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Facciamo delle lezioni su come si è evoluta nella storia del pensiero l’efficacia della politica

economica. POLITICA MACROECONOMICA

Partiamo da una notizia recente la FED ha abbassato i tassi d’interesse (tasso ufficiale di

à

sconto = tasso che regola le relazioni tra BC e banche commerciali) per via del Covid-19. Si

tratta della prima mossa per fronteggiare il virus da parte USA.

È un problema che si sta progressivamente aggravando per l’economia globale. Problemi di

produzione, di diminuzione della domanda e della crescita. L’economia mondiale è in crisi, la

Cina è la seconda economia più importante al mondo, dunque il fatto che la sua produzione sia

diminuita, ha delle conseguenze a livello sistemico.

Arriviamo al tema che, siccome la Cina è molto importante per le catene del valore globale,

questo ha degli effetti a catena nel resto del mondo. Quindi, iniziamo a vedere la prima mossa,

che è di politica monetaria, da parte degli US. La BCE, la Banca del Giappone, hanno già tassi

d’interesse bassissimi, e dunque non possono intervenire (trappola della liquidità – ndr).

Gli investitori, però, si aspettano più azioni.

Parleremo principalmente in queste lezioni di politica monetaria e fiscale e vedremo come

negli ultimi 100 anni le principali scuole di pensiero hanno detto se bisognasse usarle oppure

no. Oggi questo dibattito non c’è veramente. Siamo in una prospettiva di recessione globale

così forte che sappiamo che tutto quello che può essere fatto deve essere fatto. Però noi

sappiamo che nel fare la politica fiscale, bisogna stare molto attenti perché può creare

problemi di sostenibilità dei conti pubblici, specialmente se il Paese ha problemi di debito

elevato.

Adesso siamo in una situazione di bisogno. Per un po’ di mesi i Paesi saranno in recessione. In

queste ultime settimane si è parlato di recessione a V, a L, ecc… cioè, vuol dire che la crescita

sta andando giù. Tutti sperano che la recessione sia a V, cioè una caduta, ma una ricrescita

molto veloce. Quella a U è meno desiderabile, perché vuol dire che dopo la caduta si è un po’ in

off, poi si riprende. Quella a L è la meno desiderabile. Ci sono poi le doppie recessioni, a W.

In questo momento la politica fiscale è quella che ha più spazio, rispetto alla politica

monetaria (abbiamo detto che i tassi d’interesse sono già a zero).

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Per quattro decadi la politica monetaria è stata lo strumento principale della politica

macroeconomica e le BC sono state le regine di questa politica. In realtà il Financial Times ha

detto che questo sarebbe già dovuto finire anni fa, per il fatto che il mondo è cambiato. Fino

agli anni ’70 i policy maker avevano utilizzato la politica fiscale, poi hanno smesso, e così

dovremmo fare noi. L’inflazione elevata uccise negli anni ’70 il keynesianismo più ingenuo.

Nel ’73 e nel ’79 ci sono stati due shock petroliferi, con inflazione elevatissima. Poi, con la

stagflazione, gli economisti hanno detto che il mondo del modello keynesiano non è più

valido. Iniziarono ad essere molto di moda la teoria di Milton Friedman, monetarista, e la sua

rivoluzione contro Keynes, che dice che l’inflazione sia sempre un fenomeno monetario. Tre

cose del monetarismo sono continuate nei decenni successivi:

1. La dominanza della politica monetaria (dare sempre più spazio a questa come politica

economica capace di avere una tendenza anticiclica);

2. L’obiettivo di avere un’inflazione bassa e stabile;

3. E avere una BC indipendente.

Questi sono i tre punti del monetarismo che si sono affermati nei decenni successivi. Oggi

copriremo le analisi delle principali scuole di pensiero su questi punti. Partiremo da Keynes

per vedere la risposta monetarista.

