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Come determiniamo α?

Facciamo una seconda ipotesi oltre la Cobb-Douglas: la remunerazione dei fattori di produzione (K

e L) sia legata alla produttività. Il PIL è il reddito, qual è la quota del reddito che va al fattore K e

qual è la quota del reddito che va al fattore L in funzione della produttività?

La remunerazione di K, la quota del reddito (PIL) che va al fattore K è K*Pmg K

La quota del reddito che va al lavoro è L*Pmg L

α 1−α

( )

Y PTF K L

=( )

Nella nostra Cobb-Douglas : quant’è il Pmg del capitale? È la derivata

rispetto a K della funzione di produzione:

δY α

( )

1−α α 1−α α

[ ]

−1

( )( )

Pmg K= L α K PTF∗L

= = ∗K

δK K

Ho messo in evidenza α/K. K∗α

α

( ) Y ∗Y =αY

Dove il prodotto dentro la parentesi è Y quindi = K

K

Alla fine otteniamo che la quota di reddito che va al capitale è la percentuale α del PIL.

Noi, guardando i dati effettivi del PIL, in cui il 70% dei redditi sono da lavoro e il 30% da capitale,

possiamo dire che, se la nostra funzione è Cobb-Douglas e se i fattori sono remunerati sulla base

della produttività, una buona stima di α è 0,3.

La contabilità della crescita in Italia

Dal 1996 si è aumentato il capitale, son cresciute le ore lavorate ma ciò va a discapito del sistema.

L’incremento del PIL è meno che proporzionale, si è ridotta l’efficienza complessiva. Il contributo

della PTF è negativo. Questo accadeva prima della crisi. Il PIL cresceva ma la PTF era negativa.

Se guardiamo ai Paesi emergenti l’istogramma ci dice quale dei tre fattori ha contribuito di più alla

crescita economica di questi Paesi. Se guardiamo i Paesi asiatici che hanno avuto crescita positiva

e forte vediamo che ciò che ha contribuito di più è stata l’accumulazione di capitale. Sono

aumentati anche gli altri due fattori ma meno. Nei paesi dell’America Latina invece l’accumulazione

di capitale è stata minore, sono aumentate le ore lavorate ma l’efficienza complessiva non è

cambiata.

I Paesi asiatici nell’arco 60-94 son cresciuti in media del 7% grazie al capitale: le risorse sono state

destinati agli investimenti. Il lavoro ha contribuito meno e la PTF ha dato un contributo solo

marginale. Eccezione il caso della Cina, passando da un’economia comunista, pianificata a

un’economia di mercato c’è stato un forte incentivo all’utilizzo efficiente delle risorse. La PTF ha

contribuito perché è cambiato l’impostazione economica del Paese.

Da cosa dipende la produttività del lavoro?

α 1−α

( )

Y PTF K L

=( )

Se scomponiamo il PIL possiamo ottenere che la produttività del lavoro

dipende da:

a) Efficienza del sistema: PIL/ore lavoro 14

α

b) Rapporto capitale lavoro: PTF * (stock di capitale/ore di lavoro)

Questo è un altro modo per spiegare la crescita della produttività nel lungo periodo. Ci sono

tecnologie ecc più efficienti del passato e inoltre per ciascun ora di lavoro per ciascun lavoratore, i

macchinari rendono il lavoro più produttivo rispetto al passato.

Es. la Corea del Sud ha un PIL > di quello italiano, ha accumulato molto stock di capitale, e ha

migliorato l’efficienza complessiva (PTF) migliorando tecnologie e istruzione.

La produttività italiana, il Pil per ora lavorata, aveva problemi anche prima della crisi. Noi non

cresciamo o cresciamo poco da metà degli anni 90. Da cosa dipende questo?

a) O dall’accumulazione del capitale.

b) O dall’inefficienza del sistema: questa è la vera causa.

Guardano i tre fattori di produzione possiamo dire che:

1. La PTF è il fattore cruciale nei paesi avanzati.

2. Il capitale è cruciale per i paesi emergenti. la costruzione di infrastrutture insieme all’apertura di

fabbriche ecc ha incrementato la crescita economica di questi Paesi. Altri paesi non riescono ad

accumulare capitale a causa di guerre o governi che sperperano le risorse anziché investire in

infrastrutture.

3. Il fattore lavoro può essere più o meno importante ma in generale non è l’elemento che spiega

l’incremento della produttività nel lungo periodo.

Vedremo come si accumula il capitale e quali sono i limiti dell’accumulazione del capitale e

analizzeremo il ruolo della PTF, dell’efficienza produttiva.

24.09.13

ACCUMULAZIONE DI CAPITALE

Esiste una relazione positiva tra l’accumulazione di capitale e il livello di Pil procapite. Tanto più è

elevato lo stock di capitale diviso il numero di lavoratori, tanto maggiore è il Pil procapite. I Paesi più

sviluppati sono quelli che hanno accumulato il maggior stock di capitale.

Come funziona l’accumulazione di K? Negli anni si fanno investimenti e questi nuovi investimenti

danno un contributo aggiuntivo alle potenzialità del sistema economico, al PIL che il paese è in grado

di produrre. Di quanto l’incremento di K è in grado di aumentare il PIL? Questo è il concetto di Pmg

del capitale. Quanto 1€ in più di capitale è in grado di generare maggior produzione. Ovviamente ciò

ceteris paribus, a parità di numero di ore lavorate e di produttività totale dei fattori. Qual è ‘impatto sul

PIL se faccio 1 km in più di autostrada?

L’ipotesi standard è che il singolo fattore, in questo caso il capitale, a parità di tutto il resto ha un

rendimento marginale decrescente: 15

quando il capitale è nel punto A, è poco, l’impatto sul Pil è elevato, quando il capitale aumenta, punto

B, l’impatto è più basso. Il capitale rende di più dove ce n’è di meno. se collego due regioni prima

isolate l’impatto è maggiore dell’aggiunta di una corsia all’autostrada Milano-Roma.

Vediamo ciò anche nel grafico a destra, nell’aumento del PIL: nel punto A c’è poco capitale, nel punto

B molto. Questi possono essere interpretati come due paesi o come un solo paese nell’arco della sua

evoluzione. A parità di L e PTF, se aumento di un’unità lo stock di capitale nel punto A e nel punto B

vedo che nel punto A l’incremento sul Pil è ampio. Nel punto B lo stesso investimento ha impatto

positivo ma incremento molto minore.

Qual è la convenienza per un paese a incrementare lo stock di capitale? Guardiamo la differenza tra

costi e benefici.

r è il costo per l’utilizzo di un’unità di capitale che include il costo del finanziamento.

I benefici sono di quanto incremento la produzione: PmgK*P.

r <o=PMK

Quindi abbiamo: questa è la curva che esprime la domanda di capitale.

P

Investo fino a quanto il valore della produzione aggiuntiva è maggiore o uguale al costo reale del

capitale.

L’incentivo a investire c’è finchè non si raggiunge il livello ottimale del capitale.

Ragioniamo su r: r dipende dalla domanda e dall’offerta di fondi disponibili, da domanda e offerta di

prestiti. La domanda di prestiti è la curva degli investimenti, l’offerta di prestiti sono i fondi disponibili

dal risparmio. Concettualmente l’equilibrio è nel punto di intersezione tra domanda e offerta. l’offerta

dipende dalla parte di reddito che non viene destinata a consumi e che è tendenzialmente crescente

al crescere dei tassi d’interesse, al crescere della remunerazione garantita sui risparmi. Questa curva

è anche la curva del Pmg del capitale 16

Se la tecnologia cresce la curva del Pmg del capitale si sposta verso destra, la domanda di fondi

aumenta e questo muove l’equilibrio sul mercato del capitale:

tecnologia↑ → Pmk↑ → domanda di investimenti↑

L’equilibrio fa si che risparmio = investimenti. r si aggiusta per mantenere l’equilibrio tra domanda e

offerta. (non stiamo considerando i flussi di capitale estero e il ruolo del governo).

Tanto più un paese accumula capitale tanto più aumenta il Pil anche se l’incremento va riducendosi.

Esiste un punto in cui il capitale smette di essere un motore di crescita?

Lo stock di capitale di anno in anno aumenta perché ci sono i nuovi investimenti ma diminuisce

perché c’è il deprezzamento del capitale esistente.

K = + investimenti – deprezzamenti .

t Kt-1 t t

ΔK = investimenti netti.

Per rispondere alla domanda se Esiste un punto in cui il capitale smette di essere un motore di

crescita dobbiamo introdurre il modello di Solow che ha come ipotesi il Pmk decrescente. Al crescere

dello stock di capitale l’impatto sul Pil è sempre più piccolo.

L’accumulazione del capitale raggiunge un punto in cui si esaurisce la spinta alla crescita del PIL. Si

arriva a un punto in cui lo stock di capitale non cambia più ΔK =0. Ciò accade quando il

deprezzamento del capitale è uguale agli investimenti lordi. Non accumulo uovo capitale ma

mantengo in esercizio il capitale esistente: equilibrio di stato stazionario. Investimenti =

ammortamenti, l’economia non cresce tramite l’accumulazione di capitale.

Copiare grafico 1:

Gli investimenti hanno lo stesso andamento del capitale. Quando si passa da A a A+1 aumentano

anche gli investimenti (retta r); aumentano anche le risorse che devo destinare a mantenere in

esercizio le risorse esistenti (dk). Quando arriviamo al punto di intersezione tra dK e I raggiungiamo

l’equilibrio di stato stazionario. La crescita economica si arresta. Il capitale resta costante al livello K*

e il PIL resta costante a Y*.

Quando un sistema economico raggiunge questo punto quale altro spazio c’è per la crescita? Cosa

può fare?

Può agire sui parametri L e PTF che noi avevamo considerato fissi. Potrei agire su b il tasso di

risparmio/investimento (la ressta I=bY). Potrei agire sull’incremento del risparmio. Aumentare b

significa aumentare la percentuale di risparmio/investimento del sistema economico. se aumento

questa percentuale ad esempio dal 20% al 30% del PIL, a parità di lavoro e PTF la funzione di

17

produzione non cambia, la retta dell’ammortamento non cambia ma si sposta più in alto la curva

dell’investimento. Riduco i consumi e aumento l’investimento*. Passo da Kbasso a Kalto:

Accumulo capitale finché non arrivo al nuovo punto di equilibrio di stato stazionario. Sono punto e a

capo, mi sposto su un livello più elevato di Pil e capitale rispetto al punto di partenza ma mi fermo lo

stesso. Aumentando il tasso di investimento e di risparmio riesco a spostarmi su un livello più alto di

Pil ma, in un’ottica di lungo periodo, non incremento il tasso di crescita.

*Siamo in un’ottica Y=C+I. non consideriamo stato (G) e estero, le esportazioni nette. Se aumento I

da 20 a 30 riduco i consumi da 80 a 70. Complessivamente però il livello del PIL è aumentato.

Questo perché: il delta investimenti fa aumentare il PIL:

Anno 1 Anno 2 Anno 3

PIL 100 100 110

C 80 70 77

I 20 30 33

D 20 20

Δ 0 10 → K↑

Aumentare il tasso di risparmio e investimenti aumenta il tasso di crescita di lungo periodo? No,

quello che aumenta è il livello del PIL, ci si sposta su un punto più alto ma non ha un impatto

significativo sulla crescita. Anche in questo caso, arrivati allo stato stazionario la crescita si arresta.

C’è crescita solo nel passaggio tra uno stato stazionario e l’altro.

La percentuale di investimenti sul Pil non è strettamente legata a una maggior crescita economica ma

a un maggior livello del PIL. Maggiori tassi di investimento son legati a maggiori livelli del PIL ma non

a maggiori tassi di crescita. Slides 22 e 23. Rifacendoci al modello di Solow infatti sappiamo che se

aumenta il parametro b mi sposto sul punto più alto della curva ma non ho impatto significativo sulla

crescita di lungo periodo. 18

A parità di lavoro e PTF qual è il livello ottimale di investimento, del parametro b? quanto dovrebbe

investire un Paese per massimizzare?Possiamo focalizzare l’attenzione su qual è il parametro b che

massimizza il consumo in stato stazionario. Il consumo è la distanza tra investimenti e produzione.

Qual è la retta di investimenti che mi fa arrivare al punto di stato stazionario in cui è massimo il livello

dei consumi?

In stato stazionario io ho l’equilibrio tra investimenti e deprezzamento del capitale: I=dk.

 In stato stazionario se C = Y-I e I=dk → C= Y – dK

Fin dove devo spingere l’accumulazione di capitale? Come variano i consumi al variare del capitale?

Quando incremento di un’unità il capitale da un lato aumenta il Pil del PmK, dall’altro lato aumenta d.

δC =PMk−d=0

Max δK

Questo corrisponde al punto in cui la pendenza della funzione di produzione (Pmk) è uguale alla

pendenza della retta di deprezzamento. Se la nostra funzione di prosuzione è una Cobb-Douglas

δY

PmK= .

abbiamo K

Il parametro d, poichè in stato stazionario gli investimenti sono uguali ai deprezzamenti e gli

bY

d=

investimenti sono bY abbiamo bY=dK → in stato stazionario.

K

Sostituiamo:

δ C δY bY

= − =0

Max otteniamo che per massimizzare questa equazione dobbiamo avere α=b.

δK K K

ciò implica che la percentuale di investimenti sul PIL è uguale al coefficiente α della Cobb Douglas.

Ieri abbiamo detto che un valore ragionevole del coefficiente α è il 30%. Per cui 30% è anche il valore

ottimale degli investimenti.

→un Paese massimizza il consumo di stato stazionario quando la percentuale degli investimenti sul

PIL è il 30%. Questo discende dalle ipotesi della Cobb-Douglas, dal modello di Solow e dal fatto che

Pmk è decrescente. 19

I Paesi avanzati hanno valori intorno al 20%, se li portassero al 30% potrebbero incrementare il livello

di PIL di stato stazionario e soprattutto i consumi di stato stazionario. Questo non incrementa il tasso

di crescita di lungo periodo ma può incrementare il livello dei consumi di stato stazionario e del PIL.

I paesi con valori bassi con gli stessi con basso PIL procapite che non hanno innescato i meccanismi

di accumulazione del capitale. Abbiamo poi Paesi come Singapore o la Cina che sono sopra il livello

ottimale, stanno sovrainvestendo a scapito dei consumi. A livello globale la percentuale è del 21,7%.

Concentriamoci sulla Cina. Oggi la Cina ha livelli di investimento che sono sopra il 40% del PIL,

b>40%. Quasi la metà del PIL è fatto di investimenti. ciò viene fatto riducendo i consumi.

Mentre nelle economie avanzate il Pil mediamente è: C(60%) + I(20%) + G(20%) +MX(0%) in Cina

I=40%, il doppio degli altri paesi. Se guardiamo i consumi la Cina infatti ha un livello di circa il 35%. È

il valore più basso tra le principali economie. Altro Paese con i consumi compressi è Singapore. La

politica comprime i salari a vantaggio degli investimenti delle imprese.

