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Economia politica

Capitolo 1: Cosa significa cultura

  • L'insieme delle conoscenze intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l'esperienza.
  • Il complesso di competenze o credenze proprie di una persona o di una classe, in un determinato tempo.
  • Il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e religiose caratterizzanti una società.

Economia del patrimonio e delle attività culturali

Con beni culturali viene inteso l'insieme di beni che hanno carattere artistico, storico, archeologico, archivistico e bibliografico e tutto ciò a cui si riconosce valore di testimonianza di civiltà. I beni culturali costituiscono dunque il patrimonio culturale. Il termine patrimonio simboleggia un legame con il territorio d'appartenenza, il patrimonio è l'espressione dell'identità di una comunità.

Spesso tale disciplina viene confusa con l'economia aziendale, la quale studia l'impresa, tutto ciò che la condiziona e la sua organizzazione; pertanto questo ramo dell'economia applicata ai beni culturali va ad occuparsi esclusivamente degli aspetti gestionali (es. organizzazione di musei e teatri).

Tra i primi studiosi di economia del patrimonio culturale troviamo Galbraith e Robbins, i quali durante gli anni '60 del '900 hanno iniziato ad analizzare le modalità di finanziamento alle istituzioni museali da parte dello stato. Poco più tardi Baumol e Bowen hanno provato ad applicare concetti d'economia allo studio delle manifestazioni artistiche. Ma già prima degli anni '60 Adam Smith scriveva: Ci sono talenti gradevoli, ma esercitarli a fini di lucro viene considerato come prostituzione. Perciò la ricompensa di tali persone deve essere ripagante il tempo, la spesa e il lavoro impiegato per acquisirli ma anche il discredito che ne deriva. Inoltre Smith invitava i governanti a incentivarne la frequenza.

Anche Ugo Mazzola, docente di Scienza delle Finanze, nel suo Il momento economico dell'arte (1900), sottolinea che l'arte non ha solo funzione contemplativa, ma bensì generando piacere può avere carattere economico, egli infatti intuisce che col tempo e l'istruzione l'aumento della prosperità economica determinerà un incremento di consumo artistico. Nonostante ci siano diversi riferimenti all'economia connessa al settore artistico anteriormente agli anni '60, la disciplina non nasce prima in quanto fino al secondo dopoguerra l'utilizzo del patrimonio o di un'attività culturale, e il conseguente godimento che ne si traeva era nettamente meno diffuso, così da convincere gli economisti che fosse solo un fenomeno marginale. Un esempio per comprendere il cambiamento è il turismo culturale. Proprio Thomas Cook appunto durante il 1800 ne intuisce una ghiotta opportunità e inizia a proporre viaggi organizzati, difatti egli è considerato il padre del turismo moderno. Ma la dimensione era ancora assai ridotta, con platee limitate a quei pochi molto benestanti che ne avevano la possibilità, tant'è vero che solo 50 anni dopo la sua morte, il settore turistico appare diverso, a causa dell'aumento dei redditi, innalzamento dei livelli d'istruzione, tempo libero, cambiamenti tecnologici e politici che hanno cambiato i costi degli spostamenti. Pertanto il passaggio da fenomeno marginale a fenomeno di massa interessa il consumo e la produzione di molte tipologie di beni culturali, i quali dagli anni '60 ad oggi sono anch'essi nettamente mutati. Tali cambiamenti hanno reso necessari nuovi studi aggiornati, effettuati con elaborate analisi statistiche che rispondono a domande sulla produzione e sul consumo di beni culturali.

La teoria economica moderna

La teoria economica moderna si allaccia ad un approccio fondato sull'individualismo metodologico (azioni individuali), così legando il sistema economico e i suoi mutamenti alle interazioni tra soggetti (soggetti che sono: 1- interessato a massimizzare il proprio benessere individuale; 2 - astorico; 3 - perfettamente razionale; 4 - dotato di tutte le informazioni del mercato). In sostanza gli individui interagiscono all'interno di mercati in cui operano come consumatori o venditori, e in cui determinano domanda e offerta di beni e servizi tenendo a mente l'obiettivo di massimizzare il proprio risultato e i vincoli con cui devono confrontarsi. L'esito di tali interazioni determina l'individuazione dei prezzi e delle quantità scambiate, per le quali, cioè, domanda e offerta si eguaglino. Tale approccio, detto neoclassico, si contrappone a quello classico dell'olismo metodologico, il quale sostiene che bisogna focalizzare l'attenzione sugli aggregati collettivi (società, stato, nazione..).

