Con l’Apollonion vediamo definirsi il linguaggio proprio dell’architettura dorica (che rimangono alla base

anche della moderna architettura occidentale).

ARTEMISION DI CORCIRA

580 a.C. (Corfù). Si tratta di un tempio interamente lapideo costruito agli

albori dell’età Arcaica.

Presenta una peristasi atipica: lo spazio tra il colonnato e l’edificio centrale è

particolarmente ampio (2 interassi) e il fronte conta 8 colonne contro le

tradizionali 6 (8x17). La cella è divisa in pronao e opistodomo (entrambi in

antis) e naos con duplice colonnato interno per tre navate.

Notevole, oltre che per le dimensioni, per la ricca decorazione scultorea del

frontone ad altorilievo con scene figurate.

Tutte le strutture, interne ed esterne compresa la decorazione del triangolo

frontonale, sono in pietra: con l’Artemision di Corcira si può considerare

completo il processo di litizzazione.

ETA’ ARCAICA 600-480 a.c.

Nel primo quarto del VI secolo si completa il processo di litizzazione cominciato durante l’età

orientalizzante. La scelta della data di fine dell’età arcaica corrisponde alla battaglia di Salamina, con cui si

chiudono le Guerre Persiane.

Nella scultura la tipologia statuaria più ricorrente è quella del Kuros e della Kore (rispettivamente: giovane

uomo e fanciulla).

Le statue costituivano un’offerta o erano il segnacolo di una tomba.

Gli scultori cercano di rendere la struttura del corpo umano con un’attenzione sempre più marcata alla resa

naturalistica. Continua la ricerca per migliorarsi.

KOUROS DEL METROPOLITAN MUSEUM

È alta quasi due metri. È un giovane atleta. È ignoto il contesto di rinvenimento

ma si presume possa essere dell’inizio del VI secolo. Il Kouros viene

rappresentato nudo come ideale di bellezza. Come si può notare le grandi

masse caratterizzano ancora le sculture.

I raccordi sono molto più morbidi. Rappresenta l’ideale non la realtà.

La testa della statua è ancora spigolosa. Alcune parti dell’anatomia sono ancora

schematiche, spesso solo disegnate. L’orecchio è appena abbozzato. La

pettinatura è elaborata, definita da tante piccole ciocche. È l’ideale

dell’aristocratico. L’attenzione per la capigliatura infatti indica la condizione

sociale di chi ha donato la statua.

Traduce l’ideale greco della bellezza esteriore intesa come interiore: KALOKAGATHIA: bello e buono.

KLEOBIS E BITON

580 a.c. Appartenenti al santuario di Poseidon a Delfi. Gli argivi dedicarono le statue a

questi due eroi. La madre dei due era una sacerdotessa di Era ad Argo. Mentre lei era

diretta al santuario i buoi smisero di trainare cosi i figli si aggiogarono al carro e

portarono la donna a destinazione. Era per ringraziarli dona loro la morte

addormentandosi.

La testa è possente e sostenuta da trecce ancorate al corpo. Le articolazioni sono

definite. Gli arti inferiori leggermente divaricati a suggerire il movimento che però non

si ripercuote nella tensione della muscolatura. Hanno i pugni chiusi.

KOUROS DA TENEA (Corinto)

Metà VI secolo. Fungeva da segnacolo di una tomba. Il corpo è più fine. È più fluido il

raccordo tra le parti. Più attenta è la descrizione dell’anatomia, capigliatura e tratti più reali

e gli occhi più precisi.

Per rendere più plastica l’espressione e raccordare meglio la vista frontale da quella laterale

viene trovato un espediente chiamato “sorriso arcaico” ossia un leggero pronunciamento

della bocca.

KOUROS DI ANABYSSOS

530 a.c. Era un segnacolo di una tomba. È alto quasi due metri. È la statua di un guerriero

caduto. L’iscrizione invita il passante a soffermarsi. Si chiama Kroisos. Secondo l’ideale

aristocratico era l’ideale di morte. Elaboratissima acconciatura. Le trecce scendono morbide.

Sorriso arcaico, tratti più realistici.

MOSKOPHOROS (portatore di vitello)

566 a.c. Atene.

Si tratta della statua di un offerente che porta in dono un vitello alla Dea in occasione

delle Panatenee.

L’uomo non è completamente nudo ma porta un mantello che ne esalta le forme. Il gesto

è inusuale, le braccia non sono distese ma tengono le zampe del vitello. Si legge una

disposizione a X tra zampe e braccia.

Gli occhi forse sono in pasta vitrea. Senso decorativo molto spigliato per sottolineare

l’importanza del dedicante (nella barba e nella capigliatura).

LA COLMATA PERSIANA

Quando i Persiani di Serse devastarono l’Attica, e in particolare l’acropoli di Atene nel 480, tutti ciò che si

trovava in quel posto (ex voto, statue…) che fu danneggiato durante la seconda guerra persiana, siccome

non si poteva buttare in quanto materiale sacro, fu seppellito.