L’altro elemento che caratterizza la Cina è che I=S se G = MX =0; nella realtà quest’equilibrio non

esiste e ci sono paesi che sono risparmiatori netti e altri che sono debitori netti. Nel caso della Cina

S=55%. La Cina è un risparmiatore netto, a livello aggregato. Il sistema economico cinese consuma

meno di quello che produce e la differenza va nelle esportazioni nette. La Cina ha un saldo positivo

delle esportazioni nette(rinuncia a consumare beni per esportarli), prima della crisi ha raggiunto un

picco del 10%. La Cina pur essendo povera è un risparmiatore netto.

L’accumulazione di capitale spiega la crescita della Cina che ha tassi medi del 9%. La Cina cresce

tanto perché parte da uno sviluppo basso e, all’inizio l’accumulazione di K da rendimenti elevati. Per

sostenere una crescita media così elevata (9%) il tasso d’investimento ha raggiunto valori senza

precedenti storici, quasi il 50%. La Cina dovrebbe crescere ma cambiando modello di sviluppo,

riducendo gli investimenti e aumentando la domanda interna, dando maggiori risorse alle persone. Il

modello cinese è invece basato su investimenti e export comprimendo i salari dei lavoratori. Altro

aspetto della transazione cinese è l’aspetto demografico: il tasso di risparmio è in relazione con la

dinamica demografica. La curva in basso è il tasso di dipendenza rispetto ai giovani e quella più

bassa rispetto ai giovani:

Nei Paesi che escono dal sottosviluppo si riduce la natalità e si riducono i giovani e aumenta la fascia

della popolazione che raggiunge i 65 anni. Nel caso della Cina c’è anche la politica del figlio unico. 20

Ancora in Cina non c’è una fascia di anziani da mantenere (le generazioni passate non arrivavano a

65 anni) e ci sono meno nascite. Gran parte della popolazione è incentrata nella fascia centrale che

lavora e non deve mantenere ne figli ne anziani: il risparmio cresce e si accumula capitale. Riuscirà la

Cina a crescere anche quando ci saranno gli anziani da mantenere?

25.09.13

Una conseguenza del modello di Solow e dell’esistenza della stato stazionario (dove la crescita si

ferma) è il fatto che questo modello prevede un percorso di convergenza tra Paesi. C’è qualche

paese che inizia prima il percorso di crescita e qualcuno dopo ma prima o poi tutti i Paesi convergono

allo stesso stato stazionario. Ovviamente un paese che inizia a crescere dopo all’inizio cresce più

rapidamente di chi stava avanti e col tempo lo raggiunge. Questo meccanismo di convergenza

implica che i paesi più ricchi, più avanzati, crescono più rapidamente dei paesi più arretrati. Quindi il

valore del PIL dovrebbe convergere verso valori comuni o comunque si dovrebbero ridurre le

distanze. Questa è conseguenza che nel modello di Solow il Pmk è decrescente.

Nella realtà osserviamo convergenza? Se prendiamo i 4 grandi Paesi europei (Italia, Germania,

Francia e UK) vediamo che, seppur la GB è partita prima e anche negli anni 50 i livelli di PIL procapite

erano diversi, oggi osserviamo valori tra loro molto vicini.

Il processo di convergenza lo notiamo anche guardando la dispersione del PIL procapite all’interno

degli USA. Nel lungo periodo si è ridotta la varianza del reddito nei singoli stati. Questi dati

confermano l’ipotesi di convergenza tra Paesi. Però se guardiamo dati a livello globale la

convergenza non è così evidente o scontata. Se ci fosse convergenza dovremmo avere i punti lungo

una retta decrescente: chi era indietro all’inizio è cresciuto più velocemente di chi stava davanti. Il

modello di Solow non è adeguato, non ci aiuta a capire cos’è successo. Il modello di Solow dice che

la convergenza tra Pesi si osserva a parità di tutto il resto, ad esempio a parità di PTF, a parità di

contesto economico.

Abbiamo visto il ruolo di risparmio e la “Golden Rule”: un tasso di risparmio e investimento con b

ideale del 30%. La golden rule serve a massimizzare i consumi in stato stazionario. Se consideriamo i

flussi in entrata e in uscita di capitale questi sono uguali.

LA PTF

Altro elemento è la PTF, fattore cruciale per alimentare la cresicta economica di lungo periodo,

specialmente per i paesi OCSE.

Il ruolo della PTF:

l’incremento della PTF serve per spostare il punto di stato stazionario, di crescita 0. Grafico 1: 21

Se PTF cresce, con lo stesso capitale produco di più, un conto son 1000 euro di macchine da

scrivere un altro 1000 euro di PC. Per ogni livello di capitale io produco una maggiore quantità di

beni. La curva si sposta da Y a Y’. il capitale è sempre K ma produco Y >Y . La stessa percentuale

0 1 0

bY applicata su una Y maggiore sposta verso l’alto anche la curva degli investimenti da I a I’ (curva

celeste). Se è così io ho investimenti > deprezzamenti e quindi l’anno dopo accumulo più capitale e

mi sposto verso K1 e quindi a Y2: sono aumentati capitale e PIL.

→La crescita quindi non è trainata dall’accumulazione di capitale ma dall’aumento di PTF che

si porta dietro un ulteriore accumulazione di capitale. La PTF traina la crescita del Pil e del

capitale.

→Questo percorso può intervenire ogni anno, ogni anno si può migliorare la PTF. C’è una

crescita esogena (non spiegata dal modello, è slegata dall’accumulazione di capitale) e continua se si

è in grado di far crescere la PTF continuamente.

Per i paesi avanzati è fondamentale la crescita della PTF che dipende da tre macroambiti:

1. Capitale umano:

2. Tecnologia:

3. Istituzioni:

non abbiamo una misura diretta della PTF, questa può essere calcolata solo indirettamente in residuo

e possiamo utilizzare alcuni indicatori per misurarne delle parti.

1. Il capitale umano

Il CU è dato dalle competenze, non dal numero di ora lavorate. Il CU è soggetto a deprezzamento. Se

ottimi manager vanno a finire in dei call center quel CU deperisce. Il CU migliora sia con l’istruzione di

base sia con la formazione di livello più elevato. Il CU è legato all’indice di sviluppo umano. Rientra

quindi nel concetto di benessere. La figura 5.2 ci mostra che c’è una relazione significativa tra qualità

del CU e crescita economica. La figura 5.4 ci dice che nei apesi emergenti c’è stato un drastico

aumento del livello medio di istruzione la forza lavoro cinese oggi ha mediamente 8 anni di istruzione.

Nei paesi avanzati pur partendo da livelli avanzati negli anni 50 c’è stata una crescita importante.

Chart A1.1: quanto sono qualificate le FL dei paesi OCSE? Nel grafico vediamo la percentuale di

persone tra 25 e 34 anni che ha una laurea, la media OCSE è del 40%, la media italiana è del 20%,

una percentuale bassissima di laureati. Oggi circa il 30% dei liceali si scrive all’università e un terzo di

questi abbandona. In Corea del Sud il 65% ha una laurea. Ciò dipende dal tipo di domanda di lavoro

delle imprese. Altro fattore è la meritocrazia: se io so che i posti migliori son riservati a quelli che

studiano di più sono incentivata a farlo. La struttura produttiva italiana è fatta di piccole medie

imprese, di produzioni tradizionali dove il laureato è quasi vissuto con fastidio. Anche la Germania ha

dati simili ai nostri. Altro fattore (Fig 5.5) sono le competenze scientifiche di base, queste in Italia son

più basse anche perché si spende tanto per lo studio con risultati relativamente scarsi. C’è un

problema nella scuola dell’obbligo. La tabella 5.2 illustra una seria di variabili che influenzano lo

studio. Dalla tabella emerge che un elemento importante è il tempo che si passa a scuola. Se

esplicitiamo il ruolo del CU possiamo vedere come contribuisce alla crescita (slide contributo

dell’istruzione alla crescita 1950-1990). 22

2. Le istituzioni

Come misuriamo le istituzioni? Perché le istituzioni sono importanti? Svolgono vari ruoli:

a) Garantiscono il diritto di proprietà. Certi stati non sono in grado di tutelare questo diritto (vedi furti,

saccheggi etc.).

b) Regolamentano i monopoli

c) Garantiscono la stabilità macroeconomica (vedi periodi di grande inflazione).

d) Evitano i conflitti

e) Fanno rispettare i diritti politici

La Banca Mondiale usa degli indicatori per controllare le istituzioni. Vedi i 6 indicatori sulle slide. La

figura 5.7 ci fa vedere che tendenzialmente i Paesi con istituzioni migliori son quelli con maggior

livello di sviluppo. I Paesi con maggior PIL procapite hanno le istituzioni migliori: c’è un rapporto di

causa effetto: si influenzano a vicenda. Le istituzioni italiane non sono particolarmente elevate.

Se guardiamo il dettaglio vediamo che il problema principale è la corruzione delle istituzioni, altro

problema è l’efficienza delle pubbliche amministrazioni, la giustizia italiana è molto lenta.

Bisognerebbe ridurre al corruzioni e la ricerca di rendite, profitti, valore aggiunto assorbito non da chi

fa i prodotti migliori ma da chi ottiene la legislazione più favorevole (vedi avvocati protetti dall’albo

etc.). si investe nelle Lobby.

L’Italia ha una qualità percepita della corruzione che è sotto gli standard dei paesi avanzati e vicino ai

paesi emergenti, questo è un problema di meritocrazia di PTF. Le istituzioni ostacolano anziché

aiutare la crescita.

Altro indicatore è la facilità di aprire un’impresa: l’Italia è al 73° posto. I Paesi sono 180, siamo a metà

classifica. Noi riusciamo a far rispettare i contratti, siamo al 160° posto. Siamo al 131° posto sulla

capacità di far pagare le tasse. Siamo messi bene sulle procedure fallimentari.

3. La tecnologia

Le variabili chiavi sono gli investimenti in ricerca e sviluppo. Anche in questo caso c’entra il fatto delle

piccole imprese che si concentrano sulle produzioni tradizionali e hanno un minor incentivo a investire

in software moderni. Il made in Italy non è incentivato a innovarsi. Altro fattore è l’istruzione, già visto.

Altro fattore è la difficoltà nello sviluppo di nuove idee, lo start up è difficile.

Anche in questo caso c’è una correlazione: i Paesi che investono di più in R&S sono quelli con PIL

maggiore. I paesi emergenti non investono in R&S perché basta accumulare il capitale all’inizio e

sfruttare le tecnologie altrui. Dalla figura 5.11 vediamo che investiamo solo l’1% in R&S. 23

È interessante guardare la Corea del Sud. Fino agli anni 70 era un paese arretrato che non investiva

il R&S ma copiava le tecnologia avanzate. Man mano che è cresciuta son cresciuti anche gli

investimenti in R&S (Samsung), ha investito non più solo nell’accumulazione di capitale ma anche

nell’innovazione.

Anche la Cina investe tanto in R&S, l’1,5% del PIL.

Altro indice è quello della diffusione di internet, in Italia solo il 60% delle famiglie ha l’accesso a

internet. Inoltre è dato poco peso all’importanza del web. 24

30.09.13

Noi abbiamo visto il modello di accumulazione del capitale o modello di Solow o modello di crescita

esogena, oggi vediamo degli approcci alternativi a quel modello.

Cosa succede quando PMk è costante? Nel modello di Solow l’ipotesi era che fosse decrescente.

Cosa succede quando è crescente? L’ipotesi del PMk crescente è che il capitale rende di più dove ce

n’è di più.

Nel modello di Solow abbiamo due relazioni:

a) Al funzione di produzione è una Cobb Douglas con somma degli esponenti = 1.

b) L’accumulaizone del capitale funziona sulla base della differenza tra investimenti lordi e

deprezzamento.

I punti di debolezza di questo modello sono:

1) Il PMk decrescente, è un’ipotesi forte che implica l’ipotesi forte della convergenza tra Paesi.

2) Oltre lo stato stazionario la crescita è possibile solo attraverso un miglioramento della PTF.

DAL MODELLO DI SOLOW ALLA CRESCITA ENDOGENA

Le due alternative sono:

1) PMk costante:

2) PMK crescente

1. PMk costante: il modello di crescita endogena

1milione di euro investiti in Lombardia, in Calabria, negli USA o ovunque danno lo stesso contributo

aggiuntivo alla produzione indipendente dallo stock di capitale. Ne consegue che la funzione di

produzione è una retta. Il deprezzamento del capitale è una retta e la curva degli investimenti che è

una percentuale costante del PIL è una retta. In questo contesto gli investimenti sono sempre

maggiori del deprezzamento del capitale. L’accumulazione di capitale non ha un equilibrio di stato

stazionario.

Chi accumula più capitale ha maggiori livelli di produzione. Un maggior stock di capitale permette di

produrre di più. Non c’è una tendenza al rallentamento della velocità di crescita, non si converge

verso lo stato stazionario. La velocità di crescita è indipendente dal punto in cui mi trovo, dipende solo

dalla percentuale di risorse che dedico agli investimenti.

Se tra due Paesi uno è poco sviluppato e ha tanto capitale e l’altro ne ha poco questi cresceranno

con al stessa velocità. Nel modello di Solow a prescindere da chi partisse i prima e chi dopo i paesi

convergevano allo stesso livello. Ora chi sta davanti resta davanti.

Y = AK 25

C’è una relazione diretta tra capitale e livello del PIL. Il livello del Pil dipende linearmente dallo stock

di capitale.

A>0 e rispecchia la PTF.

Ciò che è cambiato in questo modello è che il modello di stock di capitale è legato a risparmi e

investimenti. più investo maggiore è il livello del PIL. Un aumento di S, degli investimenti, provoca un

miglioramento sia del livello del PIL sia del tasso di crescita del PIL. Dato che il livello del PIL è

strettamente legato al capitale, più accumulo livello di capitale più avrò un tasso di sviluppo e un

maggior tasso di crescita. Tutto parte dall’ipotesi che il PMK è costante.

È ragionevole pensare che il capitale da lo stesso contributo al PIL qualunque sia il livello dello stock

di capitale, qualunque sia il livello di sviluppo di un Paese?

Noi abbiamo visto che una stima ragionevole di alfa è 0,3, per avere PMK costante dobbiamo avere

alfa = 1, per avere una relazione lineare, per avere il PIL come una retta l’esponente di K dev’essere

1.

Dobbiamo esplicitare la relazione tra capitale fisico e capitale umano.

Ciascuno dei due ha rendimenti decrescenti. Queste due forme di capitale però non sono

indipendenti tra loro. C’è una relazione tra capitale fisico e capitale umano. Se io investo per costruire

una fabbrica in un’area dove prima non c’era quell’attività, la forza lavoro automaticamente migliora le

proprie competenze, migliora il capitale umano, impara sul posto di lavoro.

La relazione tra capitale fisico e capitale umano è chiamata effetti di spillover, effetti di ricaduta. In

concetto è che investendo sul capitale fisico c’è una forma più ampia di esternalità positiva, di

beneficio, che investe tutto il sistema economico, rende più produttivo il capitale umano. Il

miglioramento del capitale umano si porta dietro un maggior incentivo a accumulare capitale fisico in

quell’area.

