Cinema italiano negli anni '60
1960 → Boom economico, processo sociale e culturale. In 5 anni l’Italia diventa da paese arcaico ad una delle 6 potenze industriali.
La diffusione della televisione
- 1958 → Famiglie italiane con la TV 12%
- 1963 → Famiglie italiane con la TV 40% (1 su 2)
Modernità e consumi aumentano, cambia anche il ruolo delle donne. Nel 1960 ci sono le Olimpiadi a Roma. Roma diventa la sede di Hollywood sul Tevere. Le stelle di Hollywood vengono a Roma a girare i propri film.
Il cinema italiano del 1960
1960 → Escono 3 film importanti:
- Dolce vita, di Fellini
- L’avventura, di Antonioni
- Rocco e i suoi fratelli, di Visconti
Sono stati censurati, proibiti. Segnano come l’Italia diventi un paese moderno. Nel '63 l'Italia vince tutto: Venezia, Cannes, Oscar, Berlino con incassi straordinari.
Rinascita del cinema italiano
Il cinema italiano era rinato nel dopoguerra:
- Il cinema neorealista (’44 al ’51)
Italia povera ma che stringe i denti, ricostruisce le basi. Esempio: “Ladri di biciclette”. Nel 1960, il cinema è una grande industria.
Rocco e i suoi fratelli
Modernità e contraddizioni di Visconti
Luchino Visconti è il più segnato dalla modernità. Figura contraddittoria perché: Milanese, rampollo della famiglia Visconti, imparentata con la borghesia nobile e industriale → Comunista.
Si proclama realista. Il suo film d’esordio nel 1943 “Ossessione”, è il film fondatore del neorealismo → ha preso spunto dal film “Il postino suona sempre 2 volte” → film noir → non lo gira negli studi, esce nelle piazze e ingaggia attori non professionisti → credibilità nei paesaggi di quel tempo. È gay.
Anima decadentista più vicina a D’Annunzio, gusto per la sinestesia. Gusto per il melodramma → storie di amori impossibili raccontate con lo stile dell’eccesso. Anche regista di opere liriche.
Film considerato neorealista. “La terra trema” 1953 è tratto dal romanzo “I malavoglia” girato ad Acitrezza.
Il neorealismo secondo Visconti
Il neorealismo dice di prendere attori dalla strada. Infatti Visconti prende per questo film dei pescatori, chiedendogli di parlare nel film, con il linguaggio utilizzato nel loro quotidiano. Film con sottotitoli per via del siciliano stretto. Ogni inquadratura è una citazione di un quadro dell’800 → estetismo, realismo, decadenza.
Regista perfezionista: “Il Gattopardo”, scena clou del ballo → ossessione realista: chiede che ogni 20 minuti si cambino i guanti per essere certo che non si vedessero aloni di sudore e fa indossare alle donne biancheria intima dell’800.
La trama e i temi del film
“Rocco e i suoi fratelli” si colloca a metà della produzione di Visconti. Prima ha girato “Senso” e dopo Rocco, il “Gattopardo”. Film che racconta la Milano del 1960 che sta diventando una metropoli; Milano dell’immigrazione → 5 fratelli lucani, che vengono su al nord per lavorare come operai nell’Alfa Romeo.
Fonte letteraria:
- Giovanni Testori con “Il ponte della Ghisolfa”, ispira un episodio del film → lo stupro di Nadia da parte di Simone
- Thomas Mann → Giuseppe e i suoi fratelli (forse solo il titolo)
- I Malavoglia di Verga → non lo dice apertamente, ma è evidente. Sgretolamento di una famiglia quando mettono in discussione i propri ideali.
La famiglia Barondi si sgretola, ma non per colpa di Milano, che a quei tempi accoglieva a braccia aperte gli immigrati, si sgretola per colpa dei codici della famiglia che si scontrano con la modernità → si autodistruggono. Film diviso in 5 capitoli. Ogni capitolo porta il nome di uno dei fratelli. Anche se il nome riporta un personaggio, non è dedicato a lui il capitolo, anche se ne è una parte importante.
Capitoli e personaggi:
- Vincenzo → è già a Milano, è già integrato, è fidanzato con una milanese
- Simone → integrazione fallita e rifiutata, vuole integrarsi, ma non ce la fa, reagisce con violenza
- Rocco → è in mezzo; la sua integrazione è al contempo voluta/rifiutata, integrato/non integrato. Rocco ha sempre in mente la terra che ha lasciato.
