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Appunti storia romana

Lezione 1: Le origini di Roma

Professor Pellizzari

Lunedì 2/05/2022

Questa è una lezione introduttiva, e iniziamo a parlare della codificazione della memoria in età arcaica nei primi secoli della repubblica, e poi incominceremo a vedere la storia, le istituzioni e le origini di Roma, che nasce nell’VIII secolo a.C. tramite un processo di sinecismo (dal greco ‘abitare insieme’) da parte di due comunità indipendenti che furono una latina e una sabina. Nel VII secolo, poi, nella nuova città si afferma come predominante una terza componente: la componente etrusca. Questo porta a compimento un processo che la tradizione attribuisce nella sua prima attuazione a Romolo, come fondatore eponimo di Roma, a cui la tradizione attribuisce anche l’introduzione delle varie istituzioni, che noi sappiamo essersi affermate solo in un secondo momento. Roma, quindi, sin dalle origini è una città multietnica, grazie proprio alle 3 diverse etnie che hanno contribuito alla nascita e alla crescita di questa città.

Ecco quindi che, per unire queste diverse etnie, servono elementi di coesione, al fine di creare un’identità condivisa, quasi come fosse un’identità nazionale, fatta di una storia comune. Quindi la classe politica elabora una serie di sforzi che avvengono in più generazioni attraverso i secoli. In quest’ottica la storia familiare, cioè la storia privata delle singole famiglie, era intesa come un tassello della storia collettiva, e l’azione del cittadino, in un mondo in cui viene meno quest’ottica individualista, viene meno. Attraverso questa storia familiare si trasmetteva di generazione in generazione il mos maiorum, cioè il ‘costume degli antenati’, che si era codificato nel tempo e che definiva i comportamenti esemplari, oltre ad indirizzare i comportamenti civili e morali a cui l’individuo doveva attenersi, pena l’estraneità alla storia collettiva. Quindi tutto quello che è antico è ritenuto positivo, e al contrario tutto quello che portava con sé novità era considerato negativamente.

Risultano diversi quindi i modi per tramandare queste tradizioni e rappresentare questo sistema di valori riconosciuto alla base della storia romana. Ovviamente a presiedere a questa tradizione pre-storiografica fu l’aristocrazia che produsse una codificazione della memoria attraverso:

  • Oralità per verba, cioè l’oralità come la intendiamo noi oggi come ad esempio gli elogi funebri oppure tramite i ‘carmina convivalia’ cioè dei poemetti epici che venivano cantati in occasione dei banchetti con l’accompagnamento del flauto e servivano per elogiare la storia della città o le avventure di una determinata famiglia, sempre col fine di rafforzare l’identità del gruppo;
  • Per imagines, ovvero mediante iconografia e gestualità, come ad esempio i busti degli antenati della famiglia, questo perché le famiglie aristocratiche godevano del diritto di poter esibire questi busti, accompagnati da un piccolo scritto con tono celebrativo, dei loro defunti nell’atrio, cioè nel luogo pubblico della casa, luogo in cui si accoglievano gli ospiti e i ‘clienti’;
  • Per scripta, ovvero grazie alla scrittura, in prevalenza epigrafica perché ogni famiglia di estrazione sociale elevata possedeva all’interno della propria abitazione un archivio dove erano deposti i testi, come ad esempio i testi scritti degli elogi funebri;
  • Annales maximi, cioè dei documenti redatti da alcuni sacerdoti su una tavola bianca, in cui erano scritti gli avvenimenti più importanti della storia di quell’anno, soprattutto con avvenimenti di tipo sacrale ma anche civile, politica e militare, insomma tutte le cose ritenute degne di essere ricordate e che venivano poi esposte nell’archivio alla fine dell’anno. Gli annali venivano conservati nella regia, cioè la dimora del pontefice massimo in periodo repubblicano. Gli annales maximi, però, non ci sono pervenuti; già i primi della repubblica furono andati perduti nel famoso episodio delle oche del Campidoglio, e quindi questi annales sono noti solo grazie a testimonianze dovute a scrittori successivi che ne fanno menzione. Esprimono però l’idea di una storiografia annalistica, cioè in cui gli eventi erano presentati anno per anno. Tra il 140 e il 120 a.C. alcuni di questi annales vengono pubblicati sotto forma di libro divenendo fonte storica per i primi storici che studiavano Roma, anche se poi non ci sono pervenuti a noi.

