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Organizzazione dei servizi sociali

A.A. 2018/2019

1 e 2 lezione: professione dell’assistente sociale

Il lavoro sociale, chiamato social work, fa riferimento al nucleo professionale tecnico dell’azione dell’AS; il social work che oggi insegniamo all’università è frutto della modernità in senso sociologico, nel senso che la modernità è intesa come un grande processo di razionalizzazione che investe attualmente nel sistema economico, dove un sistema capitalistico è un sistema estremamente razionale ma il comportamento dell’imprenditore deve essere in contatto con la razionalità per poter partecipare con successo all’azione economica; la modernità investe anche altri ambiti e anche l’aiuto dato alle persone ed è da qui che si passa dal gesto automatico, spontaneo al povero escluso dalla società, ma vediamo che si smette di pensare al povero come lo sventurato o la sventurata oppure colui che è giustamente povero perché moralmente se lo merita.

Nella modernità il dominio della scienza, della tecnica, l’affermazione dello stato di diritto portano a grandi sconvolgimenti come la Rivoluzione Francese, Inglese, Americana, ecc. Nella modernità la povertà diventa un problema sociale, che ha cause sociali ed è un fatto sociale come direbbe Durkheim e quindi la diagnosi è: le cause stanno nella società e la società deve trovare dei rimedi di social problem, e quindi c’è bisogno di istituzioni specializzate che si prendano cura sistematicamente di istituire delle attività di aiuto e quindi attività organizzata e specializzata. La solidarietà non è solo più una cosa di bontà d’animo, però nella modernità la solidarietà diventa una professione.

Durkheim parlava di solidarietà organica all’interno delle società moderne. C’è anche la solidarietà che nasce tra i diversi e quindi persone che fanno cose diverse, che operano in cose diverse che però sono interdipendenti tra loro e quindi c’è bisogno sempre di maggior specializzazione in tutti gli ambiti e anche nell’ambito dell’aiuto.

Gli assistenti sociali (social worker) nascono nelle organizzazioni di servizio sociale e non sono mai stati individui che operano singolarmente ma nella metà dell’800 i pionieri inglesi danno vita alle Charity Organization Societies e al Settlement Movement. Poi in certe nazioni i servizi sociali si collocano in istituzioni di tipo pubblico, per esempio organizzazioni di cura come ospedali, ricoveri per anziani, organizzazioni correttive per comportamenti devianti.

Ma in ogni caso al di là della forma giuridica che prenderanno queste organizzazioni vi sarà una forte differenziazione di funzioni e quindi una molteplicità di organizzazioni che si dedicano all’assistenza. Ovviamente in queste situazioni occorre tener conto dei vincoli, delle regole e delle risorse disponibili. Queste organizzazioni sono appunto deputate a realizzare le politiche sociali, quindi le politiche possono essere di natura locale, regionale, nazionale a seconda dei luoghi.

Questo quadro di AS si collocano al confine tra l’organizzazione e le istituzioni e anche il territorio: ci sono dei nodi di accesso che i cittadini hanno, delle regole molto astratte, sono persone in carne ed ossa che mettono in atto dei comportamenti e realizzano la distribuzione delle risorse previste dalle politiche e questo è un compito piuttosto delicato. La fiducia che i cittadini possono nutrire nei confronti dei sistemi funzionali nasce soprattutto nel rapporto tra “ti vedo faccia a faccia”, quindi c’è una perdita di credibilità innanzitutto personale e dietro questo ci deve essere anche una credibilità istituzionale.

Cosa fa concretamente l’AS?

Venendo al caso italiano, che cosa fa lo prevede una declaratoria del 2001 che riordina qualcosa che c’era già (art. 21 c. 2 DPR 328/2001): si prevede che l’AS svolga attività con un’autonomia tecnico-professionale, un’autonomia di giudizio in tutte le pratiche d’intervento sociale per la prevenzione, sostegno e recupero di persone, famiglie, gruppi e comunità che in ogni situazione bisogna individuare.

Bisogna notare anche come avvenga anche la collaborazione con organizzazioni di volontariato e del terzo settore. Vengono assegnati compiti di collaborazione alla programmazione dei servizi, di coordinamento e di direzione, svolge attività di informazione alla cittadinanza nei confronti di altre figure professionali, enti istituzioni su diritti e risorse disponibili, si occupa dell’attività didattico-formativa connessa al servizio sociale e supervisione del tirocinio degli studenti del corso di laurea in Servizio Sociale, e poi la raccolta ed elaborazione di dati sociali e psicosociali ai fini di ricerca.