Ruolo della politica economica nelle principali scuole di pensiero

Partiamo dell’economica classica, che vuol dire pre-keynesiana. Keynes è stato davvero

rivoluzionario per la macroeconomia, che è nata con lui. Poi vedremo il monetarismo,

diverso e contrapposto all’approccio keynesiano. Poi vedremo un secondo momento, post

shock petroliferi, con l’introduzione della nuova macroeconomia classica, della supply side

economy e della nuova macroeconomia keynesiana. Finiremo con qualche cenno su oggi à

cosa c’è oggi? C’è un grosso ripensamento teorico, ma non c’è ancora nulla affermatosi come

un nuovo approccio. Sicuramente bisognerà parlare della behavioural economics (economia

comportamentale). In tutti i casi tutti si aspettano che dopo grandi shock ci siano nuovi

approcci economici dominanti. 2

Per questa parte qualsiasi libro di storia del pensiero riporta queste scuole di pensiero, ma la

prof non ci consiglia di approfondire troppo, perché quello che a noi serve è solo capire le

differenze principali tra le diverse scuole di pensiero tra approccio keynesiano, liberista,

monetarista, ecc… si può guardare il capitolo del Blanchard che parla della storia della

macroeconomia.

OBIETTIVI MACRO DELLA POLITICA ECONOMICA

Quali sono gli obiettivi della politica macroeconomica? Non c’è un obiettivo preciso, però

noi possiamo dire che questa politica vuol dire che fanno i Governi a livello macroeconomico

per il proprio Paese. Normalmente l’obiettivo è il raggiungimento della piena occupazione,

cioè avere un tasso di disoccupazione basso, in modo che non ci siano disoccupati involontari,

in modo che la capacità produttiva sia utilizzata appieno.

Un altro obiettivo è quello di evitare grosse variazioni dei prezzi. Spesso si desidera

un’inflazione bassa, prevedibile. Anche la deflazione non è desiderabile. Un altro aspetto che i

policy makers devono tenere sotto controllo è l’equilibrio dei conti con l’estero bisogna

à

evitare grossi disavanzi del conto corrente, situazioni in cui Exp<<<Imp, quindi che si crei un

disavanzo molto forte nel conto corrente. Senza dubbio se pensiamo a Trump nel suo ultimo

mandato, ha sempre puntato moltissimo sul riportare il lavoro negli USA. Ciò è visibile da

slogan quali “America first”, cercare in tutti i modi il “reshoring”, per aumentare la capacità di

offrire lavoro agli americani.

È un po’ di tempo che nella maggior parte dei Paesi occidentali non abbiamo un’inflazione

elevata, anzi, alcune volte abbiamo avuto deflazione. Ma in alcuni Paesi l’inflazione è

impressionante, come in Venezuela, dove l’anno scorso aveva raggiunto 1000k%. Quest’anno

è un po’ meno. In tutti i casi, quando l’inflazione è al 40% è già elevatissima. In Italia sono

tantissimi anni che non abbiamo questo problema.

Poi, noi vorremmo sempre una crescita economica sostenuta (con maggiore equità). L’idea è

che se cresci e riesci anche a rispettare l’ambiente, hai anche la possibilità di avere redditi più

alti per la maggior parte delle persone. Infatti, l’ideale sarebbe di avere una crescita sostenuta,

rispettosa per l’ambiente, caratterizzata anche dall’equità (distribuzione del reddito più

equa). Per fare ciò, questi sono tutti obiettivi dove la politica fiscale e monetaria possono

tentare di raggiungere l’equità. Per tanti anni l’idea prevalente era che se si cresce molto, poi i

vantaggi della crescita si distribuiranno su tutta l’economia; questa era la teoria dello

“sgocciolamento della crescita”. Ma così non è, perché anche quando le economie crescono

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molto, se non vengono fatte politiche specifiche per i poveri, loro non vengono in genere

“bagnati” da questo sgocciolamento. Dunque la politica fiscale è importantissima per avere

questo obiettivo. Nelle varie scuole di pensiero il dibattito è stato forte storicamente. In

genere è sempre stato un dibattito su fino a che punto spingere l’intervento dello Stato. E

invece fino a che punto lasciare libero il mercato di autoregolamentarsi e di crescere e, con la

crescita, di avere questo “sgocciolamento”. Dibattito che è sempre li.

Ci sono motivi per cui se il mercato è lasciato da solo, porta ad effetti negativi sull’economia

(fallimenti di mercato). Altri, invece, sostengono che il mercato raggiunga da solo una

posizione efficiente per tutti. Ognuno avrà una propria propensione verso “diamo più spazio

allo Stato” o al mercato. È importante che in un tema di un concorso noi siamo in grado di

parlare dei vantaggi/svantaggi di tutti gli approcci, poi naturalmente terremo in

considerazione chi farà il concorso, chi è al Governo, ecc… ma noi dobbiamo conoscere i punti

di forza e debolezza dei due approcci.

