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• diminuzione dell’apporto di O2 ai tessuti, rischio di morte se il soggetto non viene trasportato a

bassa quota.

IPERBAROPATIE:

In questo casi l’uomo si trova esposto ad un aumento della pressione barometrica, ovvero nel caso in cui si

immerga nella profondità marina. In tal caso, alla pressione atmosferica si somma quella esercitata dal peso

della massa di acqua; con la conseguenza che l’aumento sarà tanto più elevato quanto maggiore sarà la

profondità raggiunta.

E’ stato calcolato che a 10 m di profondità la pressione barometrica è di 2 atmosfere (1 atmosfera = 760

mmHg), a 20 m sarà di 3 atmosfere, il che significa che ogni 10 m si avrà l’aumento di 1 atmosfera. A 100 m

si avranno 11 atmosfere.

L’aumento della pressione barometrica fa sì che i gas presenti nell’aria riducano il volume da essi occupato, e

questo fenomeno fisico provoca la compressione dei polmoni, che vanno incontro a collasso, con progressiva

riduzione della loro attività funzionale.

Gli effetti dannosi di una respirazione prolungata nel tempo (di aria ad elevata pressione), sono causati dai

gas dell’aria (ossigeno e azoto), la cui solubilità aumenta con l’aumentare della pressione a cui essi sono

sottoposti.

di conseguenza avremo una quantità maggiore di O2 e Azoto disciolta dei nostri liquidi (nel sangue, e nel

caso dell’azoto anche nei lipidi). E questo avrà sicuramente delle conseguenze:

• Narcosi di azoto: si verifica se si sta a certe profondità per troppo tempo. Il soggetto allora si troverà

in uno stato di ebrezza simile a quella che si verifica con un’eccessiva ingestione di sostanze

alcoliche. Essa finisce poi col produrre uno stato confusionale che influenza la capacità decisionale

del soggetto. Sembrerebbe che questi effetti conseguano all’accumulo di Azoto disciolto nel doppio

strato lipidico della membrana plasmatica dei neuroni (con conseguente alterazione dell’eccitabilità e

della trasmissione dei segnali).

• Inoltre, l’aumentata solubilità dell’azoto rappresenta un ulteriore pericoloso fattore di rischio,

quando il soggetto risale troppo velocemente.

Infatti, se la risalita avviene lentamente, l’azoto intrappolato nei tessuti, passa gradualmente allo

stato aeriforme e verrà allora eliminato con l’espirazione.

Invece, se la risalita avverrà troppo velocemente; a causa di una brusca decompressione, l’azoto in

soluzione nel sangue e nei lipidi passa rapidamente allo stato aeriforme, formando piccole bolle (che

verranno trasportate dal sangue nel torrente circolatorio). Di conseguenza si manifesterà una

condizione patologica definita embolia gassosa.  che metterà a repentaglio la vita del soggetto per

il fatto che le bollicine possono confluire formando bolle di maggiori dimensioni. E di queste:

• Quelle presenti nel sangue arterioso, possono raggiungere tutti gli organi e fermarsi in

corrispondenza di capillari di diametro inferiore, determinando l’occlusione con conseguente

ischemia.

• Quelle presenti nel sangue venoso, raggiungono il cuore, con la conseguenza che il cuore,

pompando a vuoto, riesce ad espellere solo una quantità limitata di sangue.

Inoltre, i sintomi più immediati e più gravi, sono a carico delle articolazioni, in cui la presenza di bolle

determina la comparsa di dolori articolari.

2 – PATOLOGIE DA ALTE E BASSE TEMPERATURE AMBIENTALI.

Patologie da elevata temperatura ambientale:

Colpo di sole o insolazione è determinato dall’esposizione al sole per ore con la testa scoperta. E’

caratterizzato da cefalea, alterazioni psichiche, ipertermia e può anche portare alla morte.

La patogenesi non è conosciuta. All’esame autoptico di soggetti deceduti si riscontrano alterazioni delle

meningi, alterazioni dei ventricoli (che risultano rigonfi di liquor).

Colpo di calore tropicale colpisce prettamente quei soggetti che provengono da paesi a clima temperato o

freddo, che si recano nelle regioni tropicali (dove temperatura elevata si associa a alta umidità).

Il meccanismo patogenetico consiste nell’alterazione dell’equilibrio idro-salino, conseguente alla perdita di

liquidi ed elettroliti a seguito della sudorazione. Quest’ultima, inoltre, risulta inefficace per la

termodispersione, a causa dell’impossibilità di evaporazione dell’acqua presente nel sudore (a causa

dell’elevato tasso di umidità).

La perdita di acqua e sali conduce a ipovolemia (riduzione della massa del sangue circolante), caduta della

pressione sanguigna e aumento della viscosità del sangue.

La sintomatologia, che può anche portare alla morte, è molto grave:

• Innalzamento della temperatura corporea fino a 44°

• Vertigini

• Convulsioni

• Perdita di coscienza

• Coma

L’organismo, quindi, mette in atto a sua volta degli adattamenti, ovvero prova ad acclimatarsi:

allora, risulterà coinvolto il rene, in questo caso, che provvede a trattenere cloruro di sodio questo a sua

volta determina un aumento della sensazione di sete, facendo quindi aumentare l’introduzione di acqua,

facendo sì che nell’organismo avremo un incremento della disponibilità di acqua e Sali.

Patologie da bassa temperatura ambientale:

Congelamento le alterazioni che ne conseguono assumono diversa gravità a seconda dell’intensità del

freddo e della durata all’esposizione; ed interessa prettamente le estremità del corpo (mani, piedi, orecchie,

naso).

Nelle zone del corpo maggiormente esposte alla bassa temperatura, la cute dapprima impallidisce a causa di

vasocostrizione riflessa, e poi si arrossa a causa del sopraggiungere di vasoparalisi alla quale conseguono

stasi sanguigna e reazione flogistica (formazione di edema).

• In caso di congelamento di 1° grado : la zona interessata si colora di rosso-bluastro (cianosi) per

difetto di ossigenazione dei tessuti

• In caso di congelamento di 2° grado : continuando l’esposizione al freddo si ha aumento dell’edema,

con formazione di bolle

• In caso di congelamento di 3° grado : si ha necrosi tissutale

Assideramento causato dalla protratta esposizione di tutto il corpo a basse temperature. Va distinto dal

congelamento, perché in questo, agendo la causa perfrigerante su un limitato distretto corporeo, si verifica

una lesione locale. Nell’esposizione generale si verifica un profondo disturbo della termoregolazione e un

rallentamento della stessa termogenesi per l’impoverimento delle riserve organiche di glicogeno e per

un’insufficienza relativa corticosurrenale. Sintomi premonitori sono il pallore, l’apatia e la sonnolenza.

Quindi si ha una progressiva insufficienza dei meccanismi termoregolatori, che determina una progressiva

riduzione della temperatura corporea (ipotermia), fino alla soppressione di tutte le attività metaboliche e della

funzione cardiocircolatoria.

La morte sopraggiunge quando la temperatura del corpo si abbassa al di sotto dei 25°.

3 – PATOLOGIE DA TRASFERIMENTO DI ENERGIA MECCANICA.

Ci riferiamo ai TRAUMI. Per trauma si intende il danno che una regione delimitata dell’organismo subisce

O perché bruscamente raggiunto da un corpo fornito di energia cinetica

 Oppure perché l’organismo, fornito esso stesso di energia cinetica, raggiunge bruscamente con una

 parte di esso un corpo statico.

I traumi a loro volta possono essere superficiali o profondi, a seconda che sia interessata solo la cute oppure

uno o più organi. E anche gli effetti provocati variano per intensità a seconda della natura e dell’energia del

corpo traumatizzante, così come anche della resistenza dei tessuti.

Con il termine “ferita” ci riferiamo a quei traumi che interrompono la continuità dei tessuti.

La situazione più semplice è l’abrasione o escoriazione, in cui non si ha perdita di sangue perché la lesione

interessa solo gli strati superficiali dell’epidermide che è priva di vasi.

A differenza di questa, in tutti gli altri traumi si verifica sempre un’emorragia, cioè fuoriuscita di sangue dai

vasi lesionati.

Principali tipi di traumi superficiali: abrasione o escoriazione – contusione o ecchimosi – ferita.

Principali tipi di traumi profondi: rottura di un organo interno – volvolo (torsione dell’ilo di un organo) –

pneumotorace (lesione polmonare

Ogni qualvolta c’è una ferita, una lesione, porterà un processo infiammatorio, in quanto il sangue fuoriuscito

dai vasi rapidamente coagula (e sarà proprio il coagulo e i detriti cellulari che andranno ad agire da stimoli

infiammatori).

Inoltre, durante il processo di guarigione delle ferite possono insorgere complicanze, tra cui le più frequenti

sono:

1. INFEZIONI: in quanto la ferita costituisce la porta di ingresso per molti microrganismi tra i quali i

cocchi piogeni (i più frequenti), o nei casi più gravi i gram-negativi e i clostridi (contaminano la

ferita sotto forma di spore es. tetano).

2. DEIESCENZA: cioè la riapertura delle ferite in via di cicatrizzazione; soprattutto di quelle

addominali, provocato da sforzi quali il vomito o dalla tosse.

3. FORMAZIONE DEL CHELOIDE: che dà origine ad una cicatrice esuberante, dovuta alla

formazione di un eccesso di tessuto connettivo, provocato da un’aumentata attività dei fibroblasti.

4 – LESIONI DA ENERGIA TERMICA.

Parliamo in questo casi di ustioni e scottature.

