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11/05/2020 LEZIONI 37-38-39-40-41

IL CONSIGLIO D’EGITTO – LEONARDO SCIASCIA

È un romanzo storico che lo scrittore siciliano di Racalmuto ha pubblicato nel 1963 e

considerato uno dei vertici della narrativa della produzione sciasciana, un vero e proprio

capolavoro. La scelta del genere, il romanzo storico, è dovuto al fatto che Sciascia ama la

storia, immergersi nel passato, tornare sui documenti del passato, lavorare negli archivi

tra le carte. La storia raccontata in questo romanzo è una storia realmente accaduta,

ecco perché possiamo parlare di romanzo storico. Proprio perché è un romanzo, questi

avvenimenti realmente accaduti sono romanzati, così com’è in parte romanzato il

racconto dei Promessi Sposi. Il Consiglio d’Egitto si pone, manzonianamente, come un

misto tra storia e invenzione. Il modello di Manzoni è un punto di vista importantissimo

per Sciascia che si dichiarava un nipotino dello stesso Manzoni. È una “Narrativa

impura” che accoglie nel suo seno tutta una materia di cui si fanno portavoce i

documenti attentamente studiati e vagliati da Sciascia stesso. La materia che viene

accolta nel romanzo e di cui si fanno portavoce i documenti riguarda due vicende che

l’Arabica impostura,

Sciascia fa incontrare e incrociare: da una parte la falsificazione di

due codici arabi da parte dell’abate maltese Giuseppe Vella; dall’altra la fallita congiura

dell’aspirazione giacobina organizzata dall’avvocato napoletano Francesco Paolo di

Blasi. Essi sono i cooprotagonisti del romanzo. Due personaggi realmente esistiti, due

vicende realmente accadute. A far da sfondo a queste due vicende è la Palermo di fine

‘700, a cavallo della Rivoluzione Francese, parte dal 1782 fino al 1795. Tratta di vicende

storiche romanzate in cui la fantasia manipola, in minima parte, il romanzo. Resa

artistica dei documenti, emerge un certo arbitrio dello scrittore. Abbiamo le grandi

avventure del Vella e del Di Blasi. Entrambe si concludono male, sono mortificate dalla

sfondo della Palermo fine ‘700 esca

storia e lo è influenzato dalle idee dell’Illuminismo

che attecchivano in Sicilia grazie al governo illuminato di Domenico Caracciolo, un

personaggio minore ma importante del Consiglio d’Egitto che governa l’isola in qualità di

Viceré per alcuni anni, dal 1780 al 1786, accoglie gli ideali illuministi e li applica nel

governo delle “Cose in Sicilia”. I due personaggi hanno caratteristiche opposte, si

presentano in un primo momento in personaggi del tutto opposti: così li vede ed è portato

L’uno è sessualmente represso perché è un prete,

a giudicarli il lettore. un uomo di

Di Blasi è un libertino, un amante delle donne.

Chiesa; Vella, in un primo momento, è

animato dal tornaconto personale, mosso dall’impostura, dal calcolo di vantaggi

personali e materiali cinico opportunista; Di Blasi, invece, è di segno opposto perché è

un idealista, vuole cambiare in senso giacobino la società e cospira contro l’ultimo Viceré

che si è insediato a Palermo e che sembra aver cancellato, con un colpo di spugna, la

stagione riformista degli anni immediatamente precedenti. Giustamente, però, gli opposti

si attraggono: ecco che allora l’avvocato siciliano, palermitano, Di Blasi e l’abate maltese

Vella sono destinati ad incontrarsi e a sviluppare una reciproca simpatia e addirittura

segno dell’attrazione reciproca degli opposti.

ammirazione, sotto il Ciò che sembrava

incompatibile, mostra una singolare affinità. Il lavoro di documentazione che, come

Tra le carte d’archivio di

sappiamo dallo stesso Sciascia, fu molto lungo e laborioso.

