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Storia sociale dei virus

Virus: micropatogeni più piccoli dei batteri, le strutture più piccole e più semplici in natura (materiale genetico in involucro protettivo).

Pandemia: malattia infettiva di livello globale, cioè che minaccia simultaneamente una moltitudine di persone perché interessa più paesi.

Sindemia: il termine indica la coesistenza di due malattie, di cui almeno una è contagiosa, e l'insieme delle ripercussioni di carattere sociale ed economico che gravano soprattutto sulle fasce di popolazione svantaggiata.

Endemica: una malattia si definisce tale quando è presente regolarmente in un determinato territorio.

Comorbilità: presenza/insorgenza di una patologia accessoria nel decorso clinico di quella in oggetto.

Peste e Covid-19

I coronavirus fanno parte di una vasta famiglia di virus respiratori. Sono comuni in molte specie animali (polli, maiali...), da cui possono mutare e infettare l'uomo attraverso il salto di specie.

La storia può aiutare nella situazione presente?

In un certo senso sì, ma non dà risposte precise perché non abbiamo una retta percezione delle epidemie del passato: dati, tendenze, numeri. Anche se la nostra possibilità di contare i numeri del passato è ridotta, sappiamo che la peste fu probabilmente la più mortale di tutte le malattie del passato (si stima che uccise fino a metà della popolazione europea).

La storia non può fare previsioni sicure, ma si possono delineare pattern di comportamento per qualche risposta possibile. Non possiamo aspettarci di trovare una cura o un rimedio nei documenti storici, né quali misure siano state effettive contro le pandemie, ma la storia ci serve ad osservare il comportamento umano di fronte alle epidemie e cercare di capire come è cambiato nel corso del tempo.

Il modo in cui gli europei si sono comportati di fronte alle epidemie è effettivamente cambiato nel corso dei secoli. Questo si assume dai dati demografici e dal senso comune:

  • Viviamo di più (mediamente il doppio rispetto al 19o secolo) e l'aspettativa di vita è cambiata.
  • Siamo in grado di sopravvivere a moltissime malattie mortali del passato, come vaiolo, morbillo, tifo.

Il genere umano è riuscito a curare ed eradicare le principali malattie mortali (cioè quelle che hanno una letalità molto alta).

In quanto storici ci interessa determinare tre semplici fattori: come, quando, perché?

La peste

Che cos'è?

È una malattia infettiva causata dal batterio Yersinia pestis (che diventa mortale nel passaggio da una specie all'altra); è molto contagiosa, ha un tasso di letalità molto alto, dal 70 al 99% (che però non è uguale in tutte le pesti).

Il batterio Yersinia pestis venne scoperto nel 1894 da Alexandre Yersin, un medico franco-svizzero batteriologo dell'Istituto Pasteur, durante un'epidemia di peste bubbonica scoppiata ad Hong Kong. Kitasato Shibasaburō, un batteriologo giapponese di formazione tedesca che praticava la metodologia di Koch, era anch'egli impegnato all'epoca nella ricerca dell'agente causale della peste. Tuttavia, fu proprio Yersin che riuscì a riconoscere la correlazione tra la peste e la Yersinia pestis. Inizialmente chiamato Pasteurella pestis, il batterio venne ribattezzato Yersinia pestis nel 1944 in onore del suo scopritore.

La peste può provocare la morte da poche ore a pochi giorni. Si può classificare in tre forme:

  • La forma più comune e più leggera è quella bubbonica: più superficiale, attacca i linfonodi che si gonfiano, sotto le ascelle e all’inguine → "bubboni" → da qui il nome "peste nera". Questa forma ha una letalità del 70-80% e non si trasmette da persona a persona.
  • Peste setticemica: vanno in necrosi i tessuti interni ed esterni e si muore di setticemia (99% di letalità).
  • Peste polmonare: molto diffusa nel Seicento inglese, causa mancanza di respiro, tosse, dolore polmonare (ha l'80-90% di letalità).

I tre tipi dipendono da come si è contratto il contagio, ma dalla bubbonica si può passare alla setticemica e alla polmonare per degenerazione, quindi si possono prendere tutte e tre.

La bubbonica e la setticemica si prendono normalmente dai morsi delle pulci (diffusione da sistema linfatico e dal sangue/liquidi di un animale infetto), mentre la forma pneumonica si attacca per passaggio diretto da persona a persona starnutendo e tossendo, come per un raffreddore.

