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Piccolo trattato di storia delle religioni

La religione originale

Primi rituali di morte

Nel Paleolitico l’uomo, per tutto questo periodo, è un cacciatore-raccoglitore nomade. Per quanto riguarda la religiosità dell’Homo Sapiens di 100000 anni fa, non ci sono molti indizi, ma viene riconosciuta un inizio di concettualizzazione. La ricerca archeologica non permette di affermare qualche forma di credenza in una o più divinità.

Gli scavi intrapresi all’inizio degli anni Trenta a Gerusalemme e a Skhul da René Nauville e da Dorothy Garrod portano alla luce una trentina di tombe, caratterizzate dalla presenza di corpi distesi su un fianco con le gambe flesse coperti d’ocra. Inoltre, sono presenti numerosi oggetti rituali, che testimoniano un pensiero simbolico dell’epoca. Vista l’attenzione rivolta nella creazione di queste tombe, si immagina una credenza di vita dopo la morte, una rinascita.

Con l’evolversi dell’umanità, accanto ai defunti, vengono posti oggetti sempre più sofisticati, riportando l’idea che l’anima sopravviva anche dopo la morte. Infatti, vengono posti selci per la difesa personale, cibo e pietre lavorate con intagli, oggi indecifrabili ma che all’epoca avevano un significato simbolico ben preciso. Un’altra caratteristica importante è che le tombe, i cimiteri, vengono posizionate sistematicamente lontano dagli accampamenti. Gli uomini di quell’epoca quindi volevano evitare la troppa vicinanza con i defunti, forse per inquietudine o terrore.

L’arte rupestre

Le più antiche pitture rupestri, ritrovate in Australia e Tanzania, risalgono a oltre 45000 anni fa, e sono delle vere e proprie scene in cui sono presenti animali e umani. Queste pitture vengono trovate in tutto il mondo.

Molte sono state le teorie di studiosi volenterosi di comprenderne il significato. Ad esempio, Reinach e Breuil hanno sviluppato una teoria dell’arte magica, cioè dipingendo immagini di caccia l’uomo sarebbe stato in grado di catturare l’immagine degli animali prima di prenderli in carne e ossa.

Successivamente, Clottes e Lewis-Williams, nel 1996, elaborano una teoria sulle pitture che rappresenterebbero non gli animali veri e propri ma gli spiriti animali che scaturiscono dalla roccia. Essi verrebbero invocati dagli sciamani che comunicavano con loro durante trance rituali. Questi luoghi sacri (luoghi riservati a tale attività) sono situati in zone desertiche non adatte alla caccia.

Il mondo invisibile

La magia e la comunicazione con il mondo soprannaturale nel tentativo di dominare la natura (che in quell’epoca è un vero e proprio mistero) può essere vista come una religione chiamata Sciamanismo, che deriva dallo sciamano che si agita e danza in uno stato di trance quando si unisce agli spiriti. Lo sciamanismo è una religione sviluppata da popolazioni in stretto contatto con la natura. Cacciatori-raccoglitori di cui gli uomini divisi in clan cacciavano con pietre e lance e le donne che si occupavano della raccolta e dei bambini (concepiti senza sapere come).

Ritroviamo quindi una popolazione assolutamente in balia di fenomeni naturali come le nascite, la pioggia, il sorgere o il tramonto del sole. Di fronte a tutto ciò venivano date spiegazioni soprannaturali. La natura sprigionava energia e successivamente verrà anche antropomorfizzata (attribuzione di sembianze umane a tali energie).

Per sentirsi protetto da tali energie ed esprimere ammirazione, l’uomo darà una sostanza al mondo invisibile, dando nomi agli spiriti. Inoltre, chi aveva più capacità di comunicazione trattava con gli spiriti per attirare favori e protezione. Nelle popolazioni sciamaniche, boscimani dell’Africa australe o aborigeni australiani, l’uomo che comunicava con gli spiriti non donava sacrifici o preghiere in cambio di favori ma energia (forza) vitale.

Una sola religione primitiva

Indipendentemente dal luogo in cui vivevano, gli uomini del Paleolitico hanno avuto pensieri religiosi sorprendentemente simili. Ad esempio, la sopravvivenza dell’anima, la presenza di spiriti naturali, la possibilità di entrare in contatto con questi spiriti ecc. Tutte queste caratteristiche danno vita allo sciamanismo, nato in luoghi molto isolati l’uno dagli altri ma che sono per molti versi simili.