Noi dobbiamo esplicitare H, il capitale umano, questa è una variabile non esogena, indipendente ma

endogena che dipende dallo stock di capitale fisico.

Quando aumenta il capitale fisico migliora anche il capitale umano anziché restare costante, se il

capitale umano migliora da H0 a H1 noi ci spostiamo su una curva di investimento più elevata, da K0

a K1 e così via.

Possiamo riscrivere la nostra funzione di produzione esplicitando questo terzo fattore di produzione,

H, il capitale umano.

b a c

Y = AH K L

Abbiamo tre fattori di produzione: capitale umano, capitale fisico e lavoro che, insieme al residuo, il

coefficiente A, determinano il livello del PIL.

Sostituisco al posto di H DK, l’effetto spillover, l’incremento di capitale umano che migliora il PIL oltre

al beneficio diretto arrecato dal capitale fisico.

b a c

Y = A(D*K) K L

b a+b c

Y = A (D) K L 26

Se b, che misura l’effetto spillover è tanto forte da avvicinarsi a 0,7 io ho una relazione lineare e

diretta tra capitale fisico e PIL, tra K e Y.

Tanto più forte è l’effetto di trascinamento del capitale fisico tanto più la relazione tra capitale e Pil è

lineare e diretta. Tutto ciò a parità di L ed A.

Dal punto di vista analitico devo avere un effetto silloge elevato e dal punto di vista economico il

capitale fisico deve avere un forte effetto di trascinamento sul capitale umano.

Un’altra conseguenza è che è ottimale sussidiare l’accumulazione del capitale. Se io sono in un’area

sottosviluppata o in un’area sviluppata che ha bassa accumulazione di capitale è efficiente spendere

soldi pubblici per favorire l’accumulazione di capitale.

Se fare investimenti in capitale fisico da un beneficio che è il PMk del singolo capitale è decrescente,

ma c’è l’effetto spillover allora è necessario sussidiare gli investimenti:

dal punto di vista della collettività l’investimento provato ha un beneficio di cui non si appropria il

singolo soggetto ma se ne appropria la collettività. Il governo allora deve spingere l’accumulazione di

K al livello socialmente ottimale Ks. Queste sono tutte le politiche di attrazione degli investimenti.

L’obiettivo è che i sussidi incrementino l’accumulazione di capitale riducendone il costo per gli

investitori privati ma massimandone i benefici per la collettività. Nel modello della crescita endogena

c’è spazio per dar soldi alle imprese affinchè investano in aeree con poco capitale affinchè ciò

incrementi il capitale fisico migliorando anche il capitale umano e recando benefici all’intero sistema

economico. + ottimale l’intervento attivo del governo.

La crescita è illimitata e non c’è convergenza.

2. PMk crescente

Il capitale rende di più laddove ce n’è già tanto.

Se io sono un’impresa del settore del legno mi conviene investire in un distretto dove già si produce o

in un’area sperduta? La risposta è i rende di più investire dove ho l’accumulazione del capitale più

elevata e mi rende di meno investire dove lo stock di capitale è più basso.

Se il mondo funziona così ci sono dei paesi sottocapitalizzati dove nessuno andrà a investire:

trappola della povertà. Il costo del capitale in tali aeree è maggiore del beneficio. Mentre il beneficio è

> costo nelle aree con capitale > K0. 27

Per i Paesi sotto K0 c’è una trappola di liquidità

 Per i Paesi ricchi c’è la divergenza

Questo è l’opposto del modello di Solow, i paesi più sviluppati diventano ancora più sviluppati e quelli

più arretrati si allontanano dai paesi avanzati anziché raggiungerli.

Nelle aree più sviluppate si concentrano i talenti, le migliori risorse di capitale umano. In questo

contesto possiamo ipotizzare PMk crescente. Se investo nelle aree dove sono concentrati i talenti e

dove sono maggiori le interdipendenze tra produttori ì, fornitori e clienti posso ipotizzare PMk

crescente che comporta trappola della povertà e divergenza.

Confrontiamo i modelli…

Tra questi dati l’ultimo della figura a sinistra è compatibile con il nostro modello:

Chi è più ricco cresce di più e chi è più povero cresce meno. se io nello stesso periodo (60-2007)

relaziono i dati alla crescita complessiva (grafico a destra) vedo che i paesi avanzati, a destra, sono

cresciuti meno dei paesi che stanno dietro, son cresciuti a un tasso del 3% mentre quelli che stanno

dietro son cresciuti intorno al 6%. Nel modello del PMk costante dovremmo osservare che non c’è

relazione tra livelli di sviluppo e crescita. Il PMK costante dice che non sia ha ne convergenza ne

divergenza.

In realtà noi, osservando gli stati all’interno degli USA, gli stati del gruppo OCSE abbiamo visto che i

dati supportano il modello di Solow. All’interno dei Paesi OCSE abbiamo osservato un processo di

convergenza.

All’interno degli USA gli stati più ricchi son cresciuti meno di chi era più povero:

Anche all’interno delle regioni europee abbiamo dei dati che supportano il modello di Solow. Mettendo

insieme tutti i dati possiamo dire che:

a) A livello globale non abbiamo osservato convergenza ma c’è convergenza tra paesi simili e

omogenei.

b) Paesi che hanno parametri diversi con diversi livelli di sviluppo convergono verso differenti stati

stazionari. → Non osserviamo convergenza a livello globale ma convergenza tra paesi simili e

divergenza tra paesi non simili. 28

c) L’ipotesi che a livello globale il PMK sia crescente o costante non è confermata nelle analisi

empiriche dove, per confermare le ipotesi, avremmo dovuto ottenere l’effetto spillover, b = 0,7. Le

stime invece mostrano che l’impatto complessivo del capitale sul Pil ha un impatto complessivo di 0,6

(0,3 + 0,3). L’effetto ulteriore dato dal capitale umano non garantisce PMk costante.

→L’ipotesi del PMK decrescente è quindi la più ragionevole e, all’interno del PMK decrescente noi

effettivamente notiamo convergenza ma se i Paesi hanno parametri simili, la stessa PTF, le stesse

istituzioni e la stessa tecnologia. Non osserviamo al convergenza a livello globale, i parametri

istituzionali e tecnologici europei con completamente diversi da quelli africani. Ciascun gruppo di

Paesi andrà a convergere verso il proprio stato stazionario.

L’analisi empirica cerca di stimare il livello di stato stazionario in funzione di una serie di virabili e

analizza la crescita di PIL pro capite come la rapidità di convergenza.

I parametri che influenzano gli stati stazionati sono:

• Il livello di capitale umano misurato ad esempio, dal tasso di frequenza di bambini che vanno

alla scuola primaria.

• Il livello degli investimenti.

• La qualità della vita: le aspettative di vita.

Tanto più questi valori sono elevati tanto più elevato è il livello di stato stazionario verso cui tende

quel paese.

Sono significativi valori che hanno a che fare con le istituzioni, come i diritti politici, l’ampiezza del

mercato ecc.

Tanto più un Paese è fondato sulla fertilità, sulla crescita della popolazione (Il Pil è inversamente

legato al tasso di fertilità, nel PIL procapite la popolazione è al denominatore e, come visto in Cina,

con la transizione demografica il PIL migliora).

Possiamo poi guardare il numero medio di anni passati a scuola dalla popolazione; il tasso

d’investimento e le aspettative di vita.

La convergenza condizionata ci dice che se guardiamo gruppi di paesi simili osserviamo che

tendono a convergere, se i paesi hanno parametri diversi apparentemente non osserviamo

convergenza. Se abbiamo 4 Paesi con stessi parametri (aspettative di vita, tecnologie, istituzione

ecc) ma differiscono solo perché:

1. A e B hanno un tasso d’investimento del 20%

2. C e D hanno un tasso del 30% 29

Vediamo che A e C convergono allo stato stazionario 1: A cresce meno di B e C più di D. B e D

convergono al tasso 2. Globalmente tra tutti e 4 non c’è convergenza. Tra gruppi omogenei c’è

convergenza ma a livello globale no.

02.10.13

Articoli per casa

L’articolo sulla Cina dice che la percentuale di investimenti sul PIL è del 45%, fa un parallelismo

con lo sviluppo di Giappone e Corea. Il modello di sviluppo cinese è il tipico modello che hanno

percorso prima il Giappone e poi le tigri asiatiche, un modello accentrato su investimenti e export.

Quando sarà esaurito il capitale fisico la Cina rischierà di ritrovarsi come il Giappone in una

trappola di stagnazione. Il coefficiente degli investimenti sul PIl ha un livello ottimale del 30%, la

golden rule. Il rischio è che quando si sarà esaurita la spinta propulsiva data dagli investimenti ci

saranno dei problemi, quali i consumi e i redditi interni ancora bassi; l’enfasi è sui profitti delle

imprese. Questo modello non è sostenibile all’infinto, per riequilibrarlo bisogna andare in una

direzione in cui consumi, salari e redditi procapite salgono. L’evoluzione politica è strettamente

legata all’evoluzione economica.

L’articolo sull’economia tribale riguarda la PTF e le istituzioni italiane che vanno troppo verso

l’incentivo ad attività di corruzione e non verso logiche di meritocrazia, competenze ecc.

L’articolo sulle riforme strutturali dice che queste sono costose nel breve periodo, le riforme

strutturali permettono alle aziende di licenziare, aprono i mercati riducendo i profitti, le riforme

strutturali nel breve peggiorano i conti pubblici. Si danno sussidi a chi perde il lavoro e in generale

si cerca di compensare la minor crescita economica. Nel breve periodo c’è un impatto negativo

che può essere mitigato con politiche congiunturale che mitigano le riforme strutturali ma in questo

momento non c’è spazio per fare ne l’una ne l’altra cosa. Le politiche congiunturali espansive

mitigano gli effetti di aumento della disoccupaizone e diminuzione del PIL.

Il tema del Made i Italy

In Italia abbiamo il Made in Italy, le 4 A: arredamento, Abbigliamento, automobili, alimentari. L’Italia

è un esportatore netto in questi 4 settori, abbiamo un saldo positivo con cui paghiamo le

importazioni di petrolio e di altri beni. Ciò è da un lato un punto di forza e dall’altro di debolezza,

siamo presenti in settori tradizionali, non nell’informatica o nella chimica. D’altro lato cono

comunque un elemento di forza. Ricordiamoci sempre che il manifatturieri sul PIL complessivo è

meno del 20%, la gran parte del PIL è fatto dai servizi e nell’ambito dei servizi non siamo brillanti.

Il problema dell’Italia è che è un paese poco attrattivo di investimenti diretti all’estero. Gli

investimenti che arrivano sono piccoli, inferiori al sistema economico, gli investitori sono

scoraggiati dalla complessità del sistema italiano e dalle varia difficoltà.

PERCHE’ L’AFRICA E’ COSì POVERA?

La maggior parte die paesi che non si stanno ancora sviluppando è localizzata in Africa. Come

possiamo spiegare e giustificare ciò? Alcune giustificazioni hanno a che fare con la diversità

etnolinguistica, all’interno dei singoli stati africani ci sono diversità tra le popolazioni che non si

riconoscono nello stato comune dove vivono, ciò ha impatto sulle istituzioni. Se una stato è diviso

in due o più gruppi non si procede verso una sviluppo comune ma si tanta di ottenere le risorse a

danno dell’altro gruppo. I confini di questi stati sono eredità coloniali. Altro elemento è la

localizzazione geografica, se costruiamo un grafico dove suddividiamo il PIl per latitudine notiamo

30

come i paesi che vivono vicino all’equatore hanno PIL pro-capite più bassi. Ci son problemi di

clima e malattie. Gran parte die paesi africani è localizzata in queste aree.

Un altro elemento è la lontananza dal mare che priva le regioni di uno sbocco sui mercati. Poca

popolazione è concentrata sulle coste.

Se poi guardiamo all’indice frattale dei confini vediamo che i confini sono tracciati in modo rettilineo

anziché tenere conto degli elementi culturali e geografici omogenei. I confini sono artificiali,

derivano dal colonialismo. Un indicatore simile c’è anche nel Nord America, anche il confine degli

USA era stato tracciato con un righello.

Per quanto riguarda al qualità delle istituzioni i paesi africani sono negli ultimi posti.

Un altro aspetto è la maledizione delle risorse naturali: avere un’ampia disponibilità di risorse

spesso non traina lo sviluppo ma lo frena. Ciò genera rivoluzioni, guerre e scontri armati.

Prima gli aiuti istituzionali puntavano più alla costruzione di infrastrutture che ad altro.

IL MERCATO DEL LAVORO E LA DISOCCUPAZIONE

Paradossalmente ci sono elementi simili alla Cina: export e salari bassi se rapportati allo standard

europeo. Dal punto di vista della crescita economica il tema successivo è quello del mercato del

lavoro.

Guardiamo alcune definizioni del mercato de lavoro:

1) Il tasso di disoccupazione italiano è arrivato al 12%, siamo circa 60 mln, la popolazione in

età lavorativa però è di circa 40 mln, 20 mln sono quelli che hanno meno di 15 anni o più di

64. Dobbiamo sottrarre a questi altri 15 mln di persone che sono gli inattivi, coloro che non

lavorano o non cercano lavoro, (studenti, casalinghi, i mantenuti) arriviamo così alla forza

lavoro che è di circa 25 mln. Il 12% è la percentuale della FL che non è occupata. La FL è la

somma di chi è occupato e di chi è disoccupato ma sta cercando lavoro. Il 12% è quindi riferito

alla forza lavoro. Oggi in Italia i disoccupati ufficiali sono oltre 3 milioni.

Non dobbiamo guardare solo al mercato del lavoro ma agli indicatori delle dimensioni

complessive del mercato del lavoro:

2) FL/POP in età lavorativa: questa è la dimensione del mercato del lavoro.

3) Tasso di occupazione: il numero di occupati sulla popolazione in età lavorativa, che è parti

al 56%, gli altri sono o inattivi o disoccupati.

Questi dati provengono da indagini campionarie e non dalle dichiarazioni dei redditi, dovrebbero

racchiudere anche il lavoro in nero.

Normalmente nelle fasi negative di economia aumenta il tasso di disoccupazione ma aumenta

anche la fascia di popolazione che smette di cercare lavoro.

Dal punto di vista dei nostri modelli parlare del mercato del lavoro è importante perché la

remunerazione dal lavoro è circa il 70% del PIL (1-0,3 la remunerazione del capitale). Inoltre a

parità di capitale e di PTF più occupati spostano verso l’alto la funzione di produzione.

Migliori son le prospettive e l’occupazione maggiori saranno gli incentivi agli investimenti in

istruzione e viceversa.

Il tema chiave del mercato del lavoro è vedere che cosa influenza l’attività lavorativa, la domanda e

l’offerta di lavoro. Se prendiamo i singoli elementi vediamo che, a parità di capitale e PTF il PMG

del lavoro è decrescente. Come per il capitale, per le imprese è conveniente assumere fino a

quando i costi sono minori o uguali ai benefici. Quindi:

w < o = PML*P → W/P < PML 31

dal punto di vista del grafico il PMl è la domanda di lavoratori da parte delle imprese, il PMGL è

decrescente a parità di tutto il resto, più assumo più questo diminuisce.

