Storia moderna 2
Prof. Antonio Trampus
Università Ca' Foscari Venezia
Anno Accademico 2016-2017
Lezione 1: 07/02/2017 - Abbiamo bisogno di confini?
Cerchiamo di vedere come dietro il confine si nascondano atteggiamenti di carattere culturale di grande rilevanza nell’ambito delle Relazioni Internazionali (RI). Negli ultimi tempi si è tornati a parlare del confine come grande tema della politica internazionale. I confini sono visti oggi come strumento per potere affermare la propria identità (Trump).
Negli ultimi settant’anni si è cercato di rendere meno visibili i confini che hanno accompagnato cento anni di storia europea ed occidentale. Noi siamo nati in un’Europa in cui dei confini vi è pochissima traccia visibile. Non esiste più un confine neanche dal punto di vista monetario. Abbiamo rimosso e siamo riusciti a rimuovere il problema del confine che adesso viene drammaticamente e nuovamente posto, sia per eventi esterni (migrazioni e guerre) e sia perché si sta perdendo la memoria di cosa fosse l’Europa con quei confini che sono scomparsi.
Parlare di confini è fare un richiamo al presente. Dobbiamo prima capire cosa sia un confine superando la prima scontata e banale risposta che ciascuno di noi potrebbe darne. Cercheremo perciò di far vedere che dentro di noi esiste una molteplicità di significati di questa parola che risale a molto tempo fa e che ci portiamo dietro con i riflessi quotidiani che diventano anche riflessi politici. Cercheremo di sezionare questo concetto per capire quanti e quanto diversi sono i significati che questa parola si porta dietro.
Per fare ciò dovremo utilizzare una serie di strumenti di lavoro che non sono quelli abituali dello studio della storia (fonti scritte, documenti, analisi dei documenti, filologia, canoni molto tradizionali visibili nei manuali). Per riuscire a fare un’opera di sezione dei significati di confine dobbiamo mettere in campo strumenti che appartengono alle cosiddette scienze sociali, all’antropologia, sociologia, geografia, letteratura, linguistica; è ammesso tutto purché sia utile allo scopo che ci prefiggiamo di raggiungere.
Abbiamo veramente bisogno dei confini e perché?
La risposta che diamo da subito, l’ipotesi su cui iniziamo a lavorare è che l’essere umano abbia continuamente bisogno di confini per una serie di ragioni sociali, antropologiche e storiche che a seconda dei momenti storici diventano più o meno visibili. L’esistenza di confini è qualcosa di connaturato all’essere umano che ci accompagna sempre in maniera più o meno visibile e che sono i diversi contesti ad attenuare o piuttosto ad esaltare. È importante mettere in evidenza i confini che esistono laddove noi li usiamo senza avere la consapevolezza di usarli.
La prima osservazione da cui partire è quindi il fatto che, inteso in senso molto generico, il confine sia sempre la delimitazione di uno spazio, non solo uno spazio fisico da come lo intendiamo dal punto vista della politica e del diritto internazionale, ma molto spesso delimita uno spazio sociale, serve per identificare un gruppo, un luogo inteso in senso non geografico nel quale e attraverso il quale sono riconoscibili determinati legami tra gli individui. Il confine è un fenomeno sociale che detiene all’identità dei gruppi prima ancora che a quella dei singoli. Si tratta di delimitazioni che non servono a distinguere il singolo e le persone ma diversi gruppi sociali l’uno dall’altro a partire da confini fisici a noi noti come il confine che percorriamo la mattina per andare a lezione attraverso il Ponte della Libertà che rappresenta la separazione tra Venezia, città insulare, e il resto della terraferma. La stessa interpretazione potrebbe esser fatta se tracciamo una linea sulla soglia della porta dell’aula. Nel momento in cui attraversiamo quel confine diventiamo alunni della stessa classe che condividono stesse regole di comportamento per cui anche la soglia della porta è un confine.
I confini vengono utilizzati per veicolare determinati messaggi come fa il marketing pubblicitario che utilizza questa dinamica per trasmetterci una serie di messaggi identitari che ci spingono verso la logica dell’appartenenza e delle differenze segnate dall’esistenza di un limite più o meno visibile che può essere creato.