In lontano e diversificati luoghi del mondo sono state ritrovate opere con indubbi elementi in comune, come l’uso del colore rosso (uso abbondante dell’ocra) che viene sempre associato al contatto con l’altro mondo. Tori, serpenti e cervidi sono gli animali più raffigurati. Un’altra costanza è la completa assenza di disegni di vegetali, oppure la presenza di uomini con le braccia alzate verso il cielo.

Inoltre, nelle grotte più profonde vengono ritrovate impronte di mani in un gioioso disordine. Secondo Clottes e Lewis-Williams, tali impronte sono le chiavi per il mondo degli spiriti. Quindi, forse, queste pareti scure e lontane venivano usate per attraversare la linea di confine tra la realtà e il mondo spiritico, inoltrandosi in veri e propri viaggi.

In particolare, nei Pirenei sono stati trovati anche dei crani forati per essere appesi ad una liana, forse per spaventare i nemici, oppure per uno scopo simbolico. A Pechino e in altri luoghi vengono ritrovati anche crani schiacciati, in modo da poterne estrarre il cervello. Molto più tardi, il culto dei crani verrà associato agli antenati.

Questa somiglianza in tutto il mondo, per quanto riguarda la religiosità, viene spiegata con la comune origine africana dell’umanità. Il nucleo primordiale si è portato dietro una memoria collettiva caratterizzata principalmente dal mito del paradiso originario (o terra delle origini).

La grande ondata migratoria è avvenuta 600000 anni fa con l’Homo Abilis, antenato dell’Homo Sapiens, che probabilmente era già in possesso di una capacità di simbolizzazione. Secondo Schmidt, linguista tedesco, la religione deriva da una religione originaria dell’umanità costituita dal monoteismo. Dio era conosciuto da tutti, ma con il passare del tempo si è allontanato dando spazio a divinità multiple, più accessibili e intorno alle quali sono nati rituali ecc.

Questa ipotesi prende corpo in Africa dalla leggenda della frantumatrice di miglio, che si accaniva a schiacciare i cereali, ogni volta sollevava il pestello sempre più in alto fino a toccare il cielo, senza nessun risultato, tranne che Dio per non farsi colpire si allontanò sempre di più fino a non sentir più le voci degli uomini, così che quest’ultimi si rivolgeranno sempre di più agli spiriti.

Il numinoso e il sacro

Rudolf Otto, teologo, è stato uno dei primi studiosi a sostenere che il sentimento del sacro sia preesistente nell’uomo. Nel 1917 pubblica “Il sacro” in cui dà origine all’aggettivo “numinoso”.

Il termine numinoso spiega l’origine della religiosità e del sentimento del sacro nell’uomo, che nasce da un sentimento molto forte: il terrore. Orrore provato di fronte al mistero, ai fenomeni naturali. Questo terrore però viene provato contemporaneamente ad un sentimento di meraviglia e di ammirazione del mondo circostante. (Eliade, sulla nozione di numinoso, scriverà il famoso libro “il sacro e il profano”).

Gli individui inizieranno a voler accumulare e tenere sotto controllo quest’energia costruendo santuari naturali in luogo abbastanza desolati. Venivano usate pietre con strane forme e colorate. Il numinoso viene controllato e dotato di proprietà magiche, da qui avranno inizio i primi rituali elementari intorno alle pietre, tutto ciò non per ringraziare la divinità ma per placare la collera degli spiriti ancora senza nome.

Quando Dio era una donna

Quando l’Europa è ancora nel periodo glaciale, nel Vicino Oriente si iniziano a sentire i primi effetti del riscaldamento. Qui l’uomo inizia a vivere la prima esperienza di sedentarizzazione. Costruisce abitazioni all’aperto ed elabora il concetto di proprietà privata, ritroviamo la civiltà natufiana che deriva dal luogo in cui questi resti sono stati trovati per primi, el Natuf, vicino al Gerico, dall’archeologa britannica Garrod nel 1928.

L’uomo rimane un cacciatore-raccoglitore ma caccia animali piccoli, raccoglie cereali e inizia a farsi delle scorte, ha strumenti più sofisticati. La civiltà natufiana svolgerà da cerniera tra il Paleolitico e il Neolitico.