La colmata persiana costituisce un TERMINOS ANTE QUEM per la datazione di queste opere, che si sanno

quindi risalenti prima del 480.

CAVALIERE RAMPIN

550 Acropoli di Atene. Faceva parte della collezione Rampin. Rimane

una piccola porzione del cavallo e del cavaliere. I raccordi sono molto

morbidi. Particolare è l’attenzione dedicata alla barba e ai capelli. Porta

la corono di rami di quercia ossia la corona indossata dai vincitori dei

giochi istmici. È ancora ben visibile il sorriso arcaico. Delicata e

particolare l’inclinazione del volto.

Questa statua fa parte della colmata persiana.

LA KORAI

La Kore esprime l’ideale di bellezza femminile. Si presta ad uno studio molto

attento del panneggio, più che della muscolatura come nell’uomo.

Gli abiti caratteristici indossati sono il peplo, il chitone e il mantello.

KORE CON IL PEPLO

Circa 550. Anch’essa proviene dalla colmata persiana. È vicina, per datazione e stile, al cavaliere

Rampin. È l’ideale della giovane donna, bella e sposa. Il panneggio scende rigidamente. La

capigliatura è complessa. Era ricca la policromia. Il peplo ne nasconde l’anatomia. I seni sono

appena accennati e le gambe sono intuibili sotto la veste. La posizione è rigida ma il viso

morbido. Porta ancora il sorriso arcaico. Probabilmente sulla testa portava una protezione

per l’esposizione al sole.

KORE DI PHRASIKLEIA

550,540. (Necropoli di Merenda). È un segnacolo. Il basamento, trovato in una chiesa, porta

un’iscrizione che indica il nome della giovane, Phrasikleia, che morì prematuramente, senza quindi la

possibilità di sposarsi. Fu definita “ sposa di Ade”. Fu scolpita da Aristion di Paros. La statua è stante,

immobile, il braccio piegato. Visibile il sorriso arcaico. Si vede un’elaborazione molto sapiente e

meditata dei gioielli. Veste il chitone. Il panneggio è appena accennato.

KORE DI ANTENORE

520 Atene. Realizzata dall’autore del gruppo scultore dei Tirannicidi.

Il panneggio assume vivacità, si accentua il gioco delle trasparenze. La stoffa pare leggera. La posizione

non è più rigida. Sembra che con un braccio stia sollevando il mantello. Si nota il leggero movimento

delle gambe.

L’ACROPOLI PRIMA DEL 480

Il Partenone di Atene fu profanato nel 480 da Serse. Sull’acropoli non fu più costruito niente di

significativo, Ma prima di tale profanazione si è scoperto che esistevano due edifici nell’età di Pisistrato e

dei figli. Sono state ritrovate le fondazioni e alcuni elementi dell’alzato di:

- Un Hekatompedon (edificio di 100 piedi) 550-530. Rimangono i resti della decorazione frontonale

rinvenuti nella colmata

- Un edificio di culto nella zona settentrionale dell’Acropoli.

HEKATOMPEDON DI ATENE

Vengono attribuiti a questo edificio frammenti di una ricchissima dichiarazione del frontone.

Nel primo frontone, in alto c’è una gorgone affiancata da due leoni. Nel secondo frontone due leonesse

sbranano un toro. Negli spazi più stretti dei triangoli avvengono scene del mito di Eracle.

Sono scene apotropaiche, ossia servono per proteggere l’edificio o per suscitare emozione o terrore,

questo per preparare il fedele al cospetto delle divinità.

FRONTONE DEL BARBABLU

Sono strutture a tutto tondo. Realizzate in calcare. Grande gusto decorativo.

Raccontano le imprese di Eracle, sono quindi immagini mitologiche. Tra i personaggi

spicca un mostro pisciforme che ben si presta alla decorazione policroma in parte

conservata (Eracle contro Tritone),Nell’angolo apposto un mostro marino,

Nereo, viene affrontato dall’eroe per sapere come arrivare al giardino delle

Esperidi, dove l’eroe diventerà Dio. Per il colore della barba scura, verrà

chiamato Barbablu.

Eracle è molto amato dai Greci (soprattutto tra i tiranni del VI secolo). È l’ideale

di uomo che diventa Dio dopo immani fatiche. In più la Dea che lo proteggerà

durante le sue imprese è Atena, alla quale è probabilmente dedicato il tempio.

Un particolare da notare è come il mostro Nereo sia rappresentato in vista frontale, tre quarti e di profilo.

FRONTONE DELL’APOTEOSI DI ERACLE

Rappresenta l’apoteosi di Eracle all’Olimpo. Si distinguono tre

personaggi: Zeus, riconoscibile per la barba, Hera, e di fronte a loro

Eracle, riconoscibile perché indossa la pelle del leone di Nemea. Si

può notare la finezza dei decori.

