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Sociologia

Concetti fondamentali della sociologia

Conviene partire dalle definizioni di concetti quali agire sociale, relazione sociale, interazione sociale, istituzione, e ruolo ecc.; essi, infatti, costituiscono un vocabolario essenziale e una grammatica di base dell’analisi sociologica. Successivamente, passeremo all’analisi di alcune caratteristiche generali dei gruppi (informali e organizzati), delle reti, del comportamento collettivo.

Agire sociale

Seguendo la definizione che ne dà Weber in Economia e Società (1922) è:

  • Una condotta (Verhalten = fare, tralasciare o subire)
  • Intenzionale, da parte di uno o più soggetti
  • Riferita al comportamento di altri individui
  • Orientata in base a quest’ultimo

Si deve intendere un agire che sia riferito – secondo il suo senso, intenzionato dall’agente o dagli agenti – alla condotta di altri individui, e orientato nel suo corso in base a questa.

Forme dell’agire sociale

  • Agire razionale rispetto allo scopo (razionalità teleologica)
  • Agire razionale rispetto al valore (razionalità assiologica)
  • Agire affettivo
  • Agire tradizionale

L’azione sociale concretamente osservabile assai di rado è orientata esclusivamente secondo una sola di queste forme «pure», idealtipiche.

Agire non razionale

Quello in cui non c’è un comportamento rigorosamente basato su calcoli o valutazioni di opportunità; Weber ne individua due tipi:

  1. Agire affettivo, di chi basa il suo comportamento e atteggiamento verso gli altri su impulsi, emozioni, sentimenti (gioia, gratitudine, vendetta, amicizia....);
  2. Agire tradizionale, di chi basa il suo comportamento e atteggiamento verso gli altri sulla base di abitudini acquisite, tramandate dalla tradizione; è il caso di molte «routine quotidiane» in cui l’individuo spiegherebbe il suo agire «perché si è sempre fatto così».

Agire razionale

Weber individua:

  1. L’agire razionale rispetto allo scopo, tipico di chi valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che si propone, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti (es.: l’imprenditore che persegue un profitto);
  2. L’agire razionale rispetto al valore, di chi compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che reputa giusta, senza riguardo per le conseguenze prevedibili (es: il leader religioso che osserva i precetti religiosi come imperativi in sé vincolanti).

Effetti imprevisti dell’azione sociale

Le azioni di più soggetti agenti, ognuno orientato a un proprio fine, aggregandosi e combinandosi possono produrre effetti non intenzionali che i singoli non avevano messo in conto. Si parla di effetti perversi, quando sono effetti negativi, indesiderabili per i soggetti agenti, per altri individui o per la collettività nel suo insieme. La composizione delle azioni può anche dare origine a effetti non intenzionali positivi, virtuosi.

Più in generale, gli effetti non intenzionali permettono di spiegare come da molte azioni sociali individuali si generano strutture, istituzioni.

Effetto composto macro come aggregazione di decisioni a livello micro

Esempio tratto da Raymond Boudon (a Lezione dai classici)

«Perché, nel XVIII sec., l’agricoltura intensiva si è sviluppata più lentamente in Francia che in Inghilterra?» (Tocqueville, 1856)

  • Francia XVIII secolo: I singoli proprietari terrieri abbandonano progressivamente gli affari legati ai loro possedimenti perché sono attirati verso la città dove possono ricoprire incarichi prestigiosi.
  • Inghilterra XVIII secolo: I singoli proprietari terrieri non hanno alcun incentivo ad abbandonare le loro terre e si impegnano per rendere queste più produttive e per commercializzare i loro prodotti.

Effetto macrosociologico aggregato: sottosviluppo dell’agricoltura e del commercio.

Effetto macrosociologico aggregato: Sviluppo dell’agricoltura e del commercio.

I due diversi effetti sono il risultato di scelte razionali degli individui.

Self-fulfilling prophecy

Un particolare tipo di effetto imprevisto è quello che Merton (1948) chiama «profezia che si autoadempie»: «essa è, all'inizio, una definizione falsa della situazione che determina un nuovo comportamento, il quale rende vera quella che originariamente era una concezione falsa».

Esempio: se molti risparmiatori credono a delle previsioni infondate sul fatto che la loro banca (con un bilancio solidissimo) sarà presto insolvente, e di conseguenza si precipitano a ritirare i propri risparmi, con il loro comportamento renderanno vera l’insolvenza (che non si sarebbe verificata senza tali comportamenti).