Nel Neolitico i cambiamenti sono evidenti, si creano città e la religione viene organizzata, da cui si fonderanno i tratti delle religioni successive. Compare l’idea delle dee, Dio è femmina. Le preghiere prendono il sopravvento sulle trattative e gli scambi con gli dei si formalizzano attraverso sacrifici e offerte. Inoltre, vengono istituiti spazi sacri, più ampi e più belli delle abitazioni, emergono le nozioni di bene, male e di morale.

La dea e il toro

Intorno al 10000 a.e.v la civiltà natufiana viene progressivamente sostituita da quella khiamiana, che prende il nome dal villaggio El-Khiam, sulle rive del Mar Morto. In questo periodo abbiamo un arricchimento della tecnica della caccia, le abitazioni vengono costruite sul suolo e non sono più interrate. Inoltre, vi è un inizio di coltivazione, che viene preceduto dall’allevamento del bestiame.

Un tempo l’uomo era sottomesso dalla natura. Ora inizia ad agire prima come allevatore e poi come coltivatore, prende in parte il controllo su di essa. Non si sente più un tutt’uno con l’universo ma superiore. Inizia a dominare l’ambiente e a rendersi autosufficiente.

Cambia l’habitat, la demografia e la religione, che come filo conduttore si serve dell’arte. L’intero paesaggio religioso si antropomorfizza, modellandosi a immagine e somiglianza all’uomo. L’idea di Dio è ancora molto femminile.

Infatti, vengono rappresentate le divinità attraverso statuette raffiguranti donne con il seno, la vita e i glutei un po’ sporgenti, costituendo l’importanza data alla fecondità. A queste figure femminili vengono accostati dei tori, che incarnano la virilità e la forza maschile. I tori vengono sempre posizionati o intorno alla figura femminile come protezione o sotto come sostegno.

Verso il 7000 a.e.v la donna viene rappresentata a gambe aperte mentre dà alla luce dei tori, oppure viene raffigurata seduta su un trono con un bambino tra le braccia vicino a un toro (raffigurerebbe la Sacra Famiglia neolitica). Anche nell’Indo viene raffigurata la coppia della dea e del toro; la donna ha le corna.

Nel 2700 a.e.v sull’isola di Creta, la donna viene raffigurata come dea madre, signora degli animali, attenta alla fecondità della natura, associata al toro e ai serpenti (simbolo fallico per eccellenza). Non si parla ancora di monoteismo ma di politeismo rappresentato da una dea che sovrasta tutti gli altri. Tutto ciò è legato allo sviluppo dell’agricoltura in quanto si dà molta importanza alla fertilità. La donna è l’essenza della fertilità in quanto costituisce l’essere per eccellenza che dona la vita.

Il sacrificio

L’uomo si sente inglobato nella natura ma non più come un costituente passivo di essa ma, al contrario, colui che ha il compito di compiere il rituale per permettere al mondo di continuare ad evolversi ma soprattutto ad esistere. La natura è instabile e l’uomo ha il compito di mantenere l’ordine. L’instabilità della natura inquieta l’uomo, ma attraverso la magia dei rituali tenta di rassicurarsi contro il caos sempre in agguato.

Si instaura quindi una verticalità, una gerarchia tra l’uomo e le divinità. Tra la terra, l’uomo e le divinità c’è un rapporto gerarchico. La logica degli scambi instaurata con gli spiriti non basta più, come all’uomo non possono bastare belle parole senza le relative azioni concrete, le preghiere non possono bastare agli dei.

Da qui inizierà la cultura del sacrificio e del dono. Verranno sacrificate bestie nutrite ed allevate con fatica e, come dice Mauss nel suo Saggio sul dono, considerato il padre dell’etnologia francese, il sacrificio è l’espressione più alta per quanto riguarda il processo dell’offerta e del dono. Mauss dice che i continui scambi effettuati devono essere ricchi, quindi i donatori fanno a gara in generosità, ogni dono però verrà reso con gli interessi.

Secondo Mauss è con gli spiriti della natura con cui bisogna più contrattare, in quanto sono loro gli effettivi proprietari delle cose e dei beni del mondo e sarebbe pericoloso non farlo. Poco dopo però questa cultura del dono va ben oltre il sacrificio animale, bensì si cerca di fare doni sempre più preziosi fino a quando non si arriva ai sacrifici umani. Vengono così ritrovate varie tombe contenenti solamente crani umani. Non si hanno prove evidenti perché i sacrifici venivano effettuati al di fuori delle strutture sacre, bensì a pieno contatto con la natura.