ECONOMIA CLASSICA (o Neoclassica – Pre-Keynesiana)

Guardiamo l’economia pre keynesiana. Per alcuni la macroeconomia è nata con Keynes, ma

comunque è stato uno spartiacque. Capiamo comunque che noi stiamo guardando a cosa

pensavano gli economisti prima di Keynes la libera concorrenza conduce all’uso più

à

efficiente delle risorse. Dunque, senza vincoli da parte dello Stato, il mercato portava al

miglior risultato economico, perché le risorse disponibili nel Paese potevano essere usate

nella maniera più razionale.

È vero che la libera concorrenza può condurre a questo, ma è molto difficile raggiungere un

mercato perfettamente concorrenziale. Basti pensare ad alcuni settori, dove operano grandi

compagnie, come Facebook e Google, che tendono a essere sempre più concentrati. Realizzare

la libera concorrenza è pertanto molto difficile.

Altra idea neoclassica: prezzi e salari perfettamente flessibili.

Salari flessibili: quando c’è disoccupazione i salari diminuiscono le aziende assumono di

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più e la disoccupazione sparisce.

Flessibilità dei prezzi: vuol dire che se la domanda è molto forte per un bene, il prezzo per

questo bene aumenterà, e questo porterà a D = S. Offerta bassa di un bene vuol dire che avrai

pochi lavoratori che producono quel bene, li pagherai di meno e avrai dunque un costo di

produzione più basso e un prezzo più basso. Cioè, ogni volta che si crea uno squilibrio tra

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domanda e offerta, questo viene riequilibrato rapidamente dal mercato. Nell’economia

classica il mondo è sempre in piena occupazione (occupazione ottimale, naturale o

strutturale), anche grazie al mercato che conduce ad un uso efficiente delle risorse.

Altro punto fondamentale era la c.d. “dicotomia classica” vuol dire che il mondo reale, dove

à

noi consideriamo le variabili reali (C, I, G, …), è separato dal mercato della moneta. Cioè, vi è

una separazione tra variabili reali e nominali. Questa separazione veniva poi spiegata con la

teoria quantitativa della moneta la moneta per i classici, serviva solo per le transazioni,

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dunque veniva tenuta solo per questo motivo, ed influenzava le variabili nominali se la

à

moneta raddoppiava, raddoppiavano anche i prezzi a cui venivano venduti i prodotti (no

effetto reale). La teoria quantitativa della moneta ci dice che MV = PY dove V è la

à

velocità di circolazione della moneta. L’idea parte da questa identità se prendo tutta la

à

moneta in un Paese, la moltiplico per la sua velocità di circolazione (quante volte passa di

tasca in tasca), ottengo il reddito nominale (cioè, prezzi x prodotto). Diventa una teoria

quando inizio a dire che penso che la mia economia sia sempre in piena occupazione, quindi

iniziamo a dire che Y, in realtà, è un Y dato, perché siamo sempre in piena occupazione (cioè,

tutti quelli che sono disposti a lavorare, lavorano). Secondo gli economisti classici anche la

velocità di circolazione è data (oggi non è così, visto che abbiamo molti mezzi di pagamento à

abbiamo molto meno circolante possiamo infatti utilizzare le carte di credito). Poi c’è anche

à

la stagionalità ad esempio si osservava che quando uno partiva per le vacanze, si portava

à

dietro il contante, e dunque si vedeva una stagionalità. Ma qui stiamo guardando a 200 anni fa.

Si pensava dunque che la velocità fosse costante. Se questa velocità è costante e anche Y, si ha

che tutte le volte che si cambia M, si ha un effetto su P se M aumenta (politica monetaria

à

espansiva), l’effetto sarà dunque quello di avere un effetto sui prezzi ecco la dicotomia

à

classica cambia la moneta, cambiano solo i prezzi, il reddito rimane costante allora

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la moneta non ha effetti reali se ne ricava il concetto di “neutralità della moneta”.

à

Ricapitolando, la relazione MV = PY è un’identità contabile che si trasforma in una teoria del

livello generale dei prezzi sotto le ipotesi specifiche che Y sia il PIL di piena occupazione e che

V sia costante (dipendendo dalle abitudini di pagamento).