Qualsiasi elemento che migliora la produttività marginale del lavoro aumenta la domanda del

lavoro e quindi l’occupazione. Se aumentano o il capitale o il PTF, la domanda di lavoro aumenta

e, a parità di salario reale, abbiamo un aumento dell’occupazione.

Nel lungo periodo l’offerta di lavoro è tra virgolette costante, in realtà è influenzata dalla dinamiche

demografiche e dalle norme che regolano il mercato del lavoro. Nel lungo periodo possiamo

considerare costante lo stock di capitale. Nel lungo periodo, al netto della congiuntura economica,

la crescita dei salari reali è legata a tutto ciò che fa crescere la domanda del lavoro delle imprese.

La domanda di lavoro delle imprese aumenta se c’è accumulazione di capitale che rende più

produttivo il lavoro o se c’è progresso tecnologico che rende più produttivo il lavoro aumentando la

PTF. Nel lungo periodo la crescita dei salari reali è strettamente legata alla crescita della

produttività. Oggi con 1 ora di lavoro si producono più beni che 50 anni fa e così le imprese

garantiscono una remunerazione più elevata, i salari sono aumentati. Nel lungo periodo la crescita

della produttività di lavoro (accumulazione del capitale e il progresso tecnologico) permette la

crescita dei salari reali. 32

07.10.13

Dobbiamo capire da che cosa dipende, cosa influenza, e come si può ridurre il tasso naturale di

disoccupazione.

Stavamo parlando di mercato del lavoro, su questo mercato come su tutti gli altri ci sono:

• Quelli che domandano lavoro: imprese (D)

• Quelli che offrono lavoro: i lavoratori (S)

Che cosa influenza la domanda di lavoro? La domanda di lavoro da parte delle imprese dipende dal

PMg del lavoro. Il PMg del lavoro viene influenzato dai cambiamenti dello stock di capitale e della

produttività totale dei fattori.

A parità di salario reale se aumenta il PMg aumenta l’occupazione. In realtà ciò che succede sul

mercato del lavoro dipende dall’offerta del lavoro. Per quanto riguarda l’offerta di lavoro distinguiamo

tra:

a) Lungo periodo: strutturale. Nel lungo periodo la scelta delle persone di offrire il proprio lavoro

non dipende dal salario, da alti e bassi della domanda, crisi o non crisi ecc ma dipende da:

• Demografia: come sono e fasce di popolazione, quante sono le persone che entrano o

escono nella fascia d’età 15-64

• Immigrazione o emigrazione

• Caratteristiche istituzionali che regolano il mercato del lavoro (legislatura).

Le motivazioni di lungo periodo prescindono dai salari, la curva dell’offerta è verticale.

Nel lungo periodo la relazione tra domanda e offerta di lavoro ci dice che nel lungo periodo il

salario reale è uguale alla produttività, al PMg del lavoro: W/p = PmL. Nel lungo periodo è solo

l’incremento di PML che dipende da capitale e PTF che può far crescere i salari reali. 33

α 1−α

PTF∗K ∗L

Possiamo anche usare una Cobb Douglas: PIL = se divido tutto per L

α 1−α

PTF∗K ∗L

L α

PIL K

( )

=PTF

dove L L

b) Breve periodo : congiunturale o ciclico. Nel breve periodo l’offerta dipende dal salario reale

(effetto reddito e effetto sostituzione). Se mi propongono un doppio salario lavorando più re alla

settimana qual è la mia scelta ottimale?

• Se scelgo lavorare di più prevale l’effetto sostituzione. Il costo opportunità del non

lavorare è alto. Quando varia il salario reale l’effetto sostituzione mi dice che al crescere

W

del salario reale aumenta l’offerta del lavoro: ↑ L↑. Sostituisco le ore di lavoro con

P

le ore di tempo libero, mi conviene lavorare di più.

• L’effetto reddito invece mi spinge a lavorare di meno. Se raddoppiano i salari reali io

lavorando la metà ottengo lo stesso salario di prima.

Nel breve periodo io posso avere curve di offerta con una qualunque forma:

• Curva 1: prevale l’effetto sostituzione. È la tipica offerta di lavoro di breve periodo.

• Curva 2 (in alto a dx) prevale l’effetto reddito.

• Curva 3: i due effetti si annullano, è l’offerta di lavoro di lungo periodo.

• Curva 4: all’inizio prevale l’effetto sostituzione, poi prevale l’effetto reddito, è la tipica

offerta di lavoro delle fasce alte dei professionisti, arrivati a un certo livello di salario reali

ulteriori incrementi non incentivano a lavorare di più ma permettono di lavorare di meno

con lo stesso salario.

Nel breve periodo si ha la concorrenza perfetta, il salario si aggiusta per far si che domanda e

offerta si equivalgano: 34

Se c’è disoccupazione è volontaria.

In realtà il mercato del lavoro non è così. Il lavoro non è un bene omogeneo, le persone hanno

caratteristiche diverse, ci sono le regole, ci sono i sindacati, ecc. il modello di concorrenza perfetta

non è concreto, non ci permette di capire che cosa determina il fatto che in tutti i sistemi economici

esiste una disoccupazione naturale dove naturale è sinonimo di strutturale, di lungo periodo. Qual

è la disoccupazione media con cui funziona quel sistema economico. Ciò dipende dalle istituzioni

del mercato del lavoro. Dobbiamo considerare altri modelli:

1) Mercati monopolistici

2) Analisi dei flussi

1. Il mercato dei poteri monopolistici

Sia i lavoratori sia le imprese hanno potere di mercato, potere di monopolio.

Imprese: Ciò Implica avere il potere di fissare i prezzi, le imprese sono price maker e non price

taker e possono fare prezzi maggiori dei costi. A livello aggregato fissare i prezzi vuol dire fissare

P>costi e il costo che consideriamo è il costo del lavoro. Lo facciamo per semplicità. In

concorrenza perfetta avremmo P=costo. Nel potere monopolistico:

P= (1+x)w. Le imprese hanno un mark up sui costi e fanno profitti di monopolio con p maggiore dei

costi. In concorrenza perfetta x=0.

Lavoratori: hanno un potere di monopolio. Se si licenzia un docente la Bocconi ha poi dei costi

per assumere un altro docente, formarlo ecc.. Se consideriamo i lavoratori non come singoli ma

come sindacati il potere di monopolio cresce. Bisogna trovare l’accordo per il livello dei salari ecc.

qual è il modo con cui rappresentiamo il potere di monopolio dei lavoratori=

I lavoratori sono interessati al salario reale, al potere d’acquisto, il potere di monopolio dei

lavoratori è un coefficiente A, più i lavoratori hanno potere più possono chiedere salari elevati, il

potere di monopolio dipende però dal livello generale di disoccupazione (u), se la disoccupazione

è elevata i lavoratori hanno meno potere. Il coefficiente b è la sensibilità delle richieste dei

lavoratori rispetto al tasso di disoccupazione. Tanto meno i salari si adeguano al cambiamento del

contesto della disoccupazione tanto più b è basso e viceversa.

W =A−bu

P

Se mettiamo insieme il modo d’agire di lavoratori e imprese otteniamo il punto di equilibrio,

otteniamo il tasso di disoccupazione naturale di disoccupazione di equilibrio (u*) che rende

coerenti le richieste dei lavoratori con la fissazione dei prezzi da parte delle imprese.

Analiticamente: 1 w

=

Riscriviamo P= (1+x)w come 1+ x p 35

1 w W 1 1

A−bu U∗¿ A−

= = = ( )

metto e ottengo che

1+ x p P b 1+ x

Il tasso di disoccupaizone dipende:

- Negativamente da b: tanto più b è elevato tant più basso è il tasso di disoccupaizone.

- Positivamente da A e x

Graficamente: 1

La curva che descrive come le imprese fissano i prezzi è una retta orizzontale data da .

1+ x

Come le imprese fissano i prezzi è indipendente dal tasso di disoccupazione.

La curva dei salari ha intercetta verticale A, quando il salario è 0 il potere è A, tanto più alto è b

tanto più inclinata è la curva. La curva + A-bu.

Ragioniamo sul potere di monopolio dei lavoratori. Da cosa dipende A e quali conseguenza ha? Se

io (aumento) o riduco il parametro A ho uno spostamento verso (destra) o sinistra della curva e

riduco il tasso di disoccupazione di equilibrio. Se aumenta il potere di monopolio dei lavoratori

aumenta la disoccupazione.

Il potere dei lavori dipende da:

a) Sindacalizzazione: maggiore è la sindacalizzazione maggiore è il potere di monopolio dei

lavoratori. Ciò implica maggior disoccupazione. Bisognerebbe ridurre la centralizzazione della

contrattazione collettiva. es. in Italia il contratto collettivo dei metalmeccanici copre anche chi

non è iscritto.

b) I sussidi di disoccupazione: più sono elevati maggiore è il potere contrattuale dei lavoratori.

I lavoratori possono permettersi di aspettare di più ad accettare un lavoro, chiedere salari più

elevati l’alternativa non è il reddito 0 ma il sussidio. La risposta è ridurre importo e durata dei

sussidi. Riduciamo A e ci spostiamo verso minor disoccupazione. 36

c) Gli squilibri regionali e di competenze: se io ho una disoccupazione media del 10% ma in

alcune aree è del 4% in altre del 20% ciò implica che il potere dei lavoratori nelle aree con

bassa disoccupazione è più elevato è come se esistessero più mercati del lavoro. I

disoccupati delle altre regioni non sono concorrenti. Tanto più ci sono squilibri tanto più è forte

il potere contrattuale die lavoratori. Bisognerebbe ridurre gli squilibri attraverso orientamento,

spesa per la qualificazione ecc, incentivi ai movimenti tra regioni.

d) Elevata disoccupazione di lungo periodo: se i disoccupati sono il 10%, 2,5 mln, se tra questi

molti sono disoccupati di lungo periodo, in cassintegrazione da più anni ecc., il potere

contrattuale dei disoccupati è minore ed è maggiore il potere contrattuale dei lavoratori

occupati. I datori di lavoro non percepiscono i disoccupati di lungo periodo come tali, sono

meno appetibili per i datori di lavoro.

e) Imposte sul monte salari (il cuneo fiscale): tanto più sono alte le imposte sul monte salari

(differenza tra salario e netto in busta paga) tanto più elevate saranno le richieste dei

lavoratori. Bisognerebbe ridurre il cuneo fiscale.

Tutto ciò che rafforza A aumenta la disoccupazione naturale e viceversa.

Un altro modo per ridurre U* è agire sull’altro potere di monopolio, quello delle imprese, se

riduciamo x, abbiamo un duplice effetto:

w

• ↑

p

• u*↓

La curva orizzontale trasla verso l’alto, i mercati si liberalizzano e aumenta la concorrenza tra le

imprese.

Il parametro b: se aumentiamo b (maggiore flessibilità dei salari) cambia l’inclinazione della curva

dei lavoratori: grafico 1.

2. L’analisi dei flussi

Non ci concentriamo sulla contrattazione tra lavoratori e imprese ma sui flussi. I flussi sono quelli in

entrata e in uscita dalla disoccupazione. in ogni periodo c’è un flusso da occupati a disoccupati:

p*L. p è la percentuale di lavoratori che perde il posto.

Nello stesso periodo s è invece la percentuale di disoccupati che trovano lavoro: s*U.

Nel lungo periodo i due flussi devono essere uguali.

P*L=s*U

L = FL –U

P(FL-U)=s*U

Divido tutto per FL

P*(FL/FL-U/FL) = s*U/FL

p(1-u)=s*U 37

P

u∗¿

se risolvo per U: p+ s

Il tasso di disoccupazione dipende da:

a) Probabilità di trovare lavoro: maggiore è s minore è il tasso

b) La probabilità di perdere lavoro: maggiore è p maggiore è il tasso

Cosa influenza p e s?

In questo modello la variabile del mercato del lavoro rilevante è la LPO (legislazione protezione

occupazione). Non è solo l’art 18 ma:

• il fatto che chi viene licenziato abbia diritto o meno a indennità

• il fatto che prima di licenziare sia necessario un preavviso

• in caso di licenziamenti di massa servano procedure a livello governativo

• norme che regolano il lavoro temporaneo

Tanto più le norme sono stringenti tanto più si riduce la probabilità di diventare disoccupato, si

riducono i flussi in uscita, si riduce p.

Ciò riduce anche la probabilità di trovare lavoro s. le imprese hanno più costi, prima di assumere

tengono conto di tutti i vincoli.

Al crescere delle norme p e s diminuiscono.

L’impatto complessivo sulla disoccupazione dipende da quale dei due effetti è prevalente.

Guardiamo i dati. Nelle tabelle vediamo sull’asse orizzontale un indice OCSE che misura la rigidità

delle norme, sull’ordinata abbiamo il mercato del lavoro.

Abbiamo che in media tanto più è rigorosa la protezione dell’occupazione tanto minori sono i

licenziamenti. Negli USA ogni trimestre i 2% perde il posto del lavoro, in Grecia è in Italia ciò è lo

0,3. Ciò implica anche una minore percentuale di disoccupati che ogni trimestre trova lavoro (USA

40%, Italia 2%).

I dati confermano ciò che ci aspettavamo più è rigido il mercato del lavoro minori sono i flussi in

entrata e in uscita. Tanto più è rigido il mercato del lavoro minori tanto più lunga è la permanenza

nello stato di disoccupazione. Trovare lavoro è più difficile. Dall’altro lato la durata media

dell’occupazione è minore dove le regole son meno rigide. In Italia si rimane più a lungo nello

stesso posto di lavoro. Si premia chi ha già un lavoro.

La LPO elevata riduce la FL complessiva (rapporto tra occupazione e pop). Maggiore è la LPO

minore è l’occupazione, cresce molto l’area degli inattivi.

L’impatto sul tasso di disoccupazione è scarso/nulla. Non è detto che LPO maggiore aumenti u*.

La retta ha solo una debole pendenza positiva.

Qual è il problema della LPO? Riduce i flussi in entrata e uscita, tende a cronicizzare i disoccupati

e a fissare i lavoratori nello stesso posto di lavoro. Riduce il mercato del lavoro, riduce l’opportunità

di lavoro, aumentano gli inattivi. Non incentiva le persone ad entrare nel mercato del lavoro (le

imprese non assumono).

In Europa si parla di Eurosclerosi del mercato del lavoro. Le politiche sul mercato del lavoro

andavano a dare sicurezza ai lavoratori rispetto agli altri Paesi. Il mercato del lavoro è meno

flessibile, la disoccupazione è più alta e concentrata in particolari aeree. I salari son rigidi, con

contrattati centralmente, ciò è un problema strutturale in termini di crescita economica. I mercati

bloccati non favoriscono la crescita della produttività, non permettono alle imprese efficienti di

espandersi assumendo e a quelle arretrate di licenziare.