Invece, l’art. 21 c. 1 DPR 328/2001 riguarda i compiti svolti dall’AS specialista e quindi abbiamo aspetti più facilmente di back office ossia attività più sovraindividuali, e quindi si parla di pianificazione, gestione manageriale, gestione di servizi, analisi e valutazione della qualità, elaborazione e direzione di programmi nel campo delle politiche e dei servizi sociali, direzione di servizi che gestiscono interventi complessi nel campo delle p.s.s.; analisi e valutazione della qualità degli interventi nei servizi e nelle p.s.s., però anche attività previste per tutti gli AS come la ricerca sociale e l’attività didattico-formativa.

Questo è quello che prevede la normativa. Tutte queste attività però in quanto tempo si svolgono? Per sapere questo bisognerebbe fare delle ricerche sul campo che siano sia di carattere qualitativo e che vadano ad esaminare in modo intensivo come si traducono operativamente queste lettere di queste declaratorie. E di ricerche quantitative non è che ce ne siano molte, comunque qualche dato possiamo vederlo partendo dagli iscritti all’albo B, dove gli iscritti all’albo A erano 22.800 e gli iscritti all’albo B erano 20.000 nel 30/09/2017.

Non ci sono censimenti di quanti iscritti all’Albo esercitano la professione. Ricerche campionarie precedenti sugli iscritti all’albo stimavano circa l’82% alla fine dei ‘90, scesi al 73% dieci anni dopo. Una ricerca condotta su laureati del 2006-12 in 21 atenei italiani stima al 30% i laureati in SS occupati come AS, e un altro 30% in un settore affine al SS.

Dicevamo che ci sono molti tipi di organizzazioni in cui opera l’AS, sempre usando i dati della ricerca campionaria di Facchini ci dice che a proposito delle organizzazioni che impiegano le assistenti sociali i campioni intervistati è di 1000 intervistati. La maggior parte degli AS lavora in comune o in consorzi con un numero pari al 45%, poi la ASL con il 24%, associazione no profit 13%, e poi in seguito abbiamo AS occupati nei ministeri, aziende ospedaliere, province e regioni, ecc.

La libera professione in Italia è quasi del tutto assente, viene professata da pochi individui. Gli AS seguono categorie molto diverse e quindi un ambiente fatto di eterogeneità: lavorano per lo più con le famiglie e i minori (27%), segue il 19% del lavoro con gli anziani, il 15% lavora con situazioni multiproblematiche, nel campo della disabilità la percentuale equivale al 9%, con le dipendenze e la psichiatria abbiamo un 7%, adulti e migranti 8%, nel settore penale un 7% e nel back office un 4%.

Le famiglie multiproblematiche tendono a presentare le situazioni alle AS dei comuni; chi lavora negli enti locali affronta situazioni multiproblematiche. Ovviamente chi lavora in ASL tenderà a vedere di più situazioni di dipendenza o psichiatriche. Gli AS quindi svolgono attività in enti diversi e svolgono attività lavorative molto diverse.

Conviene distinguere tra AS e AS specialisti perché è ovvio che il lavoro diretto con gli utenti è svolto di più dagli AS di base, però anche gli AS specialisti dedicano una forte quota di ore settimanali al lavoro diretto con gli utenti. Gli AS specialistici in teoria dovrebbero dedicarsi molto di più al lavoro di pianificazione e programmazione ma poi di fatto se le risorse sono scarse bisogna affrontare i problemi giorno per giorno dei cittadini che portano concretamente.

Il segretariato sociale ad esempio viene praticato il 15% del monte ore dagli AS e il 13% dagli AS specialisti. Il lavoro di coordinamento e organizzazione è un’attività fortemente organizzativa e viene svolta al 9% dagli AS e al 14% dagli AS specialisti. Se li trasformiamo in ore partendo dalla media di 35 ore settimanali diciamo che mediamente, senza distinguere tra AS e AS specialisti, non sono molto diverse tra loro.