Il modello AD-AS, IS-LM, è un modello d’ispirazione keynesiana, abbiamo messo insieme il

mercato reale, con il mercato monetario. Quando si studiano questi due modelli, si sta dicendo

che non funziona questa dicotomia classica, perché i due mercati, reale e monetario, sono

collegati e interdipendenti. 5

Cos’altro dice l’economia classica l’offerta crea la domanda (Legge di Say – inizi ‘800).

à

Ecco cosa disse nel suo Traité d’économie politique del 1803:

Un prodotto terminato offre da quell'istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore.

Difatti, quando l'ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo,

perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro

che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio

denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione

di un prodotto apre all'istante stesso uno sbocco ad altri prodotti.

L’idea, dunque, è che quando le aziende producono, pagheranno i lavoratori, questo darà

reddito, che genera la domanda. Quindi si parte dalla produzione e poi si crea la domanda di

beni.

Oltre a questo abbiamo l’idea che siccome prezzi e salari sono flessibili, siamo sempre a un

livello di produzione che è quello che impiega tutte le risorse disponibili nell’economia

(sempre in piena occupazione).

Quali sono le implicazioni per la politica economica? Beh, qui, per un economista classico,

grazie al mercato l’economia è sempre in equilibrio, allora il Governo doveva astenersi

dall’intervenire nell’economia (principio del liberismo o del laissez-faire). Le dimensioni

dello Stato devono dunque limitarsi a quelle minime compatibili con l’esercizio delle funzioni

istituzionali di legge e ordine.

MACROECONOMIA KEYNESIANA

Questo era l’impianto teorico disponibile quando poi il mondo si trovò ad affrontare la grande

depressione. Nel ’32 c’è stata una nuova diminuzione del PIL e la disoccupazione raggiunse

circa il 24%, dal 3% del ’29. Non c’era negli attrezzi dei policy maker la politica economica.

Tutti erano vissuti in un mondo dove c’era l’idea di essere sempre in equilibrio. Allora un po’

si sono messi a guardare ciò che stava succedendo. Quando il peggioramento è andato avanti,

sono iniziati, con Roosevelt, i grandi interventi di politica monetaria e fiscale. È qui che

comincia a scrivere Keynes. Le cose che inizia a scrivere erano davvero rivoluzionarie, perché

ribaltavano le idee consolidate dell’economia classica pre-keynesiana. Teniamo presente che

quello che abbiamo fatto nel corso è sostanzialmente l’economia keynesiana. Ora riusciremo a

vedere perché Keynes è stato rivoluzionario. Quali sono i punti che hanno cambiato la

macroeconomia. Per noi sono scontati perché sono quelli che abbiamo studiato nell’AD-AS e

nell’IS-LM. 6

La pubblicazione più importante di Keynes, è del ’36, ed è la “Teoria Generale

dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”. Pone l’enfasi sulla “domanda effettiva”, che è

quella da noi chiamata domanda aggregata per lui è la domanda che, nel BP (nel LP

à

«siamo tutti morti»), determina la produzione il contrario della Legge di Say. Nel modello

à

IS-LM, modello di BP, abbiamo detto, studiamo solo la domanda e solo successivamente,

quando abbiamo studiato AD-AS, abbiamo studiato l’offerta. Ma con l’IS-LM non ci siamo

proprio preoccupati dell’offerta. Prima cosa che ha ribaltato totalmente l’approccio. Poi ha

cominciato a dire, attenzione che sono possibili equilibri di sotto occupazione, cioè

posizioni dove ci sono dei lavoratori che vorrebbero lavorare al salario corrente, ma non

trovano lavoro Keynes diceva che i salari monetari sono relativamente rigidi verso il

à

basso, cioè fanno fatica a diminuire. Possono aumentare, ma quando c’è disoccupazione

dovrebbero diminuire, ma non lo fanno, perché sono rigidi verso il basso.

Dopodiché ci sono tante altre piccole cose introdotte da Keynes, pietre miliari della

macroeconomia: il concetto di moltiplicatore, che viene anche chiamato, difatti,

moltiplicatore keynesiano se noi abbiamo un aumento di G, allora la domanda aumenterà

à

(Z) le imprese vedono la nuova domanda e producono di più assumono più lavoratori

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sprint Notes di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano o del prof Mori Antonella.
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