Queste sono considerazioni pre-crisi che hanno portato a riforme del mercato del lavoro per

incentivare la produttività, l’efficienza del sistema. Le riforme strutturali in Italia:

• Treu 38

• Biagi

Si son rimossi molti vincoli. Si sono aumentati i contratti alternativi. È aumentata la flessibilità ma il

contratto standard fino alla riforma Fornero era lo stesso.

Uno dei modelli di riferimento era e fexicurity: flessibilità e sicurezza. Si voleva proteggere il livello

del reddito dei lavoratori ma non il posto di lavoro. Questo modello ha avuto successo in Olanda e

Danimarca. In economie più grandi e più complesse questo sistema è oneroso e complicato. È un

modello che è scarsamente attuabile.

La riforma Fornero ha cercato di fare una riforma complessiva che di fatto non ha intaccato i nodi

strutturali.

09.10.13

Un articolo OCSE sottolinea che gli italiani hanno le competenze peggiori nei confronti

internazionali: per quanto riguarda competenze linguistiche siamo i penultimi e per quanto

concerne le competenze matematiche siamo ultimi.

Un altro tema oggetto di dibattito in questi giorni è il bilancio pubblico degli stati uniti.

Abbiamo visto i due modelli del mercato del lavoro:

• Mercato dei poteri monopolistici: il tasso di disoccupazione dipende dal potere di monopolio

dei lavoratori; dal potere di monopolio delle imprese; dal coefficiente b sulla

flessibilità/sensibilità alla disoccupazione.

• Mercato dei flussi: la disoccupazione dipende dalla LPO.

Se vogliamo ridurre la il tasso di disoccupazione dobbiamo ridurre il potere di monopolio dei

sindacati e delle imprese e agire sulla LPO.

La riforma Fornero

Il centro dell’innovazione era stato il contrasto alla flessibilità malata. Nel corso degli anni si era

consolidata una dualità sul mercato del lavoro: da un lato il contratto a tempo determinato con

elevata LPO e dall’altro tutte le forme flessibili precarie che le imprese avevano usato per garantirsi

flessibilità. C’è abbastanza consenso sul fatto che una parte della bassa crescita della PTF

dipende dal fatto che per le imprese sia più conveniente usa re FL a basso costo e flessibile

piuttosto che investire nel capitale umano, nella formazione del personale. Le leggi Treu e Biagi

avevano incentivato le imprese ad andare verso i lavoratori flessibili. La legge Fornero appunto

contrasta la flessibilità malata riprendendo la centralità del contratto a tempo indeterminato.

La riforma vera è stata:

• Maggior rapidità nelle decisioni: sentenze per i licenziamenti più rapide, minori costi.

• Non obbligo del reintegro:

L’obiettivo era contrastare la flessibilità dei contratti atipici e aumentare la flessibilità nei

licenziamenti dei lavoratori a tempo indeterminato. Se le imprese licenziano di più possono anche

assumere di più. Si aumentano i flussi sul mercato del lavoro, aumenta la partecipazione.

Però fare riforme strutturali quando il ciclo economico è negativo significa peggiorare la

congiuntura. Nel breve c’è un impatto negativo sulla disoccupazione. Dal punto di vista strutturale

la riforma non ha raggiunto il suo obiettivo, il risultato principale è stato di ridurre le assunzioni.

Molti sono scoraggiati da quest’alternativa. Questa riforma non ha risolto i problemi strutturali, ha

messo più vincoli alle imprese per i contratti atipici ma non ha facilitato i licenziamenti.

Quale poteva essere l’alternativa? si poteva non intervenire sui contratti esistenti ma istituire un

nuovo contratto unico per i nuovi assunti. Si poteva lasciar inalterato l’articolo 18 e fare un nuovo

contratto non distinto tra precario determinato ecc. in cui i vincoli al licenziamento crescono col

trascorrere del tempo. 39

La riforma ha portato più lavoro per i giudici, d’altro lato questa riforma era tra le clausole imposte

dall’UE: bisognava intervenire sul mercato del lavoro.

Non si è però risolto il nodo strutturale di facilitare il ricollocamento dei lavoratori da imprese che

licenziano a imprese che assumono.

Il tasso di disoccupazione naturale medio

Le riforme degli anni 2000 hanno modificato il tasso di disoccupazione. prima della crisi il tasso era

arrivato a poco più del 6%.

Gli squilibri sul mercato del lavoro: mismatch tra territori e tra competenze

Questo può essere rappresentato guardando la curva di Beveridge che mette in relazione il

numero dei posti vacanti con il tasso di disoccupazione:

quando c’è un 3% di posti di lavoro vacanti il tasso di disoccupazione è attorno al 5%: mismatch

tra domanda e offerta. i posti vacanti non son coperti perché i disoccupati non hanno le

competenze o sono in territori diversi rispetto a quelli della domanda del lavoro. Se guardiamo la

curva per l’Italia vediamo che se i posto vacanti sono al 3% i disoccupati sono il 7%. Ci son

maggiori squilibri geografici e di competenze. 40

Ciò accade perché ci son differenze regionali con maggiore occupazione al Nord.

Negli USA dopo la crisi finanziaria c’è stato uno spostamento della curva verso l’alto (curva

celeste). A parità di posti vacanti è aumentato il tasso di disoccupazione.

Negli USA c’è un GAP strutturale tra domanda e offerta, tra conoscenze e localizzazione della

forza lavoro. U* negli USA è aumentato perché sono aumentati gli squilibri tra territori e

competenze. È come se ci fosse stato uno spostamento verso destra della curva che indica il

monopolio dei lavoratori, dei sindacati.

Nel caso dell’Italia invece lo spostamento lo vediamo anche in modo significativo intorno al 5. È

molto significativo comunque il fatto che i posti vacanti son vicini a 0. L’economia italiana è in

profonda recessione.

Come facciamo a ridurre la disoccupazione?

a) Se usiamo l’approccio per flussi dobbiamo ridurre la LPO. Ma ciò ha in realtà più un impatto

sull’occupazione che sulla disoccupazione. Si favorisce una maggiore partecipazione al

mercato del lavoro.

b) Nell’altro modello dobbiamo invece liberalizzare i mercati di beni e servizi per ridurre x e

ridurre rutto ciò che sta dietro A(squilibri, potere dei sindacati, sussidi ecc).

Se guardiamo gli interventi dei governi per ridurre la disoccupazione un ruolo importante lo gioca

l’aspetto della spesa per le politiche attive sul mercato del lavoro: interventi volti a riqualificare le

competenze dei disoccupati per aiutarli a creare una propria impresa ecc.

In Olanda si spende addirittura l’1% del Pil per riqualificare i disoccupati, non si danno però i

sussidi.

Altro aspetto è il ruolo dei sindacati: questo ruolo da un lato aumenta il potere di monopolio dei

lavoratori e d’altro lato il ruolo dei sindacanti è importante quando il sistema economico necessita

di ricollocare i lavoratori. Se ci concentriamo sulla contrattazione centralizzata (sindacati) notiamo

che a livello aggregato se mettiamo in correlazione la contrattazione collettiva e il tasso di

disoccupazione (grafico a destra) abbiamo un’evidenza empirica di un risultato a campana. Ci

sono bassi livelli di disoccupazione sia in paesi in cui i sindacati sono inesistenti sia in Paesi in cui

la contrattazione è fatta a livello nazionale. Anche se i sindacati aumentano A se i sindacati sono

molto forti favoriscono la moderazione sindacale quando le cose vanno male. In Germania i

sindacati 10 anni fa hanno abbassato i salari dei lavoratori in cambio di mantenimento del posto

ecc.

In Olanda quando si licenziano i lavoratori poi li si aiutano a trovare un nuovo lavoro: flexicurity.

È fondamentate incrementar ela spesa per le politiche attive del mercato del lavoro.

Nel regno unito c’è un modello di liberalizzazione: i sindacati non vanno a incidere sulla

disoccupazione in questo modello. In Olanda invece la concertazione tra sindacati e datori ha

ridotto la disoccupazione del 2,53%. 41

42

CAPITOLI 14 E 18 IL SETTORE PUBBLICO

Il ruolo del settore pubblico è oggetto di grande dibattito per due motivi:

a) Quale ruolo deve avere lo stato nell’economia. Negli USA una parte dell’opinione pubblica

ritiene che lo stato abbia un ruolo eccessivo.

b) Il tema della sostenibilità del debito pubblico accumulato. Altro tema importante negli USA

in questi giorni.

Questi temi sono molto importanti anche in Italia.

Qual è la dimensione ideale dello stato nell’economia? Qual è l’impatto della tassazione sul

sistema economico?

Possiamo guardare il peso del bilancio pubblico sul Pil in diversi Paesi in diversi periodi:

Si nota un trend crescente. Nel corso del tempo tutta una serie di funzioni in più son state

demandate allo stato.

Negli ultimi anni c’è stato però un ridimensionamento: guardiamo in Italia o in Olanda.

Se guardiamo solo la colonna 2002 vediamo che gli USA e il Regno Unito hanno un peso del

settore pubblico minore dei Paesi dell’Europa continentale. La Francia ha un peso molto elevato.

Una quota rilevante di uscite statali è quella dei sistemi pensionistici pubblici. Questi negli USA

hanno un ruolo marginale, la previdenza è privata. Altro settore importante è il settore

dell’istruzione: decenni fa non esistevano le scuole pubbliche. Altro tema è la sanità: prima c’erano

le mutue dei lavoratori o le associazioni volontarie. Gli USA hanno un dato maggiore dell’Italia ma

è solo perché spendono più soldi anche se non spendono in sanità ecc.

Le economie moderne necessitano stati che fanno molte cose, anche nelle economie più liberiste,

più incentrate sul mercato, l’intermediazione dello stato è elevata.

Perché lo stato interviene nelle diverse funzioni? Ci son tre motivi logici:

1) Motivazione di efficienza: lo stato interviene perché ci son molti ambiti in cui il mercato non

è in grado di produrre in modo efficiente beni e servizi (esternalità, beni pubblici e

monopoli).

2) Giustificazione paternalistica: ci sono esternalità, benefici che cadono sulla collettività e non

sul singolo operatore. Lo stato interviene per disincentivare ii consumi di beni che hanno

esternalità negative (sigarette e inquinamento).

3) Giustificazione redistributiva: garantire pari opportunità ai cittadini. Le economie avanzate

hanno visto crescere i dati sulla disuguaglianza.

Non c’è un unico modello di successo, possiamo avere crescita elevata sia con stati passivi sia

con stati interventisti. Non conta l’ammontare della spesa pubblica ma la qualità. 43

14.10.13

Le tasse

Se i mercati sono efficienti il prezzo è quello che uguaglia domanda e offerta e c’è il massimo

benessere che corrisponde al surplus (valore per chi compra – costo per chi offre): area blu.

Se ci sono dei costi aggiuntivi da pagare allo stato, le tasse, la S trasla verso l’alto a S’. se ci son le

tasse si riduce la produzione da Qo a Q1 e i consumatori pagano il prezzo di più P’ > Po perché i

produttori hanno costi più alti (tasse).

Inoltre i produttori riceveranno un prezzo netto più basso Pn < P’.

Se l’aliquota è t lo stato non incassa t*Qo ma poiché la quantità si riduce incassa t*Q’.

Inoltre c’è una perdita netta di benessere (triangolo rosso). L’area rossa è il cuneo fiscale che

distingue tra il costo aziendale e il netto per il lavoratore.

Cosa succede se aumento le tasse? Cosa succede sulle entrate fiscali e sulla perdita netta di

benessere? Fig 14.4: Se raddoppiamo l’aliquota fiscale aumentano i costi per le imprese, aumenta

la distanza tra il lordo e il netto, tra quello che prende chi vende e quello che paga chi domanda. se

calcoliamo l’area della perdita netta di benessere vediamo che se l’aliquota raddoppia quest’area

più che raddoppia, in caso di funzioni lineari quadruplica. In generale la perdita di benessere è più

che proporzionale all’aliquota fiscale.

La curva di Laffer

Se aumento l’aliquota fiscale le entrate fiscali crescono meno che proporzionalmente, c’è una

riduzione della base imponibile, si riduce il mercato. al curva di Laffer dice che oltre che crescere

meno che proporzionalmente le aliquote poi diminuiscono perché prevale l’impatto di contrazione

della base imponibile. Se l’aliquota è zero le entrate fiscali sono zero, se l’aliquota è il 100% le

entrate fiscali sono 0, nessuno produce per dare tutto allo stato, ci dev’essere un punto tra 0 e

100% in cui l’aliquota è legata al massimo delle entrate fiscali possibili, non dovremmo mai andare

oltre questo livello perché oltre questo livello si riducono le entrate fiscali e si incrementa la

distorsione nel sistema economico. oltre il livello massimo si potrebbero ridurre le aliquote e

vedere incrementate le entrate fiscali.

Se t↑ entrate↑ fino all’aliquota t* però distorsioni↑

Se parto da t>t* e scelgo di t↓ allora entrate↑ distorsioni↓

Gli economisti che puntano sulle inefficienze dal lato dell’offerta dicono che se si riducono le

aliquote di riducono le distorsioni inoltre se siamo a destra di t* riducendo le tasse possiamo anche

44

aumentare le entrate. T* è elevato, si va dal 40% al 70%. È vero che sempre ridurre le tasse riduce

le distorsioni. Normalmente ridurre le tasse riduce anche le entrate perché di solito si sta a sinistra

e non a destra di t*. t* è alto. Le distorsioni sono la perdita di benessere, il triangolo rosso.

DEFICIT E DEBITI PUBBLICI

Deficit = uscite – entrate. Se uscite – entrate > 0 lo stato può far quadrare i conti:

1) ridurre le uscite e aumentare le entrate. Fare politiche di austerità per far quadrare i conti.

2) debito: coprire la differenza emettendo titoli di stato comprati da investitori domestici e

internazionale, chiede prestiti ai risparmiatori.

3) stampare moneta: lo stato può dire alla sua BC “mi mancano tot milioni” devo pagare gli

stipendi, mi stampi la moneta necessaria?” ciò non si può più fare perché le BC non sono più

indipendenti. Nei paesi in via di sviluppo quest’opzione è ancora disponibile.

Il punto 2, il tema del debito implica:

a) Sostenibilità del debito:

b) default

A)la sostenibilità del debito

quanto uno stato è in grado di indebitarsi non dipende da un numero preciso, uno stato è in grado

di indebitarsi finchè qualcuno lo finanzia (vedi Giappone). Il tema della sostenibilità è legato

all’accesso ai mercati finanziari. L’indicatore utilizzato per valutare la sostenibilità del debito è il

rapporto debito/PIL. In Italia abbiamo 2.000 miliardi/1.500 miliardi = 133%. Si guarda poi come

questo rapporto tende a variare, ciò dipende da tre elementi:

• Tasso di interesse sul debito: se io guardo debito/PIL italiano di un certo anno e mi chiedo come

sarà all’anno t+1noi sappiamo che il rapporto evolve perché noi paghiamo l’interesse sul

numeratore, a fine anno avrò 2000 (1+r). se r=4% a fine anno ho 2080. Il debito è cresciuto in

modo automatico.

• Tasso di crescita del PIL: Al denominatore ho il PIl che varia ogni anno, se il tasso di crescita

del PIL g è dell’1% a fine anno abbiamo 1515.