FRONTONE DI ERACLE CONTRO L’IDRA

è di proporzioni più modeste, è solo un bassorilievo. Racconta il mito di Eracle contro l’idra di Lerna.

Dietro di lui, l’amico Lolao lo attende sul carro mentre sull’angolo compare il granchio di Hera, per

contrastare l’eroe. La composizione non è simmetrica e non c’è un’ordinata sequenza delle figure. Il

racconto coinvolge tutto il frontone.

Lo spazio frontonale diventa anch’esso oggetto

di sperimentazione per gli artisti.

FRONTONE DELL’ULIVO

Appartenente ad un frontone più piccolo. Prende il nome dall’incisione

di un albero di ulivo. Ci sono tre donne, un uomo e un bambino.

L’interpretazione più recente attribuisce al frontone la raffigurazione

delle figlie di Cecrope, mitico re dell’Attica. Sull’acropoli, in particolare

una delle figlie, Pandroso, si prendeva cura di un albero sacro alla dea

Atena, ossia la pianta di ulivo che la dea aveva fatto nascere dalla terra arida dell’acropoli.

Il bambino probabilmente è Ermes.

TEMPIO DEI PISISTRATIDI AD ATENA POLIAS

520. Viene fatto costruire dai figli di Pisistrato. Occupava la porzione nord

dell’acropoli.

Sono sopravvissute le fondazioni e dei resti delle decorazioni frontali. Nel

frontone, al centro, c’è un carro e una figura femminile che si scaglia contro un

avversario. Ai due lati ci sono due figure nell’atto di soccombere.

Sono statue a tutto tondo realizzate con il marmo delle isole Cicladi. Era in marmo anche il tetto

dell’edificio.

È il primo edificio templare a presentare un frontone che raffigura un solo soggetto con tutte le figure

realizzate nella stessa scala dimensionale.

Atena Polias, ossia Atena protettrice della città, combatte contro i giganti

(gigantomachia). Attenta definizione del panneggio. La Dea indossa un manto di capra

con estremità serpentiformi. Tensione della veste per enfatizzare il movimento, la Dea è

piegata in avanti. Solita attenzione per la capigliatura e sorriso arcaico. Nell’elmo ci sono

dei fori per l’inserzione di elementi in metallo.

La figura del gigante è realizzata con più impaccio. Difficoltà ad incastrare la parte

superiore in torsione da quella inferiore. Lo studio dell’anatomia è molto meditato ma ancora da

perfezionare.

Dal punto di vista storico questo frontone è ricollegabile ad un altro importante monumento situato a Delfi.

Delfi è uno dei luoghi più suggestivi dell’antica Grecia. Ospitava il Santuario di Apollo su delle terrazze che si

affacciavano su una valle di ulivi e torreggiato dal Parnaso. Era il santuario di riferimento per tutto il mondo

ellenico. A costellare la ripida salita al tempio c’erano vari edifici offerti dalle città.

TEMPIO DI APOLLO DEGLI ALCMEONIDI

510 Delfi. Nel 548 il tempio di Apollo viene distrutto da un incendio, e gli Alcmeonidi, cacciati da Pisistrato,

ne sponsorizzano la ricostruzione. Affidano allo scultore ateniese Antenore la costruzione del frontone, da

loro finanziato.

Al centro del frontone, Apollo fa ingresso nel suo tempio sulla quadriga. Viene accolto dai giovani mentre

gli angoli del triangolo sono occupati da animali feroci.(acroteri: sculture agli angoli del frontone). Notevole

perizia tecnica nella cura del panneggio.

TESORO DEI SIPHNI

525 a.C. (Delfi). La datazione è possibile grazie a un preciso riferimento

nelle Storie di Erodoto mentre la sua individuazione è stata fatta grazie

alla descrizione che ne da Pausania.

Si tratta un edificio piccolo ma ricchissimo, con pronao distilo in antis.

Al posto delle colonne presentava due korai. Subito sopra l’architrave

correva un fregio continuo – primo del suo genere – con diversi episodi

mitici tra cui una gigantomachia.

IL MONDO IONICO NEL VI SECOLO

HERAION III DI SAMO

circa 570-550 a.C. (Samo). Il santuario di Hera a Samo presenta una pianta

molto complessa che si sovrappone a due fasi costruttive precedenti (del VIII

e VII secolo) dimensionalmente più modesti anche se erano comuque due

hekatompeda.

Nel VI secolo Samo è una città ricca e fiorente grazie ai commerci e nel

secondo quarto del secolo si finanzia la costruzione di un tempio grandioso,

rappresentativo del prestigio della città.