Si verificano quando il nostro corpo entra in contatto con una sorgente di calore, che può, essere trasferita

per conduzione, convezione o irraggiamento. Inoltre si verificheranno quando la temperatura dell’area

colpita supererà i 40-45° e la loro gravità dipende da:

• Livello di temperatura raggiunta dai tessuti

• Quantità di calore trasferito

• Durata del contatto con la sorgente di calore

• Modalità di trasferimento del calore

• Natura dei tessuti

La gravità delle ustioni è classificata in gradi:

1° GRADO:

Coinvolge l’epidermide (tessuti danneggiati).

Si verifica vasodilatazione (alterazioni funzionali).

Con eritema diffuso e tumefazione (tipo di lesione).

2° GRADO:

coinvolge l’epidermide e il derma.

Infiammazione.

Bolle a sede intra-epidermica e dermo-epidermica, includenti un essudato sieroso.

3° GRADO:

epidermide, derma e tessuti sottodermici (muscolare e osseo).

Necrosi secca o umida, a seconda della sorgente di calore

Crosta

4° GRADO:

come nel 3° grado.

Combustione (si ha quindi la distruzione del materiale organico con formazione di ceneri).

Carbonizzazione.

I principali effetti generali, complicanze e esiti delle ustioni gravi sono: alterazione della termoregolazione –

ipoproteinemia perdita di proteine plasmatiche con l’essudato - disidratazione per perdita di acqua con

l’essudato – shock neurogeno al momento del trauma - shock ipovolemico conseguente a perdita di liquido e

di proteine con l’essudato – infezioni – formazione frequente di cicatrici pigmentate e cheloidi – rischio di

comparsa di neoplasie sulle cicatrici.

5 – PATOLOGIE DA TRASFERIMENTO DI ENERGIA RADIANTE.

le radiazioni possono essere suddivise in:

• RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE con velocità uguale a quella della luce. In questa

tipologia di radiazioni l’energia è presente sotto forma di fotoni, cioè quanti di energia per cui la

massa è uguale a 0. (onde radio, microonde, radiazioni infrarosse, raggi X, raggi gamma).

• RADIAZIONI CORPUSCOLATE con velocità inferiore a quella della luce. Le radiazioni

corpuscolate sono costituenti degli atomi e dei loro nuclei, dai quali possono essere liberate.

In queste radiazioni l’energia è presente sotto forma di massa di entità varia. (elettroni, protoni,

neutroni, mesoni).

Inoltre, sulla base della quantità di energia di cui sono fornite e degli effetti indotti negli atomi delle

molecole bersaglio, possono essere a loro volta suddivise in:

• RADIAZIONI ECCITANTI: infrarosse – luminose – ultraviolette – microonde – onde radio.

Con energia < 10 Ev (Elettron Volt). Sono capaci di eccitare, ma non di ionizzare; cioè non sono in

grado di determinare l’espulsione di un elettrone dall’atomo (come le radiazioni ionizzanti), ma sono

capaci di far saltare l’elettrone da un orbitale interno (dotato di energia minore) ad uno esterno

(dotato di maggiore energia).

Con la conseguenza che si instaura una condizione di eccitazione dell’atomo, che diventa reattivo.

• RADIAZIONI IONIZZANTI: radiazioni corpuscolate – raggi X e Gamma.

E sono in grado di determinare l’espulsione di un elettrone dall’atomo (quello che rimane è uno ione

positivo). Fanno più danni.

I-RADIAZIONI ECCITANTI:

Quelle più rilevanti, che meritano maggiore attenzione sono le radiazioni ultraviolette. In base alla

lunghezza d’onda distinguiamo le UVA – UVB – UVC.

Le UVB sono quelle maggiormente assorbite dai tessuti degli organismi viventi, in quanto la loro lunghezza

d’onda (compresa tra i 250 e i 300 nm), si avvicina allo spettro massimo di assorbimento degli acidi nucleici

(260 nm) e delle proteine (280 nm).

A livello del DNA possono determinare delle alterazioni che non porteranno a rottura, ma a distorsioni o a

mutazioni puntiformi.

Infatti, nel DNA possono portare alla formazione di dimeri di timina: ovvero, il dimero di timina si forma

tra 2 residui di timina posti sullo stesso lato della doppia elica del DNA, questo per azione della luce

ultravioletta, e si parlerà allora di fotodimerizzazione. A sua volta il dimero causa una distorsione della

doppia elica del DNA, che ne impedisce la replicazione e l’espressione.

Ma poiché le radiazioni UV non sono molto penetranti, i loro effetti riguarderanno gli strati superficiali,

quindi, come conseguenza possiamo avere tumori della pelle, epiteliomi o anche melanomi.  l’abbronzatura,

infatti, altro non è che una forma di adattamento che l’organismo mette in atto per difendersi dalle radiazioni

UV.

II-RADIAZIONI IONIZZANTI:

sono molto più penetranti di quelle eccitanti e contengono energia in quantità superiore a quella presente nei

legami chimici delle molecole bersaglio, che per azione di esse vanno incontro a rottura.

Sono responsabili di effetti:

• Diretti: sul DNA, che va incontro a rottura di 1 o di entrambi i filamenti, a distruzione di basi ecc. In

seguito a questi eventi i cromosomi vanno incontro a gravi alterazioni, ovvero delezioni e

traslocazioni. Oltre che a mutazioni puntiformi, che, invece, costituiscono la principale conseguenza

dell’esposizione alle radiazioni eccitanti.

• Indiretti: perché la ionizzazione può avvenire non sono a carico delle macromolecole (acidi

nucleici, proteine, lipidi), ma le radiazioni ionizzanti possono anche determinare la ionizzazione

dell’acqua (che è costituente abbondante del nostro organismo).

Dall’H2O ionizzata si formano radicali liberi (come l’ossidrile) che strappano altri elettroni e,

quindi, formano ulteriori danni.

A livello cellulare le radiazioni hanno 2 principali effetti:

1. SOMATICO associato quindi a morte cellulare

2. DANNO GENETICO la cellula non muore, ma viene danneggiata, quindi può essere l’inizio di un

processo neoplastico.

Inoltre, i diversi tessuti hanno suscettibilità diversa alle radiazioni. Gli effetti patogeni delle radiazioni

ionizzanti erano già stati notati quando l’uomo iniziò ad impiegare i raggi X a scopo diagnostico. Questo

perché il dosaggio era molto elevato. Oggi, progressi tecnologici hanno consentito di ottenere risultati

eccellenti con l’impiego di dosi molto basse, che non sono dannose.

Ma è stato poi con la bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki che si sono visti effettivamente gli effetti

tragici delle radiazioni, sia nei sopravvissuti, sia a distanza di anni nelle generazioni successive.

Dipende comunque dalla dose alla quale si è esposti.

Se siamo esposti a una dose di circa 20 Gray; si hanno conseguenze importanti a carico del SNC e la morte

sopraggiunge rapidamente (edema cerebrale – necrosi neuronale – coma – morte).

Se siamo esposti ad una dose di circa 10 Gray; gli effetti si hanno a livello intestinale (infezione – diarrea

profusa – setticemia  perché si ha perdita di permeabilità dell’intestino e, quindi, i batteri non hanno più una

barriera che gli impedisca di andare in altri distretti).

La morte allora sopraggiunge entro 2 settimane. Se siamo esposti a dosi un po' più base, ma comunque non

compatibili con la vita, la morte sopraggiunge in tempi più lunghi; perché si ha un interessamento a livello

del midollo osseo e, quindi, dei precursori delle cellule emopoietiche, e questo fa sì che si vada incontro ad

una drastica riduzione delle cellule bianche, e con alterazioni quali: formazione di petecchie – setticemia

(che derivano fondamentalmente da un sistema immunitario che è crollato).

AGENTI CHIMICI QUALI CAUSA DI MALATTIA

Gli agenti chimici possono essere causa di danno per l’organismo, sia penetrando in esso attraverso

l’apparato respiratorio e digerente, sia venendo a contatto con i tessuti di rivestimento, che attraversando

questi ultimi.

Il danno da essi provocato può essere:

1. Danno diffuso da agenti chimici e in particolare possiamo distinguere 3 effetti:

• Variazione del PH

• Solubilizzazione di costituenti cellulari

• Denaturazione delle proteine, alterazione della loro struttura con riduzione o perdita della

loro funzione

2. Danno selettivo da agenti chimici si verifica quando gli agenti chimici alterano unno specifico

costituente cellulare inducendone riduzione o perdita della funzione. Gli agenti chimici responsabili

di questo tipo di danno solo i VELENI.

Il danno cellulare provocato da composti chimici forniti di potere solvente varia a seconda che siano:

SOLVENTI DEI LIPIDI: (alcol, acetone, cloroformio). Danneggiano le cellule in quanto estraggono i lipidi,

che sono i più importanti costituenti delle membrane cellulari; che, quindi, vanno incontro ad una completa

disorganizzazione della loro struttura, che provoca lisi cellulare.

SOLVENTE DI SOSTANZE E COMPOSTI IDROFILICI: nel caso di soluzioni ipotoniche (cioè a

contenuto ionico inferiore a quello dei liquidi biologici), le cellule richiamano l’acqua che penetra all’interno

rigonfiandole, e determinandone lo scoppio. Nel caso di soluzioni ipertoniche, le cellule si raggrinziscono a

causa della fuoriuscita dell’acqua intracellulare richiamata dall’eccesso di ioni.

La denaturazione di proteine, oltre che dagli acidi e dalle basi, è indotta da numerose sostanze organiche,

diversi sali, molti ioni metallici e l’esposizione ad elevate temperature. Le proteine denaturate precipitano, e

perdono la funzione da esse espletata

Per quanto riguarda invece i VELENI, questi inducono nelle cellule un danno selettivo - in quanto

interagiscono direttamente o tramite un prodotto derivato dal loro metabolismo – con un determinato loro

costituente.