• Avanzo primario: Il rapporto cambia in modo automatico ogni anno, il secondo anno abbiamo

2080/1515=137%.: Il rapporto debito PIL è aumentato automaticamente, se io voglio mantenere

costante il rapporto devo avere un avanzo primario pari al gap r-g. in questo esempio devo

avere un avanzo primario pari al 3% del PIL, circa 45 miliardi. In questo caso il rapporto cresce

meno, al numeratore non ho 2080 ma 2080 – 45 = 2035/1515 = 133%.

In Italia negli anni 80 c’è stata una rapida crescita del debito perché nel 1981 la BC italiana è

diventata indipendente dal governo, prima la BC stampava moneta per sistemare i conti. Lo stato

non poteva monetizzare il debito che è aumentato andando sulle spalle delle generazioni future.

Nel 1992-93 il debito raggiunse livelli molto alti. Nel 93 son iniziate le privatizzazione e le misure

volte a creare avanzi primari sufficienti a compensare la dinamica di r-g.

Le operazioni straordinarie (privatizzazioni, vendite di patrimonio sullo stato ecc) vanno

direttamente ad abbattere il debito pubblico. Il debito ha continuato a crescere ma si è ridotta la

distanza rispetto al PIL ed è sceso a valori poco superiori al 100%, anche perché, entrando

nell’euro, il tasso d’interesse è sceso. Il beneficio di entrare nell’euro son stati r minori, lo stato ha

risparmiato soldi che però non è riuscito a trasferire sulla riduzione del debito.

L’Italia ha raggiunto l’avanzo primario già negli anni 90 (slide 24). Quest’avanzo primario nel

momento dell’ingresso con l’euro era tra il 5 e il 6% del PIL. 45

Noi abbiamo r = 4% e g = 2,1%

Se vogliamo mantenere costante il rapporto debito/PIL dobbiamo avere avanzi primari che

compensano la differenza. L’obiettivo del governo Monti era incrementare gli avanzi primari,

soprattutto tramite le tasse per portare sotto controllo la dinamica del debito. Purtroppo il PIL è

cresciuto meno delle previsioni: 0,6 non 2,1.

Il rischio è che interventi per aumentare le entrate e ridurre le uscite, aggravano la recessione,

peggiorano g e quindi peggiorano il rapporto debito/PIL. Un eccesso di austerità rischia di

incrementare il rapporto debito/PIL perché crolla il denominatore.

Noi dobbiamo guardare:

a) Disavanzo pubblico: avanzo/disavanzo primario

b) Disavanzo strutturale: quanto del disavanzo è legato al ciclo economico e quanto invece è

un problema strutturale.

c) La passività contingenti: gli impegni di spesa futuri del governo. Es. di quanto cresceranno

le pensioni future a causa della dinamica demografica, la salute ecc..

B)il default

Sulla slide crisi del debito/1 possiamo vedere a livello globale il numero di paesi in condizione di

default, non rimborsavano le passività che scadevano. Negli ultimi due secoli vediamo almeno 5

periodo (gialli) in cui c’erano molti paesi in default. Gli ultimi due periodi son stati la seconda guerra

mondiale e la crisi del debito degli anni 80.

C’è poi un andamento ciclico: a livello globale il rapporto debito Pil complessivo ha un andamento

ciclico.

Le economie emergenti finanziano il debito con la moneta. Il Brasile ha avuto il 200 anni 9 casi di

default, più o meno ogni 20 anni.

L’Italia nei suoi 150 anni ha sempre rimborsato il debito tranne durante la seconda guerra

mondiale. È un debitore sicuro. La storia italiana è diversa da quella greca.

Il default greco è uno dei più importanti. È più grosso dell’Argentina.

La scelta di fallire

Proprio perché i default sono frequenti (Argentina 2001, nel 2005 ha chiuso l’accordo e dall’anno

dopo ha ricominciato a finanziarsi) ci dobbiamo chiedere:

• Perché gli stati continuino a finanziare gli altri stati

• Perché non si fallisca spesso dato che si può fallire molte volte a differenza delle imprese

La scelta dipende da:

a) Impatto sui creditori interni, i cittadini che hanno sottoscritto i titoli di stato. Più il debito è

interno più è costoso fare default.

b) Impatto sui finanziamenti del settore privato: se lo stato fallisce il costo del denaro sale per

lo state e per imprese e famiglie, aumentano i tassi d’interesse.

c) Problema di reputazione e accesso al mercato: per un po’ di anni il paese non si può

finanziare sui mercati internazionale, nell’area euro ciò coinvolge tutti i paesi coinvolti.

d) Minaccia di espropri degli attivi: prima gli stati pagavano il debito con pezzi del territorio. 46

Il fatto che gli stati possono fallire e possono usare l’inflazione come default soft fa si che i governi

possano sempre usare la moneta e risolvere i problemi implica che nelle economie mergenti una

quota importante del debito è in valuta estera e con scadenze più brevi. Molti default avvengono

con rapporti debito/PIL estremamente bassi, anche inferiori al 60%. Nei paesi emergenti si fa

default anche se il rapporto è basso. 47

16.10.13

LA SOSTENIBILITA’ DEL DEBITO

Questo tema si ha se ΔD/Y=0. Il rapporto debito su PIl è costante. Ciò significa che

D avanzo primario

= PIL

Y r

( )

−g

Il gap tra r e g dev’essere sostenuto dall’avanzo.

Avevamo visto le previsioni che erano state fatte nel 2011 dal governo tecnico e che riguardavano

il 2014.

I tassi r e g si prendono o tutti e due nominali o tutti e due reali al netto dell’inflazione. Il punto di

partenza era D/Y=120% e il governo si aspettava che r nel 2012 fosse 4,4 e nel 2013 4,7. Il tasso

di crescita g nominale, come r, era prevista per il 2012 di 0,6+1,9=2,5. Il costo sul debito, come

sempre nei paesi avanzati, è maggiore della crescita del PIl. Per tenere costante il rapporta

bisogna creare un avanzo che bilanci: 2,3%. Il governo prevedeva un avanzo primario maggiore e

quindi una riduzione di D/Y. le previsioni erano le stesse anche per gli anni successivi.

Se guardiamo i dati oggi vediamo che in realtà nel 2012 D/Y non è sceso ma è aumentato da 120

a 127. L’avanzo primario del 2012 è stato di 2,5, inferiore alle previsioni. Sono andati male sia il

saldo primario sia g. l’economia è cresciuta di -2,4, c’è stata una recessione che ha ridotto il

denominatore. Ciò ha comportato che, nonostante le tasse introdotte, il rapporto debito PIL sia

aumentato.

Un metodo per ridurre il debito su PIl può essere l’inflazione.

LE OPERAZIONI STRAORDINARIE 48

In questa dinamica, tutte le operazioni straordinarie come la vendita del patrimonio pubblico

(privatizzazioni) o i contributi che l’Italia ha dato al fondo salvastati per sostenere Grecia,

Portogallo ecc non entrano nei dati su avanzi e disavanzi ma vanno direttamente a aumentare o

ridurre il debito. I fondi per aiutare gli altri stati hanno fatto aumentare il debito. Le privatizzazioni

allo stesso modo incidono direttamente sul debito.

L’INDEBITAMENTO NETTO STRUTTURALE

Ci dice qual è l’equilibrio dei conti pubblici al netto della componente del ciclo economico.

L’indebitamento netto italiano quest’anno è in pareggio. I nostri conti continuano a non essere

apposto a causa della recessione.

LA SCELTA DEL DEFAULT

Ci sono paesi che panno default pur con D/Y basso. Non c’è un livello che garantisce contro il

default o che garantisca gli investitori.

Fare default è una scelta che riguarda costi e benefici del default e le aspettative del mercato.

anche se un paese è solido non è una garanzia. La variabile chiave è la capacità del Paese di

andare sui mercati per rifinanziarsi:

Come cambia il costo di rifinanziarsi per uno stato i mesi prima e dopo del default. Il costo del

debito non cresce linearmente. Normalmente il costo si impenna rapidamente man mano che gli

operatori sono convinti che lo stato non soddisferà i suoi impegni.

Dopo man mano che i mercati hanno più fiducia negli annunci del governo i tassi si abbassano e lo

stato si risana. Viceversa se i mercati non hanno fiducia nel governo l’aspettativa del default fa

schizzare i tassi d’interesse rendendo il default inevitabile.

Perché i default sono frequenti? 49

È facile capire se un paese è vulnerabile ma è difficile capire il timing.

Elementi che aumentano le frequenza dei default sono al distorsione delle politiche del breve

periodo di governo.

In caso di disavanzo la scelta più agevole tra austerità, stampare moneta o fare debito è più facile

fare l’ultima.

Altro elemento è l’esistenza di debiti nascosti, non solo dovuti all’aver falsificato i conti ma son

dovuti al fatto che ci sono garanzie esplicite o implicite non contabilizzate. Per esempio quando

fallisce una banca non c’è nessuna garanzia esplicita che il governo sia obbligato a salvarla ma ciò

succede per evitare conseguenze economiche e politiche peggiori.

Normalmente crisi bancarie e de debito sono collegate.

Si nazionalizzano le banche in crisi per salvarle e ciò fa aumentare il debito.

Altro fattore è l’elemento della fiducia. Gli operatori, in presenza di bolle o di segnali premonitori

della crisi, pensano di essere in una situazione diversa dal passato.

LE BANCHE CENTRALI

Il ruolo del settore pubblico è collegato alle banche centrali. Il tema chiave è capire perchè le BC

negli ultimi 30 anni sono state costruite in un certo modo:

a) Indipendenti

b) Focalizzate sull’attenzione

Ciò è stato fatto per prescindere il legame con il governo. Evitare che i disequilibri dei conti pubblici

venissero scaricati sulla moneta. La gestione della moneta è ora in capo a un soggetto autonomo

che è focalizzato sulla stabilità dell’inflazione. Sciogliere il legame con i problemi strutturali quali il

tasso di disoccupazione o l’andamento dell’economia i n generale. Il rischio è che anche questi

problemi non vengano risolti ma scaricati sulla moneta.

Per capire come mai le BC siano fatte indipendenti guardiamo la curva di Philipps: la relazione tra

disoccupazione e inflazione: 50

Abbiamo visto più modelli basati su u* ma nessuno di questi era legato all’inflazione. La

disoccupazione naturale infatti non dipende dall’inflazione, dalle variabili monetari ma dalle

caratteristiche strutturali del sistema economico, del mercato del lavoro.

Se noi siamo il governo e osserviamo un certo tasso di disoccupazione che giudichiamo troppo

alto e vogliamo ridurre la disoccupazione ma non possiamo fare riforme del mercato del lavoro, nel

breve periodo possiamo stampare moneta, fare inflazione. Nel breve periodo l’inflazione ha un

forte impatto sulle variabili reali. Le BC e le loro manovre su tassi e moneta sono importantissime

nel breve periodo. Se si crea inflazione si riduce il costo reale per le imprese di assumere

dipendenti riducendo la disoccupazione, nel breve periodo.

Per esempio nel punto inziale E si fanno i contratti di lavoro con una certa previsione d’inflazione.

Dopodiché si crea inflazione, le imprese vedono aumentare a valle i prezzi dei loro beni, i salari

che pagano (w) son costanti ma caleranno i salari reali, pagano uguale e guadagnano di più, gli

conviene assumere. Nel breve periodo è facile aumentare l’occupazione mettendo nei documenti

ufficiali un’inflazione prevista inferiore a quella che si andrà davvero a creare poi. Si nasconde il

problema strutturale della disoccupazione scaricandolo sulla moneta.

M↑ P↑ W fisso W/P↓ è conveniente produrre di più assumendo altri lavoratori u↓

Questo nel breve periodo funziona. Nel breve periodo se si fa più inflazione di quella attesa si

agisce sull’economia reale, ma il risultato è solo di breve periodo. Nel momento in cui finisce l’anno

e bisogna rinnovare i contratti gli operatori si accorgono che il loro salario reale è diminuito e quindi

chiederanno salari nominali in linea con le nuove aspettative di inflazione. I salari non si

contrattano ogni giorno, solo a fine anno i lavoratori chiederanno un aumento.

Ad esempio: 51

Partiamo da un’inflazione del 2%, la facciamo aumentare al punto B, al 4%. Quando siamo nel

punto B i lavoratori ricontrattano i salari tenendo conto che l’inflazione è salita al 4%.

Questo metodo funziona nel breve periodo ma non nel lungo. Inoltre se nel punto B si vuole

comunque tenere bassa U bisogna rifare lo stesso giochetto: aumentare l’inflazione una volta

conclusi i contratti. Nel lungo periodo noi non modifichiamo u* e non risolviamo i problemi

strutturali ma anzi aggiungiamo un problema in più: l’inflazione.

Nel punto E noi abbiamo lo stesso livello di disoccupazione ma abbiamo un’inflazione triplicata dal

2% al 6%. L’inflazione è negativa perché introduce incertezza, instabilità. Non risolve i problemi

strutturali ma ne aggiunge altri.

Per sfruttare il tradeoff del breve periodo si va a generare inflazione nel lungo periodo. Nel lungo

periodo non c’è relazione tra u e π. Non si possono risolvere problemi strutturali con politiche

congiunturali.

Il problema della disoccupazione non dipende dal governo che c’è in un certo momento ma è un

problema intrinseco: l’incentivo a deviare dagli obiettivi annunciati. Il governo può davvero voler

fare un certo tasso d’inflazione ma se poi ci sono problemi di disoccupazione ha l’incentivo a

scaricare questi problemi sulla moneta.

Perciò il gioco tra BC e il settore provato porta inevitabilmente a risultati in cui il governo fa

inflazione e nel sistema economico c’è più inflazione del necessario, di quanto annunciato. Se non

si scioglie il nodo di incoerenza temporale il risultato sarà sempre che chi gestisce la moneta non

rispetterà gli accordi e nel sistema economico ci sarà più inflazione di quella annunciata.

Bisogna dare più credibilità agli annunci. Se non si creano istituzioni in grado di eliminare

l’incorenza gli annunci non sono credibili. Sono necessarie istituzioni e regole fondamentali per la

credibilità che incorporano. Ad esempio la BCE e l’area euro impongono π=2% nel lungo periodo.

Non è importante il numero in se, anche 3% sarebbe ok, ma è importante la credibilità

dell’annuncio. Le imprese, i lavoratori ecc, devono poter contare su informazioni certe.

Come si fa ad acquisire credibilità nella gestione della moneta?

Bisogna avere Bc indipendenti (che hanno sciolto il legame con il governo) e focalizzate

sull’inflazione. La BCI è indipendente dal governo italiano dal 1981. Ci sono alcuni paesi

storicamente più credibili. Hanno una storia consolidata di BC indipendenti e che hanno rispettato

gli annunci (Germania prima dell’ingresso nell’euro).

