Storia moderna e contemporanea, A.A 2021-2022, prof.ssa Paola Molino
Big history vs storia tradizionale
Tradizionalmente, la storia è sempre stata vista in relazione con le altre scienze sociali (ovvero quelle che studiano l’uomo) giovani, come la geografia, la filosofia, la sociologia, la psicologia, l’antropologia, l’economia e il diritto. Più recentemente, però, ha iniziato a diffondersi il concetto di Big History, ovvero una visione della storia nel lunghissimo periodo, anche in relazione con le scienze della vita. Possiamo ritrovare questo concetto in Sapiens, da animali a dei, libro di Harari (si pensi al Big Bang 14 mld di anni fa – FISICA, gli atomi e le molecole 300000 anni dopo – CHIMICA, gli organismi 4 mld di anni fa – BIOLOGIA, le culture 70000 anni fa – STORIA).
La storia, dunque, studia come le culture si sono formate in una cornice specifica quale la società nata 70000 anni fa (si tratta di una scienza recente), basandosi su 3 rivoluzioni:
- Riv. Cognitiva, momento in cui l’Homo Sapiens, pur sempre in una coesistenza di altre fasi della sua stessa specie, si differenzia e ha la meglio specialmente sugli animali grazie al fuoco e all’agricoltura. Breve descrizione dello sviluppo dell’Homo: il cervello molto pesante gli fece sviluppare la posizione eretta privilegiando l’uso degli arti superiori, il che però creò problemi alle donne durante il parto, quindi l’evoluzione ha fatto sì che necessariamente nascessero figli più piccoli e non ancora formati e autosufficienti che quindi avevano bisogno di una comunità, dove appunto l’Homo Sapiens ha la meglio
- Riv. Agricola, 12000 anni fa
- Riv. Scientifica – Riv. Industriale – Riv. Tecnologica, attraverso la costruzione delle macchine l’uomo ha completato il dominio sulla natura che in realtà non ha mai avuto suo di diritto (lentamente stiamo andando verso la fine del monopolio del Sapiens sulla Terra)
Marc Bloch e il ruolo degli storici
La visione di storia collegata con le scienze è stata condivisa anche dallo storico/geografo/partigiano morto per mano nazista Marc Bloch, fondatore della scuola Les Annales con lo scopo proprio di coniugare la storia con le scienze. Scrisse mentre era prigioniero nel 1940 l’Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien, pubblicata postuma nel 1949, nella quale, partendo da una domanda del figlio ("Papà, spiegami allora a cosa serve la storia") riflette sul ruolo degli storici all’epoca.
Ne deriva che la storia non è solo la descrizione del passato, altrimenti non sarebbe indispensabile, bensì «La Storia è comprendere il presente mediante il passato e comprendere il passato mediante il presente»: non esiste un presente non costituito dal passato (la storia ci aiuta a comprendere il presente) e al contempo la storia è sempre diversa a seconda del presente perché il presente influenza la maniera nella quale noi ci affacciamo al passato (in base alle domande che ci poniamo). La storia vive una continua tensione fra interrogarsi sul presente e ricerca di risposte che vengono dal passato: non “galoppa” verso la modernità come una serie di fatti consequenziali, bensì ogni avvenimento contingente ha avuto una fecondità nello svolgersi dell’esperienza umana (noi ne siamo il risultato, nel “bene” e nel “male”, perciò non dobbiamo darci un giudizio).
Per Bloch, l’idea stessa che il passato in quanto tale possa essere oggetto di scienza descrittiva è assurdo, poiché essa ha come oggetto gli uomini nel tempo. «Qui come altrove, è un cambiamento che lo storico vuole cogliere. Ma nella pellicola che prende in esame, soltanto l’ultimo fotogramma è intatto. Per ricostruire i tratti sfocati degli altri, è stato necessario anzitutto svolgere la bobina in senso inverso a quello seguito nella ripresa»: il presente è l’unica cosa che vediamo, mentre il passato no, ed è quindi indispensabile analizzarlo (≠ descriverlo) e comprenderlo (≠ spiegarlo). Lo ricostruiamo attraverso tracce, ovvero fonti, che documentato un cambiamento, una verità nel limite dell’orizzonte delle conoscenze, tenendo presente che di una stessa storia possono emergere aspetti diversi in base alle domande che mi pongo e che devo sempre considerare la dimensione del tempo e quella della durata, del divenire. Gli storici sono vincolati alla fonte e diventa perciò importante confrontare più fonti perché una unica potrebbe mentire: ecco che il mestiere dello storico non è spiegare il passato (perché non possiamo conoscerlo in quanto tale) ma comprenderlo, analizzarlo e darci un’interpretazione.