Inoltre, possiamo classificarli in base all’origine in:

• Veleni di origine biologica vegetale, animale o microbiotica

• Veleni di origine minerale

• Veleni di origine industriale prodotti di nuova sintesi o di scarto di lavorazione

Esempi. Il cianuro blocca la citocromo ossidasi e, quindi, blocca la catena di trasporto degli elettroni. Il

monossido di carbonio, invece, si lega con Hb con un’affinità superiore a quella dell’O2 e quindi non

consentendo il trasporto di O2.

AGENTI EZIOLOGICI DI NATURA BIOLOGICA

L’uomo è circondato da un ambiente sterile soltanto durante la vita intrauterina, poi dal momento della

nascita è in continuo contatto con microrganismi (la maggior parte dei quali non patogena).

La presa di contatto del microrganismo con l’ospite costituisce il contagio, che è seguito dall’infezione (solo

nel caso in cui i microrganismi si replicano.

A sua volta l’infezione non è sinonimo di malattia, basti pensare che i microrganismi non patogeni, che

costituiscono le flore saprofitiche, albergano e si moltiplicano nell’organismo, rendendolo infetto, ma non

malato.

In alcuni casi anche i microrganismi patogeni, possono dopo il contagio, moltiplicarsi nell’organismo senza

dare alcuna sintomatologia.

La malattia è, invece, la reazione dell’ospite agli effetti dannosi esercitati da tutti gli agenti eziologici,

compresi i microrganismi.

Avvenuto il contagio e subentrata l’infezione, si posso stabilire 3 tipi di simbiosi tra i microrganismi e

l’organismo ospite:

• Parassitismo (microrganismo trae vantaggio e l’ospite danno)

• Mutualismo (quando il vantaggio è reciproco)

• Commensalismo (quando il vantaggio riguarda solo uno dei due, e l’altro non è danneggiato)

Per sopravvivere e moltiplicarsi in un organismo ospite il patogeno deve essere in grado di:

• Colonizzare l’ospite

• Trovare nel corpo una nicchia nutrizionalmente compatibile

• Evitare, sovvertire o eludere le risposte immunitarie

• Replicarsi

• Diffondersi in un altro ospite e quindi portare alla malattia infettiva.

Gli agenti eziologici di natura biologica li possiamo suddividere in: (dai più semplici a quelli più complessi)

1. PRIONI

2. VIRUS

3. (microplasmi – clamidie – rickettsie)

4. BATTERI

5. PROTOZOI

6. FUNGHI

7. ELMINTI

PRIONI:

Non possono essere considerati microrganismi (è privo di acidi nucleici e conseguentemente

dell’informazione genetica basata su di essi). Si tratta di agenti eziologici NON CONVENZIONALI, di

natura proteica. Si tratta di un isomero conformazionale di una glicoproteina normalmente espressa.

Quando parliamo di prioni, fondamentalmente parliamo di un gruppo di patologie definite encefalopatie

spongiformi. Ovvero, delle malattie neurodegenerative a lenta evoluzione e che portano progressivamente e

inesorabilmente alla morte.

Sono dette encefalopatie perché colpiscono l’encefalo e spongiformi perché sono caratterizzate da aree di

distruzione tissutale, con la formazione di vacuoli, di veri e proprio buchi che conferiscono un aspetto che

ricorda una spugna.

Sono note da tempo e sono diventate famose con la diffusione della malattia della mucca pazza. Nel corso

del 1900, infatti, in Gran Bretagna si sviluppò una grave encefalopatia spongiforme nei bovini. Queste

mucche, definite “pazze”, avevano dei comportamenti anomali, si è poi capito che avevano un problema

riconducibile al fatto che ad esse era stata trasmessa una malattia già nota: la scrapie degli ovini.

Le encefalopatie spongiformi che colpiscono l’uomo sono:

1. Il KURU (scomparso dopo l’abolizione del cannibalismo).

Ormai scomparso, colpiva la popolazione di un’isola della Nuova Guinea, dedita al rito tribale del

cannibalismo dei defunti, il cui cervello veniva dato in pasto alle donne e ai bambini, con la

convinzione che in questo modo ad essi venisse trasmessa la saggezza del defunto.

Quindi, è chiaro che c’era una trasmissione diretta.

2. MALATTIA DI CREUTZFELDT-JAKOB conduce a demenza rapidamente progressiva e fatale.

Ci sono stati casi legati all’ereditarietà, casi di malattia sporadica, e addirittura casi da contagio.

Ad esempio. Un caso di trapianto di cornea da un donatore affetto.

3. MALATTIA DI GERSTMAN-STRAUSSLER-SCHEINKER malattia genetica

4. INSONNIA FAMILIARE FATALE genetica; colpisce in modo particolare il talamo ed è

caratterizzata da disturbi che portano il soggetto ad un certo punto a non riuscire più a dormire, fino

a portarlo alla demenza e alla morte.

STRUTTURA PROTEINA COSTITUTIVA.

La proteina prionica infettante definita PrP res (dove res sta per resistente), in quanto è molto resistente agli

agenti chimici e fisici, e alla digestione enzimatica con enzimi proteolitici.

E’ simile ad una proteina fisiologicamente presente sulla superficie delle cellule dell’uomo (in particolare

sulla superficie esterna della membrana plasmatica delle cellule neuronali), che, però non esprime le stesse

caratteristiche di resistenza.

La proteina fisiologica è definita PrP c (dove c sta per costitutiva), ed è codificata nell’uomo da un gene

mappato nel cromosoma 20. E’ una proteina di 253 aa, la cui funzione non è chiara.

La proteina patogena ha la stessa struttura primaria, ma differenti conformazioni tridimensionali e schemi di

glicosilazione.

Infatti, la struttura secondaria della PrP c è caratterizzata dall’avere avvolgimenti ad Alfa elica (che coprono

oltre il 40% della struttura dell’intera proteina; e circa un 10% di struttura a Beta foglietto.

Nella PrP res, queste proporzioni sono diverse. La struttura a Beta foglietto è prevalente, costituisce oltre il

50% della proteina.

Si ritiene che le “encefalopatie spongiformi” prendano origine da mutazioni a carico del gene che codifica

per la PrPc, in conseguenza si avrà la proteina mutata PrP res, che assumerà:

• Non solo caratteristiche di resistenza

• Ma anche capacità di formare aggregati in forma di fibrille, che si andranno a depositare nel

SNC.

• La conversione nella isoforma PrP res (con conformazione alterata), dimostra delle capacità infettive

in quanto converte molecole di PrP c ripiegate normalmente, nella stessa forma alterata.

Per quanto riguarda le forme insorte in seguito a contagio, si ritiene che la PrP res sia in grado di far

assumere alla PrP c le proprie caratteristiche, la propria conformazione; quindi è una conversione

“AUTOCATALITICA”.

Dall’interazione tra una proteina costitutiva e una infettante, derivano 2 PrP res. Ciò comporta un incremento

esponenziale della forma infettante.

I prioni hanno caratteristiche che li accomunano agli altri agenti biologici e altre che li differenziano:

le differenze sono che saranno estremamente resistenti alla inattivazione con raggi X e alla luce UV, e anche

agli agenti chimici che inattivano virus e batteri.

Inoltre, non si osserva alcuna risposta immunitaria (perché il nostro sistema immunitario non la reputa

diversa dalla nostra proteina PrP c).

VIRUS:

Sono microrganismi di piccolissime dimensioni.

La loro struttura può essere ricondotta alla presenza di un genoma, costituito da DNA o RNA (ma mai tutti e

2 contemporaneamente). Il genoma è rivestito (quando è all’esterno della cellula ospite) da un involucro

proteico, detto capside, che protegge questi geni.

In alcuni virus il capside può essere ulteriormente rivestito da un atro involucro di natura lipoproteica detto

pericapside.

I virus che hanno il pericapside sono detti “rivestiti o dotati di envelope.

Genoma virale + capside = nucleocapside.

Il Capside può avere 2 forme diverse:

1. A simmetria icosaedrica assume la forma di un icosaedro regolare. Ogni faccia è costituita da

proteine sferiche adiacenti, unite in gruppi di 5/6 unità (capsomeri).

2. A simmetria elicoidale assume la forma di un cilindro cavo, ed è costituito da una spirale di

proteine che si avvolge in senso antiorario.

All’interno troviamo il genoma, che può essere DNA o RNA, e entrambi possono essere a singolo o a doppio

filamento. Tutti i virus con capside a simmetria elicoidale, sono dotati di envelope e sono tutti a RNA a

singolo filamento.

VIE DI PENETRAZIONE DEI VIRUS NELL’ORGANISMO:

Le vie di penetrazione dipendono dal tipo di virus, alcuni penetrano attraverso le mucose, altri solo per

contatto ematico/sessuale, transplacentare, allattamento, delle cellule germinative.

Inoltre, sono incapaci di riproduzione autonoma, per cui la loro replicazione è effettuata dalla cellula in cui

essi sono penetrati ed è per questo che sono considerati parassiti endocellulari obbligati.

La replicazione virale coinvolge:

1. Attacco del virus alla cellula e adsorbimento

2. Il disassemblaggio delle particelle infettive del virus

3. Replicazione del genoma virale

4. La sintesi delle proteine virali grazie al macchinario di traduzione della cellula ospite

5. Riassemblaggio di questi componenti nelle nuove particelle virali (virioni)

6. Rilascio dei nuovi virioni assemblati

I virus penetrano nella cellula con modalità differenti.

VIRUS NUDI penetrano nella cellula tramite endocitosi mediata da recettori, quindi avviene la formazione

e internalizzazione di vescicole sulla membrana cellulare.