Sciascia è stato trovato un foglio con delle indicazioni per risvolto di copertina

(Sciascia curava moltissimo anche il paratesto) e consiglia l’editore per il modo in cui

andava trattato il risvolto: “In questo racconto, che è il più compiuto e il più articolato

che finora abbia scritto, il lettore vedrà con quale giudizio storico – umano, la ricerca

dell’impostura si lega a quella di una congiura giacobina. Il destino del Vella falsario a

quello dell’illuminista di Blasco, dentro una società svagata ad elegante, galante e

conservatrice superstiziosa (si riferisce a Palermo)”. Sono importanti i quadri delle

conversazioni dei nobili, dove l’azione del racconto si spezza. L’atteggiamento

conservatore non ci stupisce dal momento che sono i nobili ai vertici della società

descritta. “Racconto in cui un non indifferente lavoro di ricerca, di studio, si risolve senza

residui nella rappresentazione vivace ed intensa, ironica e commossa insieme, nella

fantasia insomma”. C’è tutto un lavoro d’archivio della biblioteca, di documentazione e

si risolve nella rappresentazione, nella narrazione, nel risultato fantastico-romanzesco

che è la logica sottesa ai lavori di storia-finzione. Sciascia parla di sé in terza persona e

tiene a sottolineare i risultati impuri a cui il suo lavoro aspira narrativa impura che si

nutre di elementi di fantasia e di elementi di storia. Non è un caso che il genere, oltre al

racconto poliziesco, maggiormente praticato da Sciascia sia stato da lui stesso definito

come racconto – inchiesta (il racconto ci rimanda alla fantasia mentre l’inchiesta ci

rimanda alla documentazione, ricostruzione dei documenti d’archivio, studiati da

angolature diverse rispetto a quelle dello storico.

Egli attinge da delle fonti storiografiche:

- Per ciò che attiene la storia dell’impostura da parte del Vella, Sciascia fa morto a

riferimento al testo di Domenico Scinà, uno storico palermitano dell’800,

Palermo nel 1837, intitolato “Il prospetto della storia letteraria di Sicilia nel

secolo decimottavo”.

congiura giacobina

- Per la di Blasi la fonte principale di riferimento è costituita

storiografo

dai fogli del diario palermitano del Marchese di Villabianca, uno

cronista ‘700 esco che viene nominato e diventa personaggio all’interno del

Consiglio e a cui Sciascia dedicherà un saggio poi confluito nella “Corda pazza”. Si

tratta di un’opera sterminata di 25 volumi di cui solo una minima parte fu

pubblicata nel corso dell’800 e tutt’ora rimasta nello stato di manoscritto.

ricostruzione dell’ambiente

- Per la su cui si staglia la vicenda, in particolare

l’operato del Caracciolo e i suoi rapporti con i nobili siciliani, nella descrizione

società nobiliare siciliana,

della vita che conduceva la la fonte di riferimento è di

altro storico siciliano dell’800,

un Isidoro di Almunia.

alcuni punti se ne distacca,

Nei confronti di queste fonti Sciascia in fa un’operazione di

apportando delle modifiche.

selezione delle fonti e su di esse interviene Questo per

esigenza d’arte ma anche perché rivedendo con occhi di storico gli avvenimenti, li

interpreta a modo suo. Si tratta, quindi, di un’operazione di riscrittura di queste fonti. È

sorprendente accorgersi che molte espressioni che potrebbero sembrare di pura

invenzione, in realtà le ritrova nelle fonti e le riprende. Per quanto riguarda l’attenzione

che dedica a questi documenti, essa non si esaurisce nei racconti e scrittura del

Consiglio (Sciascia oltre che scrittore è editore, è interessato a far rivivere la storia di

Sicilia attraverso i documenti e non solo attraverso la sua rielaborazione fantastica).

Infatti, questi documenti li ripubblica: alcune pagine del prospetto dello Scinà, relative

all’impostura del Vella, le fa ristampare insieme a un’indagine sullo stesso soggetto della

direttrice dell’Archivio di Stato di Palermo, Adelaide Albanese, in un testo della

Sellerio – L’arabica impostura del 1978.

Così, allo stesso modo, le pagine del diario del Marchese di Villabianca dedicate alla

congiura giacobina del Di Blasi e al suo fallimento che comporta la sua uccisione sul

patibolo, vengono ripubblicate da Sciascia in riapertura della sua Antologia dei narratori

di Sicilia edita in collaborazione con Salvatore Guglielmino nel 1967.

PRIMO CAPITOLO

Vi è una divisione in 2 parti, una scena di apertura di azione vera e propria e un

antefatto che segue immediatamente che ci fa capire il senso dell’azione posta in

apertura, la illumina di senso.

naufragio del vascello di un ambasciatore arabo del Marocco

Tutto inizia con il

Abdallah Mohamed ben Olman che, facendo ritorno dalla corte di Napoli al suo paese,

viene travolto da una tempesta e naufraga sulle coste siciliane. Siamo nel 1782, anno

con cui si apre il racconto. Qui Sciascia segue fedelmente le fonti che riportano

l’avvenimento e lo collocano nel mese di dicembre. L’ambasciatore trovatisi in questa

Viceré di Palermo, Domenico Caracciolo,

situazione viene soccorso dal che manda nel

posto del naufragio delle carrozze perchè il diplomatico sia messo in salvo e scortato fino

al suo palazzo. A questo punto il Viceré si rende conto della difficoltà di comunicare con

l’ambasciatore perché quest’ultimo conosce soltanto la lingua araba. Non sa né il

francese napoletano,

che era la lingua dell’Europa colta del tempo, né il dialetto nativo

di Caracciolo che è nato in Spagna ma dal ramo di una nobile famiglia napoletana.