Come nella psicanalisi, ognuno di noi rilegge la storia con domande che partono dalle nostre identità, e nasce quindi l’esigenza di tornare al passato per comprenderci nel presente. Ognuno di noi fa parte di identità collettive che la storia intesa come evoluzione coerente di fatti non ci fa vedere: la storia non è lineare!
La dimensione del tempo
Rispetto alle altre scienze sociali, la storia ha una dimensione in più, quella della durata e del divenire, strettamente collegata con quella del tempo. Bisogna considerare una molteplicità di tempi, differenziati in:
- Tempo breve – il fatto, l’avvenimento
- Tempo medio – dell’economia, e delle scienze sociali
- Tempo lunghissimo – in cui cogliere il divenire
Ricapitolando…
- La storia non vede soltanto le cose come sono ma come sono divenute
- Il tempo è sempre declinato nello spazio
- Non esiste il tempo unico (i tempi sono molteplici a seconda di cosa studiamo)
- Non spiega una causa dei fenomeni a partire da quello che è venuto dopo ma cerca di comprendere la complessità del reale alla luce di quanto è emerso nel passato
Il mondo “moderno”
Cosa si intende con mondo “moderno”? Esso è caratterizzato dal fatto di essere recente, qualitativamente diverso rispetto al passato, che ha rotto con il passato: emerge quindi una prospettiva di progresso e miglioramento (caratteristica sia del moderno che del contemporaneo). In Europa, il momento in cui la storia guarda al futuro come possibilità di progresso è la Rivoluzione Francese (si può intendere questo come momento di inizio di una fase “moderna” chiamata Contemporaneo in Italia), preceduta però da alcuni elementi di novità e progresso iniziati nel Cinquecento (infatti di solito con periodo Moderno si intende dal 1450 al 1850, ma ci sono altre definizioni, soprattutto per quanto riguarda la fine).
La concezione della storia nel tempo
Nel 1756 (Illuminismo) Voltaire scrisse il Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, in cui spiega l’interpretazione del passato che avveniva a quel tempo, individuando una serie di elementi preparatori del vero Moderno databili al XV secolo (la stampa, l’espansione dei Turchi, una nuova religione, un nuovo sistema politico, la bussola, la scoperta dell’America, la sottomissione del Nuovo Mondo, la comunicazione) e sottolineando il distaccamento da “predizioni chimeriche e oracoli”. Nel ‘700, infatti, si ha un distaccamento dalla concezione di storia del passato: nella visione cristiana, vi era una visione che non dava valore alla vita terrena in quanto vedeva la storia come lineare, un continuum verso l’apocalisse. Nell’Umanesimo, invece, la storia veniva vista come ciclica: historia come magistra vitae, ovvero, se pensiamo ad esempio a quanto scritto da Machiavelli, l’uomo era caratterizzato da elementi positivi e negativi perenni, che si ripresentavano in ogni tempo e non potevano essere superabili (continua quindi un dialogo con l’antico). L’Illuminismo stravolge questa visione proponendo la famosa frase «Siamo nani sulle spalle dei giganti»: siamo sulle spalle del passato ma guardiamo più avanti – idea di miglioramento.
Ricapitolando…
- L’idea di “moderno” nasce con la Rivoluzione francese, figlia dei nuclei di modernità dal Cinquecento (elementi che procurano uno sbalzo in avanti)
- Parte dall’Europa occidentale ma come idea diffusionista di progresso (quindi non importata, un continuo progresso)
- È conseguente al superamento delle Sacre Scritture
- È costituita da fenomeni aperti (Rivoluzione scientifica, …) che non sono fini a se stessi ma soggetti a un continuo progresso
La storia moderna e “non modernità” europea
Che cos’è quindi la storia moderna?