VIRUS RIVESTITI possono usare questo meccanismo o un altro: ovvero attraverso la fusione della loro

membrana lipidica con quella della cellula, e quindi il nucleocapside con il suo contenuto viene veicolato

all’interno della cellula. La fusione richiede la presenza di specifiche proteine virali, che promuovono

l’unione tra le membrane cellulari e virali.

Una volta penetrato nella cellula, il virus espone il proprio genoma e prende il controllo del macchinario

biosintetico della cellula e induce la cellula a sintetizzare il proprio genoma e, quindi, a replicare le proprie

proteine.

La induce quindi a produrre nuove copie di virus che usciranno poi dalla cellula, lasciandola viva, oppure

lisandola (quindi la cellula muore in seguito alla infezione virale).

Strategie replicative:

VIRUS A DNA il DNA, una volta nella cellula, viene trascritto solo parzialmente. Inizialmente, c’è una

“fase precoce”, in cui verranno prodotte proteine che sono finalizzate a prendere il controllo della cellula.

Successivamente, nella “fase tardiva” vengono trascritti geni (detti tardivi) che codificano per le proteine

strutturali, quindi del capside, della matrice e dell’envelope.

VIRUS A RNA l’RNA a singolo filamento può essere con polarità positiva e quindi può essere direttamente

tradotto, cioè l’RNA può essere utilizzato come m RNA, quindi, l’m RNA può essere utilizzato per la sintesi

proteica. Con polarità negativa, non può essere utilizzato come m RNA, ma deve essere convertito nel

filamento complementare. E’ chiaro che il virus deve già avere l’enzima RNA POLIMERASI RNA

DIPENDENTE.

Differente, invece, è il caso dei RETROVIRUS (come quello dell’HIV), nel quale l’RNA a singolo

filamento viene convertito in DNA a doppia elica, perché la DNA POLIMERASI – RNA VIRALE

DIPENDENTE (detta più semplicemente trascrittasi inversa), fa parte del virus e gli consente di convertire

l’RNA in un filamento di DNA, che viene poi rimpiazzato da un secondo filamento complementare.

Quest’ultimo si fonde con il DNA della cellula ospite e quindi poi le proteine virali vengono replicate.

Tutti i genomi virali codificano 3 tipi di proteine:

• Alcune per replicare il genoma

• Altre per impacchettare il genoma e portarlo in altre cellule ospiti (proteine del capside ed

eventualmente del pericapside)

• Altre che modificano la struttura e la funzione della cellula ospite per permettere la replicazione dei

virioni

Un’ infezione virale può essere:

1. Abortiva: in cui non viene prodotta alcuna progenie virale. O perché la cellula non ha quello che

serve al virus per potersi replicare; o perché il virus ha qualche difetto di suo; o perché il virus viene

tempestivamente scovato dalle cellule dell’immunità.

2. Produttiva: in cui la cellula ospite non viene uccisa, sebbene la progenie virale sia rilasciata

3. Infezioni virali che comportano uno stato di latenza virale nella cellula ospite: comportano la

persistenza del genoma virale all’interno della cellula ospite senza alcuna produzione di progenie.

Questi virus latenti possono riattivarsi dopo mesi o addirittura anni, determinando un’infezione

produttiva.

4. Infezioni virali che causano morte della cellula ospite e produzione di progenie virale.

Conseguenze di un’infezione virale:

•Arresto dell’infezione ad opera dei sistemi di difesa

•Impianto del virus su cellule fornite di recettori e origine di un processo infettivo localizzato

•Liberazione di virioni di nuova sintesi e diffusione dell’infezione virale per contiguità

•Diffusione dell’infezione a distanza per via ematica o linfatica

MICROPLASMI Sono i più piccoli organismi capaci di vita autonoma; sprovvisti di parete, e sono capaci

di indurre malattie negli uomini e nelle piante. Nell’uomo ad esempio possono provocare malattie

dell’apparato respiratorio e urogenitale.

CLAMIDIE Sono dei piccoli microrganismi Gram-negativi, parassiti endocellulari obbligati, capaci di auto

replicarsi autonomamente, ma comunque dipendono dalla cellula ospite per poter ottenere ATP e NAD. Sono

sensibili agli antibiotici.

RICKETTSIE Sono dei piccoli microrganismi, ovvero parassiti endocellulari obbligati (particolarmente

delle cellule endoteliali) e vengono trasmessi da pulci, pidocchi, acari e zecche.

BATTERI:

Sono più grandi e più complessi dei virus, e a differenza di questi sono capaci di auto replicarsi, non

dipendono dalle strutture della cellula che infettano.

Sono procarioti, e a differenza degli eucarioti:

• Non hanno membrana nucleare, quindi non hanno un nucleo delimitato da membrana

• Non hanno organelli

• Il loro genoma è una molecola unica, generalmente di DNA a doppio filamento. (quindi non c’è la

tipica osservazione di cromosomi, ma il DNA ha una struttura circolare)

• Hanno una parete cellulare, che dà forma alla cellula batterica e può essere differente in base al fatto

se si tratta di GRAM positivi o GRAM negativi

• Non hanno carboidrati nella loro membrana citoplasmatica e hanno ribosomi differenti (più piccoli)

Struttura:

Genoma senza membrana nucleare, immerso nel citoplasma nel quale non ci sono organelli.

Membrana plasmatica che delimita il citoplasma; è rivestita da una parete cellulare, al di fuori della quale

si può trovare la capsula batterica. Questa capsula batterica è composta da materiale gelatinoso, amorfo,

che ha la funzione di mascherare il batterio e renderlo meno identificabile dai fagociti.

Ci sono poi flagelli, composti principalmente da una proteina chiamata flagellina, e ce ne possono essere uno

o più di uno, e sono importanti per la locomozione. Poi ci sono i pili, più numerosi e più sottili, consentono

ai batteri di mettersi in comunicazione gli uni con gli altri e trasferire anche geni.

La capsula batterica racchiude la cellula batterica conferendole robustezza e condizionandone la forma; il

suo componente fondamentale è il peptidoglicano, e cioè abbiamo:

1. Una parte peptidica è costituita da una sequenza di pochi aa, che determina la formazione di

legami crociati tra 2 residui di NAM (acido N-acetilmuramico) di 2 catene adiacenti.

2. Una parte glucidica è costituita da monosaccaridi di NAG (N-acetilglucosamina) e NAM (acido

N- acetilmuramico), che sono ripetuti in modo alternato e si susseguono.

GRAM POSITIVI cosiddetti perché quando trattati con un colorante si colorano. La loro parete è più

spessa e relativamente uniforme, ed è costituita da numerosi strati di peptidoglicani intersecati da acidi

teicoici. L’acido teicoico è molto importante perché è uno di quegli schemi ripetuti che viene riconosciuto

dalle cellule dell’immunità innata.

GRAM NEGATIVI non si colorano perché la loro parete è più sottile ed è inserita tra 2 membrane. Infatti,

il peptidoglicano è circondato internamente dalla membrana citoplasmatica, mentre esternamente da una

membrana esterna che contiene il polisaccaride O, che è antigene, e il lipide A, una endotossina.

Inoltre, la classificazione dei batteri avviene anche in base alla loro forma:

• Rotondeggiante, e vengono chiamati COCCHI

• A bastoncello, e vengono chiamati BACILLI (es. salmonella)

• A spirale, e vengono chiamati SPIROCHETE (agente eziologico della sifilide)

Inoltre, i batteri per aumentare la sopravvivenza in condizioni ambientali avverse, come è il caso di alcune

forme batteriche a bastoncello GRAM-positive, formano al loro interno una endospora (cellula dormiente),

che quando liberata (spora) può resistere per molto tempo. Infatti resistono al calore, agli UV,

all’essiccazione. Poi in condizioni più favorevoli si riattivano e germinano (modalità di trasmissione del

tetano).

Genoma batterico: è un DNA circolare, presente in un’unica copia, generalmente costituito da 3000 geni;

ma oltre a questo DNA circolare, possono essere presenti anche una o più copie di materiale genico

aggiuntivo, sottoforma di plasmidi questi a loro volta si replicano autonomamente, non contengono geni

essenziali, ma geni che conferiscono alla cellula funzioni particolari. Molto spesso ciò che rende patogeno un

batterio sta proprio in ciò che è scritto nei suoi plasmidi (geni della virulenza).

Pili: permettono la comunicazione, quindi consentono di scambiare materiale tra 2 batteri, e consente di

trasferire anche PLASMIDE (che viene replicato e trasferito ad un altro batterio) da cellula a cellula per

CONIUGAZIONE (e cioè si crea un ponte citoplasmatico tra le 2 cellule).

Ma le modalità attraverso cui i geni possono passare da un batterio ad un altro non sono solo queste!

Possono acquisire nuovi geni e, quindi, nuove capacità anche in altri modi:

1. Una modalità è quella in cui si usa come vettore il batteriofago (un virus che infetta i batteri);

quindi il batteriofago fa quello che normalmente fanno i virus, ovvero inserire il suo genoma

all’interno della cellula batterica, dopo di che può determinare cose diverse. Ma questo dipende da

che tipo di batteriofago è. Infatti esistono batteriofagi:

• FAGI VIRULENTI: si replica all’interno della cellula e la lascia spaccandola

• FAGI TEMPERATI: a cui dobbiamo principalmente l’acquisizione di nuove funzioni.

Infatti, possono non uccidere la cellula, cioè la infettano e poi possono lasciarla senza

ucciderla. E si replicano nella cellula con modalità che possono essere anche differenti, ma

nel caso della trasduzione specializzata i fagi temperati integrano il proprio genoma con

quello del batterio e rimane lì latente. Poi quando ci saranno le condizioni favorevoli alla

loro replicazione, il genoma dei fagi si stacca dal genoma batterico e inizia la replicazione.

Ma, nel fare questo, potrebbe capitare che si porti dietro un pezzo di DNA che aveva il

batterio, quindi geni del batterio che, attraverso questi nuovi fagi, possono trasferirsi ad altri.

