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Capitolo 1 – La teoria dell’impresa

1. La riflessione in tema di imprenditore

La teoria economica, pur riconoscendo la decisiva responsabilità dell’imprenditore nelle scelte strategiche dell’azienda, ha incontrato non poche difficoltà nell’identificarne i contorni, di per sé ambigui e poco definiti, e nel renderne in qualche modo analitica la vaghezza concettuale. Proprio perché estremamente dinamiche, le prerogative e le capacità di un tale attore economico non possono essere adeguatamente analizzate attraverso i metodi e gli strumenti tradizionali (essenzialmente quantitativi) e, ancor meno, costrette entro modelli generali, validi in assoluto.

D’altra parte, nell’ideale economia oggetto di studio del mainstream economico - quello di impostazione neoclassico-marginalista - non c’è spazio per l’incertezza, le asimmetrie informative, le esternalità e la cattiva allocazione delle risorse: è un contesto statico, dominato da un’insiata tendenza all’equilibrio tra offerta e domanda, in cui elementi dinamici, e quindi perturbatori, quali le iniziative imprenditoriali, non vengono nemmeno ipotizzati. Non è un caso che i contributi più significativi riguardo alla natura e alla performance dell’imprenditore siano pervenuti dalle scienze umane e dalle scienze sociali (sociologia, antropologia, psicologia e soprattutto storia).

A partire dalla rivoluzione industriale, l’eventuale interesse teorico veniva rivolto alla figura e al ruolo del capitalista (o al massimo del capitalista/imprenditore). Con il progressivo estendersi della seconda grande onda dell’industrializzazione moderna (legata alle tecnologie dell’elettricità e della catena di montaggio, alle economie di scala, ai rilevanti investimenti in capitale fisso) si aprì qualunque spazio per la riflessione intorno alla figura dell’imprenditore, presto però ridimensionato dall’attenzione prestata alla rivoluzione manageriale e alle organizzazioni burocratiche della grande impresa di tipo fordista.

Verso la fine del secolo scorso, invece, si è avuto un notevole ritorno di interesse per l’imprenditore, spiegabile, per un verso, con i cambiamenti nelle strutture e nei comportamenti delle imprese innescati dall’affermarsi delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per alcuni una vera e propria terza rivoluzione industriale; dall’altro, con la crescente consapevolezza che forme di organizzazione produttiva diverse da quella della grande impresa manageriale non solo sopravvivevano, ma anzi, in contesti anche molto differenti, sembravano prosperare.

1.1 La tradizione continentale

Per quanto riguarda l’imprenditore, è utile enucleare una sorta di dicotomia fra due tradizioni di ricerca: quella continentale, che, prendendo le mosse dall’Italia tardomedievale, giunge fino a Schumpeter e ai suoi epigoni; e quella anglosassone, che, originata nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, raggiungerà la sua massima fioritura negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Nella tradizione continentale, in cui prevale un approccio ermeneutico-interpretativo, la rappresentazione del processo economico lascia spazio per l’agire individuale e per la vitalità e creatività dei soggetti economici. Viceversa, in quella anglosassone la ricerca del funzionamento oggettivo del sistema economico rigetta un’analisi del comportamento individuale distinta e indipendente dalle dinamiche delle macrograndezze economiche.

Risalgono all’Italia prerinascimentale i primi tentativi di legittimazione del profitto come remunerazione del rischio e dell’incertezza connessi con quell’attività mercantile divenuta ormai tratto dominante di ampi settori della società dell’epoca. Fu questo un passaggio tanto arduo quanto cruciale nel processo che avrebbe portato all’affermazione di una civiltà dalla forte connotazione mercantil-imprenditoriale e dello stesso sistema capitalistico.

Non si potrebbe spiegare adeguatamente il successo dell’economia italiana fino a 600 senza riconoscere il ruolo fondamentale svolto da una dinamica e continuamente rinnovata classe di imprenditori. Ne erano consapevoli mercanti e uomini di pensiero del tempo, che contribuirono alla definitiva legittimazione della professione mercantile e delle attività economiche, oltre che a una prima definizione dei contorni e del ruolo dell’imprenditore.

