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Nascita di un'idea

Intorno alla fine del 1700 viene completata l'Encyclopedie, concepita con il fine di "unificare le conoscenze sparse sulla faccia della terra". In uno dei 17 volumi viene descritta una certa religione di "Siaka" diffusa in Giappone e fondata principalmente in India da Siaka o Xiaca. Quest'ultimo era anche chiamato "Budsdo" (traslitterazione dal giapponese "Butsu" "Risveglio"), dunque un altro nome con cui era identificata la religione era "Budsdoisme". Il nome che si utilizza tutt’oggi per definire tale religione è Buddhismo, a partire dal sanscrito "Buddha" "Risvegliato", più il suffisso greco "ismos" utilizzato per vocaboli astratti denotanti dottrine.

Origine dei nomi e diffusione

L'altro nome con cui ci si riferisce a Buddha ovvero Siaka, è reso con il sanscrito Sakyamuni "saggio degli Sakya" che era il suo clan di appartenenza. Intorno al 1300 già si avevano notizie di un certo Sergamon Borgani (così chiamato da Marco Polo) derivato dalle parole Burqan per Buddha e Sigemuni per Sakyamuni, ma la storia di Buddha diverrà davvero popolare in Occidente solo in seguito all'enorme successo riscosso dal poema celebrativo Light of Asia (1879) in cui la figura dello Shaka è oggetto di un processo di epicizzazione.

Nella seconda metà del XIX secolo, invece, la vita del Buddha iniziava a essere considerato non più come un evanescente figura mitologica ma un essere umano di cui sarebbe stato possibile ricostruire l’esperienza biografica. Nel ricostruire la vita del Buddha gli occidentali cercarono di estrapolare dai resoconti tradizionali tutti gli elementi che potevano risultare storicamente attendibili, ma alla comunità buddhista ciò non interessa. Bensì il racconto tradizionale della vita di Buddha è costruito come un’esemplificazione del suo insegnamento: è in questa luce che esso esplica la sua funzione nella vita religiosa dei buddhisti ed è dunque in questa luce che va letto.

Il racconto tradizionale

Secondo la leggenda, il padre di Shakamuni avrebbe tentato di impedire ad ogni costo che il figlio entrasse in contatto con il dolore: alla sua nascita tutti gli indovini gli avrebbero infatti predetto che questi sarebbe divenuto un sovrano universale. Questa prospettiva, secondo il racconto tradizionale, avrebbe deluso molto le aspettative ben più mondane del padre, che si sarebbe così risolto a farlo vivere in un paradiso artificiale per evitargli il contatto con la sofferenza e consentirgli di sfuggire al suo destino.

L’esperienza di una vita prima di preoccupazioni materiali e sociali avrebbe però presto rivelato i suoi limiti: la consapevolezza del dolore, instillata dalla presa di coscienza dell’esistenza di morte, vecchiaia e malattia, sarebbe emersa prepotentemente nella vita di Siddharta, inducendolo ad abbandonare il suo ruolo di capo famiglia per cercare un percorso spirituale che gli permettesse di raggiungere lo spegnimento della sofferenza. Si unì pertanto ai movimenti ascetici che caratterizzavano la scena religiosa indiana dell’epoca, divenendo uno sramana (asceta).

In fine Shakamuni immergendosi in uno stato di profonda meditazione in cui "vide" la natura delle cose, la causa del sorgere della sofferenza e la maniera per estinguerla. Egli acquisì la "perfetta conoscenza" raggiungendo con essa l’obiettivo cui aveva indirizzato tutti i suoi sforzi: la cessazione della sofferenza.

La conoscenza del Buddha

Ma la conoscenza di Shakamuni non consisteva in un mero accumulo di sapere o in un'analisi speculativa della realtà mediante i soli strumenti logico-deduttivi. Essa era stata sviluppata mediante un lavoro costante sia sulla propria condotta morale sia sulla propria mente (meditazione) ed equivaleva a una forma di conoscenza che aveva consentito a Shaka di oltrepassare normali funzioni cognitive e vedere la realtà così come essa è realmente: guardando attraverso il mondo dei fenomeni (gli stati d’animo, i pensieri) e vedendo i meccanismi da cui esso è regolato, egli poté scoprire la causa dell’insorgere della sofferenza e la maniera di superarla.

Il Buddha dunque non è un essere divino ma un essere umano che ha aperto gli occhi sulla Legge della quale è regolata l’esistenza stessa dell’universo e degli esseri senzienti, potendo così giungere a una nuova dimensione esistenziale e nirvana cognitiva, conosciuta con il nome di "spegnimento", in riferimento allo spegnersi delle cause che provocano la sofferenza. A partire da quel momento, mosso dal desiderio che tutti possano essere liberi dal dolore, Buddha avrebbe insegnato agli altri come percorrere il cammino che porta al superamento della sofferenza.

Le quattro nobili verità

Il nucleo di insegnamenti che scaturì da ciò che Buddha sperimentò fino al Nirvana sarà sintetizzato nella forma delle quattro "nobili verità", una formulazione che la tradizione fa risalire al primo discorso tenuto da Buddha a Sutra della Messa in Moto della Ruota del Sarnath (Benares) tramandato nel Dharma.

Attraverso le quattro nobili verità il contenuto del Risveglio del Buddha è insegnato seguendo uno schema "diagnostico": prima è individuato il problema che affligge l’esistenza, poi la causa; infine, nella terza e quarta nobile verità sono esposti la cura e il modo di metterla in pratica.

  • La sofferenza (duhkha) è intrinseca a tutto ciò che è condizionato dal samsara (ciclo vitale);
  • Origine della sofferenza è il desiderio egoistico che provoca attaccamento;
  • Esiste la possibilità della cessazione della sofferenza e del raggiungimento di un piano incondizionato, il nirvana;
  • Per raggiungere la liberazione dalla sofferenza bisogna seguire un percorso in cui si interviene sia sulla moralità delle azioni sia sulla disciplina della mente; tale cammino è denominato "ottuplice sentiero" perché tradizionalmente articolato in otto punti.

Sette e scuole nel buddhismo

Nel riferirsi al buddhismo, in particolar modo a quello indiano, si usa una distinzione tra "sette" che si distinguono in base al rispetto del medesimo codice monastico e scuole, gruppi di persone che condividono le stesse dottrine e gli stessi metodi di studio e insegnamento. Questo termine non ha la stessa accezione che ha in Occidente in quanto, in India non esiste un’istituzione centralizzata rispetto alla quale definirsi, bensì un insieme di sette. Inoltre, se parliamo di "sciami", nel buddhismo ci si riferisce piuttosto a frazionamenti del sangha (monaci buddhisti o comunità buddhista tutta).

L’unica delle diciotto scuole buddhiste formatesi durante la fase antica sopravvissuta è solo la Theravada "scuola degli anziani". Dal I secolo d.C si giunse alla formazione di una nuova corrente di pensiero chiamata Mahayana, "grande veicolo". Col tempo i fautori delle nuove dottrine ribattezzarono le scuole più antiche con il termine "Hinayana".

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/17 Filosofie, religioni e storia dell'india e dell'asia centrale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher millegattini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Religioni e filosofie dell'India e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Sferra Francesco.
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