2. Un’altra modalità è quella che avviene attraverso il trasposone, che sono degli elementi genici

mobili, capaci di spostarsi da una posizione all’altra del genoma. Quindi, possono spostarsi da un

sito ad un altro del cromosoma e/o del plasmide, lasciando una copia di sé nel sito precedente.

Alcuni batteri hanno la capacità di elaborare delle tossine, che si suddividono in 2 grandi gruppi:

ENDOTOSSINE chiamate così perché si credeva che venissero liberate dopo la morte del batterio;

esclusive dei GRAM-negativi. Sono componenti strutturali del batterio. Sono lipolisaccaridi; sono

termoresistenti e cronoresistenti; la liberazione dai microrganismi avviene generalmente per lisi e

possononavere attività su tutte le cellule. Stimolano la produzione di anticorpi.

ESOTOSSINE prodotte sia dai GRAM-negativi che dai GRAM-positivi, non sono dei componenti

strutturali ma semplicemente delle sostanze rilasciate all’esterno dai batteri. Sono di natura proteica e non

stimolano la produzione di anticorpi. APOPTOSI

Il termine “apoptosi” deriva dal greco “apoptosis” che significa cadere, come le foglie di un albero (in

quanto le cellule, appunto, si distaccano dal tessuto cui appartengono).

A differenza della necrosi, l’apoptosi è un processo attivo durante il quale la cellula stessa attiva un

programma di morte e si uccide in modo controllato.

E’ una modalità di morte che può essere sia fisiologica che patologica.

• FISIOLOGICA ad esempio durante lo sviluppo embrionale, vengono eliminate cellule non

desiderate tramite appunto apoptosi. Tipico è l’esempio delle mani e dei piedi, che iniziano come

struttura a pinna e le singole dita si separano quando le cellule fra di esse muoiono.

Ma gli esempi continuano anche nella vita post-natale: nel nostro SN più della metà delle cellule

nervose muore normalmente poco dopo la loro formazione, in questo caso la morte cellulare adatta il

numero di cellule nervose in modo che corrisponda al numero di cellule bersaglio che richiedono

innervazione.

Inoltre, funziona anche come un processo di controllo di qualità, eliminando cellule che sono

anormali, nel posto sbagliato, non funzionali o potenzialmente pericolose per l’organismo. Esempi

stupefacenti si verificano nel sistema immunitario adattivo, in cui l’apoptosi elimina i linfociti T e B

in via di sviluppo, che non producono recettori specifici per l’antigene potenzialmente utili, o che

producono recettori autoreattivi che li rendono potenzialmente pericolosi. Elimina, inoltre, la

maggior parte dei linfociti attivati da un’infezione, dopo che hanno aiutato a distruggere i patogeni

responsabili.

L’apoptosi avviene ad un ritmo sbalorditivo anche nel midollo osseo, dove viene prodotta la maggior

parte delle cellule del sangue. Qui, per esempio, i NEUTROFILI sono prodotti continuamente in

numero elevato, la gran parte muore per apoptosi nel midollo osseo nel giro di pochi giorni, senza

nemmeno entrare in funzione. Questo serve per mantenere un rifornimento di neutrofili a breve vita,

che possono essere rapidamente mobilitati per combattere un’infezione dovunque avvenga nel corpo.

• PATOLOGICA quando le cellule infettate da virus vengono indotte a morire dai linfociti T

citotossici.

Autodistruzione delle cellule che hanno subito un danno nel proprio DNA.

Eliminazione di neuroni in alcune condizioni patologiche (Parkinson e Alzheimer).

Distruzione di cellule neoplastiche, sia spontanea che indotta da chemioterapici.

Le cellule che muoiono per apoptosi subiscono caratteristici cambiamenti morfologici:

1. Il DNA si frammenta

2. Il citoscheletro collassa

3. L’involucro nucleare si dissolve e la cromatina nucleare si condensa e si divide in frammenti

4. La superficie cellulare spesso produce vescicole, bolle, e se la cellula è grossa si divide in frammenti

racchiusi da membrana, detti corpi apoptotici (quindi non si ha rilascio del contenuto

intracellulare); inoltre, questi corpi apoptotici vengono rapidamente fagocitati da macrofagi o cellule

adiacenti, prima che ne esca il contenuto.

In questo modo la cellula muore in modo ordinato e viene rapidamente eliminata, senza provocare

una risposta infiammatoria dannosa.

CASPASI:

Il macchinario intracellulare responsabile dell’apoptosi dipende da una famiglia di proteasi, chiamate

caspasi.

La “C” sta per cisteina, in quanto le caspasi hanno una cisteina nel loro sito attivo; “ASP” sta per acido

aspartico, in quanto tagliano le loro proteine bersaglio a livello di acidi aspartici specifici (di una sequenza

amminoacidica specifica); “ASI” come tutti gli enzimi litici.

Le caspasi sono sintetizzate nella cellula come precursori inattivi, le procaspasi, che sono attivate dal taglio

proteolitico del predominio N-terminale (che quindi viene rimosso) a livello di uno o due acidi aspartici, da

parte di altre caspasi già attive.

La procaspasi è tagliata in una subunità piccola e una grande, che formano un eterodimero; e 2 di questi

dimeri si assemblano per formare il tetramero attivo. Una volta attivate, le caspasi tagliano, attivandole, altre

procaspasi, portando ad una cascata proteolitica che si amplifica.

Le prime procaspasi attivate, che agiscono all’inizio della cascata proteolitica, sono dette procaspasi

iniziatrici (2,8,9,10); una volta attivate, esse tagliano e attivano le procaspasi esecutrici (3,6,7) a valle, che

quindi tagliano e attivano altre caspasi esecutrici, oltre a specifiche proteine bersaglio nella cellula.

Tra le molte proteine tagliate dalle caspasi esecutrici troviamo:

• le lamine nucleari, il cui taglio provoca l’irreversibile rottura della lamina nucleare.

• Una proteina che normalmente mantiene l’enzima che degrada il DNA (endonucleasi) in uno stato

inattivo, il suo taglio per,ette all’endonucleasi di tagliare il DNA nel nucleo della cellula.

• Componenti del citoscheletro e delle proteine di adesione cellula-cellula che attaccano le cellule ai

loro vicini. Il taglio di queste proteine aiuta le cellule apoptotiche ad arrotondarsi e a staccarsi dalle

cellule adiacenti.

La cascata di caspasi non è solamente distruttiva e auto amplificante, ma anche irreversibile, così che,

una volta che una cellula raggiunge un punto critico lungo il percorso di distruzione, non può tornare

indietro.

Dai primi stadi dello sviluppo le cellule sane producono continuamente procaspasi e altre proteine necessarie

per l’apoptosi. Perciò il macchinario è sempre pronto, tutto ciò che serve è un innesco che lo attivi.

Le procaspasi iniziatrici hanno un lungo predominio, che contiene il dominio di reclutamento delle

caspasi (CARD), che permette loro di assemblarsi con delle proteine adattatrici nei complessi di

attivazione, non appena la cellula riceve il segnale di entrare in apoptosi.

Quindi, una volta incorporate in un complesso di questo tipo, le procaspasi iniziatrici vengono avvicinate e

questo è sufficiente per attivarle.

Esse, poi, si tagliano a vicenda per rendere il processo irreversibile.

Le caspasi iniziatrici attivate tagliano e attivano, quindi, le procaspasi esecutrici, avviando in questo modo

una cascata proteolitica di caspasi che amplifica il segnale di morte e lo diffonde nella cellula.

Le vie di segnalazione che possono attivare una cascata di caspasi sono 2: VIA ESTRINSECA – VIA

INTRINSECA.

1. VIA ESTRINSECA La via estrinseca dell’apoptosi è scatenata da proteine segnale extracellulari

che si legano ai recettori di morte sulla superficie cellulare.

I recettori di morte, sono proteine transmembrana contenenti:

• Un dominio extracellulare recettoriale

• Un solo dominio transmembrana

• e un dominio di morte intracellulare, necessario ai recettori per attivare il programma

apoptotico

quindi, questi recettori sono, il recettore TNF e il recettore di morte FAS.

Un esempio semplice dl modo in cui i recettori di morte attivano la via estrinseca dell’apoptosi è:

l’attivazione di FAS sulla superficie di una cellula bersaglio, da parte del LIGANDO DI FAS sulla

superficie di un linfocita killer citotossico.

Il ligando induce la trimerizzazione, cioè induce i recettori a raggupparsi in gruppi da 3; una volta

attivati dal legame con il ligando di Fas, i domini di morte sulle code citosoliche dei recettori di

morte Fas, reclutano 3 proteine adattatrici intracellualre (1 per ogni coda), che a loro volta reclutano

procaspasi iniziatrici (8 o 10), formando un complesso di segnalazione che induce la morte.

Una volta attivate (perché si tagliano a vicenda essendo vicine), le caspasi iniziatrici attivano le

procaspasi esecutrici a valle, per indurre l’apoptosi.

2. VIA INTRINSECA le cellule possono anche attivare il loro programma di apoptosi dall’interno,

generalmente in risposta ad una lesione o altri stress (come il danno al DNA o la mancanza di

ossigeno, nutrienti).

La via intrinseca dell’apoptosi dipende dal rilascio nel citosol di proteine mitocondriali che

generalmente risiedono nello spazio intermembrana di questi organelli. Alcune di queste proteine

rilasciate attivano nel citoplasma una cascata proteolitica di caspasi, che porta all’apoptosi.

Una proteina cruciale rilasciata dai mitocondri nella via intrinseca è il citocromo C, un componente

della catena di trasporto degli elettroni dei mitocondri e solubile in acqua.