La questione dei ratti e la ciclicità

I ratti sono uno dei veicoli che trasmette la peste: la via di contagio più comune è il morso di una pulce infetta che ha contratto il morbo da un roditore malato. Quando il roditore muore la pulce migra su un altro ospite.

È importante come e da dove sono arrivate certe malattie; nel caso della peste si immagina arrivata con le navi da est nei grandi porti commerciali (in Sicilia, Genova...). Già nel Trecento si sviluppa un'iconografia della peste che colpisce le persone e varie interpretazioni sulla malattia, tanto che della peste del Trecento abbiamo una documentazione della cultura della malattia.

Prima pandemia: peste di Giustiniano (541), resta per due secoli poi scompare.

Seconda pandemia: la morte nera, continua a ondate, scoppia in media ogni 10-12 anni, talvolta molto velocemente. Molto violenta fu l'ondata del 1363, una delle riprese successive alla pestilenza che conosciamo come peste del 1348, narrata da Boccaccio, che si concluse negli anni '70.

Nonostante le pause, ci sono piccoli scoppi di pestilenza qua e là e la peste ritorna successivamente per tutto il Cinquecento e il Seicento, quando viene immortalata ulteriormente nella letteratura. Resterà endemica fino a Otto-Novecento.

I cicli però si vanno allentando, dai 10-12 anni iniziali per ogni area (durante tutto il Trecento) a cicli sempre più lunghi: in alcune grandi città in Italia si registrano assenze per anche 120 anni a fine 17 secolo.

In risposta, le città si organizzano preparandosi per tempo. Interessante notare che esistono alcuni funzionari pubblici chiamati a gestire lo scoppio della pestilenza, a testimonianza del fatto che sono coinvolte varie persone: è uno sforzo collettivo quello per limitare i danni, un percorso di consapevolezza e impiego di risorse che inizia nel Medioevo e continua in epoca moderna.

Come colpisce?

Secondo Cipolla (Il pestifero e contagioso morbo), quando in una comunità scoppiava un'epidemia di peste la prospettiva era che una quantità tra un quarto e metà della popolazione morisse.

Interessante notare che per la maggior parte gli osservatori concordano sulla facilità del contagio, la letalità, la sintomatologia e nel dire che colpisca di più i deboli e i poveri, ma con delle puntualizzazioni specifiche:

  • Ingrassia: morbilità e letalità più alta nei poveri (Ne Informatione del Pestifero ed contagioso morbo (1576) denuncia come cause dell'epidemia in Sicilia la carenza di cibo a contenuto proteico e la corruzione delle risorse idriche).
  • Parisi: morbilità più alta tra i poveri ma letalità più alta tra i nobili (più delicati per costituzione).
  • Padre Antero (Genova): i ricchi si ammalano meno ma muoiono più spesso, i poveri si ammalano di più ma sopravvivono più spesso.

In alcuni casi si rinvengono variazioni per fasce di età e tra popolazione maschile e femminile → si pensa che la disparità si connette all'alimentazione, infatti un fattore chiave sembra essere il ferro → gli uomini mangiano più carne.

Bisogna considerare anche la mobilità e le categorie professionali (mercanti, lanaioli, braccianti che migrano, sono più esposti).

Le differenze si rintracciano confrontando zone diverse e al loro interno anche a livello di quartieri. Ricordiamo sempre che poiché le fonti medievali sono poche e la credibilità letteraria è sempre discutibile, è necessario incrociarle con altre analoghe e esaminare la distribuzione dei soggetti considerati.

A tal proposito è interessante l’articolo Paleodemografia e demografia storica in contesto epidemico: la peste in Provenza nel XVIII secolo, di Signoli, Seguy, Biraben, Dutour. Si tratta di uno studio che applica archeo-antropologia e demografia al caso specifico della peste in Provenza, basandosi in particolare su:

  • Dati d’archivio: i documenti e le fonti che contengono dati demografici sulla struttura e il movimento della popolazione tra il 1702 e il 1725.
  • Dati ossei: da fosse comuni di recente scoperta, una al centro di Marsiglia nel giardino del convento del'Observance, l'altra dal comune di Martigues.