Nel 2009 l’Aeroporto Marco Polo di Venezia ha fatto una pubblicità per mostrare che anch’esso facesse parte della stessa città di Venezia che ha in questo modo dovuto abbattere confini territoriali evidenti e che di fatto rendono distante mentre la pubblicità non li rende più percepibili. Questo per dire che siamo pieni di confini nel senso di barriere e distanze ma è il contesto che non ce li fa più percepire o ce li fa percepire in maniera attenuata.
Come comunichiamo l’esistenza di un confine?
Non abbiamo solo confini politici o tra gli Stati ma siamo circondati da confini. Come riconoscerli? Quali strumenti mettere in campo? Se i confini dipendono dal sistema di relazioni instaurato da una comunità allora dobbiamo provare a capire la molteplicità di strumenti che un gruppo può usare per comunicare il proprio spazio e il proprio limite. Se siamo un gruppo, come raccontarlo ad altri e spiegare che questo finisce entro un determinato confine? Adottiamo dei linguaggi, comportamenti molto variegati che nel caso del confine si articolano essenzialmente su tre livelli:
- Uno è la modalità d’uso, il modo in cui usiamo un confine attraverso la regola, la legge, il diritto internazionale. Questa modalità è ciò che chiamiamo la regola, la norma, il diritto internazionale. La norma è la regola data ed è il riflesso di un comportamento.
- Modalità di identificazione: il segno sul territorio in cui non c’è bisogno della regola, ad esempio il Ponte della Libertà, il segno sul territorio è l’acqua, un elemento naturale che non dà una regola. Mentre siamo abituati a conoscere e riconoscere le regole, per i segni sul territori abbiamo perso la capacità di riconoscerli perché abbiamo perduto il codice che ci permetteva di riconoscerli.
- Lingua utilizzata, l’uso della lingua, che non è soltanto una lingua nel senso puramente linguistico. Ad esempio, possiamo non accorgerci di passare il confine tra Italia ed Austria perché non c’è più segno sul territorio o regola che ci dica di fermarci a mostrare passaporto ma per il fatto che ci rendiamo conto di parlare una lingua diversa. Un confine esiste per esempio tra ambito domestico e vita quotidiana quando in casa si parla dialetto e fuori casa la lingua italiana. Il passaggio da un registro diverso è un confine. Un altro confine linguistico può essere il momento in cui scriviamo la tesi o facciamo un esame e ci accorgiamo di dover utilizzare un registro che crea un confine tra quel tipo di situazione rispetto alla vita quotidiana che si svolge attraverso altre regole che la società si dà e accetta.
Abbiamo quindi tre elementi che ci fanno vedere come parlare di questo tema sia complicato perché mette in campo una serie di strumenti a cui non diamo molta importanza ma che sono presenti nella nostra quotidianità. Allo stesso modo possiamo dare rilievo ad una serie di segni di cui siamo cosparsi dappertutto che ci raccontano come i diversi contesti e i gruppi sociali abbiano utilizzato nella storia il concetto di confine.
Regola: esempio di uso prescrittivo - Lapide ghetto di Venezia
Venezia è città che per prima ha utilizzato e inventato la parola ghetto e ha delimitato la città con una sorta di isola all’interno dell’isola stessa ed era la zona in cui era insediata la comunità ebraica. La parola ghetto poi è entrata nel linguaggio comune e viene usata per descrivere aree di isolamento ed emarginazione. Il ghetto di Venezia, prima ancora di essere riconoscibile attraverso segni esteriori legati al portamento degli abitanti, era riconoscibile attraverso regole di tipo prescrittivo che consentivano agli ebrei di svolgere attività in quell’area e ai cattolici non in quell’area. Queste regole erano scolpite nella pietra e poste all’ingresso dei luoghi strategici. Questa modalità di tipo prescrittivo è un confine che c’è anche nella quotidianità - "Vietato fumare" - dentro quel confine non puoi fumare.
La regola dunque ci consente di identificare un confine ma non solo un confine politico dello Stato ma anche una varietà di confini che ci accompagnano nella quotidianità. Tutta una serie che le comunità si danno sono regole che rendono riconoscibile il confine rispetto agli altri che non sono tenuti a seguire ed applicare quelle regole. La regola viene usata per riconoscere confini anche nella quotidianità e nella vita sociale.