Se viene rilasciato nel citosol, il citocromo C, ha una funzione totalmente diversa, infatti:

• si lega ad una proteina adattatrice, che attiva una procaspasi detta APAF 1

• portandola (in presenza di ATP) a oligomerizzazione in eptamero a forma di ruota, detto

APOPTOSOMA

• le proteine APAF 1 dell’APOPTOSOMA, quindi, reclutano proteine procaspasi iniziatrici

(9), che sono attivate per la vicinanza all’apoptosoma.

• Le molecole della caspasi 9, quindi, attivano le procaspasi esecutrici a valle per indurre

l’apoptosi.

In alcune cellule la via estrinseca deve reclutare la via intrinseca per amplificare il segnale apoptotico per

uccide la cellula, e lo fa attivando un membro della famiglia di proteine BCL2 .

Inoltre, la via intrinseca dell’apoptosi è rigidamente regolata per assicurare che le cellule si suicidino solo al

momento opportuno. E, infatti, una classe molto importante di regolatori intracellulari dell’apoptosi è la

famiglia delle proteine BCL2.  queste regolano la via intrinseca dell’apoptosi, soprattutto controllando il

rilascio del citocromo C.

Le proteine della famiglia di BCL2, possono essere sia proapoptoniche (promuovono apoptosi), che

antiapoptoniche (inibiscono apoptosi bloccando il rilascio).

1. Proteine BCL2 antiapoptoniche: tra cui BCL2 e BCL-XL

2. Proteine BCL2 proapoptoniche: si suddividono in 2 sottofamiglie le proteine BH1 – 2 – 3 (le più

importanti sono BAX e BAK) e le proteine solo BH3 (hanno in comune con BCL2 omologia di

sequenza solo nel dominio BH3).

Quando uno stimolo apoptotico scatena la via intrinseca, le proteine BH 1-2-3 Proapoptotiche vengono

attivate e si aggregano a formare oligodimeri nella membrana mitocondriale esterna, inducendo il rilascio di

citocromo C.

In assenza di uno stimolo apoptotico, le proteine BCL2 Antiapoptotiche, inibiscono l’apoptosi, soprattutto

legandosi alle proteine proapoptotiche BH1-2-3 e le inibiscono (sulla membrana mitocondriale esterna e nel

citosol).  ad esempio sulla membrana mitocondriale esterna si legano a BAK e ne impediscono

l’oligomerizzazione, inibendo quindi il rilascio di citocromo C.

Perché la via intrinseca induca l’apoptosi, deve essere inibito un certo numero di queste proteine, e le

proteine BH3-only mediano questa inibizione.  il loro dominio BH3 si lega ad un lungo solco idrofobico

sulle proteine BCL2 antiapoptotiche, neutralizzandone l’attività. (così che non possono più inibire le proteine

BH 123).

Questo legame e la conseguente inibizione, permettono l’aggregazione di BAX e BAK sulla superficie dei

mitocondri, che scatena il rilascio di citocromo C e induce quindi l’apoptosi.

Abbiamo detto prima che in alcuni casi la via estrinseca può reclutare a sua volta la via intrinseca per

amplificare la cascata di caspasi al fine di uccider la cellula.  la proteina solo BH3 BID, è il collegamento tra

queste 2 vie. Quindi, quando i recettori di morte attivano la via estrinseca, la caspasi iniziatrice 8 taglia BID,

producendone una forma tronca detta t-BID.

t-BID si sposta nei mitocondri, dove inibisce le proteine BCL2 antiapoptotiche e provoca l’aggregazione

delle proteine BH123 proapoptotiche, perché rilasciano citocromo C e altre proteine, amplificando il segnale

di morte cellulare.

Ma le proteine BCL non sono i soli regolatori intracellulari dell’apoptosi; anche le proteine IAP (inibitori

dell’apoptosi) svolgono un ruolo importante nella soppressione dell’apoptosi. In assenza di uno stimolo

apoptotico, gli IAP impediscono l’apoptosi accidentale causata dall’attivazione spontanea delle procaspasi.

Gli IAP sono localizzati nel citosol e si legano a qualsiasi caspasi attivata spontaneamente, inibendola.

Alcune IAP sono anche UBIQUITINA LIGASI che ubuquitinano le caspasi che legano, marcandole per la

degradazione nei PROTEASOMI.

Quando uno stimolo apoptotico attiva la via intrinseca, tra le proteine rilasciate dallo spazio intermembrana

mitocondriale si trovano le anti – IAP, che si attaccano agli IAP e ne bloccano l’attività inibitrice.

Contemporaneamente, il Citocromo C rilasciato innesca l’assemblaggio degli apoptosomi, che possono

quindi attivare una cascata di caspasi, portando all’apoptosi.

Quando avviene un danno al DNA che non può essere riparato, viene attivata la proteina P53 (detta

guardiano del genoma). Si trova nel citoplasma normalmente mantenuta inattiva dalla proteina MDM2, che

la inibisce.

In seguito a danni del DNA la P53 viene fosforilata e può agire come fattore di trascrizione, migra nel

nucleo, e attiva la trascrizione dei geni che codificano le proteine solo BH3 (Puma e Noxa), che scatenano la

via intrinseca, eliminando così una cellula potenzialmente pericolosa che potrebbe diventare cancerosa.

Se invece, il DNA, viene riparato, P53 viene degradata da MDM2 e c’è la ripresa del ciclo cellulare.

NECROSI

Per Necrosi si intende una morte cellulare accidentale, che coinvolge contemporaneamente gruppi più o

meno estesi di cellule, facenti parte di un tessuto o di un organo. Avviene solo in condizioni patologiche,

quando il danno cellulare non è reversibile.

Le cause possono essere di vario tipo:

• Traumi

• Ipossia

• Ischemia

Entro certi limiti, eccessive stimolazioni fisiologiche o alcuni stimoli patologici, possono innescare varie

forme di adattamento cellulare (morfologico o fisiologico/funzionale) grazie alle quali le cellule

acquisiscono nuove caratteristiche che, seppure anomale, ne preservano la vitalità e ne modulano le funzioni.

Se i limiti di una risposta adattiva vengono superati, oppure se l’adattamento non è possibile, si verificano

una serie di eventi chiamati DANNO CELLULARE che è reversibile fino ad un certo punto, ma se lo

stimolo persiste oppure è grave fin dall’inizio, la cellula raggiunge un punto di non ritorno e va incontro al

danno cellulare irreversibile e alla morte cellulare.

Quindi, le cause della necrosi possono essere diverse:

• Cause che agiscono e provocano direttamente la denaturazione delle proteine

• Cause che distruggono meccanicamente o chimicamente le membrane cellulari

• Inibitori di enzimi o sistemi enzimatici

• Che riducono o sopprimono l’apporto di O2 e nutrienti

Le cellule, quindi, quando sono sottoposte ad un evento stressante, rispondono per fronteggiare quello che

sta succedendo. E tra gli effetti che possiamo vedere c’è quello della denaturazione delle proteine (cioè

perdono la loro struttura tridimensionale); ed in questo caso entrano in gioco le “Heat Shock Proteins”,

proteine dello stress, che tentano di contrastare la denaturazione delle proteine.

L’Ubiquitina lega le proteine denaturate non recuperabili e le induce alla degradazione nei PROTEASOMI.

La cellula che va incontro a necrosi:

• Si rigonfia

• Si rigonfiamo anche i suoi organelli

• Fino alla rottura della membrana con dispersione del contenuto (che causa infiammazione)

• Allora intervengono i fagociti che si occupano della rimozione dei detriti cellulari

IPOSSIA la riduzione della fosforilazione ossidativa, ha come conseguenza la riduzione della produzione di

ATP, ciò comporta una riduzione della funzione delle varie pompe ATP-dipedenti. (Ca2+-ATP asi ; Na-K-

ATPasi), che non riescono più a regolare il flusso degli ioni.

Come conseguenza si avrà un aumento di Ca2+, di Na, di H2O all’interno della cellula, che, quindi si rompe.

Altra situazione che possiamo considerare, sono le RADIAZIONI IONIZZANTI hanno effetti diretti sul

DNA, ma danneggiano anche le proteine. I gruppi sulfidrilici delle proteine vengono ossidati, e questi gruppi

sulfidrilici si trovano anche nelle varie pompe di membrana, quindi anche in questo caso abbiamo alterazione

della permeabilità della membrana; regolazione alterata di ioni, richiama acqua e scoppio della cellula.

Altro modello di morte per necrosi, si verifica per mezzo di ISCHEMIA (delle cellule cardiache)

l’interruzione dell’apporto di sangue a causa di un trombo porta:

“Viene prodotto ATP anche tramite glicolisi anaerobia, ma con produzione e accumulo di acido lattico e

conseguente acidosi; inoltre l'ischemia, compromette l'arrivo dei substrati per la glicolisi, quindi questo tipo

di respirazione viene compromesso rapidamente. L'accumulo di tali prodotti porta di conseguenza ad

un'alterazione della distribuzione ionica (ed in particolare del calcio intracellulare), del potenziale di

membrana, disorganizzazione citoscheletrica, rigonfiamento cellulare ed infine necrosi.”

• Riduzione di produzione di ATP

• Il metabolismo aerobico entra in crisi e per sopravvivere la cellula ricorre alla glicolisi anaerobica.

Ciò significa che il Piruvato, che non può entrare nel ciclo di Krebs, quindi non può essere convertito

in Acetil-CoA, viene ridotto a lattato. In questo caso la glicolisi fornisce comunque 2 ATP; è questo

il meccanismo di emergenza.

• Ma porta anche ad un aumento degli ioni H+, quindi riduzione del PH (acidosi).