- Ciro → integrazione voluta e riuscita
- Luca → bambino, integrazione ancora da compiere
Tema integrazione. Sceneggiatura eliminata: prima e ultima scena. La prima scena mostrava il funerale del padre dei fratelli, l’ultima scena invece faceva vedere Ciro, mentre entrava a lavorare nell’azienda dell’Alfa Romeo. Visconti non le ha messe, perché se no faceva vedere un’integrazione riuscita. A lui interessava ciò che c’era in mezzo, cosa accade. Gli interessa la trasformazione.
Contraddizione anche sul piano stilistico → oscilla tra un atteggiamento di empatia per i personaggi ad un assoluto distacco. Scenografia piena di elementi che danno l’idea dell’ambiente carcerario in cui si trovano. Il film è pieno di inferriate e ringhiere che danno l’idea di imprigionamento dei personaggi. La colonna sonora è giocata sull’attrito. Due temi musicali:
- Canzone popolare del sud
- Motivo jazzato quando vuole marcare la presenza della città.
Fa un uso espressionista dell’ombra. Luce e vetrine → luogo della modernità, con la luce artificiale si sconfina l’idea del giorno e della notte, la cancella. Cinque fratelli maschi orfani. Il padre nei film italiani è quasi sempre assente e se c’è è meglio se non ci fosse stato. La madre invece è troppo ingombrante e troppo presente. Una costante. La signora Rosaria porta con sé la fotografia dell’unico fratello non presente → la fotografia presenta chi non è presente.
La modernità produce conflitti di codice; conflitti famigliari contro l’individualismo (esempio: da una parte la famiglia di Vincenzo che vuole essere aiutata e messa al primo posto, dall’altra Vincenzo che vuole l’individualità e crearsi una propria famiglia);
Famiglia → sud → mamma Individuale → nord → Vincenzo
Secondo codice:
Maschile vs femminile → Vincenzo vs Ginetta. Famiglie che li vogliono separare. Rivendicazione del codice femminile non subordinato con quello maschile. I personaggi femminili sono più avanti di quelli maschili in moltissimi film italiani.
Il paesaggio è il luogo in cui la città si espande verso l’esterno (costruzione di nuovi edifici). Il pugilato era uno sport molto popolare negli anni '60 → ti faceva fare soldi, sport del riscatto, sport popolare.
Terzo codice:
Quando Simone, lucano, combatte per Milano contro un altro lucano che combatte per la sua terra → per chi sta combattendo Simone? Fa infuriare i lucani a Milano. Codice → identità?
La modernità ti pone davanti a queste cose. Simone rifiuta l’invito del manager per andare con Nadia.
La lettera di mamma Rosaria a Rocco
La lettera di mamma Rosaria a Rocco che è in caserma è l’unico inserto che interrompe il realismo messo in scena. È l’unica parte raccontata, non si vede. Si vede Ciro già in fabbrica non è più nel finale.
Rocco incontra Nadia, appena uscita di galera; Nadia indossa gli occhiali da sole e li toglie solo alcune volte. Rocco esprime con grande trasparenza, quello è il suo difficile rapporto con la società: “il mio problema è che non riesco a desiderare quello che desiderano tutti” → omologazione del desiderio. Siamo tutti individui che desiderano le stesse cose.
Rocco non ci riesce. Problema dell’integrazione. Il suo desiderio non è lo stesso degli altri (come suo fratello Simone che invece è omologato nel desiderio, ma non ha le possibilità per poterlo avverare). La modernità, dice Pasolini, è terribile perché ci rende tutti uguali.
Campi contro campi, primi piani su Rocco e Nadia. (nel bar). Rocco ha troppo la faccia da eroe positivo, mentre Nadia è un personaggio con delle luci e delle ombre. I due personaggi si sfiorano, piccola carezza di Rocco a Nadia. Vicinanza, solidarietà, una condivisione di sentimenti con la promessa di rivedersi a Milano.
Rocco torna a casa. La madre è sempre melodrammatica, gesti pieni di enfasi → teatralità. Esce ed entra dal balcone per rendere pubblico qualcosa di privato. Tema jazz e tema folclorico sul tram, tra Rocco e Nadia → i due stili si mescolano. I film noir per risparmiare sulla scenografia, usavano poca luce. I film erano quasi tutti al buio. Hollywood per motivi economici, ne fece gran uso di film noir. Film notturni, immersi nel nero. I francesi diedero il nome di “noir”.