Il progetto estremamente ambizioso è affidato a Roikos e Theodoros di Samo: si tratta di un tempio diptero

(a dopppio colonnato) con una planimetria su griglia ortogonale. Sul lato di ingresso conta 8 colonne con le

4 centrali maggiormente distanziate in modo da essere allineate alle ante del pronao e con le due file di

colonne centrali che vanno a dividere la cella in tre navate; sul lato lungo abbiamo 21 colonne e 9 sul retro.

Anche l’altare antistante non è da meno, realizzato in proporzioni congrue con un lalto parapetto che fa da

quinta monumentale alla mensa. Le strutture sono realizzate in pietra e le colonne, ascrivibili all’ordine

ionico, misurano circa 18m di altezza, poggiano su basi alti tamburi scanalati. Il tetto era ligneo.

L’Heraion diventa un modello di grandiosità per gli altri edifici dell’area ionica, scatenando una accesa

competizione architettonica tra le più ricche città della grecia micrasiatica.

Oltre a cospicui frammenti della ricchissima decorazione, dall’Heraion provengono anche numerosi ex voto.

Accanto all’edificio templare, tantissime offerte votive colmavano lo spazio del santuario.

“Hera” di Samo

570-60 a.C. Fino agli anni ’80 si pensava che si trattasse di una statua di culto. Oggi sappiamo che

non è una dea ma di una kore di offerente grazie al ritrovamento di una statua gemella e del suo

basamento.

La concezione stilistica è diversa da quella della Grecia continentale anche se la posa è pressochè la

medesima. Non c’è qui un grande interesse per la resa naturalistica e il volume resta astratto. Lo

scultore focalizza l’attenzione sulla resa del panneggio fittissimo e ripetitivo dell’imation le cui onde

suggeriscono il movimento.

GRUPPO DI GENELEOS

Ex voto che doveva comprendere su un’unica base, le statue

dei componenti di tutto il gruppo famigliare. Due korai ci sono

pervenute in buone condizioni benchè acefale.

Kore 1 (Sx). Si nota una minore rigidità della figura che non

hanno più le braccia semplicemente distese lungo i fianchi ma

con una mano regge il chitone. Il gusto decorativo si esprime

nel panneggio a pieghe sottili.

Kore 2 (dx). Considerazioni analoghe valgono per la seconda

kore, anche se in questo caso possiamo apprezzare anche la realizzazione della capigliatura.

Il mondo ionico ci restituisce anche esempi di kouroi vestiti.

La bellezza non è più espressa tramite il corpo atletico ma dalla ricchezza delle vesti e forme più rotonde. I

muscoli e le articolazioni sono meno evidenti, non si sottolinea più l’impalcatura ossea ma le rotondità in

quanto si prediligono forme più piene e carnose a indicare il LUSSO, valore nella Grecia orientale.

Intorno al 525 a.C. l’Heraion III da segni di cedimento a causa del terreno che è soggetto a infiltrazioni. Sarà

il tiranno Policrate a farsi carico della ristrutturazione.

ARTEMISION DI EFESO

560 a.C. (Efeso). Ritenuto una delle 7 meraviglie del mondo antico, conosce una precoce

monumentalizzazione fin dall’età geometrica. Il tempio presenta un orientamento

inconsueto vesto ovest. Anche qui siamo di fronte a un progetto mastodontico: l’edificio è

diptero di più di 50x100m di lato, completamente in marmo, comprese le tegole del tetto. La

porzione centrale della cella è scoperta a sottolineare l’idea di recinto. Il progetto è affidato a

Kersiphron e Metagenes di Creta.

Le colonne (h 18 m), di ordine ionico, hanno il tamburo scanalato e una base tra il fusto e lo

stilobate. I capitelli sono particolarmente elaborati: echino a doppia voluta sottolineato da

palmette e ovoli.

Al finanziamento dell’opera partecipano in molti, incluso Creso di Lidia che sponsorizza la

realizzazione delle due file di colonne scolpite sul lato di ingresso. Nelle sculture

raffinatissime delle colonne frontali si ritrova il gusto ionico per le forme arrotondate e il dettaglio.

Un’iscrizione bilingue in greco e lidio ricorda il contributo di Creso.

L’architrave era diviso in tre fasce e la cornice con sima era ornata da gocciolatoi a testa di leone. Del fregio

purtroppo rimangono pochissimi resti.

DIDYMAION

dopo 560 a.C. (Didima, Mileto). Anche Mileto rivaleggia con

l’Heraion di Roikos nella ristrutturazione dell’antico

santuario di Apollo a Didyma.

Si tratta di un luogo di culto risalente all’VIII e VII secolo. Il culto si concretizzava con la presenza della Fonte

e di un bosco Sacro entro cui erano state realizzate due strutture templari che non potevano essere

abbattute.

Il nuovo tempio assume quindi la forma di recinto monumentale dell’antico

edificio sacro, il NAISCOS, al boschetto e alla fonte. Come i due esempi

precedenti, è una struttura diptera, enorme (+50x100m) con pronao molto

profondo scandito in 3 navate. Non vi sono colonne interne alla cella (per ovvie

ragioni), tuttavia le pareti interne sono scandite da pilastri aggettanti.