Vi sono però dei limiti nell'interpretazione neoclassica, in quanto essa afferma che il sistema economico non è storicamente definito, ma è evidente che nel campo del patrimonio culturale, la storia costituisce un elemento altamente condizionante. Un secondo limite rilevante riguarda la razionalità dei soggetti economici, Jon Elster evidenziava come il comportamento umano può deviare dalla razionalità. Una prima tipologia è quella in cui alcuni obiettivi possono essere raggiunti facendo azioni che hanno scopi differenti (es. dormire, che non può essere razionalmente imposto, ma può solo risultare da azioni diverse tipo distrarsi o rilassarsi). Stesso discorso per quanto concerne l'arte, in quanto esistono artisti che fanno della loro disciplina la propria produzione stabilendone i tempi, altri invece che generano arte solo dopo un'ispirazione artistica.

Una seconda tipologia riguarda l'acrasia (mancanza di volontà), ovvero incapacità di rispettare decisioni passate, ad esempio il rimandare azioni di consumo e di produzione. Una terza tipologia è quella in cui le preferenze individuali vengono formate in maniera irrazionale (es. la volpe e l'uva). Nell'arte è possibile distinguere tra le preferenze di base di un consumatore per una manifestazione artistica e quelle rivelate (quelle che realmente avvengono), come ad esempio un individuo che ama la musica ma che svolge un lavoro troppo impegnativo da non lasciargli neanche il tempo per ascoltarla.

Un ulteriore limite è quello connesso al carattere decrescente dell'utilità marginale del consumo. Il consumo di un bene ha un impatto positivo sull'utilità totale del consumatore, ma al crescere del consumo già realizzato gli incrementi ulteriori hanno un impatto decrescente sull'utilità totale. Tale assioma viene messo in discussione se utilizzato per le attività culturali, in quanto qualcuno ritiene che il consumo di beni artistici può determinare dipendenza (addiction). Pertanto gli economisti hanno realizzato due modelli, il primo poggia sull'idea che le preferenze del consumatore cambiano nel corso del tempo e in ragione dei consumi effettuati. Il consumatore sperimenta nel tempo benefici crescenti perché i consumi passati lo portano a modificare i propri gusti rendendolo più interessato. Il secondo modello invece, dei premi nobel Stigler e Becker, suggerisce che il consumo di beni permetta di accrescere il capitale di conoscenze individuali; ciò non determinerebbe alcun mutamento delle preferenze ma, piuttosto, una riduzione del costo del consumo. Il capitale di conoscenze già accumulato, renderebbe più facile acquisire ulteriori informazioni, e quindi meno dispendioso il consumo futuro. I consumi sarebbero determinati da preferenze “innate”. Ad esempio partendo da un'innata passione per il jazz, l'individuo ne ascolta i diversi stili fino ad approfondirne uno preciso. Entrambi i modelli sono basati sull'utilità marginalmente decrescente del consumo, ma interpretano il consumo nel tempo, uno come l'esito di cambiamenti di gusto nei consumatori, e l'altro nel prezzo relativo del consumo.