È, tuttavia, un francese, Cantillon – vissuto a cavallo del 700 – ad aver introdotto nel linguaggio economico il termine entrepreneur, con il quale egli identificava colui che cerca di sfruttare le opportunità del mercato create dalla discrepanza fra domanda e offerta, reputandolo “il vero organizzatore di tutto ciò che si produce”. Gli imprenditori rappresentavano una delle tre categorie (con salariati e proprietari) in cui Cantillon raggruppava gli agenti economici: l’unica caratterizzata da un rischio effettivo, derivante dalla volontà di comprare a un prezzo certo e vendere a un prezzo incerto, per realizzare il guadagno determinato dall’eventuale differenza: si è imprenditori in quanto disposti ad assumersi il rischio della previsione. Nell’Europa continentale sette-ottocentesca ulteriori approfondimenti teorici concernenti la figura dell’imprenditore si trovano soprattutto nei lavori di Baudeau, Gioia e Say.

  • Baudeau, grazie a lui la dottrina fisiocratica riconobbe uno specifico ruolo alla classe imprenditoriale nell’attività economica, in particolare in quella agricola. Tale classe era mossa dal profitto assicurato dalle iniziative volte a perfezionare l’agricoltura, comprimere i costi e aumentare la produzione. L’imprenditore doveva quindi essere ben distinto dal proprietario e dal salariato, essendo colui che metteva in atto le migliorie, correva i rischi e affrontava tutte le fatiche e le incertezze: al concetto di rischio si associa ora quello di miglioria, di innovazione.
  • Gioia, in Italia ulteriori spunti concettuali sono offerti dalle riflessioni di Gioia per il quale gli imprenditori sono agenti intermedi tra i proprietari e i capitalisti, da una parte, e la massa degli operai, dall’altra: sono i centri da cui parte il movimento sociale, sono i canali da cui si diffondono le ricchezze di tutti e si ripartono secondo i titolo di ciascuno.
  • Say, fu il primo economista a sottolineare con forza il ruolo manageriale dell’imprenditore, ponendo una chiara distinzione tra la funzione di fornire capitale a un’impresa industriale e quella di dirigere e controllare la produzione. Colui che svolgeva questa funzione, l’imprenditore appunto, doveva essere dotato di retto giudizio e di perseveranza: l’essenza della sua attività consisteva nel mettere in atto tutte le operazioni indispensabili alla creazione dei prodotti per il consumo, ovvero nell’applicare la conoscenza. Per Say l’imprenditore è l’agente principale della produzione; emergeva così la componente soggettiva dell’attività creativa dell’imprenditore, declinata però in un contesto ancora statico, quello classico dell’equilibrio (sarà con Schumpeter che la figura dell’imprenditore verrà collocata in una prospettiva dinamica).

1.2 La tradizione della scuola economica anglosassone

Negli schemi analitici della scuola economica classica inglese, in cui la funzione imprenditoriale risultò trascurata almeno fino alla metà dell’800, permase a lungo l’influenza del padre fondatore dell’economia politica, Smith. Di fatto, nella “Ricchezza delle nazioni” Smith ignorava la figura dell’imprenditore: da una parte egli coglieva concettualmente la differenza, a livello di funzione, fra l’attività di procurare lo stock di capitale necessario all’attività produttiva, in cambio di profitti, e quella di ispezione e direzione, retribuita da salario; dall’altra, però, identificava i titolari delle due funzioni in un solo soggetto, non distinguendo fra capitalista e imprenditore (per il quale non esisteva nemmeno un termine inglese equivalente al francese entrepreneur).

L’undertaker o il projector o l’employer erano in ultima analisi per Smith sinonimi di proprietario dell’impresa, ovvero di capitalista. Va tenuto presente che ai tempi in cui Smith scriveva, cioè agli albori della prima rivoluzione industriale quando le fabbriche erano quasi sempre di dimensione limitata e le imprese assumevano la tradizionale struttura monofunzionale (forma organizzativa in cui tutte le decisioni ricadevano sul titolare che era al tempo stesso proprietario, manager e capitalista, al più coadiuvato da qualche famigliare e da un contabile) non vi era ancora un mercato del credito e alle necessità finanziarie provvedeva il proprietario che, al limite, allargava la raccolta a qualche parente o amico.