Tutto questo era in forma chiaramente celebrativa, perché non volevano denigrare gli antenati, quindi dobbiamo discernere quanto sia effettivamente storico e quanto invece sia dovuto a questo aspetto celebrativo e propagandistico. Tutta questa tradizione era comunque ovviamente aristocratica, cioè erano le famiglie che avevano interesse a tramandare la memoria dei familiari e delle imprese.

Caratteristiche della tradizione romana pre-storiografica

Ci sono 4 caratteristiche della tradizione romana precedente la nascita della storiografia e sono:

  • Connotazione decisamente aristocratica, dovuta alle famiglie che volevano portare avanti le storie della famiglia stessa e delle sue imprese;
  • Tradizione fortemente politicizzata, perché tutte le vittorie avevano sì un carattere sacrale, ma era soprattutto a livello politico che servivano;
  • Espressione della collettività e non di singole personalità, con le individualità che vengono perse nelle cariche, perché quello che conta non è il singolo che riveste la carica ma la carica da lui rivestita (tanto è vero che la prima storiografia romana scritta da Catone, non citerà mai il nome proprio della persona ma solo il nome comune della carica da lui rivestita, questo perché l’individuo annega nella collettività);
  • Carattere solo parzialmente attendibile, proprio perché trattandosi di memorie private possono essere falsificate con lo scopo di venir elogiate.

Il primo resoconto di storia romana di cui siamo a conoscenza venne composto all’inizio del III secolo a.C. dallo storico siciliano Timeo di Taormina autore di ‘storia siciliana’ in 38 libri e di uno scritto su Pirro, re dell’Epiro che aveva combattuto a fianco di Taranto contro Roma, in cui per la prima volta vengono riconosciute le potenzialità del nascente impero mediterraneo di Roma. Cioè sono gli anni ‘80 del III secolo a.C. in cui Roma si apre proprio ad una dimensione mediterranea, e Timeo si rende conto che nello scacchiere inizia ad affermarsi una nuova potenza. Timeo sarà colui che stabilisce una data comune di fondazione per le due città che sono Cartagine e Roma, per stabilire un parallelismo anche cronologico per le due civiltà che verranno a confluire in quegli anni.

La sua attività è pressoché contemporanea alla nascita della storiografia romana, la cui prima forma è la cosiddetta annalistica, proprio perché riprendeva la struttura e lo stile degli annales dei pontefici. È un racconto in prosa che racconta il passato di Roma anno per anno, ed il criterio di segmentazione dell’argomento è dato dalla successione cronologica.

Qua parliamo però di III secolo, ma Roma è stata fondata nell’VIII secolo. Ma per quale motivo Roma sente il bisogno di scrivere la propria storia e dare una veste letteraria a questo patrimonio documentario? Per l'inserimento della città nel complesso gioco politico mediterraneo al tempo delle guerre puniche e la necessità di farsi conoscere presso il mondo greco. Questo spiega anche perché la prima annalistica romana sia scritta in greco, proprio per farsi conoscere da questo mondo. Roma deve infatti presentare, soprattutto verso questi storici siciliani, la propria versione dei fatti, visto che gente come Filino d’Agrigento parlava di vittorie dei cartaginesi in guerra.

La prima opera letteraria storiografica scritta in latino, e non più in greco, sono le ‘Origines’ di Catone e gli ‘Ab Urbe condita’ ("dalla fondazione della città") di Tito Livio. È chiaro che l’assenza di documenti, soprattutto per quanto riguarda i primi secoli, ha reso necessario il ricorso alla leggenda. Noi dal punto di vista storiografico per descrivere la fondazione di Roma ci dobbiamo basare su Tito Livio, che scrive però 800 anni dopo. La nascita incerta e ritardata della storiografia romana spiega perché, soprattutto per i secoli più lontani, le informazioni in nostro possesso risultano ridotte, imprecise e spesso frutto della tradizione leggendaria. Per l'età arcaica di Roma occorre discernere quanto di storicamente reale sta dietro la leggenda. Un aiuto in questo senso viene dalla ricerca archeologica, che ha consentito di colmare le lacune della documentazione.