Prendendo spunto dall’Artemision, anche qui le colonne frontali sono decorate

con elegantissime sculture femminili che rappresentano probabilmente le

sacerdotesse di Apollo. La fisionomia di questi volti mette in evidenza il gusto ionico e le influenze orientali.

HERAION IV DI SAMO

525-inizio V secolo. A seguito dei cedimenti strutturali

dell’edificio precedente ultimato poco più di trent’anni

prima, il tiranno Policrate da il via ai lavori di

ristrutturazione e ulteriore abbellimento: dopo le

realizzazioni di Efeso e Mileto, Samo deva fare ancora

meglio.

Viene aggiunta una terza fila di colonne sia sul fronte che sul retro con un qualche richiamo alle sale ipostile

egizie. Tuttavia il progetto non si concretizza subito perché Policrate viene assassinato e il cantiere

prosegue per decenni fino agli inizi del V secolo.

Questa straordinaria stagione del mondo ionico influenzerà parzialmente anche la Grecia continentale e le

colonie occidentali. Questo slancio edilizio avrà tuttavia termine con l’inizio delle Guerre Persiane e sarà

definitivamente soffocato nel corso del V secolo.

PITTURA VASCOLARE IN ETA’ ARCAICA

CERAMICA A FIGURE NERE

Intorno alla metà del VI secolo la produzione corinzia viene soppiantata da quella attica.

La produzione di Corinto presentava fregi con animali, elementi decorativi e raramente scene figurative

umane. Le officine ceramiche attiche impegnate in una produzione di pregio acquisiscono più ampie fasce

di mercato sostituendosi via via a quella corinzia.

Viene adottata la linea graffita. Le figure sono a vernice nera mentre la linea graffita

definisce i particolari.

ANFORA ATTICA A FIGURA NERE DEL PITTORE DI NESSO

Inizio VI secolo. È significativo e monumentale. Presenta elementi decorativi di sapore

tradizionale e monumentali fregi figurati. Il ceramofago viene cosi chiamato dal soggetto

raffigurato sul collo dell’anfora, ossia lo scontro tra Eracle e Nesso. La linea graffita

consente di tracciare con grande precisione i dettagli delle figure. Dalla spalla fino a metà

del ventre è raffigurata la corsa delle gorgoni nel mito di Perseo

FRAMMENTO DI DEINOS ATTICO DI SOPHILOS

Sophilos firma le sue opere. Sul vaso un’iscrizione cita: “Sophilos mi ha

dipinto” Rappresenta una scena della guerra di Troia, ossia la gara di carri

dei giochi funebri in onore della morte di Patroclo. Il racconto è vivace e si

sviluppa nella parte alta del vaso. Il pittore padroneggia l’uso della silhouette

nere. Uso del bianco. Tentativo di inquadrare la scena. Gli spettatori

vengono rappresentati in lontananza sulle gradinate.

FRAMMENTO DI KANTHAROS DI NEARCHOS

Il Kantharos è una coppa con due anse. C’è un’iscrizione che cita “mi ha

dipinto Nearchos”.

Achille parla ai suoi cavalli, toccandoli. La tecnica a figure nere si è ormai

consolidata e raffinata. Nearchos padroneggia perfettamente la tecnica a

silhouette e la linea graffita.

CRATERE FRANÇOIS

580-570. Esportato dall’Etruria. Si tratta di un vaso di eccezionale prestigio. I fregi decorativi sono relegati a

porzioni secondarie della superfice che è scandita in 5 fasce orizzontali. Reca le firme sia del vasaio,

Ergotimos, che del ceramografo, Kleitias.

LATO A:

dall’alto

- 1 Caccia al cinghiale Calidonio (sopra i personaggi ci sono i nomi), (figure sovrapposto lievemente

per dare profondità)

- 2 Corsa di carri, giochi funebri in onore di Patroclo

- 3 Corteo di divinità che raggiunge le nozze di Peleo e

Teti (Le figure sono rappresentate un po’ di profilo, un

po’ di prospetto per rendere la vivacità dell’atmosfera

e del movimento)

- 4 Agguato ad Achille a Troilo

- 5 Motivi orientali

- 6 Lotta tra Pigmei e le gru, Gheranomachia

LATO B:

dall’alto

- Giovani ateniesi sbarcano a Delo guidati da Teseo,

dopo essere fuggiti dal minotauro

- Centauromachia, Lapiti contro centauri

- Racconto delle nozze di Peleo e Teti

- Ritorno di Efesto all’Olimpo

- Motivi orientali

- Lacuna sul piede del vaso, forse ancora lotta tra Pigmei e le gru

Meditata attenzione per la composizione delle scene. Sicurezza del tratto, rapidità e precisione della linea

graffita.