Nei film noir i personaggi subivano delle sconfitte, come Simone che una volta perso l’incontro sul ring, incomincia un processo di autodistruzione, colpa anche della femme fatale, Nadia. Scopre che Rocco ha una relazione con lei e incomincia ad autodistruggersi. Nadia ora è una santarellina, ma nella visione di Simone è ancora una femme fatale. Qui c’è la scena sul ponte della Ghisolfa, dove Simone rivendica il suo potere, stuprando Nadia in gruppo. Qui Visconti fa un gioco di luci, riferimenti ai quadri di Sironi negli anni 30/40/50, immersi nel buio. → Realtà sociale, arte, estetismo, volontà di fare del cinema un artefatto.
Camminata animalesca di Simone, fa presagire lo stupro. Rumori metallici stridenti della notte. (dopo lo stupro). Dopo l’uso di piani molto ravvicinati, nell’ultima parte dopo lo stupro ci sono dei campi lunghissimi per disperdere i personaggi nell’ambiente circostante.
Negli anni '60 fu considerata una sequenza scandalosa, sia per lo stupro e sia per la messa in scena della disgregazione della famiglia (Le ostriche de: “I Malavoglia”, quando vanno via dalla “famiglia”, rischiano di morire), i 5 figli non sono più uniti. Conflitto violentissimo tra Rocco e Simone. Simone esprime non solo la logica del sangue che prevale “tu sei mio fratello, non dovevi disonorarmi prendendo una donna che era stata mia”, codici arcaici che si scontrano con la modernità che avanza. A fronte di questa violenza di Simone, Rocco si sacrifica pur di tenere insieme la famiglia, rinuncia al proprio amore, rinuncia a Nadia, a ciò che più desiderava.
La scena madre della componente melodrammatica del film avviene sul Duomo di Milano, in cui si esprime la bellezza italiana. Simone è il personaggio noir. (melò: termine francese che designa il melodramma, storia di un episodio di un amore impossibile, loro vogliono amarsi, ma c’è qualcosa di più forte dei due amanti che impedisce la storia d’amore tra i due. Tipo Giulietta e Romeo). Su una base realistica Visconti racconta la nuova Milano e dall’altra un ibrido tra il noir e il melodramma. Rocco sta subentrando a Simone in quanto campione di boxe, mentre Simone si riprende Nadia. Scambio di ruoli.
Ciro: l'integrazione riuscita
Ciro è l’opposto di Simone. È fidanzato con una giovane lombarda, imita il dialetto milanese. Crollo definitivo di Simone. Simone ha adescato il manager in una scena latente omosessualità, dove si vede la TV (unica scena). La televisione è uno schermo vuoto dove si vedono solo riproduzioni di arte pittoriche. (paleo televisione, si mandavano questi intervalli quando non c’era niente da mandare in onda). La TV in quanto medium a Visconti non interessa, la usa solo per trasmettere opere culturali.
Opera lirica Carmen di Bisè → prende ispirazione nel finale. Momento di trionfo di Rocco con la vincita nella boxe, sconfitta di Simone nell’uccisione di Nadia. Parallelismo nella frase “copriti” della boxe, con Simone che rincorre Nadia con il cappotto.
Simbolismi anche cristiani, quando Nadia apre le braccia a mo di croce. Simone nella recitazione, sta assumendo la figura del perdente. (colui che brancola, che zoppica nella vita, aizzato sempre dal tipo del bar che lo aveva convinto a fare lo stupro). Quasi tragedia greca, nel momento dell’uccisione di Nadia. La tragedia racconta generi di disintegrazione. Comunità integrate, che ad un certo punto si spezzano, lasciando l’individuo da solo. Mescola il melò alla tragedia.
Luca: il finale e la morale
Simone torna a casa e confessa a Rocco, l’omicidio. Rocco cerca di difenderlo, mentre Ciro scappa da casa per poterlo denunciare. Simone viene arrestato e Ciro viene un po’ messo in disparte dalla famiglia visto come il traditore del proprio fratello. Inquadratura finale → Visconti rispondeva che il suo cinema era antropocentrico e antropomorfo. L’uomo era al centro del mondo e al centro dell’inquadratura.
Centralità della figura umana! L’ultima inquadratura non è nulla di tutto questo. Luca se ne va via, diventando quasi un puntino. È la città protagonista. L’altra scena è quella quando Nadia abbandona Rocco sul Duomo di Milano. Luca saluta Ciro, il fratello a cui Visconti conferisce il compito di tirare la morale finale. Luca sfiora i manifesti con l’immagine di suo fratello Rocco diventato campione di boxe, è un’icona, un idolo. Coincidenze opposte: la famiglia Barondi tocca il picco più alto e nello stesso tempo, uno della famiglia quello più basso.