Inoltre, il napoletano è la lingua del regno dal momento che la capitale del Regno delle 2

Sicilie era Napoli. L’ambasciatore aveva fatto la sua missione proprio a Napoli. La

Giuseppe Vella.

situazione si risolve chiamando in causa Egli, che dal 1780 si trovava a

Palermo, conosceva l’arabo. Per questo lo fa chiamare affinché faccia da interprete. P.17

“Ma appena… Palermo” da qualche anno l’uomo di Chiesa, definito più volte fra

cappellano, si era trasferito da Malta alla città di Palermo e qui conduceva una vita

piuttosto misera, vivendo di scarsi proventi, quelli che gli fruttava l’appartenenza

l’attività secondaria di smorfiatore di sogni ed numerista del

all’ordine di Malta e

lotto. Egli, per guadagnare qualcosa in più, si adopera ad alimentare le illusioni del

popolo che gioca al lotto e che tentano la fortuna. Egli interpreta dei sogni che gli

vengono raccontati, estrapola dai sogni degli elementi ai quali assegna dei numeri da

giocare al lotto episodio apparentemente insignificante ma si carica di senso con il

 Vella,

senno del poi perché ci porta a considerare che già prima che gli diano

uomo d’azzardo:

dell’impostura, punti sul gioco d’azzardo, sia un P.18 “Perché più che…

Anche la tendenza di dare ordine

oscuri” l’Albergaria e il Capo erano due quartieri.

al caos (in questo caso dei sogni) è un tratto che qui caratterizza Vella in quanto

numerista del lotto ma che poi si proporrà nell’attività di falsario che cercherà di

imporre un ordine nel caos della storia. “In quello che… sogno” attività ordinatrice

del caos onirico. Cannezziere = macellaio, sta raccontando a Vella un sogno e in quel

frangente arriva il volante, il messo del Caracciolo, che lo invita a recarsi al palazzo del

Viceré. Si reca nel palazzo e vi è la proposta, un po’ scanzonata, del Caracciolo che

chiede al Vella se conosce qualcosa dell’Arabo, altrimenti “Vi manderei alla vicaria una

delle prigioni di Palermo”, dove Vella sconterà una parte della pena di falsario. “Un po’ di

arabo, per la verità, lo conosco” abbiamo un atteggiamento umile di Don Giuseppe

Vella che ammette la sua conoscenza dell’arabo. Da questo punto in poi, Vella diventa

l’interprete ufficiale dell’ambasciatore del Marocco. La storia dell’antefatto continua

perché l’ambasciatore vuole conoscere tutto ciò che di arabo c’è in Sicilia, fa di necessità

virtù, fa del turismo culturale approfittando della situazione che gli si è presentata. Fa

visite orientate per il suo amore verso il mondo arabo. Ma per questo desiderio culturale,

l’abate Vella non è attrezzato, conosce l’arabo ma non è un uomo di cultura. Gli si

in qualità di guida un altro uomo di chiesa, il Monsignore

affianca, per questo motivo,

Airoldi, superiore dell’abate Vella, il quale è un amante delle cose arabe di Sicilia: P. 19

“Fortuna… guida”. Così si costruisce un terzetto costituito da Vella interprete,

l’ambasciatore e dal Monsignore Airoldi guida culturale che trascorrono insieme tutto il

l’ambasciatore si trattiene a Palermo tra il dicembre dell’82 e il

periodo in cui

gennaio dell’anno successivo. Durante questo periodo si alternano le visite culturali

guidate e le guerre serate trascorse in compagnia di bellissime donne tra l’incanto di

luce, toccante luce e soavissima musica insieme alle prelibatissime portate. È un periodo

di dolce vita, di gioie di vita assaporate anche dall’abate che fino a quel momento era

l’impulso che lo porta a concepire l’impostura.