Modalità di identificazione: Carcassonne (Francia)
Il segno sul terreno è un altro modo di comunicare l’esistenza del confine che con il tempo abbiamo abbandonato ma era ben presente quando è stata costruita la città di Carcassonne, una delle tipiche città murate che immaginiamo quando pensiamo ad una città medievale, caratterizzata dalla cinta delle mura che è accompagnata davanti da un fossato. Questi sono dei segni sul territorio che con il tempo sono stati volutamente cancellati o riscoperti in determinati momenti storici.
Lingua utilizzata
Il segno linguistico non è un segno fisico, non è una regola con carattere prescrittivo e non è neanche un segno sul territorio. Il segno linguistico è quello che abbiamo fatto più fatica a rimuovere ma è anche il più attuale che ci viene posto dinnanzi.
Lezione 2: 14/02/2016 - Modalità di riconoscimento dei confini
Quando parliamo di confini dobbiamo impegnarci a riconoscerli secondo modalità differenti. Il confine si trova quotidianamente nella nostra vita e viene comunicato con modalità differenti.
Le tre modalità fondamentali con cui si esprime un confine sono:
- Modalità d’uso, una regola, legge che stabilisce il confine degli Stati.
- Segni sul territorio che possono essere naturali o artificiali, possiamo noi creare dei segni sul territorio che rendano riconoscibile la distinzione tra due parti. La città di Carcassonne ad esempio mostra due segni, opere artificiali dell’uomo, le mura e il fossato.
- Uso della lingua ossia uso di lingue diverse o diverse modalità di comunicare all’interno della stessa lingua. Anche all’interno dell’italiano usiamo diversi registri linguistici.
Sono modalità che l’essere umano si è dato, perfezionato nel corso del tempo per rendere visibile l’esistenza di un limite, confine tra situazioni diverse. È un messaggio che sta dietro l’esistenza di un confine linguistico.
Il confine nella globalizzazione
Una delle grandi questioni che rendono attuale il problema del confine è quella della globalizzazione. La globalizzazione è un fenomeno tipico delle RI del ventesimo secolo e che si è formato a seguito della velocizzazione dei mezzi di comunicazione che ha reso non solo istantanee le comunicazioni ma anche l’economia, più integrate e dipendenti tra loro economicamente le varie parti del mondo ed è stata accompagnata da forme più o meno accentuate di interdipendenza tra Stati.
Uno degli effetti della globalizzazione è che essa in questo processo così veloce e di concentrazione e vicinanza di tutte le parti del nostro pianeta tende a far scomparire i confini. Sotto i nostri occhi il confine esiste fino a quando non veniamo fermati a mostrare il passaporto una volta che cambiamo Stato. Annullando le distanze si sono annullati i confini e tendono ad annullarsi anche le forme di esclusione.
La globalizzazione paradossalmente, nel momento stesso in cui faceva scomparire i confini o li rendeva più visibili, ha fatto emergere con più forza il bisogno delle persone di stabilire questi confini, ha prodotto l’effetto artificiale di scomparsa e attenuazione dei confini che viceversa l’essere umano ha bisogno di affermare. È parte della natura umana il bisogno di rendere riconoscibili dei confini. Ogni spinta che porta all’annullamento di questi bisogni produce il bisogno di esprimerli in un qualche modo, l’effetto contrario.
Adottiamo quotidianamente comportamenti che tendono a renderci riconoscibili in quanto differenti. È un meccanismo innato. Ma se questo è un meccanismo innato, ogni comportamento che tende a ridurlo o ad annullarlo è destinato ad avere efficacia limitata e a produrre una reazione contraria. Tutto questo per dire che una delle cause della riscoperta del confine sta proprio nella reazione alla globalizzazione come politica internazionale e non solo economica che ha accompagnato la seconda metà dell’Ottocento.
Dentro le parole: confini
Partiamo dai meccanismi che muovono l’essere umano e per prima cosa facciamo un’operazione di sezionamento linguistico. Quest’operazione ci consente di capire che attorno all’idea del limite che separa uno Stato dall’altro, una comunità rispetto all’altra, la cultura moderna e contemporanea ha sovrapposto molti significati diversi che devono essere per quanto possibile rivelati e semplificati.