Nel caso dell’Italia o degli altri paesi entrati nell’euro e in tutti i sistemi in cui si rinuncia alla

gestione della moneta è come se si dicesse ai mercato “io mi unico a un altro paese e da ora in poi

la politica monetaria sarà gestita con lo stesso rigore al paese a cui siamo legati”. Questa scelta

52

può dipendere dai cambi fissi: es la moneta danese ha un cambio fisso con l’euro. Questa scelta

però è reversibile. La scelta di entrare nella moneta unica invece non è reversibile.

In Italia prima della separazione l’inflazione era sopra il 15%, in Germania non ha mai oscillato

oltre il 5%. Con la separazione tra BCI e governo l’inflazione italiana è scesa a valori simili agli altri

paesi pur restando, fino all’ingresso nell’euro su valori superiori.

La BCE è stata fatta sul modello tedesco. Il trattato di Maastricht stabilisce che la BCE debba

garantire la stabilità dei prezzi e, una volta garantito ciò, può perseguire la crescita economica.

L’inflazione non è l’unica regola possibile. Le BC potrebbero avere non solo l’obiettivo di inflazione

ma anche un obiettivo monetario: dire quanto moneta si mette in circolazione ogni anno. Le BC

possono anche avere un obiettivo esterno di tasso di cambio.

La Federal Reserve, nonostante il potere del dollaro, non ha nessun obiettivo esplicito, fa ciò che è

necessario per il bene del $.

Le altre Bc indipendenti delle economie avanzate adottano tutte l’obiettivo di inflazione. È la regola

più semplice e che vincola meno sugli strumenti da usare per raggiungere l’obiettivo. La BCE per

raggiungere l’obiettivo dei prezzi può usare più strumenti:

• Base monetaria: lo strumento più usato in questa recessione

• Tasso ufficiale di scambio:

L’obiettivo del tasso di cambio invece è utilizzato dai paese emergenti la cui moneta non è credibile

che usano come segnale di elemento di stabilità: la Cina aveva un tasso di cambio fisso con

dollaro.

L’obiettivo monetario

L’obiettivo monetario è stato diffuso per molti anni ma non viene più usato nelle economie

avanzate. Teoricamente tenere fissa la crescita della moneta serva a stabilizzare l’inflaizone (teoria

quantitativa delle moneta):

M = quantità di moneta

V= velocità di circolazione della moneta

Possiamo trasformare in logaritmo e fare le differenze in termini di tassi di crescita:

m + v = p + q 53

se v è costante la relazione ci dice che se noi conosciamo l’obbiettivo di inflazione es p=2% e se

conosciamo il tasso di crescita del PIl ad es q = 2,5% e se facciamo crescere la moneta al m=

4,5% otteniamo lo stesso risultato in termini di inflazione. La Bce quando è nata aveva come

obiettivo secondario, ceteris paribus, m=4,5%. La Bce ha abbandonato quest’obiettivo perché q e

v possono cambiare. I prezzi possono aumentare per cause esogene (petrolio).

I tassi di cambio

È l’obiettivo di circa la metà dei paesi mondiali.

È l’obiettivo dei paesi emergenti che non hanno credibilità per fissare obiettivi di moneta o

inflazione.

04.11.13

IL COMMERCIO INTERNAZIONALE

Chi esporta sottrare ricchezza a chi importa. Quest’affermazione è vera o falsa?

Se un paese è in surplus (esporta più di quanto importa) significa che si sta arricchendo.

Quest’affermazione è vera o falsa?

Tendenzialmente entrambe le affermazioni sono false. Per la seconda affermazione bisogna

definire cosa si intenda per arricchirsi. Ad esempio gli Usa che hanno un PIL elevato hanno un

import inferiore all’export. Quest’affermazione scritta così è falsa.

La prima affermazione è falsa perché non è vero che le esportazioni sono positive e le importazioni

negative, questa era l’idea mercantilista che dominava sino a Smith (1800) e lo stato era

considerato come un possedimento del sovrano, l’obiettivo era accumulare ricchezze tramite le

esportazioni. L’obiettivo però non è incrementare la moneta ma incrementare il benessere della

popolazione incrementando la disponibilità di beni e servizi della popolazione. Adam Smith è il

primo che supera l’approccio mercantilista dicendo che il commercio è positivo in particolare per i

Paesi più sviluppati. Solo le economie più sviluppate possono prosperare con il commercio

internazionale. Smith sposta l’attenzione dal benessere del sovrano a quello della collettività ma

sbaglia dicendo che solo chi è più produttivo può guadagnare dai commerci internazionali. Lui

voleva liberalizzare l’Inghilterra che aveva i macchinari più avanzati ecce cc.. il passaggio

successivo è la teoria di Ricardo dei vantaggi comparati. Tutti i Paesi, anche quelli meno efficienti

possono guadagnare dal commercio internazionale perché il concetto chiave è la produttività

relativa, non assoluta. il benessere aumenta se ciascuno si specializza in quello che sa fare

relativamente meglio (il concetto di comparato è uguale a quello di relativo).

Consideriamo l’esempio di 2 paesi con 2 beni e consideriamo i lavoratori che servono nei due

paesi per produrre birra e vino: 54

Possiamo dire che la Francia ha un vantaggio assoluto nella produzione di entrambi i beni. Anche

se l’Italia ha uno svantaggio assoluto se c’è un’apertura al comemrcio anche l’Italia ci guadagna

specializzandosi in quello che sa fare relativamente meglio. In termini assoluti non sa fare niente

meglio ma in termini relativi possiamo fare per ogni paese il rapporto tra i due valori: 2/5 e 5/2 per

la Francia

Questi valori mi danno il costo opportunità dei lavoratori che se fossero impiegati nell’ altro settore

potrebbero produrre 0,8 unità dell’altro prodotto. In Italia i valori sono 8 e 10 quindi abbiamo costo

opportunità di produrre birra 0,8 e di produrre vino 1,25. Dov’è relativamente più conveniente

produrre i due beni? La birra in Francia ha un costo opportunità di 0,4 e in Italia di 0,8, ogni unità di

birra prodotta in Francia sottrae lavoratori al vino solo per 0,4, viceversa è più efficiente produrre

vino in Italia. 55

Ipotizzando che in Francia ci siano 10 lavoratori:

se i 10 lavoratori producono birra si realizzano 5 unità: per produrre birra servono due lavoratori.

Per produrre vino invece servono 5 lavoratori e si possono quindi produrre 2 unità o una qualsiasi

combinazione di birra e vino all’interno di questi valori. Questa è la frontiera della possibilità

produttive della Francia in autarchia.

In Italia ci sono 40 lavoratori e si possono quindi produrre 0 5 unità di birra o 4 di vino. Se ogni

paese si specializza in ciò in cui è relativamente il migliore in Italia si produce solo vino e in Francia

solo birra:

- In Francia si produrranno allora 5 unità di birra

- In Italia si produrranno allora 4 unità di vino

Il bene che non viene più prodotto ora viene importato dall’altro paese:

→L’Italia importa birra ed esporta vino e viceversa la Francia.

A che prezzo si scambiano i beni? Non possiamo saperlo ma possiamo sapere qual è il range di

prezzo che rende gli scambi vantaggiosi per entrambi. In situazioni di autarchia il prezzo relativo

del vino rispetto alla birra in Francia è 2,5 ( i costi sono 2 volte e mezzo quelli della birra servono

2,5 volte lavoratori in più). In Italia il prezzo del vino rispetto alla birra è 1,25. Qualunque prezzo

compreso tra i due estremi 1,25<P<2,5 è vantaggioso per entrambi.

Tramite lo scambio ci si sposta su una frontiera delle possibilità di consumo maggiore: la linea

tratteggiata. Per entrambi i Paesi conviene specializzarsi e commerciare.

La conclusione di Ricardo dei vantaggi comparati è che specializzarsi e aprirsi al commercio è

relativa meglio: alla fine si ha una maggiore quantità di beni. Ovviamente ci sono dei costi di

aggiustamento: i produttori di vino francesi devono chiudere così come i produttori italiani di birra.

Le imprese e i lavoratori dei settori sconfitti ci perdono. In aggregato si guadagna ma ci sono dei

costi di aggiustamento. La distribuzione dei benefici, quale paese ci guadagna di più, dipende dal

prezzo relativo. Maggiore è la variazione del prezzo dopo l’apertura del commercio e maggiori

sono i guadagni relativi. Se il prezzo tende a 2,5 la Francia non guadagna quasi nulla e l’Italia

massimizza i benefici e viceversa. Tanto più alto è il prezzo del bene esportato tanto maggiore è il

guadagno per chi produce. 56

Gli USA erano più produttivi della Gb in tutti i settori. Il rapporto in tutti i settori è maggiore di 1. Gli

USA avevano un vantaggio assoluto ma i settori in cui esportavano di più era quello in cui la

produttività relativa era più alta:

I benefici relativi sono chiamati la ragione di scambio: Terms of trade- è il rapporto tra i prezzi dei

beni che esportiamo e qulli che importiamo: Px/Pm.

Vediamo la ragione di scambio dei paesi emergenti che si sono specializzati nella produzione di

materie prime e proditto agricoli (caffè):

Se la ragione di scambio si dimezza bisogna raddoppiare la produzione di caffè (export) per avere

la stessa quantità di computer (import).

Con la specializzazione tutti ci guadagnano, anche i paesi poveri, ma i benefici dipendono dalle

ragioni di scambio. se le ragioni di scambio vanno in una direzione sfavorevole i benefici si

riducono e viceversa.

Nell’ultimo decennio le ragioni di scambio rispetto a diversi paesi sono andate così: 57

In alto c’è la Russia esportatrice di materie prime. In Giappone invece i prezzi delle importazioni

sono saliti e quelli delle esportazioni diminuiti, così come per la Cina che è importatrice netta di

materie prime. Per quanto concerne l’Italia invece non ci sono state variazioni significative.

Il modello Heckescher-Ohlin

Questo secondo modello serve a introdurre modelli assenti nel modello di Ricardo: introduciamo

più fattori di produzione, nel modello di Ricardo c’era solo il lavoro. Nei diversi paesi c’è una

relativa abbondanza o scarsità di fattori produttivi. Nei paesi emergenti c’è abbondanza di forza

lavoro e scarsità di lavoro fisico e viceversa nei paesi avanzati.

Consideriamo ancora due paesi, due fattori produttivi e due beni uno capital intensive (automobili)

e uno labour intensive (i tessuti):

Facciamo il confronto tra autarchia e apertura al commercio.

Situazione di autarchia: germania vietnam

K Elevato Relativamente scarso

L Relativamente scarso elevato

La Germania è un paese avanzato con elevata disponibilità di capitale mentre il lavoro è

relativamente scarso e in Vietnam c’è elevata disponibilità di FL mentre il capitale è relativamente

scarso.

Se ognuno dei due stati produce entrambi i beni ciò implica che i costi siano:

germania vietnam

K r : relativamente basso r: Relativamente elevato

L W: Relativamente elevato W: relativamente basso

In Germania il prezzo dei tessuti poiché w è alto sarà alto e il prezzo delle auto poiché r è basso

sarà basso e viceversa in Vietnam. In autarchia in Germania le auto costano poco e i tessuti tanto.

Se ci si apre al commercio in termini relativi è meglio produrre tessuti in Vietnam perché i tessuti

richiedono molta manodopera che in Vietnam costa poco. Viceversa è più efficiente produrre le

auto in Germania e esportare in Vietnam. così in Vietnam i prezzi delle auto scenderanno e allo

stesso modo i prezzi dei tessuti in Germani cominceranno a scendere. 58

L’altro effetto è che in questo modello si muovono solo le merci, ipotizziamo che le persone non si

muovano da un paese all’altro ma il movimento delle merci si porta dietro il fattore produttivo.

Lavoratori e capitale entrano indirettamente in concorrenza tramite le merci. Si riduce la domanda

di lavoratori di tessuti (in Germania) e così si riducono i salari e viceversa in Vietnam aumenta la

domanda di lavoratori e quindi i salari. Lo stesso accade per il capitale.

I prezzi sia dei beni sia dei fattori produttivi tendono a convergere. Tendenzialmente c’è una spinta

verso il livellamento dei livelli dei prezzi nei due paesi. Non ci sono più barriere, dove costa meno i

prezzi tendono a salire e tendono invece a scendere dall’altra parte fino a raggiungere un prezzo

unico a livello mondiale.

06.11.13

In tutto il discorso affrontato mancano una serie di elementi che in parte sono legati alle ipotesi

fatte e in parte riguardano fenomeni diversi. Se guardiamo ad alcuni dati del commercio

internazionale, ad esempio l’interscambio tra Cina e USA dovremmo aspettarci che nel modello H-

O la Cina, essendo abbondante di lavoro dovrebbe esportare beni intensivi di lavoro (settore

tessile), viceversa prodotti chimici e mezzi di trasporto sono beni intensivi di capitale che quindi

dovrebbero essere esportati dagli USA:

Però vediamo che gli USA importano anche beni capital intensive. Ciò non va d’accordo col

modello H-O.

Nel modello dei vantaggi comparati e nel modello H-O non si considerano molti fattori:

• per esempio nella versione semplificata dove i fattori sono solo L e K non si considerano

altri fattori produttivi come il capitale umano e le sue scomposizioni (lavoro qualificato e non),

la disponibilità di terra.

• Un’altra ipotesi forte è che la tecnologia sia la stessa per i diversi Paesi. Se la tecnologia è

diversa le differenze tecnologiche possono essere più importanti della disponibilità dei fattori

produttivi. Magari un Paese ha poco lavoro o capitale ma una tecnologia migliore.

• Un altro fattore che non c’è in HO è la domanda: i consumatori hanno preferenze diverse.

dei prodotti che per gli USA sono scarti per i consumatori cinesi sono invece beni preziosi.

• I mercati sono concorrenziali: in molti ambiti non c’è. In molti ambiti ci sono oligopoli, poche

grandi imprese in ciascun settore a livello globale e comunque ci sono concorrenze imperfette

59

(un numero elevato di imprese che producono beni differenziati) e rendimenti di scala

(l’impresa più piccola produce a prezzi maggiori).

• Non ci sono vincoli al commercio internazionale: ci possono essere delle barriere rispetto a

competitori di altri Paesi.

Tutti questi elementi modificano il quadro che a livello internazionale spiega i flussi commerciali.

Oltre a cambiare i flussi commerciali cambiano anche le conclusioni.

Nel teorema di Stolpen e Samuelson i salari convergevano, ciò può accadere solo se vengono

rispettate le ipotesi H-O però occorrono ora considerazioni più realistiche.