Di conseguenza per cercare di tamponare questa situazione, si attiva lo scambiatore Na+ - H+, che fa

fuoriuscire H+, ma fa entrare Na+ all’interno della cellula; si attiva allora lo scambiatore Na+ -

Ca2+.

L’ingresso di Ca2+ nella cellula è probabilmente il punto di non ritorno, infatti, un aumento della

concentrazione di Ca2+ porta all’attivazione di una serie di enzimi:

Fosfolipasi scindono i fosfolipidi di membrana, e determinano quindi ulteriore danno alla

membrana cellulare

Proteasi che tagliano altre proteine, degradano il citoscheletro

Endonucleasi tagliano il DNA

Una situazione di questo tipo, dunque, porta inesorabilmente alla morte cellulare.

DIFFERENZE TRA APOPTOSI E NECROSI:

APOPTOSI NECROSI

Sia fisiologica che patologica Accidentale, sempre patologica

Finemente regolata Non è regolata

Membrana plasmatica resta intatta fino a stadio Membrana plasmatica è distrutta precocemente

avanzato

Eliminazione eterofagica, non c’è nessuna Perdita del contenuto cellulare, quindi

infiammazione infiammazione

Nessun rigonfiamento dei mitocondri Rigonfiamento mitocondriale

SISTEMA IMMUNITARIO

L’organismo umano è coinvolto nel fronteggiare gli invasori esterni (virus, batteri, funghi ecc.), che possono

penetrare all’interno tramite aria inalata, cibo ingerito, rapporti sessuali, ferite ecc.; ma deve anche

combattere le cellule che presentano delle anomalie, come quelle tumorali o danneggiate.

Il nostro sistema di difesa è organizzato in 3 livelli:

1. Barriere meccanico – chimiche

2. Immunità innata o aspecifica

3. Immunità specifica o adattiva

1) BARRIERE MECCANICO – CHIMICHE

Il primo meccanismo di difesa dell’organismo è rappresentato dalle barriere meccanico – chimiche, che

hanno lo scopo di impedire la penetrazione degli agenti patogeni nell’organismo.

Cute integra: la cheratina, presente nella porzione più superficiale dell’epidermide (lo strato corneo) non è

oltrepassabile dalla maggior parte dei microrganismi.

Sudore e altri prodotti di secrezione (succo gastrico): esercitano una efficace azione antimicrobica, grazie

al loro PH acido.

Lacrime, saliva: che contengono enzimi, quali il LISOZIMA, che sono in grado di espletare un’azione litica

sui microrganismi. Nella saliva, inoltre, sono presenti gli anticorpi (che in realtà fanno parte dell’immunità

specifica).

Sebo: prodotto dalle ghiandole sebacee della cute, esercita un’azione protettiva sulla cute stessa,

accrescendone l’impermeabilità ed esercitando una lieve azione antibatterica (potenziata dal PH acido del

sudore).

Muco: segreto dalle mucose dell’apparato digerente, respiratorio, urinario e genitale; ci protegge dai

microrganismi inglobandoli e mascherando i recettori cellulari, che costituiscono il punto di ancoraggio dei

batteri e dei virus.

Ciglia vibratili degli epiteli delle vie respiratorie espellono il muco e i microrganismi in esso inglobati,

tramite il movimento vibratile unidirezionale di cui sono capaci

Flora batterica.

Peptici antibiotici (difensine) uccidono i microrganismi e sono elaborate dalle cellule epiteliali. Sono dei

peptidi generalmente brevi (12-50 aa), carichi positivamente e possiedono domini anfipatici (sembrano che li

utilizzino per inserirsi nella membrana delle loro vittime, distruggendone l’integrità. Sembrano prediligere le

membrane che non contengono colesterolo. (le nostre cellule hanno colesterolo).

Hanno uno spettro molto ampio, infatti, possono uccidere o inattivare: batteri (GRAM negativi e positivi),

funghi (compresi i lieviti), e virus.

2) IMMUNITA’ INNATA O ASPECIFICA

I meccanismi dell’immunità innata sono:

• Presenti sin dalla nascita

• Attivi verso tutti i microrganismi; perché hanno tutta una serie di recettori che li rendono in grado di

distinguere ciò che è proprio da ciò che non lo è.

• Indipendenti da un precedente contatto con lo stesso patogeno

• Non si rafforzano in seguito a ulteriori contatti con lo stesso patogeno

• Agiscono rapidamente

FATTORI DELL’IMMUNITÀ INNATA:

Fattori cellulari: le cellule dell’immunità innata sono:

1. Granulociti (eosinofili, basofili, neutrofili)

2. Cellule Natural Killer

3. Monociti/macrofagi

4. Cellule dendritiche

Fattori umorali: proteine del plasma, ad esempio proteine del complemento.

GRANULOCITI chiamati così per la presenza di granulazioni nel citoplasma, sono anche chiamati

polimorfonucleati, perché hanno un nucleo con tanti lobi. Ne esistono di 3 tipi:

1) Neutrofili: (fagociti specializzati); costituiscono circa il 70% dei leucociti circolanti nel sangue). Sono i

più numerosi e sono i primi ad arrivare nel sito dell’infezione; hanno una vita molto breve (6 ore a 3 giorni),

vivono circa 3 giorni nei tessuti e 6 ore quelli circolanti nel sangue, e poi si autodistruggono per apoptosi e

vengono poi fagocitati. Per la loro breve vita c’è bisogno che vengano continuamente prodotti.

2) Eosinofili: rappresentano il 2-4% dei leucociti presenti nel sangue. Sono particolarmente coinvolti nelle

reazioni allergiche. E agiscono principalmente nelle infezioni da grossi parassiti, perché sono in grado di

attaccare il patogeno dall’esterno, laddove quindi la fagocitosi non ha speranze (es. negli elminti).

3) Basofili: sono meno dell’1% di leucociti del sangue. Come i mastociti hanno un plasma pieno di granuli

contenenti istamina (mediatore di infiammazione). I basofili si trovano principalmente nel sangue, invece i

mastociti nei tessuti, dove svolgono la funzione di cellule sentinella. Quindi, il mastocita è l’analogo nei

tessuti del basofilo circolante.

I basofili, quindi, rilasciano istamina nella risposta infiammatoria allergica e nei casi di ipersensibilità.

MONOCITI/MACROFAGI sono monociti nel sangue, dove circolano per un tempo che va dalle 8 alle 80

ore, per poi migrare nei tessuti dove si differenziano in macrofagi.

I macrofagi sono fagociti di professione, ma oltre a fagocitare, producono molecole, in risposta alla loro

attivazione, che richiamano altre cellule dell’immunità che mettono in moto l’infiammazione.

CELLULE DENDRITICHE rappresentano l’anello di congiunzione tra immunità innata e immunità

adattiva. Infatti, portano gli antigeni ai linfonodi dove li presentano ai Linfociti T.

CELLULE NATURAL KILLER funzionano un po' come i Linfociti T citotossici dell’immunità specifica.

E’ differente la modalità di riconoscimento dell’antigene, che nelle cellule NK è aspecifica. Riconoscono

cellule infettate da virus e cellule tumorali.

Le cellule dendritiche fanno da anello di congiunzione tra Immunità Innata e Immunità Adattiva, perché

derivano sia dai precursori della linea mieloide che da quelli della linea linfoide.

Tutti i leucociti, come anche eritrociti e piastrine, derivano da una cellula staminale emopoietica

pluripotente; questa, darà origine a precursori della linea mieloide e della linea linfoide. Quelli della linea

linfoide daranno vita ai linfociti (T e B), tra cui troviamo anche le cellule NK.

DIFERENZE TRA IMMUNITA’ INNATA E IMMUNITA’ ADATTIVA.

Le strategie di riconoscimenti dei patogeni dell’Immunità Innata sono profondamente diverse da quelle

utilizzate dall’Immunità Specifica.

Le cellule dell’II si attivano rapidamente (minuti – ore), quelle dell’IS in giorni o settimane.

L’II non ha memoria, e si comporta allo stesso modo ogni volta che incontra uno stesso patogeno, L’IS

invece ha memoria (la risposta sarà rapida e più efficace).

Le cellule che attivano l’II esprimono i recettori in modo non clonale, cioè ogni cellula esprime più di un tipo

di recettore a differenza di quanto avviene per i linfociti, in cui la distribuzione è di tipo clonale (una cellula,

un solo o al massimo due recettori).

Il numero dei recettori dell’II è limitato, nel senso che i meccanismi dell’II vengono attivati da un numero

ristretto di recettori, dell’ordine di qualche decina. Al contrario, il repertorio dei recettori dell’IS è enorme.

Essendo il repertorio dei recettori dell’II ristretto, e dovendo fronteggiare uno spettro enorme di segnali di

danno e di pericolo, la specificità di ciascun recettore è ampia. (cioè lo stesso recettore è in grado di

riconoscere più strutture chimicamente diverse, portate da microrganismi o da molecole alterate

dell’organismo). Invece, i recettori dell’IS sono caratterizzati da una specificità assoluta.

I recettori dell’II riconoscono strutture essenziali per la vita dei patogeni. Quelli dell’IS riconoscono epitopi

in modo casuale.

RECETTORI DELL’IMMUNITA’ INNATA

L'immunità innata riconosce i patogeni perché i recettori delle sue cellule si legano a delle molecole o

porzioni di molecole caratteristiche che non sono espresse dalle cellule dell'organismo in cui viene attuata,

sono perciò identificate come non self. La gamma di molecole riconosciuta dall'immunità innata, nota come

profili molecolari associati ai patogeni (PAMP, Pathogen Associated Molecular Patterns) è tuttavia limitata,

ridotta a circa un migliaio di strutture differenti, dal momento che i recettori per il riconoscimento dei profili

(Pattern Recognition Receptors, PRR) hanno una variabilità molto inferiore rispetto a quelli dell'immunità

adattativa, che può riconoscere diversi milioni di molecole differenti.