Capitolo 2: Il patrimonio culturale

Il patrimonio culturale interroga gli studiosi su quanta importanza viene data al passato da parte della società contemporanea, difatti la sua interpretazione cambia a seconda del momento storico e della disciplina che la studia. Il concetto di patrimonio ha subito un processo di evoluzione passando da una dimensione familiare ad una collettiva. A livello internazionale, la prima definizione di patrimonio in documenti ufficiali risale alla carta di Venezia (1964) e rimanda ad una responsabilità comune di salvaguardia dei monumenti antichi. Il concetto richiama l'idea dell'eredità (che si tratti di un bene materiale o di una tradizione) da un'epoca precedente e di conseguenza, implica una responsabilità intergenerazionale (la generazione odierna l'ha ereditata da quella precedente e la conserva per quella futura). In base alle categorie UNESCO, il patrimonio culturale comprende i monumenti storici, il patrimonio archeologico, il patrimonio museale e quello archivistico. Siti archeologici, monumenti e centri storici delle città confluiscono in patrimonio tangibile: include sia edifici del passato, sia monumenti moderni il cui valore simbolico è elevato, tipo case progettate da architetti famosi. La dimensione intangibile, in base alla definizione UNESCO, include: rappresentazioni, espressioni, saperi, spazi culturali ecc.. che le comunità, e in alcuni casi anche i singoli riconoscono come parte del loro patrimonio culturale. L'analisi economica della domanda di beni culturali studia i comportamenti e le scelte dei visitatori, mentre se si considera l'offerta, da un lato le necessità legate alla tutela, conservazione e valorizzazione impongono un ruolo attivo del settore pubblico [in relazione alle politiche dei beni culturali, Luigi Bobbio sottolineava che aumentando la distruzione dei beni culturali (terrorismo, erosione del tempo) vi era un aumento del numero di beni ritenuti meritevoli di tutela]. Ciò dunque, in situazione di scarsità (tutti i beni economici per definizione sono beni scarsi) implica una riflessione sullo stanziamento di risorse. D'altro canto il patrimonio culturale incentiva il turismo culturale che è ritenuto un utile strumento per favorire lo sviluppo locale. I flussi di turisti generano spesso anche effetti negativi, infatti il consumo di un bene da parte di un numero sempre crescente di persone può avere conseguenze negative sulla sua conservazione. Esiste infatti un trade-off (punto d'equilibrio tra due opzioni inversamente proporzionali) tra conservazione e utilizzo dei beni culturali, dunque proprio in questo contesto l'approccio economico rappresenta un vantaggioso strumento.

Beni culturali in Italia

In Italia, la nascita di leggi in materia di beni culturali è tardiva. Ciò anche in ragione del fatto che prima dell'unificazione la cura era competenza dei singoli Stati, anche se giova ricordare che lo stato della Chiesa si era impegnato già nel Rinascimento per difendere il patrimonio (insieme a Granducato di Toscana e Regno di Napoli). Successivamente alla sconfitta di Napoleone si cominciano a sviluppare apposite legislazioni in materia di patrimonio. In particolare, le normative degli Stati italiani s'ispireranno all'editto di Pacca del 1820 emanato nello stato della Chiesa. Per una legislazione in materia occorrerà attendere il 1902 con la legge Nasi, in seguito modificata dalla legge Rosati. Questa proteggeva le “cose mobili e immobili che avessero interesse storico, archeologico e artistico”; nel 1922 la protezione fu estesa alle “bellezze naturali” e agli “immobili di particolare interesse storico”. In pieno regime fascista vengono emanate le leggi che disciplinavano la gestione delle “cose d'interesse artistico e storico”, oltre alle “bellezze naturali”. Tale riforma Bottai ha rappresentato la legislazione di riferimento per moltissimi anni e ha formato “le basi dell'ordinamento dei beni culturali attualmente vigente”. L'art. 9 della Costituzione recita che “la repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio artistico della Nazione”.

La carta Costituzionale “ha impresso una svolta radicale staccandola da logiche egoistico-proprietarie e facendone un primario compito della Repubblica come elemento chiave per la crescita dei cittadini”. Un altro tassello fondamentale nell'analisi dell'evoluzione delle normative è costituito dalla Commissione Franceschini (Commissione d'indagine per la tutela e la valorizzazione delle cose d'interesse storico, archeologico, artistico e del paesaggio), la quale ha sviluppato il concetto di testimonianza materiale con valore civile, sancendo così il passaggio ad una definizione più precisa in cui coesistono parte materiale e parte immateriale.

Solo in epoca più recente la legislazione ha subito modifiche significative volte ad affrontare nodi fondamentali quali: “il raggio d'estensione dei beni culturali (finalità, soggetti coinvolti, ambiti materiali interessati); la reciproca dipendenza con le politiche pubbliche e i due rapporti pubblico/privato e centro/periferia. Occorrerà attendere la legislazione del 1998, in cui il D.Lgs. 112 propone una definizione completa di beni culturali che supera la riforma Bottai, sono definiti beni culturali “quelli che compongono il patrimonio storico, artistico, monumentale, archeologico ecc.. che costituiscono testimonianza con valore civile”.