Nella seconda metà del secolo emergono maestri importanti come Lydos, il pittore di Amasis e Exekias.

ANFORA DI LYDOS

550-540. Sulla scia delle esperienze maturata portano alla massima espressione della tecnica a figure nere.

Predilige i soggetti tragici. Il soggetto è l’uccisione di Priamo da parte di Lettolemo che tiene in mano il

giovane figlio di Paride, Astianatte. È considerato un doppio sacrilegio in quanto uccide il passato e il futuro

della città.

ANFORA DEL PITTORE DI AMASIS

Forse il pittore e il vasaio sono la stessa persona.

Su un lato avviene la disputa tra Atena e Poseidon. La scena è solenne e le figure statiche.

Sull’altro lato Dionisio accoglie le menadi. La scelta è più leggera e dinamica. Due menadi

ballano abbracciate portando del vino al Dio.

Il soggetto occupa l’intera superficie del vaso e le figure sono quasi monumentali. Gli elementi decorativi

sono limitati.

EXECHIAS, 550, 530 a.c.

È considerato il maggiore tra i pittori vascolari che dipingono a figure nere. Predilige i soggetti di mitologia

dalla forte carica emotiva.

ANFORA CON ACHILLE E AIACE

L’anfora è interamente campita in nero con una sola scena: Achille e Aiace giocano a

dadi in un momento di riposo durante l’assedio a Troia (Achille sta vincendo). Sembra

una scena leggera, ma è carica di presagi: gli scudi dietro ai protagonisti, le lance

appoggiate sulle spalle e l’elmo che Achille porta ancora sul capo riportano il pensiero

alla guerra e al destino di morte che attende i due eroi (diventa un soggetto di moda).

Da notare la meditatissima composizione della scena su diagonali.

ANFORA DI ACHILLE E PENTESILEA

Amore tragico che sboccia in punto di morte tra l’eroe e la regina delle amazzoni:

incrocio di lance a suggerire l’incrocio degli sguardi. Uso dei colori aggiunti (bianco e

rosso).

CERAMICA ATTICA A FIGURE ROSSE

La ceramica a figure rosse si pone in diretta continuità con quella a figure nere come conseguenza della

scelta di rendere i soggetti figurati protagonisti assoluti. A partire dall’ultimo quarto del VI secolo fino alla

metà del V si afferma la pittura vascolare a figure rosse.

La tecnica a figure nere si basava essenzialmente sulla campitura piena di silhouettes tracciate a pennello,

dettagliate con la linea graffita ed eventualmente con l’aggiunta di colore. Quali vantaggi offre la tecnica a

figure rosse: In primo luogo le potenzialità espressive del pennello sono ben superiori rispetto allo stilo

metallico: è più duttile, la ‘vernice’ è diluibile, è più facile tracciare linee curve. Per queste ragioni, dopo la

prima fase di sperimentazione, si impone largamente la tecnica a risparmio a figure rosse. L’argilla attica

molto ricca di ferro, assume un colore molto intenso. Con la cottura le parti nere prendono lucentezza.

Attorno al 530 a.C. si assiste a una vera e propria rivoluzione artistica. Presso la bottega del vasaio

ANDOKIDES, vivissima per sperimentazione tecnica, si iniziano a realizzare figure mediante risparmio della

superfice contornata campendo invece il fondo e realizzando a pennello i dettagli interni della figura.

Le prime sperimentazioni sono su vasi detti “bilingui” per la doppia tecnica impiegata: da un lato decorati

con la consolidata tecnica a figure nere, dall’altro dipinti a figure rosse.

Vantaggi delle figure rosse: rivela potenzialità espressive superiori alla tecnica tradizionale. La linea con un

pennello è molto più duttile rispetto all’incisione con a punta metallica. Si rendono meglio le linee curve e i

panneggi. Da metà del VI secolo si avrà solo la tecnica a figure rosse.

ANFORA BILINGUE DEL PITTORE DI ANDOKIDES

lo stesso soggetto, “Eracle a banchetto con la dea protettrice Atena,” è ripreso su entrambi i lati ma con

tecniche diverse.

I pittori che, dopo la fase sperimentale, lavorano nell’ultimo ventennio del VI secolo sono detti

GENERAZIONE DEI PIONIERI. Sono molti, ma tra tutti è importante ricordare Euphronios, Euthymides (suo

grande rivale), Oltos, Kleophrades, il Pittore di Berlino e il Pittore dei Niobidi

CRATERE DI EUPHRONIOS I

fine VI sec. (Louvre), “Lotta di Eracle e Anteo”. Si riconferma la scelta di decorare il

lato del vaso con un’unica scena ‘monumentale’: i due protagonisti sono avvinghiati

nella lotta, offrendo all’artista uno spunto per descrivere l’anatomia delle figure. Con

la linea a vernice definisce accuratamente la muscolatura, sfruttando la duttilità del

pennello per creare linee di diverso spessore e colore. Il nero dell’acconciatura di

Eracle contrasta simbolicamente con la capigliatura scomposta, ambrata, quasi rossa del gigante. Grazie al

pennello inoltre sono evidenziate le diverse espressioni. Il gigante ha il viso contorto con la bocca aperta.