- Il periodo in cui il tempo si storicizza e la storia diventa progressiva («Dunque la storia non si pone più nel tempo, ma grazie al tempo. Il tempo acquista un carattere dinamico, poiché’ diventa una forza della storia stessa», Koselleck 1986)
- Dalle storie alla storia – Contemporaneità del non contemporaneo (Hegel): tutte le aree del mondo si sviluppano secondo un modello socio-politico o culturale che segue logiche simili e ha le stesse conseguenze
- Il periodo in cui l’Europa lentamente va a imporre il proprio “tempo al resto del mondo”: la modernità è una rappresentazione che gli europei hanno dato in base a un rapporto particolare con il tempo europeo, ma non una verità incontestabile
Secondo Weber, il passaggio al Moderno sarebbe potuto avvenire solo in Occidente (“Nur in Okzident”) perché è lì che sono avvenuti gli elementi preparatori. In realtà, si parla anche di “non modernità” europea, oggi perché non siamo più al centro a livello globale, ma poi anche perché questa modernità è stata intesa a livello europeo quando invece nei fatti non è stato così: essa è stata misurata solo nei territori che l’hanno vissuta (ad es. si parla di Rivoluzione industriale in Europa in un periodo in cui c’era solo in Inghilterra mentre Paesi come l’Italia erano molto più indietro) e la questione di come ogni Stato si è collegato alla modernità è molto complessa.
Fine del moderno in Europa
Come anticipato, non c’è una data precisa per la fine dell’epoca moderna. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, si iniziò però a riflettere sulla modernità: alcuni elementi di novità quali l’eugenetica e la bomba atomica non venivano più visti come progresso bensì piuttosto di possibile distruzione di esso. Due momenti spartiacque possono considerarsi Auschwitz (per i motivi sopra indicati) e la caduta del muro di Berlino (fine del blocco sovietico e nuovo corso della Germania nazionale, che si trovò in una situazione simile a quella dell’Europa delle nazioni unificate).
- Come già detto, alcuni fanno coincidere la fine del Moderno (e quindi, l’inizio del Contemporaneo), con la Rivoluzione francese, per alcuni aspetti in senso epistemologico
- Anche Osterhammel parla di un Moderno che termina con la Rivoluzione francese, a cui fa seguire un Lungo Ottocento che termina con la prima Guerra Mondiale
- Hobsbawn, invece, fa finire il Moderno più avanti, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a cui segue il Secolo Breve (Novecento/età Contemporanea) fino al 1989 (caduta muro di Berlino). Da qui in poi è l’Età degli estremi, per finire con un momento di transizione storica che stiamo vivendo ancora oggi
Questo momento di riflessione (dopo la IIGM) portò alla nascita di nuovi dubbi: furono riviste le Costituzioni, nacque l’Unione Europea e furono rivisti i rapporti con Cina e Stati Uniti. Ma quali sono gli elementi del Contemporaneo, caratteristici del passaggio ad un nuovo corso fra Otto e Novecento?
Elementi del contemporaneo
- Diverso rapporto con lo spazio, dalle sincronie e gli incroci alle profonde connessioni (globalizzazione diversa da quella della Rivoluzione industriale)
- Indipendenza nazionale e costituzionalismo rappresentativo: la globalizzazione diventa politica (e non più solo economica come nel Cinquecento), nasce l’idea che uno Stato debba essere una nazione e avere una Costituzione per avere un progresso
- Sviluppo dei mezzi di comunicazione, che sostengono la globalizzazione, quindi ferrovia e telegrafo: spazio e tempo si accorciano e unificano
- Irruzione delle masse nella storia, non più in senso negativo (si pensi la presa della Bastiglia), bensì come dimensione di una società ampia e paritaria (il Quarto Stato), in cui i singoli individui sono pensanti/critici: vi è una partecipazione dei consumi ma al contempo anche una liberazione dell’individuo
- Rapporto fra uomo e territorio: l’uomo incide sull’ambiente con la bonificazione, con la Rivoluzione industriale e quindi con l’urbanizzazione, che diventa metro della vita civile. Da questo momento studiamo la storia anche come impatto dell’uomo sulla Terra
- Nuova organizzazione del lavoro, dei salari, dei capitali dovuta all’affermazione della società industriale. Lo stato entra nella vita economica e la organizza (welfare state) perché la ricchezza di una nazione è la base del benessere di quella nazione e quindi il nostro come persone: pensiamo perciò che sia compito della nazione produrre un benessere che vada oltre la produzione (noi produciamo all’interno di una nazione e abbiamo un’aspettativa verso di essa che quindi non ha carattere globale ma carattere nazionale che si ripropone soprattutto nei momenti di crisi).