Relazione sociale

Quando ci si concentra non su un singolo soggetto agente ma su due o più individui che orientano intenzionalmente e reciprocamente le loro azioni (come ad esempio accade in un gruppo) si parla di relazione sociale. Essa può essere stabile e profonda oppure effimera e superficiale; può essere ispirata alla collaborazione o anche alla competizione e alla lotta. Nelle relazioni sociali l’agire degli individui tende spesso a seguire dei modelli, delle regole di condotta.

Relazioni sociali di comunità e associative

Le relazioni sociali primarie, che riguardano tutti gli individui dalla nascita, sono definite da Weber (1913; 1922) di comunità (Vergemeinschaftung). Le relazioni sociali associative (Vergesellschaftung) sono, invece, quelle in cui l’agire è orientato razionalmente al perseguimento di un interesse o una causa. Il prefisso «Ver» indica il divenire, l’agire più che il suo prodotto: si tratta di concetti dinamici, non statici.

«La terminologia si richiama alla distinzione proposta da F. Tönnies nella sua opera Gemeinschaft und Gesellschaft»

«Una relazione sociale deve essere definita «comunità» se, e nella misura in cui la disposizione dell’agire sociale poggia [...] su una comune appartenenza soggettivamente sentita (affettiva o tradizionale) degli individui che ad essa partecipano».

«Una relazione sociale deve essere definita «associazione» se, e nella misura in cui la disposizione dell’agire sociale poggia su una identità di interessi, oppure su un legame di interessi motivato razionalmente (rispetto al valore o rispetto allo scopo)».

«La gran parte delle relazioni sociali ha in parte il carattere di una comunità e in parte il carattere di un’associazione».

Interazione sociale

È il processo nel corso del quale due o più persone in relazione (anche effimera) modificano reiteratamente e in modo interdipendente i loro comportamenti. Attraverso le interazioni si (ri)producono i contenuti di una relazione sociale ma anche gli aspetti strutturali del vivere in società; si pensi alle «piccole cerimonie quotidiane», o «microrituali naturali» (che regolano ad es. gli incontri tra vicini di casa, il cedere il posto sul bus, gli evitamenti tra passanti sul marciapiede ecc.): gesti e comportamenti che talvolta consideriamo banali ma che invece sono socialmente significativi.

Interazione diretta e indiretta

L’interazione può avvenire:

  • Direttamente, faccia a faccia (in compresenza) o anche a distanza, mediata da tecnologie di comunicazione (telefono, mail, blog, videoconferenza ecc.);
  • Indirettamente, attraverso altre persone.

Prendiamo come esempio un’azienda: chi vi lavora interagisce direttamente con colleghi e capufficio o caporeparto, indirettamente con i livelli più alti della direzione, secondo le regole previste dalla struttura formale.

Impression management

Per regolare e orientare l’interazione si esaminano le espressioni verbali e non verbali dell’altro e si offrono le proprie. Quando interagiamo direttamente con un’altra persona raccogliamo (volontariamente o meno), in modo rapido, molte informazioni che la riguardano, utili per capire cosa si aspetta da noi e per formulare aspettative nei suoi confronti. Reciprocamente, forniamo (volontariamente o meno), in modo rapido, molte informazioni che ci riguardano. Talvolta si cerca di nascondere (ancora: volontariamente o meno) i propri reali stati d’animo e intenzioni.

«Impression management» è il processo attraverso il quale gli individui tentano di controllare l'impressione che lasciano negli altri (concetto introdotto da Erving Goffman in the Presentation of Self in Everyday Life, 1959).

Regole dell’interazione sociale

Nell’interazione i soggetti nutrono, con una certa approssimazione, certe aspettative circa il comportamento dell’altro. Si seguono cioè delle regolarità, delle routine, codificate nelle usanze, nei costumi, nelle abitudini, nei galatei ecc. Grazie alle routine due soggetti si incontrano ed entrano in interazione senza dover ogni volta ridefinire i termini e le regole che la governano. Regole importanti, apprese nel corso della socializzazione, riguardano ad es. il modo di osservare (o meno) l’altro/a e la gestione della distanza fisica.