Invece il lavoro con gli utenti porta via 13 ore settimanali, 6 ore sono mediamente dedicate al lavoro diretto e di comunità, 5 ore all’informazione e all’orientamento dei cittadini, però purtroppo solo 2 ore medie sono dedicate alle attività di formazione e di ricerca che è un lavoro veramente vacillante nel servizio sociale del nostro paese: questo è davvero un dato negativo perché significa che viene a mancare quel momento di riflessione sistematica, calma su ciò che si fa mentre queste sono cose molto importanti a detta di tutti perché questa riflessività ci permette poi di apprendere ciò che facciamo e quindi migliorare anche le proprie attività.

Invece 10 ore sono dedicate ad attività organizzative, cioè sono dedicate a procedure amministrative dove l’AS concorre con altre figure ma questo non significa che solo loro si occupino delle procedure amministrative.

Uso di alcuni strumenti informatici per classe di età degli AA.SS.

L’organizzazione come stile professionale

Abbiamo parlato di ambienti come luoghi formali, di comuni, ASL, ecc., ma occorre far attenzione a non ridurre l’organizzazione a un luogo anche se ovviamente nel nostro modo di pensare quando si parla ad un’organizzazione si pensa ad un luogo fisico. Le cose poi stanno anche cambiando: il lavoro si fa anche fuori dall’organizzazione fisica, l’impresa e altri tipi di organizzazioni diventano virtuali infatti si parla oggi di impresa virtuale.

Il lavoro diventa smart o in Italia da poco hanno introdotto una normativa sul cosiddetto lavoro “agile”. Solitamente si può lavorare da casa col telelavoro, oppure viaggiando e comunque fuori dai confini murari dell’organizzazione sociale e talvolta si riunisce insieme ad altri un centro di coworking e dice pago un piccolo affitto, mi prendo un caffè con altri, stacco dalla vita familiare quindi vado fuori casa e lavoro lì.

Quindi per varie ragioni l’organizzazione non è solo l’ambiente formale ma direi che è uno stile dell’esercizio professionale lavorare in modo organizzato. Come formatori o futuri AS pensiamo che sia uno stile di esercizio che implica uno sguardo simultaneo alle persone situate nella propria nicchia ecologica (ambiente), uno sguardo al contesto sociale più ampio e uno sguardo alle organizzazioni di lavoro. Quindi viene enunciato sempre il concetto di trifocalità.

L’AS affronta i problemi sociali con determinate risorse e si presume che mantenga viva la sua attenzione a questi tre aspetti: la persona, l’individuo, l’utente con le sue potenzialità ancora da tirar fuori magari però è importante anche che la persona non sta in un vuoto sociale e quindi vive di relazioni comunitarie, in famiglia, e quindi è importante tener conto di questo intreccio relazionale di cui le persone hanno esperienza, di cui elaborano il proprio senso della vita, elaborano la propria identità personale, identità sociale, intraprendono il processo di autorealizzazione.

E poi un terzo contesto ossia le istituzioni e le loro articolazioni organizzative: ci sono quelli che pongono dei vincoli strutturali all’agire professionale, gli AS non possono fare ciò che vogliono ma devono attenersi a determinate regole come erogare i sussidi, assistere un minore in stato di abbandono, un disabile, ecc.

Quindi questo è un approccio politico al problema, è un approccio che è previsto oggi sia culturalmente attraverso la formazione ed è quello che pensano coloro che già lavorano nei servizi sociali. È un approccio generalista che può essere un termine un pochino più controverso perché quando si è parlato di approccio generalista qualcuno faceva riferimento al fatto che con tale approccio ogni AS fa un po’ di tutto, come operatore multiculturale.

Quindi questo approccio trifocale ha dei risvolti anche in ambito formativo e quindi questi tre orizzonti sono tutti e tre importanti per questo si insegna il principio dei fondamenti, per questo si insegnano materie sociologiche, organizzative e politiche, quindi queste discipline permettono di ricostruire il quadro in cui si affrontano questi problemi e si cerca di trovare una soluzione.

Sostanzialmente la trifocalità consiste nell’intreccio, nell’incontro della simultaneità delle funzioni e quindi sono sempre presenti i tre fuochi dell’intervento che sono appunto l’individuo, la persona come portatore di domande complesse ma anche di risorse di capitale sociale. Quindi senza dubbio è questo il motivo per cui viene messo il servizio sociale e si offre al cittadino, ai suoi bisogni e alle sue manifestazioni societarie, i gruppi amicali, la famiglia, ecc.