La violenza e il sacro

Oltre alla funzione religiosa di offerta agli dei, i sacrifici hanno anche un motivo di coesione. Ai sacrifici umani prendono parte solo gli iniziati, maschi a partire dalla pubertà. Le vittime normalmente non appartengono allo stesso clan ma ad altri gruppi. I sacrifici umani sono molto violenti e nei gruppi dayaki e batak, rispettivamente del Borneo e del Samatra, il sacrificio dà valore all’uomo (i crani vengono ripuliti e adornati, dopodiché presiedono ad importanti eventi famigliari come matrimoni o nascite).

Più raramente le vittime vengono scelte all’interno del clan e in questo caso il rito sacrificale diventa molto più violento e solenne. Nel 1972, il filosofo René Girard nel saggio “La violenza e il sacro”, racconta di come la violenza e il sacro siano dipendenti e coesi l’uno all’altro. Girard definisce il sacrificio come mezzo per trasferire la violenza insita in ognuno di noi e quindi nei vari clan su un capro espiatorio. Diventa quindi un “transfert collettivo” che si compie a spese della vittima e riguarda le tensioni interne, i rancori, le rivalità ecc.

In una società in cui è instaurato un sistema giudiziario, ovviamente, il sacrificio non può più essere giustificato in quanto vengono riconosciuti i colpevoli e vengono compresi i meccanismi della violenza. Il sacrificio invece veniva giustificato come essenziale per il mantenimento dell’ordine.

Il pensiero di Girard sulla religiosità vista come un meccanismo per mantenere la violenza al di fuori della comunità è stato oggetto di diverse controversie, in quanto viene dimenticato il sentimento religioso, il “numinoso” di Otto.

Il culto degli antenati

Gli allevatori del Neolitico hanno reso il culto degli antenati. Nel Vicino Oriente e poi in Europa si diffonde il culto dei crani. Nel Neolitico inizia una religione personale che unirà il fedele a una figura più vicina come angeli e santi.

Vicino a Gerico vennero scoperte delle tombe in cui i cadaveri erano disposti uno vicino all’altro sotto la stessa abitazione, con oggetti personali, gioielli e abiti per le donne e armi per gli uomini. I corpi venivano lasciati prima all’aria per essere ripuliti dagli uccelli, poi ricoperti di pelli di bestie o teli di lino e deposti dove erano vissuti.

Alcune spoglie però hanno la particolarità di essere decapitate. Non si conoscono i motivi, ma venivano prima fatti ripulire all’aria dopodiché decapitati, i crani poi venivano adornati di conchiglie, incisi, dipinti o ne veniva rimodellato il viso con l’argilla o con il gesso. Questi crani venivano considerati presenze concrete, vive, capaci di sprigionare energia, la cui vicinanza con parenti poteva garantire un potere privilegiato d’intercessione con l’aldilà.

Il culto dei crani collegato a quello degli antenati è stato un’evoluzione dell’umanità e della religiosità. Con l’avvento dell’allevamento, dell’agricoltura e della proprietà privata si è data molta importanza alle discendenze. Inoltre, si instaura un sentimento debitore nei confronti dei propri ascendenti. La figura dell’anziano quindi diventa sempre più importante, nasce la figura del saggio, che è in grado di trasmettere ciò che ha appreso dagli antenati.

Gli uomini molto presto hanno sentito il bisogno di rendere visibili le divinità invocate, rappresentandole in modo concreto. Tutto ciò si svolgeva recuperando spoglie, generalmente la testa perché considerata la sede dello spirito, del potere.

Nel Vicino Oriente nasce la tradizione dei “secondi funerali” o “ritorno dei morti”, che consisteva nel riesumare dei corpi dopo alcuni anni dal decesso, sotto richiesta dello stesso defunto che attraverso un sogno avvisa i parenti che è giunto il momento. Quindi si recupera e si pulisce il cranio purificandolo con varie preghiere e solo allora il defunto diventa antenato. Il suo pensiero e il suo sapere continuano a vivere nella reliquia che assicura prosperità al clan.

La preghiera e la colpa

Il culto degli antenati ha fatto sì che le colpe commesse dagli uomini non venissero più considerate una fatalità, bensì dei veri e propri torti fatti nei confronti della natura, degli antenati e degli dèi. Questo accade perché per la prima volta gli uomini negoziavano le proprie paure con spiriti identificati.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher wendy-92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia delle religioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Comba Enrico.
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