Sulla falsariga di Smith si mosse anche l’altro padre dell’economia classica, Ricardo, che si interessò allo schema del reddito, alla legge della domanda e dell’offerta e allo schema di formazione dei prezzi di Say ma nessuna attenzione venne riservata alla funzione imprenditoriale. Pur riconoscendo che il capitalista che “avesse fatto l’invenzione della macchina o che per primo l’avesse utilmente impiegata” avrebbe goduto di un vantaggio supplementare, realizzando per un certo tempo ingenti profitti, Ricardo non identificava nella capacità innovativa la caratteristica distintiva del capitalista/imprenditore rispetto agli altri capitalisti. Piuttosto considerava la produzione e l’investimento di capitale come un processo più o meno automatico, che non comportava alcuna scelta critica e nessuna valutazione sul rischio. Il meccanismo cruciale che stava alla base del sistema economico e del suo sviluppo era l’accumulazione di capitale, la cui genesi andava ricercata nei profitti realizzati dal capitalista in quanto fornitore e detentore del capitale e non in quanto imprenditore.

Questa posizione rimase sostanzialmente immutata in Mill e Marx sebbene in entrambi qualche interessante accento di novità (entrambi avevano sotto gli occhi una realtà ben diversa da quella di Smith e, in parte, anche di Ricardo). Nell’Inghilterra vittoriana – con imprese di notevoli dimensioni, un dinamico mercato di capitali e l’affermazione delle società per azioni – non era più possibile mantenere una stretta identificazione tra proprietà e direzione d’impresa. Mill introduceva nel suo idioma il termine entrepreneur al quale attribuiva la connotazione di dirigente stipendiato, retribuito con una quota del monte salari e non titolare quindi di una funzione autonoma. L’entrepreneur milliano era un manager, il cui coinvolgimento personale nei destini dell’impresa era condizionato dalla misura del suo salario e dalla presenza dell’“occhio del padrone”.

Per certi versi, Marx sembrava procedere oltre Mill sulla strada della rivendicazione di un ruolo autonomo e determinante dell’imprenditore nel processo produttivo, salvo poi sostenere che il guadagno d’imprenditore è piuttosto un salario di controllo, più alto di quello del comune operaio, in quanto retribuzione di un lavoro più complesso e autodeterminato. Marx appare pertanto pienamente inserito nell’evoluzione del pensiero classico britannico.

1.3 Marshall, Knight, Schumpeter: la sintesi difficile

Sul finire dell’800, in Italia, Francia e Svizzera, la teoria dell’equilibrio economico generale, con Pareto e Walras, elimina la figura dell’imprenditore, poiché l’imprenditore non costituisce un fattore di produzione come il capitale e il lavoro e quindi non viene ricompensato per una sua funzione specifica. In Inghilterra, invece, Marshall di fatto rompe la tradizione precedente dando vita all’analisi degli equilibri parziali; inaugura un ambito di studi, quello dell’economia industriale, in cui riserva all’imprenditore un ruolo specifico. È il ruolo di organizzatore della produzione, retribuito con una quota dei profitti; osserva infatti che “sembra preferibile in certi casi riconoscere l’organizzazione come un quarto fattore della produzione”.

Marshall tende a limitare questi casi soprattutto alle piccole e medie imprese, in cui è più facile ascendere dal ruolo di lavoratore a quello di imprenditore. L’interesse marshalliano per l’impresa media lo porta a porre l’accento sull’attività di routine, sul quotidiano dispiegarsi dell’attività economica: dunque l’imprenditore non è l’eroe schumpeteriano che provoca shock esogeni al sistema, rompendo l’equilibrio, ma è uno dei soggetti economici che operano nel sistema “immerso nella densa tessitura delle relazioni di mercato, in un continuum che lo collega agli altri comprimari dell’economia”.

In Europa la tradizione continentale non era certo esaurita: essa riemerse in Germania e in Austria con Weber, Sombart e Schumpeter. Fondamentale premessa fu l’opera di Menger, per il quale oggetto dell’analisi scientifica dell’economia potevano essere soltanto i comportamenti degli agenti individuali, consumatori o imprenditori, mentre non potevano avere alcuna solidità analitica gli studi macroeconomici di aggregati quali il reddito o la ricchezza nazionali.