Visconti, sente il bisogno di assegnare a Ciro la morale della storia, perché lui rappresenta la fiducia sul lavoro, l’idea di trovare un posto migliore. È sul lavoro che l’Italia può fondare la sua speranza di rialzarsi. Ciro è completamente integrato. Dalla analisi di questo primo film, l’idea di modernità che emerge è un’idea di conflittualità. Codici che si scontrano, marca stilistica. Visconti mette in scena conflitti, mette in scena anche i linguaggi del cinema, coincidenza dei contrasti. Modernità in cui le prime forme di consumo generano ansia, desiderio, conflittualità. Visconti lavora molto sulla mano di Simone (la mano di Simone che ruba la spilla della donna della lavanderia, Simone che prende il coltello dalla tasca).
Fellini e la modernità
Per Fellini la modernità è la perdita dell’innocenza, cioè l’avvento della società dei consumi, corrompe l’innocenza della società italiana prima della modernizzazione. Fellini: “ho avuto la fortuna o la sventura di essere diventato un aggettivo, faccio quello che voglio, ho un lavoro che è un gioco, mi sono inventato tutto, amo il movimento intorno a me, e mi piace mettere le cose in movimento.”
Mai trovare in Fellini la verità, ama le menzogne → è un mago, vuole fare le magie, vuole essere un illusionista → anti-realista. Più vicino a Merlièr. L’immagine di un clown con la lacrima e lo sguardo triste è felliniana. Una donna con i seni giganteschi e prosperosa è felliniana. Fellini era un gran inventore di parole: “Paparazzi” → il fotografo nella Dolce Vita si chiama Paparazzo. Da qui la nuova parola. Il suo cinema è molto autobiografico.
Luoghi e temi felliniani
Due luoghi che usa Fellini per i suoi film: Rimini (I Vitelloni, Amarcord) e Roma. I vitelloni, sono i giovani di provincia che passano il loro tempo al bar, mantenuti dai loro genitori. Rifiuto di crescere. Tutti i film precedenti alla Dolce Vita, erano sostanzialmente delle avventure picaresche, in cui dei personaggi candidi, innocenti, si scontravano con un mondo corrotto. Quando arriva alla Dolce Vita questo tema della perdita dell’innocenza si scontra apertamente con la modernità.
La Dolce Vita non è riassumibile, sono solo sketch. Più che un romanzo o un racconto il film di Fellini sembra che danza. → Orson Welles lo descrive così. Titolo antifrastico → il film La Dolce Vita è tutto meno che dolce (antifrastico significa tutto l’opposto, va letto all’incontrario). Voleva raccontare Via Veneto, la via della moda, dell’aperitivo, della nascita dello spettacolo. Fellini era attratto da questa vita, per di più decide di preparare questo film mentre stanno per arrivare le Olimpiadi a Roma. Fellini ha frequentato Via Veneto, ma non gli piaceva, andava solo per rubare il look.
“Sarà una scultura picassiana, in cui romperemo Roma e la ricomporremo a nostro piacimento.” La Dolce Vita è ispirata alla prima cantica di Dante (discesa all’inferno), immersione nella mostruosità. Come ha fatto a diventare un paradigma della dolcezza italiana? Fellini lo progetta da tempo, ha solo problemi il nome del protagonista, Marcello di Cesena. Marcello è l’alter ego di Fellini.
Prima proiezione del film a Roma: finisce nel gelo, nessun applauso. Tutti sgattaiolano via e non vanno da Fellini a congratularsi. Seconda proiezione del film a Milano: reazione furente contro Fellini, fischi a scena aperta, insulti. Vanno da Fellini e lo insultano. Nessun applauso. Tutti i giornali italiani, escono con una stroncatura ferocissima del film, l’accusa di essere un film pessimista, disfattista. Lo accusano di dare valori negativi, non dà un bell’esempio di Roma. Stroncatura generalizzata.
Fellini ci resta male, ma va in giro per tutta Italia e presenta al pubblico cosa voleva fare. Il pubblico a differenza dei giornali, lo accolgono molto bene. Inverno/primavera 1960. Viene presentato a Cannes ed è un trionfo nella stampa internazionale, vince la Palma d’Oro. Il giorno dopo i giornali che lo avevano criticato, scrivono titoli giganteschi “Il film più bello d’Italia”.
Tutti ad osannare Fellini. Quando il film viene candidato all’Oscar (ma non lo vince), di nuovo si incrementa di ossequioso rispetto. A distanza di anni poi il film è cresciuto ed è uno dei film più amati. Fellini si nasconde dietro la grande bellezza di Roma per urlare a tutti l’insensatezza del vivere.
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