CRATERE DI EUPHRONIOS II

fine VI sec. (Roma), Oggi restituito, è stato oggetto di un’aspra contesa tra lo Stato

Italiano e il Metropolitan Museum in quanto acquisito per vie illecite da

quest’ultimo. È importante in quanto testimonianza di esportazioni dall’attica

verso il ricco mercato etrusco.

“Morte di Sarpedonte”. È raffigurato un episodio dell’Iliade, la morte di

Sarpedonte, eroe troiano figlio di Zeus ucciso da Patroclo. Ypnos e Thanatos (il

sonno e la morte) e Hermes sono inviati dal re degli dei a recuperare il corpo e

condurre il guerriero agli inferi. La composizione è meditatissima, efficace res, due uomini in armi fanno da

cornice alla scena e rimandano alla battaglia; i due demoni chini chiudono virtualmente un arco sulla linea

orizzontale del corpo dell’eroe che a sua volta è bilanciata da quella verticale di Hermes stante.

Arricchimenti cromatici, come il sangue dalle ferite.

ANFORA DI EUTHYMIDES

fine VI secolo. Euthymides è il grande rivale di Euphronios. Su quest’anfora troviamo infatti questa

iscrizione che esprime apertamente il senso di competizione che

doveva regnare tra le due botteghe: “come non mai Euphronios”.

Si vanta di aver realizzato qualcosa di più bello dell’altro vasaio.

Euthymides introduce lo SCORCIO (nel particolare di un piede),

grande innovazione grafica sicuramente mutuata dalla grande

pittura. Da un lato abbiamo Ettore che si arma aiutato da Priamo e

Ecuba, al centro, visto frontalmente ha un arto di profilo e l’altro di

prospetto con le linee oblique della caviglia che si raccordano alle

dita dei piedi per risolvere l’articolazione dei piani.

Laltro lato rappresenta una scena decisamente più leggera con un gruppo di giovani che

danzano: questa volta è la linea della schiena a fare da strumento per lo scorcio. La linea

verrà presto adottata anche da Euphronios.

KYLIX DI OLTOS

Oltos predilige vasi più piccoli e soggetti più lievi e una decorazione

raffinata dai toni meno drammatici. Il soggetto qui è “L’Olimpo a

banchetto.”

Il linea di massima si può notare una certa specializzazione nella tipologia

di vasi: Euthymides e Euphronios preferiscono le grandi superfici di

crateri e anfore mentre Oltos opta per le più piccole ma difficili pareti

esterne di coppe e kylix.

La SECONDA GENERAZIONE di ceramografi che adotta la tecnica a figure rosse continua lungo il percorso

già individuato dai ‘pionieri’ nel corso del primo quarto del V secolo. Si parla della produzione vascolare del

V secolo, l’ultima fase dell’età arcaica.

PITTORE DI KLEOPHRADES. Grande maestro ceramografo, rivolge la sua attenzione allo

studio del movimento, dell’anatomia e del paesaggio che realizza con tecniche

innovative tanto per la resa dell’anatomia che per il panneggio.

ANFORA DEL CORTEGGIO DIONISIACO DI KLEOPHRADES

La scena occupa l’ampia superfice della grande anfora con un soggetto leggero: Dioniso

sotto un pergolato da cui pendono grappoli d’uva assiste alla danza convulsa delle

menadi e dei satiri. Il movimento sfrenato è dato tanto dalla testa portata all’indietro

quanto dalla fitta caduta delle pieghe del panneggio che si apre lasciando intravedere

l’anatomia delle gambe. Linee spesse e corpose descrivono l’imation mentre sono

sottili per il leggero chitone con vernice molto più diluita. Figure espressive.

HYDRIA DELLA CADUTA DI TROIA (Museo di Napoli)

Si compone in tante scene. La scena è dipinta sulla spalle e parte del ventre: il

soggetto in questo caso è la tragica caduta di Troia. Si tratta di tanti momenti del

giorno della conquista che si susseguono convulsamente gli uni agli altri:

Cassandra aggrappata al Palladio è presa per i capelli da Aiace: è simbolicamente

nuda a indicare la violenza che andrà a subire. Dietro di lei due donne si

strappano i capelli in segno di lutto e disperazione. Proseguendo nella

drammatica narrazione incontriamo l’assassinio di Priamo con il corpo del nipote

sulle ginocchia presso il luogo sacro: è lo stesso gesto sacrilego già dipinto dal

Pittore di Lydos.