Nel modello H-O ci sono due elementi che non vengono catturati:

1. Il commercio intrasettoriale (non c’è neanche nel modello dei vantaggi comparati): ciascun

paese si specializza e fa solo certe cose, le altre le compra, il commercio intrasettoriale invece

dice che ciascun paese compra e vende la stessa tipologia di beni si importano ed esportano

(∣ ∣)

Exports – Imports

auto. Il commercio intrasettoriale si calcola 1- se un paese è solo

exports+imports

importatore o esportatore, se c’è perfetta specializzazione l’indicatore tende a 0 (1-1) se invece

import=export l’indicatore tende a 1 (1-0). Nei Paesi avanzati la maggior parte del commercio è

intrasettoriale. Viceversa nei paesi emergenti il commercio intrasettoriale è limitato si importano

e esportano beni diversi e il modello H-O va bene per spiegare i flussi. Nell’ipotesi del

commercio intrasettoriale ci sono diverse imprese che competono su scala mondiale. Quelle

che non sono in grado di farlo falliscono o vengono assorbite dalle altre. Ciò che succede non è

la specializzazione ma le imprese più efficienti possono essere in Paesi diversi, non il Paese

che vince ma sono el imprese più efficienti a livello globale che vincono. In questo caso non

abbiamo l’impatto di riallineamento del prezzo dei fattori produttivi che avevamo nel modello H-

O. all’interno di ciascun Paese rimane la produzione di automobili, magari non ci sono 5

imprese in un solo Paese ma 3 in più paesi. Il mercato di riferimento di ciascuna impresa si

allarga. Il commercio intrasettoriale incontra meno specializzazione.

2. Supply Chain globali: le fasi produttive del prodotto finale vengono scomposte in diverse

lavorazioni effettuate in altri Paesi.

L’opposizione al commercio internazionale

La teoria economica dice che in generale aprendosi al commercio internazionale tutti ci

guadagnano, aumenta il benessere complessivo, anche i paesi più arretrati possono guadagnarci.

Nonostante ciò l’apertura al commercio internazionale spesso incontra una forte opposizione

nell’opinione pubblica.

1. Problemi redistributivi: in aggregato aumenta il benessere ma alcuni vincono e alcuni

perdono. Nel modello dei vantaggi comparati perderebbe chi ha una minore efficienza relativa,

nel modello H-O perde il settore che utilizza il fattore produttivo più scarso. In aggrgato la

teoria economica dice che i vantaggi sono maggiori delle perdite, c’è un problema interno di

redistribuzione di corsi e benefici. Il governo deve occuparsi della redistribuzione ma questo

comunque comporta che chi è aggredito dalla concorrenza internazionale è contrario

all’apertura del commercio (il settore tessile italiano ultimamente è minacciato dalla Cina, le

imprese son state chiuse).

2. Political economy: la riduzione delle barriere per lo zucchero da un guadagno minimo ai

consumatori però per i venditori è importante che non ci sia l’apertura, cercheranno di creare

delle lobby. Su tutta una serie di settori il WTO regola le barriere che possono essere o meno

al commercio internazionale ma ci sono dei settori in cui le barriere rimangono. In molti paesi

60

emergenti ci son dazi che con difficoltà vengono rimossi perché la lobby di chi beneficia delle

barriere è in grado di fare pressioni specifiche anche a danno della popolazione e del sistema

economico. abbiamo benefici diffusi (tutta la popolazione ha più varietà e prezzi più bassi) ma

i costi sono concentrati su imprese e lavoratori sconfitti dalla concorrenza internazionale.

3. L’uguaglianza dei prezzi dei fattori

Anche se ci son tuttora barriere al flusso dei lavoratori i flussi di merci si portano dietro delle

produzioni. Nei paesi avanzati i settori che richiedono lavoratori non particolarmente qualificati

vengono sconfitti dai paesi emergenti. Negli ultimi decenni si è ridotta la domanda di lavoratori non

qualificati nei lavoratori avanzati ed è aumentata la domanda di lavoratori qualificati. Viceversa nei

paesi non avanzati è aumentata la domanda e quindi sono aumentati i salari dei lavoratori non

qualificati. Il teorema di S&S dice che in assenza di barriere al commercio nel lungo termine

dovremo avere l’uguaglianza nei prezzi dei fattori. Cosa può impedire ciò? Nella realtà la

tecnologia non è la stessa. Nel lungo periodo differenze nei salari possono essere mantenute se

tra i diversi paesi permangono sostanziali differenze di efficienza (PTF). Se guardiamo i dati:

Confrontando il costo orario del settore manifatturiero nei vari paesi vediamo che in Norvegia

guadagnano 64 euro all’ora, nelle Filippine 2. Man mano che i paesi arretrati adottano le tecnologie

dei paesi avanzati le differenze salariali sono destinante a scomparire. La convergenza può essere

impedita tramite la scomparsa delle barriere grazie al WTO, inoltre i Paesi avanzati dovrebbero

mantenere i vantaggi in termini di tecnologia.

I dati internazionali ci dicono che a livello aggregato i differenziali di produttività sono collegati ai

differenziali nella remunerazione: 61

Possono esserci a livello mondiale differenze nei salari giustificate dalle differenze di produttività.

4. La competitività

È importane fare meglio dei concorrenti internazionali, avere un export che cresce, avere quote di

mercato a livello globale? Tendenzialmente no perché la competitività può essere più un

termometro di una determinata situazione che un obiettivo di per se. Quando abbiamo parlato di

crescita nel lungo periodo abbiamo parlato di produttività non di competitività. La competitività può

essere un sintomo ma è la produttività l’elemento chiave che garantisce la crescita del benessere

nel lungo periodo. Il Paese che perde in un settore sappiamo che ha la possibilità di esportare in

altri settori, un Paese non può perdere in tutti i settori (teoria del commercio internazionale) se

esporta meno in un settore esporterà di più in altri. La competizione non è necessariamente

dannosa, la crescita di un altro Paese ha un impatto positivo anche per noi che esportiamo in

germania dove i consumatori se sono più ricchi comprano di più. Se anche per assurdo un paese

non riuscisse a esportare nulla non fallirebbe, l’export è una parte piccola, ciò che importa non è la

competitività, la crescita delle quote di mercato ma la crescita della produttività nel Paese.

5. La new trade Company

La specializzazione non è data ex ante ma può essere costruita con opportune politiche pubbliche.

Si può aprire l’impresa alla concorrenza in un momento in cui c’è una situazione più favorevole e

dare sussidi prima. In un contesto cpme quello dell’industria aerospaziale dove ci sono grandi

rendimenti di scala ha senso imporre dazi. Questa è la teoria di Krugman. Si possono costruire i

vantaggi comparati perché in molti settori i vantaggi sono visibili non ex ante ma solo ex post. Se

applicato su larga scala è poco rilevante, se tutti i Paesi perseguissero queste politiche avremmo il

rischio di guerre commerciali e un gioco complessivo a somma negativa. Se tutti i Paesi fanno

guerre politiche alla fine si arriva a un equilibrio che è peggiore per entrambi i giocatori. I vantaggi

sono piccoli per ciascun settore e il successo c’è solo in settori con rendimenti di scala importanti.

Gli strumenti della politica commerciale

Si possono usare diversi strumenti per proteggere le imprese: dazi, limiti quantitativi (fino agli anni

80 in Italia potevano entrare ogni anno max un tot di auto giapponesi); vincoli volontari per evitare i

vincoli espliciti; requisiti di produzione interna (nei prodotti francesi ci dev’essere una quota minima

di produzione interna), commesse pubbliche (se non sono usate per avvantaggiare le imprese pie

efficienti si possono usare per favorire le imprese domestiche.

Guardiamo i dati: 62

Oggi i dazi hanno livelli bassi, il livello medio è 2,7. I paesi più arretrati hanno dazi più elevati

(Nigeria, Brasile ecc). questo però nasconde le barriere non tariffarie e il fatto che anche all’interno

di dazi medi bassi ci sono una serie di settori in cui il livello dei dazi è più elevato. Perché nei Paesi

in via di sviluppo i dazi sono mediamente più alti? Uno è il motivo protezionistico ma c’è poi un

problema non legato al commercio ma ai conti pubblici, il commercio internazionale genera entrate

per lo stato, nei Paesi meno sviluppati è difficile raccogliere tasse sui consumi interni o redditi, è

più facile tassare il commercio internazionale:

Nel caso dei dazi: Spaese1

pW+t

pworld Pworld

Dpaese 1

Qdomestica Q*

Se non ci sono barriere il prezzo mondiale è uguale al prezzo nazionale.

Se viene applicato un dazio pari a t il prezzo del bene è più alto perché il prezzo è Pwprld + t, il

prezzo per il consumatore finale aumenta e le quantità diminuiscono (linee blu).

63

Complessivamente il Paese ci perde, si protegge la produzione domestica a danno dei

consumatori. lo stato ci guadagna perché incassa dal dazio. Le imprese sono protette dalla

concorrenza internazionale, i lavoratori sono contenti perché son protetti ma i consumatori ci

perdono. Il quadrato evidenziato è la perdita secca di benessere. Il triangolo alla sue destra, col

disegnino nel mezzo è il triangolo che rappresenta il benessere netto dei consumatori. l’area del

quadrato è t*Importazioni.

11.11.13

LA GLOBALIZZAZIONE

È influenzata da vari elementi:

1. Commercio: già visto.

2. Gli investimenti stranieri diretti

3. Flussi finanziari di breve termine

4. Flussi di persone

5. La tecnologia

Il grado di globalizzazione può essere misurato, possiamo costruire degli indici che cercano di

misurare tutte le diverse dimensioni della globalizzazione. Uno degli indici più completi è quello

che considera gli aspetti: economici, sociali, la globalizzazione politica.

Tutti gli indicatori mostrano una crescita della globalizzazione. Soprattutto dopo gli anni 90 e il

crollo del comunismo il mondo è diventato più globalizzato. Si sono rafforzate le relazioni di tipo

economico, sociale, culturale, i flussi di informazione ecc.

Belgio, Olanda, Singapore e altri sono tra i paesi più globalizzati.

Il fenomeno della globalizzazione lo abbiamo osservato solo recentemente o no?

In realtà già all’inizio del ‘900 Keynes diceva che gli abitanti di Londra potevano ordinare al

telefono la maggior parte dei prodotti del mondo nella quantità che desideravano e aspettarsi di

riceverli a casa. Si parla di due fasi di globalizzazione divise dalla seconda guerra mondiale:

a) La prima fase p stata trainata dalla riduzione dei costi di trasporto che ha permesso a merci

e persone di muoversi più velocemente.

b) La seconda fase è stata trainata dalle liberalizzazioni commerciali deliberate dalle nazioni.

Nel mezzo abbiamo il trentennio tra le due guerre (grande depressione) segnato da un forte

protezionismo che ha interrotto la prima fase delle globalizzazione. Si è infatti temuto che anche in

questa crisi gli stati reagissero chiudendo i commerci.

c) C’è poi una terza fase legata allo sviluppo delle nuove tecnologie (internet) che hanno

ridotto i costi e permesso di diffondere sistemi di produzione su scala globale

(multinazionali).

Nel grafico le barre mostrano i flussi di persone e le linee sono un indicatore di apertura del

commercio: esportazioni/PIL.

Durante la prima fase di globalizzazione c’è stato un grande afflusso di capitali verso i paesi

emergenti. 64

Uno degli aspetti attuali della globalizzazione è la frammentazione della produzione a livello

globale. La catena produttiva a livello globale prevede sempre più outsourcing e strategie di

integrazione complesse.

Le multinazionali giocano un ruolo fondamentale nel suddividere la catena produttiva.

Oggi la gran parte del commercio internazionale è commercio di beni intermedi (OCSE 56%, area

BRIAC >70%).

Es. il boeing prodotto negli USA utilizza componenti prodotte in vari stati che costruiscono il

prodotto finale prodotto negli USA e esportato.

Altro esempio è quello dell’Iphone. Molte parti vengono assemblate in Cina. Il valore aggiunto

catturato dal prezzo poi viene scomposto tra diversi paesi che hanno fornito i componenti.

Quando guardiamo i dati del commercio internazionale dobbiamo tener conto che sono importanti i

vantaggi comparati e gli altri modelli ma sono altrettanto importanti i flussi commerciali che sono

legati a strategie complesse delle imprese che delocalizzano in paesi diversi. Queste strategie

complesse son possibili peri driver della globalizzazione:

• Tecnologie: costi di trasporto bassi

• La liberalizzazione economica: i cambiamenti istituzionali che hanno riguardato sia la

liberalizzazione del commercio internazionale (WTO e accordi regionali come UE);

liberalizzazione dei movimenti di capitale.

• Cambiamenti strutturali dell’assetto politico: molti sistemi economici hanno abbandonato

l’economia pianificata per aprirsi al mercato. questo ha portato anche alla nuova divisione del

lavoro grazie a cui una parte importante dei paesi in via di sviluppo è potuta uscire dalla

trappola che faceva si essi solo soggetti che producevano materie prime o derrate alimentari.

Negli ultimi anni nascono i BRICS (anche Sudafrica) che iniziano il percorso di sviluppo.

Il mondo che avremo tra 30 anni sarà: 65

I singoli paesi europei avranno un peso molto più limitato rispetto a oggi o 20 anni fa. la nascita

dell’euro è un tentativo di sfidare la globalizzazione, i singoli stati non possono avere un peso

rilevante se tenuti separati.

L’apertura dei mercati da un lato riduce le disuguaglianze dall’altro rende il mondo più vulnerabili,

gli shock sono più facili. I problemi della singola economia vengono rapidamente trasmessi in tutto

il mondo.

A parità di tutti il resto se ci si apre al commercio internazionale i benefici sono maggiori:

- Benefici statici: si incrementa il benessere

- Benefici dinamici: ci si apre al commercio, qualunque sia il livello di sviluppo il benessere

dovrebbe crescere ma dovrebbe crescere anche la crescita di lungo periodo. Il paese usa

in maniera più efficiente le risorse, stimola l’innovazione.

Le alternative al libero scambio

Oggi in pochi paesi si fanno politiche di sostituzione delle importazioni, era un’idea degli anni 40

secondo la quale aprirsi al commercio portava solo materie prime.

Ipotesi di Prebish-Singer: mette insieme vantaggio comparato e H-O che portava a specializzarsi

nelle risorse naturali e nelle derrate agricole mentre i paesi industriali si specializzavano nel settore

manifatturiero (molti capitale investito, competenze elevate ecc). quindi aprirsi al commercio è

come far competere un bambino con un lavoratore di 30 anni. Il bambine deve evolvere per

competere con chi è già affermato: protezione dell’industria nascente per un certo numero di anni

per poi metterlo in grado di competere con i paesi avanzati. Inoltre nel modello P-S i prezzi dei

paesi in via di sviluppo (alimenti) tendevano a calare. “se ci apriamo al commercio finiremo per

restare intrappolati nelle risorse naturali i cui i prezzi stanno calando mentre la maggior crescita si

ha nel settore manifatturiero”.

Oggi questa teoria è stata abbandonata, i dazi creavano imprese protette che non diventavano mai

abbastanza competitive per il mercato internazionale.

La politica commerciale dev’essere strategica e richiede politici lungimiranti.

Oggi la stessa discussione è presente nel settore dei servizi. Nei paesi in via di sviluppo molti

servizi non sono aperti ai commerci internazionali. Sono inefficienti e più costosi e rischiano di non

essere mai in grado di competere.

Ora comunque la logica è aprirsi al commercio per usufruire dei benefici. I dati dicono che i paesi

con meno barriere sono quelli con livelli di sviluppo più elevati. 66


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DETTAGLI
Esame: Macroeconomia
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale e management
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mariagiovannamureddu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bocconi - Unibocconi o del prof Merelli Marco.

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