E poi naturalmente dicevamo che le istituzioni, cioè le organizzazioni, gli enti in cui gli AS lavorano e questo sguardo simultaneo è finalizzato a produrre dei difetti di sostegno, così ci dice Marilena Dellavalle “se sto lavorando con le persone-utenti si assumeranno informazioni utili che serviranno nella relazione stretta tra AS e l’utente o con la famiglia. Saranno poi utili per andare a vedere se vi è rispondenza tra le risorse messe a disposizione rispetto a quelli che sono i bisogni, quindi un ambiente che oltre a presentarsi eterogeneo si presenta anche mutevole.

Bisogna andare a vedere anche se non vi siano dei problemi all’interno dell’organizzazione, e quindi nella procedura o nel modo di agire, le carenze e i governi che insistono nelle organizzazioni, oltre a quelli che insistono nell’ambiente di vita e nello stesso modo sarà utile ottenere effetti positivi se ci sarà anche una capacità che non è solo del singolo ma anche di altre figure.

Si tratterà quindi di dare impulso in quell’organizzazione, in quegli enti a fabbriche che diano risposte più adeguate ai bisogni che l’operatore ritiene importanti da risolvere. E lo stesso oltre a elaborare all’interno degli enti, lo stesso risultato positivo può esser ottenuto lavorando con le risorse presenti sul territorio, come il volontariato, il terzo settore oppure soggetti privati che possono dare un valido contributo, gruppi formali.

Quindi in sostanza produrre anche quella cittadinanza attiva a cui i cittadini provano a mettersi in campo con le loro risorse, richieste, proposte in modo attivo per provare a individuare soluzioni che riguardano la collettività. Questa è la prima idea che esprime ciò che intendiamo per trifocalità.

Dopo la grande crisi scoppiata nel 2008, in vari paesi tra cui l’Italia è emerso l’indebitamento di famiglie appartenenti a un ceto medio, famiglie che fino a quel punto non venivano considerate povere ai sensi delle normative che prevedono l’assistenza alle persone in stato di povertà. Tuttavia queste famiglie, pur appartenendo al ceto medio costruito nel corso degli anni passati con le politiche keynesiane, per una serie di ragioni si sono indebitate salvo poi scoprire al momento della crisi che le banche sono diventate improvvisamente più rigide e alcune di loro si sono comportate anche un po’ poco responsabile e a quel punto c’è stata una stretta che ha colpito i piccoli imprenditori, i ceti medi, quindi strati sociali che si disponevano di un certo benessere economico però fino a un certo punto.

E quindi si sono verificate delle situazioni nuove. Ora questa c’è stata una richiesta di capire come aiutare queste famiglie andando a individuare delle priorità e dando precedenza a famiglie con minori, persone non autosufficienti, e capire un po’ i vincoli e i criteri di accesso abbastanza rigidi in questi anni, divenuti così per via di razionalizzazione della spesa pubblica e forte indebitamento.

E quindi in questo caso si richiede una capacità di raccogliere delle informazioni in modo sistematico per poi portare queste situazioni anche ai vertici delle organizzazioni in modo da vedere anche quale è la consistenza, che si tratti di bisogni un po’ marginali che si possono risolvere anche in modo contingente e che vanno affrontati anche in modo strutturale, intervenendo sui regolamenti, sulle legislazioni; però per fare questo ovviamente abbiamo una richiesta che va al di là della testimonianza, dell’esperienza in cui si tratta di rilevare sistematicamente sul territorio le informazioni in modo tale da mostrare poi che quelle singole situazioni sono degli eventi che si stanno provando e che ad un certo punto possono anche esplodere, diventare ancora più ampie nella cittadinanza.

E poi questo riguarda il lavoro all’interno dell’organizzazione, ossia creare una maggiore accessibilità a fasce di popolazione che magari non sono abituate a pensarsi come utenti degli AS, e allora magari preferiscono andare in qualche associazione ecclesiastica per evitare un lavoro di accoglienza, di informazione alla cittadinanza.

Il lavoro col territorio può essere anche quello di essere promotori, partecipare a gruppi di aiuto solidale, promuovere forme di solidarietà, di vicinato, che poi magari si istituzionalizzano nel corso del tempo, ossia per esempio alcune forme di vicinato si

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nicole.colombara97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Organizzazione del servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Albano Roberto.
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