In tal modo la peste del 1720-22 si può studiare sia attraverso le fonti scritte che ce ne tramandano il ricordo negli archivi storici, sia da archivi biologici da cui trarre campioni paleodemografici. Possiamo ripartire le vittime per sesso (sembrerebbe che le donne siano le più colpite) e per età, inoltre le fonti d'archivio registrano i movimenti mensili dei decessi e la familiarità tra le vittime. Si osserva la velocità del contagio (la maggior parte delle vittime viene mietuta in soli due mesi). La familiarità sembra più Importante all'inizio. In generale, la distribuzione dei decessi si sposa bene alla distribuzione della popolazione vivente prima dell'epidemia.

Importante è anche l’apporto dato dall’archeologia e dalle tecniche della biologia molecolare, con cui si possono valutare la fase epidemica e la gestione funeraria, ma anche identificare l’ADN antico dello Yersinia pestis.

In un altro apporto dal titolo Microbes in History, si discute delle strategie di trasporto passivo del virus e le migliori condizioni perché esso avvenga. Servono determinate condizioni ambientali (ad esempio gli ambienti umidi delle radure del neolitico) e una popolazione che sia in grado di ospitare efficacemente l'agente patogeno (dalla nascita delle città in avanti) perché una malattia epidemica possa diffondersi con successo.

Possiamo chiederci perché non sono arrivati agenti patogeni nuovi dai territori conquistati? Per rispondere, McNeill riflette sul lungo isolamento vissuto dagli Amerindi e sulle quantità e varietà di malattie cui gli europei erano già soggetti.

Fonti

Avendo avuto proporzioni colossali, la peste lascia tracce in più fonti. In Le epidemie di peste (tra '500 e '600) e lo sviluppo della scritturalità in Sicilia von Davide Soares da Silva ne elenca alcune categorie:

  • Bandi, dispacci, testamenti, testi a carattere legislativo: contengono esempi di misure adottate (bruciare i chiudere le case degli appestati), ci parlano di "guaritori" e medici, questi ultimi intesi come dottori di arti e medicina. Il personale medico aveva una vera e propria licenza per esercitare ed esisteva una gerarchia che andava dal fisico, al chirurgo, al barbiere. Nei testamenti di queste persone vediamo elencati quali strumenti utilizzavano e nei contratti di guarigione cure e durata dei trattamenti.
  • Verbali e deposizioni: contro la magia e l’eresia (l'inquisizione diminuisce l'azione nell'epidemia per facilitare l'azione dei vari guaritori, magici...) C'erano mestieri considerati impuri particolarmente tenuti d'occhio (chirurgo, mugnaio, locandiere...).
  • Testi di carattere pragmatico-terapeutico, come quelli di Ingrassia, Parisi e Alaymo.
  • Preghiere e scongiuri magico-terapeutici (libri di segreti).
  • Testi di carattere estetico letterario (poesie e graffiti).

Tra le varie fonti vi sono anche i Libri dei morti, dove si registravano i morti per parrocchie e la causa del decesso. In Households and Player in Early moderna Italy, Samuel Cohn e Guido Alfani li usano per studiare Milano: vi compaiono brevi descrizioni del progresso dalla malattia (sintomi e effetti, numero e posizione dei bubboni sul corpo). Diagnosticare la peste non era così semplice come si può pensare, si faceva confusione tra febbre, peste e altre malattie contagiose con sfoghi cutanei.

Questo tipo di testi ha il pregio di aiutarci a ricostruire la familiarità tra le vittime e la possibilità di stimare i morti per casa: di solito le vittime sono per lo più provenienti da famiglie povere, spesso di recente migrazione da villaggi vicini. Inoltre, ci permette di stimare la velocità del contagio, il periodo di incubazione (che all'inizio pare essere molto breve), il periodo di attività della malattia (all'inizio in estate con sintomi polmonari, poi altre ondate anche in inverno senza sintomi polmonari ma allo stomaco).

Vi è poi una grande presenza nelle cronache.

Cronache medievali e peste

Il genere delle cronache cittadine esiste dall’ultimo quarto dell’XI secolo. Si tratta di scritture che hanno la città al centro dell’orizzonte degli avvenimenti, registrando eventi di rilevanza collettiva, come appunto le epidemie di peste, e fornendo una testimonianza preziosa sulle reazioni sociali e politiche all'avvento della malattia.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Bubi3382 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle culture d'Europa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Belligni Eleonora.
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