La composizione è sapiente, gestualità, sovrapposizioni, scorci e movimento

animano una scena estremamente complessa. Anche in questo caso è da

supporre una derivazione dalle soluzioni della grande pittura contemporanea.

IL PITTORE DI BERLINO

Il nome deriva dal museo in cui è conservata l’anfora che per prima si è potuta ricondurre alla sua mano. È

una personalità molto diversa da Kleophrades e diversi sono i suoi interessi: alla grandi composizioni con

movimento predilige singole figure statuarie, monumentali, una sola figura che viene enfatizzata dalla

vernice nera che campisce quasi l’intera superficie del vaso.

La singola figura è ulteriormente enfatizzata dalla campitura nera quasi integrale della superfice del vaso

con scarsissimi elementi decorativi. Motivi decorativi esilissimi.

ANFORA DI BERLINO

Tre figure si sovrappongono su tre distinti piani: un satiro, un cerbiatto e il dio Hermes (si riconosce per il

copricapo). Tutta l’attenzione di concentra sulla realizzazione statuaria.

CRATERE DI PARIGI

Una sola figura, Ganimede. L’anatomia è dettagliatissima e la tensione dei muscoli è ben percepibile.

Lo stile e i soggetti riflettono le richieste della committenza, ma anche il gusto dell’artigiano/artista. Si

spiega così la diffusione del tema dell’Ilio Persis in vista della minaccia persiana che da lì a poco sconvolgerà

il mondo greco. La costruzione della figura umana, la definizione dell’anatomia e la sovrapposizione degli

oggetti sono l’interesse predominante.

La produzione ceramica a figure rosse continua nel V secolo durante lo STILE SEVERO.

Fino a questo momento mancano fonti che riguardino la pittura. La prima notizia ci giunge da Pausania (il

solito del II d.C.) che descrive l’opera di Polignoto di Taso, pittore su tavola che, a detta degli antichi

contemporanei, per primo aveva saputo tradurre l’indole e l’emozione dei personaggi raffigurati. Avrebbe,

inoltre, introdotto espedienti compositivi per definire la collocazione dei personaggi nello spazio. Pur non

essendoci pervenuto niente della pittura dell’epoca, possiamo intuirne le innovazioni e il progresso

attraverso la pittura vascolare che vi si ispira.

ARCHITETTURA E SCULTURA ARCHITETTONICA ALLA FINE DELL’ETÀ ARCAICA

FRONTONI DEL TEMPIO DI APHAIA A EGINA

I frontoni del tempio di Aphaia a Egina sono considerati pietre miliari della scultura architettonica. Il

tempio, dedicato ad Aphaia – divinità locale assimilata ad Atena – sostituisce un edificio più antico e

modesto. Notevole per la ricca decorazione scultorea dei due frontoni di cui quello ovest è più vecchio di

qualche decina di anni rispetto a quello est (probabilmente andato distrutto e ricostruito in data di poco

successiva).

FRONTONE OVEST

510-500 a.C. La scena rappresentata è una battaglia tra Greci e Troiani

durante la Guerra di Troia, probabilmente avente come protagonista

Aiace, eroe eginate. Al centro la dea Atena fa da asse della

composizione. Accanto alla divinità, raffigurata in scala leggermente

più grande, sono simmetricamente collocati i gruppi di combattenti in

piedi, inginocchiati e infine i caduti a riempire gli spazi più ristretti del

triangolo frontonale creando un movimento che va dal centro verso le

estremità. Atena-Aphaia, stante, rigida e in armi, assiste immobile alla

battaglia ma non vi partecipa.

ARCIERE TROIANO

L’abbigliamento identifica questo personaggio come troiano: porta una veste che lo

copre fino alle caviglie, l’elmo, la corazza, arco e faretra. Le braccia sono tese e le

gambe pronte all’azione anche se inginocchiato, pronto a scoccare frecce, in

equilibrio dinamico.

STATUA DEL CADUTO W

Colpito al petto da una freccia, si porta una mano al petto cercando di estrarla. Il

raccordo tra la parte superiore del corpo – di prospetto – e gli arti inferiori – di

profilo – non è ancora del tutto riuscito. L’anatomia accentuata e la capigliatura

ricercata ricordano la pittura vascolare di Euphronios. È ancora presente il sorriso

arcaico.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di archeologia classica greca, correlati da immagini.
Nasce dalla civiltà micenea, che entra in crisi nel XII secolo a.c. (distruzione palazzi micenei).Con la fine di questa civiltà vengono a scomparire le figure professionali, le competenze architettoniche e l’artigianato artistico. Scarsissima è la documentazione dei secoli XII e XI. (secoli bui). Nella metà dell’XI secolo i documenti gradualmente aumentano (insediamenti, resti architettonici, oggetti comuni ed artigianato artistico).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali, archeologici e storico-artistici
SSD:
Docente: Elia Diego
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristiana91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia classica greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Elia Diego.

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