Rituali di interazione

Alcune routine particolarmente elaborate sono i rituali di interazione. Ne esistono per le più svariate circostanze. La disattenzione civile ne è un esempio. Anche quando gli individui mettono in atto giochi strategici per ottenere vantaggi, ci sono delle regole da seguire, sequenze tipiche di mosse ammesse e mosse non ammesse. I giochi di faccia riguardano la pretesa, e il corrispettivo riconoscimento, della conservazione dell’integrità del sé. L’interazione della vita quotidiana ci tiene costantemente impegnati; per suo mezzo, si riproduce il tessuto sociale, si riparano gli incidenti, si conserva la fiducia tra le persone.

Gruppo sociale

  • Persone che interagiscono con continuità
  • Secondo schemi relativamente stabili (tra cui i ruoli)
  • Per scopi comuni (compresa la socialità)
  • Che si sentono e si definiscono membri (in-group)
  • E sono così definiti da altri (out-groups)

N.B. il concetto di «gruppo» differisce da quelli di:

  • Categoria sociale (es.: i giovani; i migranti): tra queste sono ricomprese le classi sociali o i ceti sociali, categorizzazioni tipiche degli scienziati sociali
  • Aggregato sociale (ad es. una folla a un concerto rock).

Precisazione sui rapporti tra «ruolo» e «interazione»

Il ruolo è uno schema di base per le interazioni, che si impara nei processi di socializzazione, educazione e formazione. Esso ha un componente prescritta ma il contenuto di un’interazione non è mai determinato completamente dalle prescrizioni di ruolo. Alcuni ruoli sono molto formalizzati: si pensi a quello di un cameriere in sala in un grande albergo durante un pranzo di lavoro in cui sono presenti autorità istituzionali. Altri ruoli sono più flessibili: dai genitori ci si aspetta che agiscano responsabilmente, che interpretino il loro ruolo e interagiscano con i figli secondo le circostanze. Un ruolo è comunque sempre «interpretato» da chi agisce.

Comportamento collettivo di un aggregato sociale

Si definisce in generale come:

  • Somma di comportamenti individuali
  • Di soggetti sottoposti a uno stesso stimolo
  • Che reagiscono e interagiscono accidentalmente, senza riferimenti a ruoli attesi e stabili.

Alcune forme di comportamento collettivo sono di particolare interesse: fughe in massa, moti di piazza, linciaggi, raduni spontanei, mode e manie per oggetti o persone, pubblici di eventi ecc. Non va confuso con il concetto di azione collettiva (es. la costituzione di un comitato) che è razionalmente coordinata e finalizzata.

Funzioni dei gruppi

Ogni gruppo (in misura variabile) svolge per l’individuo almeno una di due funzioni essenziali:

  1. Funzione strumentale: perseguimento razionale di obiettivi e interessi specifici che un individuo da solo non potrebbe realizzare; è tipica dei gruppi secondari (di più grandi dimensioni, a elevata divisione del lavoro, più impersonali e finalizzati a scopi specifici);
  2. Funzione espressiva: il piacere, la gratificazione, l’identità e il riconoscimento derivanti dalla partecipazione a un gruppo; è tipica dei gruppi primari (come la famiglia o un gruppo di amici).

Requisiti e modalità di appartenenza

I gruppi formali prevedono regole precise su requisiti, sulle modalità di ammissione (procedure); la loro attività è in considerevole parte basata su statuti/regolamenti che ne esplicitano scopi e attività e mezzi per il perseguimento. I gruppi informali si costituiscono spontaneamente, i requisiti di appartenenza sono taciti, non contenuti in documenti. La distinzione è molto usata nello studio delle organizzazioni complesse. I ruoli formali dei membri sono disegnati nelle strategie che i dirigenti dell'organizzazione adottano per raggiungere i fini organizzativi. Anche in una grande organizzazione tuttavia i membri devono soddisfare bisogni sociali e emotivi, spesso dando vita a relazioni informali più o meno durevoli.

Gruppi di appartenenza e gruppi di riferimento

Nella società moderna gli individui in genere appartengono a più cerchie sociali, spesso distinte e non comunicanti tra loro. Ogni gruppo può avere fini, valori e regole anche molto diversi, non di rado contrastanti. Questa situazione può produrre tensioni nell’individuo, sottoposto in alcuni casi a richieste contraddittorie (conflitti inter-ruolo). Tali tensioni possono aver origine anche dal fatto che l’individuo, talvolta, ha come gruppo di riferimento - e si orienta nel comportamento di conseguenza - un out-group a cui aspira ad appartenere.