Fatta questa premessa di carattere metodologico, vediamo ora le origini di Roma tra storia e leggenda, leggendo di questo poeta Properzio, contemporaneo di Tito Livio e Virgilio, che quindi appartiene all’età augustea, che dice: “Tutto quello che tu vedi qui, straniero, questa Roma così immensa, prima della venuta di Enea non era che colline ed erba; sul Palatino, dove si leva il santuario di Apollo e della vittoria navale, si sdraiarono le mandrie disperse di Evandro. Gli dei erano fatti d'argilla: ora stanno in templi d’oro". Con queste parole il poeta Properzio, vissuto all'epoca di Augusto, nel I secolo a.C. espresse un'idea diffusa tra gli stessi Romani: cioè che Roma aveva avuto un'oscura origine di tipo pastorale tra le genti che abitavano sulle colline affacciate sopra il Tevere.

La leggenda canonica sulle origini di Roma

La leggenda canonica sulle origini di Roma nasce dalla confluenza di due racconti indipendenti: una è quella che si sviluppa in ambito greco, e collega Roma ai viaggi di Enea dopo la caduta di Troia (la storia che troviamo nei primi libri dell’Eneide). L’altro, invece, è un racconto di carattere locale che è incentrato sul fondatore eponimo di Roma, cioè Romolo, a cui si affianca il fratello Remo, che mette insieme elementi tratti un po’ dal patrimonio comune indoeuropeo (la storia dei due fratelli di cui uno uccide l’altro, tema non nuovo nella tradizione). Una tradizione greca e una tradizione locale che hanno però bisogno di una loro conciliazione, perché bisognava trovare una continuità tra la tradizione greca e quella romana locale. Quando i dotti alessandrini, cioè quei filologi di Alessandria d’Egitto che per primi avevano dato la connotazione temporale dei poemi omerici, datarono la guerra di troia intorno al 1180 a.C., avevano posto le basi. Però tra la fine della guerra di Troia, e la conseguente fuga di Enea verso il Lazio dopo il 1180, c’è un buco di 200 anni che porta alla nascita di Roma nell’VIII secolo. Bisogna quindi colmare questa lacuna cronologica, ed il problema è risolto quando si pensò alla storia dei 7 re, ma ognuno di loro avrebbe dovuto regnare per circa 35 anni per arrivare alla data della fondazione che i romani ritenevano tale, cosa impensabile per l’epoca come media di comando del regno. Per colmare questo gap dal 1150, guerra di Troia, al 753, anno presunto della fondazione di Roma, si introducono degli elementi locali riguardanti la fondazione della città di Lavinio e Alba Longa. Così Enea nel Lazio fonda Lavinio, in onore della moglie Lavinia che era figlia del re del luogo. Il fatto che si parli di un eroe greco che arriva sulle coste del Lazio, è una tradizione che nasconde a livello leggendario un’effettiva frequentazione delle coste laziali da parte di mercanti greci che hanno portato qui anche le loro leggende e la loro cultura. Questi elementi di cultura greca si affermano nel Lazio nel V e IV secolo a.C. Non a caso il monumento più importante di Lavinio è il santuario delle 13 are, cioè un santuario in cui si allineano 13 altari di tufo eretti in fasi successive della storia della città, ma cronologicamente compresi tra il 570-560 a.C. e il II secolo a.C. in cui questo sito venne abbandonato. La tomba abbandonata, compresa tra IV e II secolo a.C. e situata vicino a quei 13 altari di cui non abbiamo il ritrovamento, venne chiamata heroon e fu una tomba in onore di Enea quando perse la vita contro i laziali. Di questo heroon parla Dionigi di Alicarnasso.

Alba Longa venne invece fondata dal figlio di Enea, Ascanio, 30 anni dopo Lavinio e la nascita di questa città fu data ad un prodigio di una scrofa bianca, Alba, che avrebbe dato alla luce 30 maialini. L’interpretazione di questo prodigio, presente già in Catone e presente poi anche in Virgilio, fu che dopo un numero di Re di Alba Longa pari a quello della prole della scrofa (cioè dopo 30 re di Alba Longa), i troiani si sarebbero trasferiti da Alba Longa in una nuova sede. Il suo territorio era dominato dai colli Albani, dove sorgeva il santuario di Giove Laziale. Dalla dinastia dei re Albani, discendenti da Ascanio, sarebbe nato Romolo, la cui leggenda dice che era figlio di Rea Silvia, e nipote del re di Albalonga Numitore. Il fratello minore di Numitore, Amulio, depose il re Numitore e costrinse Rea Silvia a farsi vestale, cioè quelle sacerdotesse che per 30 anni dovevano far voto di castità pena il seppellimento vive, per evitare successioni al trono. Però la donna partorì, grazie al dio Marte, due giovani gemelli Romolo e Remo, i quali fondarono sui due colli due città e dopo un atto di Remo che va contro la religione, Romolo lo uccise. In questa leggenda ci sono elementi comuni anche ad altre culture ed altri popoli. Quello che accadde a Roma, lo ritroviamo però anche in altre figure di fondatori dei loro popoli, come ad esempio Mosè, anche lui abbandonato in un cesto e abbandonato alle acque del Nilo, lui che era figlio di una principessa egiziana ed un ebreo. In tutti questi racconti ci sono dei tratti in comune:

  • L’umile origine
  • L’abbandono
  • Il salvataggio miracoloso
  • Il periodo di marginalizzazione
  • Il ritorno alla civiltà, con l’eroe che mostra un’energia che prima non possedeva
  • L’ascesa al potere

Romolo è un prescelto, un uomo del destino benedetto dagli dei, e la sua lontananza gli permette di presentarsi poi come una guida.

Dopo l’uccisione del fratello, Romolo fa di Roma una città aperta provvedendo al popolamento della nuova fondazione introducendo l’istituto dell’asilo e procurando ai suoi uomini delle donne sabine mediante un rapimento (definito poi il ‘ratto delle Sabine’). A questo si aggiunge poi la leggenda del tradimento di Tarpea, innamorata del re sabino Tito Tazio. Quel che conta è che alla fine si arrivò al sinecismo romano-sabino con un doppio controllo congiunto di Romolo e Tito Tazio.

Grazie a Livio sappiamo poi qual è il mito dell’origine di Roma, con Romolo che aveva tracciato una linea chiamata Pomerio, per delimitare ciò che stava al di là della linea, e Romolo nel fondare la città segue quel che era il cerimoniale etrusco per la fondazione delle città (il solco per gli etruschi era fatto da un aratro e dai buoi). Tutto questo ovviamente doveva arrivare dalla divinità, e da qui il racconto degli uccelli che Romolo aveva visto in volo. Ma da dove arriva il nome Roma? Anzitutto il nome non deriva da Romolo, e anzi paradossalmente potrebbe essere il contrario.

Ipotesi sull'origine del nome Roma

  • Il nome Roma collegato alla voce etrusca ‘rumon’, termine etrusco per indicare il rumore dell’acqua, e in riferimento all’acqua del Tevere;
  • L’altra ipotesi collega il nome Roma con il termine ‘mammella’ secondo le forme dei colli che assomigliano a dei seni.

Quindi l’insieme delle leggende offre: il nome del fondatore, il luogo cioè il colle Palatino, ci dà la data del 753 a.C. (anche se ne esistono altre), il rituale della presa degli auspici e il solco del pomerio intorno al Palatino. Tutti dati leggendari che i romani reputavano come certi, anche se personaggi come Tito già si resero conto della fallacia di questi racconti.

Domani parleremo dell’archeologia delle origini di Roma e vedremo i collegamenti tra l’una e l’altra.

Lezione 2: Le origini di Roma pt.2 + i 7 re

Martedì 3/05/2022

Ieri abbiamo parlato delle origini leggendarie di Roma, e oggi vediamo qual è l’apporto dell’archeologia al mito. Contrariamente a quanto pensiamo infatti, Roma non nasce su un territorio in cui non c’era nessuno come vuole la leggenda, ma anzi quel terreno era abitato da tempi ben precedenti rispetto alla data della sua fondazione. Infatti sul Palatino sono stati ritrovati dei resti di insediamenti che risalgono al X e al IX secolo a.C. e addirittura nell’VIII secolo ci sono dei resti di ceramiche greche, a significare un commercio con quelle terre.

Quindi la tradizione letteraria antica, è unanime nel riconoscere in quest’area compresa tra il Tevere e i tre colli più vicini al fiume, cioè il Campidoglio, il Palatino e l’Aventino, un’area dal nome Foro Boario, cioè uno dei luoghi di più antica frequentazione all’interno dell’area occupata dalla città storica. In questo Foro Boario, il cui nome è legato allo scambio di bestiame, sorgeva un altare, un’ara dedicata ad Ercole. Ercole/Eracle è però una divinità greca, e questo culto è da ricollegarsi alle discese greche e fenicie lungo le coste tirrene. Quindi abbiamo frequentazioni greche, fenicie ed elementi locali o di una g...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Matty_Car33 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Pellizzari Andrea.
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