Alcuni dei PAMP più comuni sono il lipopolisaccaride (LPS) espresso da molti batteri, gli RNA a doppio

filamento virali, i peptidi contenenti N-formilmetionina esclusivi dei batteri , le sequenze CpG non metilate.

I recettori dell'immunità innata sono proteine che possono trovarsi sia sulla membrana plasmatica di alcune

cellule immunitarie sia all'interno del loro citoplasma o sulla membrana degli endosomi, ma possono anche

essere proteine disciolte nel sangue oppure in liquidi extracellulari. Sono espressi da linfociti, macrofagi,

granulociti neutrofili, cellule dendritiche, cellule epiteliali e cellule endoteliali. Il loro compito è quello di

legarsi a strutture molecolari specifiche presenti su di un microbo e successivamente di attivare una

trasduzione del segnale intracellulare che scatena una risposta effettrice che può provenire dalla cellula stessa

oppure da altre cellule (fagociti e linfociti NK) reclutate da mediatori chimici come le citochine.

I recettori dell’II sono rappresentati da un sistema di molecole recettoriali dette Pattern Recognition

Receptors (PRR).

1. Recettori solubili che comprendono:

• Fattori del complemento (C3 in particolare)

• Le collettine: lectina legante il mannosio (MBL) – Proteine A e D del surfattante

• Le pentrassine: proteina C reattiva

Sono presenti nei fluidi, quindi nel sangue circolante e spesso in liquidi biologici (nel caso dei

surfattanti, liquido che riveste gli alveoli polmonari), in quantità normali, ma spesso aumentano in

modo drammatico durante la risposta infiammatoria, facendo parte delle proteine di fase acuta.

Questi recettori circolanti funzionano un po' come anticorpi ancestrali, non sono veri e proprio

anticorpi, ma hanno la capacità di riconoscere strutture della membrana dei patogeni e di legarsi.

Oltre a riconoscere strutture dell’estraneo, alcune molecole della famiglia dei recettori solubili

riconoscono strutture alterate del sé.

2. Recettori di membrana e comprendono:

- Recettori per i peptidi formilati : di tipo serpentinico. Riconosce peptidi formilati permette quindi

di riconoscere i batteri che, a differenza delle cellule eucariotiche, iniziano con una metionina

formilata.

- Recettori lettinici : es. recettore per il mannosio, riconosce il mannosio sulla parete dei

microrganismi

- Recettori di tipo “Scavenger” (Spazzini) : riconoscono lipoproteine

- RECETTORI DELLA FAMIGLIA TOLL, TLR (TOLL – LIKE – RECEPTORS):

Sono una famiglia di recettori espressi da molti tipi cellulari. Fanno parte dei cosiddetti “recettori che

riconoscono profili molecolari” (PRR), quindi, una classe di recettori in grado di riconoscere determinate

strutture tipiche di patogeni e microbi ed implicati nella difesa dell’organismo, nel particolare dell’II.

Nell’uomo sono stati identificati dieci TLR (da TLR1 a TLR10), che formando omodimeri o eterodimeri,

riconoscono componenti diverse di agenti microbici. Quando un recettore TLR si lega alla struttura che

riconosce mediante il suo dominio di legame dimerizza con un altro TLR che può essere identico

(omodimerizzazione) o differente (eterodimerizzazione).

Da un punto di vista strutturale sono tutti delle glicoproteine integrali con una struttura extracellulare a

semicerchio contenente leucina e caratteristici motivi di cisteina responsabili del legame. Inoltre, il recettore

TOLL è caratterizzato nella parte citoplasmatica da un dominio TIR. (è condiviso dai recettori della famiglia

TOLL e dai recettori della famiglia di IL-1).

I recettori TLR possono essere presenti sia sulle membrane extracellulari che intracellulari e sono

specializzati nel riconoscere profili molecolari distinti. Il legame con questi ultimi attiva i recettori

scatenando una risposta di tipo infiammatorio.

ESEMPI: TLR5 riconosce la flagellina, costituente dei flagelli dei batteri

TLR3 riconosce la presenza di RNA a doppia elica caratteristico di infezioni virali

TLR9 riconosce la presenza di DNA batterico

TLR4 riconosce il LPS (lipopolisaccaride) costituente principale della parete esterna dei GRAM negativi,

come anche l’acido teicoico dei GRAM positivi e componenti self quale la HSP60.

Trasduzione del segnale:

una volta che il recettore è stato attivato dal ligando, prendiamo l’esempio di TLR4 che viene attivato da

LPS; TLR4 recluta diverse proteine adattatrici con il suo dominio TIR (perché possiedono anche esse un

dominio TIR), la più importante delle quali è denominata MyD88.

MyD88 recluta una chinasi IRAK, che a sua volta andrà a fosforilare TRAF-6 (proteina adattatrice). TRAF-6

attiva un’altra chinasi, TAC-1, che porterà all’attivazione di NF-KB.

NF-KB è un complesso proteico che funziona come fattore di trascrizione. E’ formato da diverse proteine tra

cui P50 e P65, localizzate nel citoplasma. In condizioni normali sono bloccate da un inibitore detto IKB.

Allora IKB viene fosforilato da due chinasi, IKK1 e IKK2, bloccate anch’esse da una proteina inibitoria,

chiamata NEMO.

In seguito all’attivazione di TAC-1 sarà proprio TAC-1 a fosforilare IKK1 e IKK2, rimuovendo quindi

NEMO; Che quindi a loro volta (IKK1 e IKK2) fosforilano IKB.

In seguito a fosforilazione, IKB, si stacca dal complesso P50-P65, viene ubiquinato ed è soggetto a

degradazione a livello del proteosoma.

Il complesso P50-P65 è a questo punto libero di migrare nel nucleo, dove si lega a siti di consenso NF-KB

situati a monte di diversi geni infiammatori.

I geni attivati da NF-KB sono diversi:

- Citochine infiammatorie

- Chemochine infiammatorie

- Molecole di adesione endoteliali

Le cascate di segnale dipendono dalla tipologia del recettore e possono coinvolgere numerosi mediatori tra

cui le MAP-chinasi e il fattore infiammatorio NF-KB.

Recettore Ligando (i) Sede ligando Secondo Sede Tipo Cellulare

messaggero Recettore

TLR 3 Rna a doppia Virus TRIF Endosomi Cellule Dendritiche ;

elica Linfociti B

TLR4 LPS; Acido Gram MyD88 Superficie Monociti/Macrofagi;

Teicoico negativi; cellulare Dendritiche;

Gram positivi Mastociti

TLR5 Flagellina Batteri MyD88 Superficie Monociti/Macrofagi;

cellulare Dendritiche

TLR9 Dna con CpG Batteri MyD88 Endosomi Monociti/Macrofagi;

(citosina – Dendritiche;

fosfato e Linfociti B

guanina) non

metilate,

NF-KB, è un complesso proteico funzionante come fattore di trascrizione. Si può trovare in tutti i tipi di

cellule.

Nel suo stato inattivo NF-KB si trova nel citosol, legato alla proteina inibitoria IKB Chinasi (IKK). L’NF-KB

attivato viene in seguito traslocato nel nucleo dove si lega al DNA e trascrive mRna, il quale, infine, è

esportato nel citosol e tradotto in proteina. Ciò porta ad un cambiamento delle funzioni della cellula, come ad

esempio la produzione di citochine pro infiammatorie.

INFIAMMAZIONE (o flogosi)

E’ un processo morboso, e rappresenta la risposta dei tessuti connettivi vascolarizzati a stimoli endogeni o

esogeni che causano danno. Il suo scopo è quello di richiamare leucociti e fluidi nella sede del danno.

E’ una reazione innescata dai meccanismi dell’immunità innata, che evolve secondo uno schema,

generalmente identico.

Il suo significato ultimo è duplice:

• Difesa

• Riparo

La risposta infiammatoria, infatti, ha innanzitutto l’obiettivo di eliminare o di contenere la causa iniziale di

danno ai tessuti, quali ad esempio agenti biologici e loro tossine.

Cosi, infiammazione e immunità innata sono per molti aspetti sinonimi, indicando un complesso insieme di

meccanismi di resistenza messi in atto in breve tempo (minuti-ore) in risposta ad agenti patogeni.

Un secondo fondamentale obiettivo della risposta infiammatoria è il riparo dei tessuti danneggiati. Infatti,

attiva una cascata di eventi mirati a riparare o limitare il danno tissutale causato dagli agenti lesivi.

Schematicamente, si distinguono 2 versioni del processo infiammatorio, una acuta e una cronica.

Acuta si sviluppa in un arco di tempo relativamente breve, ed è caratterizzata dall’accumulo di liquidi e

proteine plasmatiche (EDEMA) oltre che dal reclutamento di una popolazione di leucociti fra cui

predominano i NEUTROFILI.

Cronica è un processo di più lunga durata in cui in generale predomina l’accumulo di linfociti e macrofagi

INFIAMMAZIONE ACUTA:

Rappresenta la risposta immediata ad uno stimolo lesivo e si incentra sull’attivazione delle cellule

dell’Immunità Innata (leucociti circolanti e presenti nei tessuti) e delle cellule della parete vascolare.

I sintomi più evidenti della flogosi a livello locale, e cioè i 4 segni cardinali sono:

1. Calor, aumento della temperatura locale dovuto ad aumentata vascolarizzazione

2. Rubor, arrossamento legato alla iperemia attiva

3. Tumor, gonfiore determinato dalla formazione dell’essudato

4. Dorol, ovvero dolore


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uniurb92

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze motorie per la prevenzione e la salute
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher uniurb92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Meccanismi Molecolari degli Stati Patologici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Vallorani Luciana.

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