vissuto di stenti e spiega Queste

conclusione del capitolo: le cause

ragioni si trovano alla P.20 “Così… impostura” 

sono: innata avarizia, per non perdere le gioie gustate, per il disprezzo dei propri

simili. C’è in prima istanza un movente egoistico dell’avidità, del piacere di assaporare

vantaggi materiali. Ma non solo questo: disprezzo per i propri simili, il gusto di ingannare

gli altri. L’imbroglio è degno delle vittime dell’imbroglio stesso, a danno di persone che si

piacere di scommettere con se stesso e con gli altri.

disprezzano. Emerge anche il

l’impostura venne a Vella quando Monsignore Airoldi

L’idea di amare l’imbroglio,

propose la visita al Monastero di San Martino. Nella biblioteca di questo Monastero

era custodito un codice arabo il cui contenuto era ignoto a tutti perché nessuno,

incompetente di arabo, aveva saputo tradurlo. Ora era l’occasione giusta perché tanto

l’ambasciatore quanto il Vella conoscevano l’arabo. Il codice era stato trasferito dalla

Spagna a Palermo. È un’idea che matura da tempo nella mente del Vella e ha modo di

tradursi in atto nella scena di apertura del primo capitolo (Incipit vero e proprio del

libro): P.15 “Il benedettino… lente” quello di Vella è un monastero benedettino; il

codice manoscritto è impolverato, i caratteri del manoscritto vengono descritti con la

metafora delle formiche nere. Per poter decifrare il codice, l’ambasciatore toglie dalla

“Ruscello congelato”

giamberga una lente che definisce con una metafora immagine

poeta siciliano di origini arabe Ibn Hamdis,

metaforica che deriva dal citazione

letteraria, Sciascia ama ricorrere alle citazioni e citare i suoi scrittori preferiti. Il Vella che

conosce l’arabo ma non è un uomo colto, non conosce la letteratura, non riesce a

intendere il fatto che l’ambasciatore stia citando il poeta né tantomeno capisce il senso 

ruscello congelato inteso come rimando alla lente. Allora traduce a vantaggio del

Monsignore non le parole ma il gesto che era stato già capito da sé. Il responso

dell’ambasciatore riporta come il manoscritto riporti una vita del profeta Maometto di cui

Qui

ce ne sono tante nel mondo, niente che abbia a che vedere con la storia Siciliana.

l’idea dell’impostura prende concretezza: Vella traduce in maniera falsa le parole

dell’ambasciatore: P.16: fatti della storia siciliana relativi al periodo della dominazione

araba. Vella continua a mentire e tradurre falsamente quello che gli si dice;

l’ambasciatore è dispiaciuto per aver deluso il Monsignore ma le cose sono come sono.

Questa volta, l’abate Vella contraddice l’ambasciatore nella sua mente pensando: “Eh no

le cose non sono come sono” motto dell’ideale dell’impostura che è balenata nella

mente del Vella da tempo e qui si attua attraverso la manipolazione delle parole

dell’ambasciatore.

SECONDO CAPITOLO

Inizia con la partenza dell’ambasciatore che riprende il suo viaggio di ritorno nel

12 gennaio del 1783.

Marocco, il Nel salutarlo, sulle rive delle coste Siciliane, Vella e

Airoldi, essi sono presi da pensieri diversi; da una parte monsignor Airoldi è entusiasta al

pensiero di poter disseppellire secoli di storia Siciliana dalle tenebre riportandoli alla luce

della coscienza; l’abate, invece, tira un respiro di sollievo e dentro di sé manda al diavolo

l’ambasciatore perché, fino all’ultimo momento, ha avuto dentro di sé la preoccupazione

di potersi tradire, che un gesto di disappunto lo tradisse e rilevasse agli altri che non era

un interprete sicuro della lingua araba. Ancora più importante è ciò che apprende il

lettore dalla conversazione tra il Monsignore Airoldi e l’abate Vella in questa circostanza:

il lettore capisce che il Monsignore ha affidato all’abate il compito di tradurre il codice di

San Martino, convinto che si trattasse di un codice prezioso a causa dell’inganno

Gli ha fatto credere che il codice contiene dei documenti di cancelleria,

dell’abate.

cose di governo, una corrispondenza tra gli emiri al governo in Sicilia tra l’827 e il

1074 e certi principi saraceni africani, lettere il cui contenuto è fondamentale per la

ricostruzione della storia siciliana di quel periodo: P.22. Sempre a P.22-> C’è anche la

conferma del movente della scommessa intellettuale. Monsignore Airoldi entra nella

carrozza facendo un gesto di saluto, l’abate rimane fermo nell&r

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mariateresa.pata di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Pupo Ivan.
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