Tutti questi cambiamenti sono dunque avvenuti alla luce di quanto iniziato nel Cinquecento.
La globalizzazione - definizione
Il termine “globalizzazione” fu coniato nel 1959 nella rivista economica Economist, per parlare dell’impatto delle aziende a livello globale.
GLOBALIZZAZIONE = aumento delle intersezioni e interconnessioni fra le varie parti del mondo, con le conseguenze che fenomeni politici, sociali, economici, ma anche geografici e ambientali che avvengono in un’area possono avere ripercussioni sulle altre aree del mondo. Quindi… consiste nell’emergere di società sempre più interconnesse e interculturali, l’abbattimento dei confini (economici, politici, culturali, …) e maggiori connessioni interpersonali su scala sempre più vasta.
Elementi della globalizzazione
- Merci
- Uomini
- Informazioni
Durante la globalizzazione si sono espanse le interazioni che coinvolgono questi tre elementi, che hanno avuto un impatto sociale sulla vita dell’uomo, in 4 dimensioni:
- Estensione delle reti, incontro fra culture molto diverse
- Intensità dei rapporti e dei contatti sociali, che sono diventati regolari (con le scoperte geografiche le reti sono caratterizzate da rapporti intensi e regolari, ad esempio la Carreira da Indias del ‘500)
- Velocità dei flussi e dei contatti (sviluppo dell’industria marittima, telegrafo, macchine a vapore)
- Impatto esercitato dall’interconnessione che va oltre gli uomini e le donne direttamente coinvolti come un equipaggio che vede direttamente i cinesi (es. l’introduzione del mais, le malattie nel Nuovo Mondo, il commercio delle spezie)
Quando inizia la globalizzazione
Tradizionalmente, si fa iniziare la globalizzazione con la fase delle scoperte geografiche, anche se non vi sono delle date precise, perché dipende anche dal punto di vista (economico/storico/politico, …) che si prende in considerazione. Si parlerà di “epoca della globalizzazione” dagli anni ’90, ma generalmente il processo di globalizzazione si intende iniziato verso la metà del ‘400, sviluppato in 4 fasi non consecutive (quindi non si tratta di un progresso infinito!), perché vi sono momenti come le guerre o le fasi di protezionismo nei quali le interazioni sono più difficili.
- 1492 – 1650: fase delle scoperte geografiche
- 1700 – 1800 ca: nuovo slancio dal ‘700, prima pausa per le conseguenze della Guerra dei Trent’anni finita del 1648
- 1870 – 1914: sviluppo della nazione a livello globale, imperialismo europeo
- 1970 – oggi: soprattutto fattori economici, prima pausa per le guerre mondiali
Ovviamente, però, il processo di globalizzazione avvenne a partire da reti già presenti, come la Via della Seta.
La via della seta
La via della seta era un sistema coerente di scambio e interdipendente che nel ‘300 collegava Europa e Asia con al centro il Medio Oriente. Era percorsa non solo da mercanti, ma anche religiosi, politici, ecc. Lo scopo era raggiungere i tessuti indiani per l’esportazione, i tappeti, la porcellana, le materie prime dall’India come spezie (pepe, noce moscata, zenzero, zafferano e cannella usati per la conservazione, la farmacopea, e la tintura dei tessuti), la seta, le materie tintorie e i diamanti.
Alcune città erano metropoli della via della seta, ed erano abitate dai rappresentanti delle repubbliche marinare (Venezia, Livorno, Genova) e da spagnoli. Si tratta di: Damasco, Baghdad, Kaffa (sul mar Nero, per passarci dovevano pagare un tributo), Alessandria d’Egitto (la porta per l’Europa dall’Africa), Aleppo e Hormuz.
A partire dai viaggi dei mercanti che l’attraversavano, come il veneziano Niccolò Conti (conosceva bene la lingua Persiana, si convertirà all’islam e aprirà un’impresa commerciale con i Mori), vennero creati dei planisferi.
Tratte commerciali
- Via Carovaniera – dalla Cina (porti di Macao, Canton e Quanzhou) direttamente verso il mar Nero o verso le Molucche, per seta, porcellane e riso
- Dalle Molucche (soprattutto Malacca nel sud della Malesia) spezie portate in India da mercanti indocinesi
- Dall’India (porti di Surat, Bengala, Calicut e Goa) o dallo Sri Lanka, le spezie delle Molucche più cotone, indaco e diamanti
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