Non c’è dubbio che dei tre autori, Schumpeter sia stato quello che ha maggiormente influito sull’elaborazione teorica successiva, tanto che “l’imprenditore schumpeteriano” è stato identificato con l’imprenditore tout court. L’imprenditore, nello specifico l’imprenditore-innovatore, è l’anima del capitalismo, il primo motore dello sviluppo economico. Rompendo con la teoria ortodossa, Schumpeter si interessa al funzionamento dinamico del sistema, osservando come la storia del capitalismo è segnata da esplosioni e catastrofi violente che ci devono indurre a smettere di pensare ad esso come a qualcosa per sua natura armonioso e senza scosse.

Questi squilibri (i cicli economici) sono indotti dall’azione dinamica degli imprenditori-innovatori che mettono in atto nuove combinazioni economiche e che trasformando le invenzioni in innovazioni, rendendo cioè le invenzioni sfruttabili economicamente, fanno da ponte fra il progredire della scienza e della tecnologia e quello dell’economia. Il rischio cui vanno incontro è ripagato dai profitti assicurati dalla posizione di rendita monopolistica che temporaneamente l’innovazione assicura loro (temporaneamente perché bene presto l’innovazione tenderà ad essere imitata e affinata dalla concorrenza; non solo, essa stimolerà altri progressi, mettendo in atto di volta in volta fasi più o meno intense di attività innovativa nei vari settori produttivi che squilibrano il sistema).

Le innovazioni tendono ad affollarsi in grappoli e a concentrarsi in settori specifici (come nel caso dei miglioramenti nelle imprese tessili britanniche ai tempi della rivoluzione industriale). Da ciò per Schumpeter derivava la natura ciclica e fluttuante del processo di crescita capitalistica. Egli dedicò la sua attenzione ai cicli di lungo periodo, le cosiddette “onde lunghe” di Kondratieff, di durata più o meno cinquantennale. Ne identificò tre: il primo (1786-1842) connotato dal cluster di innovazioni nel settore tessile e metallurgico della prima rivoluzione industriale; il secondo (1843-97) che aveva nelle ferrovie e nelle attività innovative ad esso collegate il suo paradigma dominante; il terzo, ancora in svolgimento quando scriveva, caratterizzato dal dinamismo dei settori elettrico, chimico e automobilistico.

Al capitalismo imprenditoriale gradualmente si sostituì il capitalismo del big business, in cui i manager (e non più gli imprenditori) erano gli attori principali del progresso, mentre l’attività innovativa diveniva endogena al sistema delle imprese che la sviluppava attraverso un costante sforzo delle sue unità di ricerca specializzate. Schumpeter, in questa seconda fase, sembrava cogliere appieno quei caratteri della trasformazione in atto nel capitalismo americano. Il “secondo” Schumpeter (americano; primo europeo) sarà fonte di ispirazione per autori fondamentali come Galbraith e Chandler, per i quali la funzione imprenditoriale e l’attività innovativa divengono la discriminante per l’affermazione e il successo della grande impresa.

Nell’America del 900 emerge una linea di ricerca di matrice istituzionalista che partendo da Knight arriva a Coase e Williamson. Per Knight l’aspetto che definisce l’imprenditore non è più l’innovazione ma il rischio e l’incertezza. Mentre il rischio è qualcosa di misurabile ex ante dall’operatore economico, l’incertezza non lo è, perché implica situazioni nuove e sconosciute. Quando è presente l’incertezza e il compito di decidere cosa e come fare conquista la precedenza su quello di eseguire, diventa imperativa la centralizzazione di questa funzione di decisione e di controllo. Il profitto dell’imprenditore è la retribuzione che egli ottiene nel portare a termine quei compiti e la sua funzione si esplica anche in ambiente neoclassico, ovvero in presenza di concorrenza perfetta e in situazione di stabile equilibrio di lungo periodo.

Alcuni spunti di Knight vennero ripresi da Coase e Williamson, anche se con essi l’enfasi si sposta dall’imprenditore all’impresa.

1.4 Dalla scuola neo-austriaca alla “entrepreneurial history”

Fra i più interessanti contributi teorici in materia di imprenditorialità della seconda metà del 900 sono da annoverare quelli della cosiddetta scuola neo-austriaca, che spiegano la superiorità dell’economia di mercato rispetto a sistemi alternativi con la sua capacità.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vale1801 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia d'impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Piluso Giandomenico.
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