Analisi dei non appartenenti

Il concetto di «gruppo di riferimento» ci suggerisce che entro la “non appartenenza” sono comprese situazioni molto eterogenee.

Gruppi e conflitto

In generale, il conflitto è un’azione orientata all’affermazione della propria volontà contro la volontà e la resistenza di altri. Nelle formazioni sociali ove vengono fatte valere le regole dello stato di diritto, il conflitto avviene entro forme pacifiche, le forme violente sono considerate atti devianti, da prevenire, correggere e eventualmente reprimere con l’autorità dello stato, da cui deriva l’uso della violenza legittima. Anche se i gruppi nascono e si sviluppano essenzialmente sulla base di relazioni sociali cooperative, per essi il conflitto, entro certi limiti, è normale e parte integrante della loro vita: sia quello inter-gruppo, sia quello intra-gruppo.

Caratteristiche principali:

  • Il conflitto con l’esterno contribuisce a stabilire e mantenere i confini tra in-group e out-group;
  • Il conflitto con l’esterno può entro certi limiti aumentare la coesione dell’in-group: a tal fine, i leader a volte costruiscono strumentalmente un nemico inventato—Capro Espiatorio;
  • I gruppi primari tendono ad accettarlo entro certi limiti; se ciò non avviene, può anche portare a mettere in discussione il patto fondamentale di unione (in particolare in una diade);
  • Può generare nuovi tipi di interazione tra gli antagonisti, comprese quelle cooperative: in altri termini, conflitti e tensioni nelle interdipendenze producono mutamento sociale.

Conflitto e mutamento sociale

«Come scrive il sociologo Norbert Elias, quando qualcuno, grazie agli strumenti di potere di cui dispone, si trova nella condizione di negare ad altri ciò di cui essi hanno bisogno per conservare, garantire o soddisfare la propria esistenza sociale; quando qualcuno può minacciare, sfruttare o soggiogare un altro individuo, allora nella trama delle interdipendenze si accendono delle tensioni, che possono essere molto diverse per forma e intensità, ma che spingono sempre nella direzione del mutamento. È quindi dovuto a queste tensioni, se, in seno alle configurazioni umane, le relazioni sociali non si riproducono mai, attraverso le generazioni, nella medesima forma. Elias parla di ‘lento automatismo del cambiamento’» (Roversi, introduzione a Elias, Il processo di civilizzazione: 25).

Paradigma del conflitto: Marx

Nel mostrare che il conflitto è la condizione normale della società, che genera sia ordine sia mutamento, autori classici di gran rilievo sono Marx e Weber. Il pensiero di Karl Marx (1818-83) riunisce le caratteristiche del filosofo, dell’economista e dell’attivista rivoluzionario. Egli elabora una visione materialistica e dinamica di società: “la storia di ogni società fin qui esistita è storia di lotta fra le classi” (Manifesto del Partito Comunista, 1848).

Dagli esiti di tale antagonismo entro il mondo dell’economia (struttura) dipendono tutti i rapporti politici, sociali e culturali (sovrastruttura). La società varia a seconda di come gli esseri umani provvedono a soddisfare i propri bisogni e dei rapporti che instaurano tra loro nella sfera della produzione. Nella storia si sono succeduti diversi modi di produzione (condizioni economico-sociali) dal comunismo primitivo al capitalismo, caratterizzati da distinte combinazioni tra forze produttive e rapporti sociali di produzione. Nella formazione sociale capitalistica dominano i detentori del capitale, che riescono a sfruttare i lavoratori salariati, anche se questi oppongono parziale resistenza (mediante il sindacato) a tale sfruttamento.

Come gli altri modi di produzione che lo hanno preceduto, il capitalismo sviluppa contraddizioni intrinseche che nella fase matura lo rendono instabile: ogni imprenditore cerca crescente produttività del lavoro per sostenere la concorrenza; ciò porta a crescente riduzione dei posti di lavoro, crisi di sovrapproduzione e caduta del saggio di profitto. In tale situazione oggettiva, la classe operaia presa coscienza della propria forza e organizzata nel partito comunista,

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nicole.colombara97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia e ricerca sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Albano Roberto.
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