Noi siamo abituati nel linguaggio comune a usare la parola confine in un senso polisemico, le attribuiamo tanti significati diversi. Non è confine solo tra Stati ma confine linguistico, mentale... Noi siamo soprattutto abituati a confondere il confine con la frontiera che è un altro termine usato nel linguaggio politico e culturale che ha dei significati diversi. Sezionando la parola confine ci si può accorgere che è una parola che nasce dall’unione di due termini, uno solo dei quali indica confine (fines), "con" è una particella che è stata aggiunta, un qualcosa che qualifica il limite che separa. "Con" come preposizione unisce. Questo fa subito capire una cosa che nell’uso continuo della parola noi trascuriamo ossia che il limite rappresentato dal confine non sia qualcosa che divide ma che unisce. Il confine unisce e non divide o separa. La linea del confine deve essere sempre stabilita di accordo tra due soggetti, due parti che stanno da una o dall’altra parte, è sempre frutto di un accordo bilaterale. I confini tra Stati sono il frutto di trattati internazionali, di un accordo. Il vero confine è sempre frutto di un accordo che non serve sia scritto ma è una regola che viene sempre accettata.
Un confine vero e proprio è sempre il risultato di una accordo tra due parti e in quanto tale non è facile cambiare il confine perché cambiare il luogo in cui passa bisogna cambiare l’accordo. Se voglio cambiare confine linguistico questo cambia attraverso l’uso della lingua che ne viene fatta dalle popolazioni. Il confine è poco mobile, richiede un incontro di volontà.
Proprio perché fissare la linea di confine richiede un accordo diventa un luogo ricco di scambi perché il confine è condiviso dall’una e dall’altra parte. Nella politica internazionale anche dei giorni nostri, i confini sono i luoghi in cui i passaggi sono più intensi, anche quelli che sembrano più rigidi. Un esempio è dato dal muro tra Israeliani e Palestinesi dove vi sono centinaia di lavoratori che quotidianamente si spostano nelle due zone diverse. I confini tra gli Stati (Italia e Jugoslavia) era il confine dove la gente passava da una parte all’altra semplicemente. Il confine non è solo il luogo di incontro di volontà ma è anche il frutto di un contatto. La parola confine porta con sé anche dei significati di natura simbolica che abbiamo disimparato a riconoscere ma che fanno parte della nostra storia.
Il confine simbolico
Nei tempi più antichi si utilizzavano le immagini per comunicare. Le immagini non erano oggetto d’interpretazione ma di lettura, era il modo di comunicare perché la maggior parte delle persone erano analfabete. La valenza simbolica del confine in età moderna è legata fortemente al segno che viene fatto sul territorio. In età moderna non basta affermare l’esistenza del confine ma occorre segnarlo sul territorio, è un messaggio dell’esistenza di questo concetto, rendo visibile ciò che sta accadendo a parole.
Il confine in particolare è sempre stato associato ad un particolare segno sulla terra che è il solco, un segno di carattere fortemente simbolico e fisico perché il solco sulla terra implica l’intervento dell’uomo sulla natura. Il solco diventa simbolicamente il senso del sacrificio perché richiede impegno e fatica e originariamente solo alcune persone avevano il potere di compiere l’operazione di tracciare il solco sulla terra. Anticamente lo poteva fare il Re quando fondava una città e l’operazione era di carattere religioso, era un gesto di autorevolezza e un gesto sacro. Al giorno d’oggi tracciare un confine è ancora un segno accompagnato da elementi di forte significato simbolico anche se fortemente attenuati nel corso del tempo.
Frontiere
Rispetto al confine che è un atto condiviso, un atto importante dal punto di vista politico e quasi sacro, la frontiera è qualcosa di molto diverso. Nella parola frontiera, la prima parte è fronte, qualcosa che sta di fronte. La frontiera è sempre un luogo di contrapposizione, non è un luogo di scambio come il confine. La frontiera può essere definita in negativo rispetto a tutte le qualità del confine. Se il confine è permeabile, la frontiera non lo è, non è così facile penetrare in una frontiera. Se il confine nasce da un accordo tra le due parti, la frontiera viene definita unilateralmente. La chiusura delle frontiere è un atto unilaterale. La frontiera è il limite, la contrapposizione che separa ciò che è noto e conosciuto (in cui ci troviamo).
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