Il D.Lgs. 112 del 1998 introduce la distinzione tra tutela (attività diretta a proteggere e conservare i beni culturali); gestione (attività diretta ad assicurare l'utilizzo dei beni culturali, mediante risorse umane o materiali); e valorizzazione (attività diretta a migliorarne la conservazione e ad incrementarne l'utilizzo). Nel 2001, dopo la modifica del Titolo V della Costituzione che distingueva le competenze tra Stato e Regioni, viene sancita la scissione tra tutela, attribuita all'ente centrale (Ministero); e valorizzazione attribuita ad entrambi. Nel 2004 il Codice dei beni culturali e del paesaggio rilascia l'esercizio del potere sulla valorizzazione alle regioni. “La valorizzazione consiste nell'esercizio delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio e ad assicurarne le migliori condizioni di utilizzo, comprendendo anche la promozione e il sostegno degli interventi di conservazione del patrimonio”.

L'ipotesi è che la valorizzazione dei beni culturali, producendo reddito generano effetti positivi sull'intero territorio nazionale. Se le Regioni scelgono autonomamente le procedure di valorizzazione, l'effetto immaginato è che la valorizzazione stessa diventi l'elemento incentivante la concorrenza tra le stesse. È difficile però effettuare un'azione che abbia effetto solo sulla valorizzazione e non sulla tutela. Il concetto di valorizzazione è legato a quello di utilizzo così da intendere il bene culturale come bene economico. La valorizzazione deve quindi trovare un trade-off tra tutela e utilizzo. Con la legge Ronchey del 1993 viene concesso alle istituzioni culturali pertinenti al Ministero (musei, biblioteche, archivi ecc..) di offrire “servizi aggiuntivi” a pagamento, tipo servizio editoriale (vendita di cataloghi ecc..), servizi riguardanti beni librari e archivistici, e servizi di caffetteria, ristoro, guardaroba ecc..

Guidelines recenti nella legislazione dei beni culturali

In base alla Commissione d'Alberti vi sono tre guide attorno alle quali si è sviluppata la legislazione più recente:

  • Potenziamento della tutela del paesaggio e del patrimonio attraverso una più efficace gestione ministeriale in seguito ad una riorganizzazione dello stesso. Con la legge 112 valore e cultura, vi è un intervento importante sia in materia di beni sia di attività culturali, come ad esempio la realizzazione del progetto Grande Progetto Pompei.
  • Rapporto pubblico/privato. A causa dei continui aumenti dei vincoli di spesa l'intervento pubblico è andato man mano riducendosi, così da imporre un ripensamento sulle forme di partecipazione per i privati, insieme ad un sistema d'incentivi volti a stimolare quest'ultimi. Come ad esempio: alleggerimento delle procedure per contratti di sponsorizzazione; incoraggiamento di forme di protezione mediante sostegni economici; allargamento dei settori delle imprese no profit in cui rientrano organizzazione e gestione delle attività culturali.
  • Promozione del turismo, attraverso azioni ministeriali e d'incentivo (tipo agenzie di viaggio, tour operator ecc..). Un ruolo importante è giocato dalle Soprintendenze (organi periferici comandati dal Mibac a controllare la cura del patrimonio sul territorio). A queste sono state attribuite: archivi di Stato, beni artistici e storici, beni ambientali e architettonici. Svolgono dunque attività di tutela, valorizzazione e conservazione del patrimonio per conto del Ministero.

Dal 1° Gennaio 2019 la sezione turistica è stata assegnata al Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Inoltre il DM 44 del 2016 ha trasformato i principali musei statali in istituti autonomi, i cui direttori vengono selezionati attraverso bandi internazionali. Gli altri istituti, invece, fanno riferimento ai Poli museali regionali (strutture periferiche della Direzione generale, coordinano e promuovono i sistemi museali a livello regionale, garantendo livelli uniformi di qualità). Infatti in materia di governance (l'insieme delle regole e delle procedure che riguardano la gestione e il governo di un'istituzione) dei musei statali la nascita di un Sistema museale nazionale ha migliorato la rete di musei e luoghi di cultura, introducendo anche la gratuità d'accesso.

I beni culturali sono simbolo dell'unità culturale di un popolo. Tre sono gli...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

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