Prof. Ludovico Franco - Appunti di linguistica generale
Linguaggio umano
Nasce dalla facoltà innata di sviluppare un sistema di comunicazione con caratteristiche specifiche. Anche gli animali possiedono questa capacità, ma con caratteristiche diverse. Possiamo pensare che il linguaggio abbia iniziato a far parte delle facoltà umane intorno ai 150.000 anni fa. Il linguaggio umano ha potuto svilupparsi grazie a precondizioni anatomiche e neurofisiologiche (es. adeguato volume del cervello, conformazione particolare dell’apparato fonatorio).
Caratteristiche proprie e uniche del linguaggio umano
- Discrezione = il linguaggio umano, a differenza delle forme di comunicazione animali, si dice che è discreto (o digitale) perché i suoi elementi hanno limiti ben definiti, non esistono entità intermedie tra due fonemi. Il linguaggio animale è detto continuo (o analogico) proprio perché invece il segnale si può specializzare sempre in maniera diversa, trovando anche fasi intermedie. Un valido esempio è la cosiddetta “danza delle api”.
- Ricorsività = proprietà di un’operazione di applicarsi al risultato di sé stessa. Questo meccanismo permette di creare nuove frasi aggiungendole, con connettori adeguati, a frasi già esistenti ottenendo così un limite potenzialmente infinito (computazione sintattica).
- Dipendenza dalla struttura = non è rilevante l’ordine lineare degli elementi, bensì le relazioni strutturali tra i costituenti di una frase. Quest’affermazione è valida per tutte le lingue del mondo.
- Doppia articolazione = il linguaggio umano può formare un numero elevatissimo di parole combinando un numero limitato di elementi privi di significato semantico (i fonemi). Si dice che i fonemi siano l’unità minima di seconda articolazione, mentre i morfemi siano l’unità minima di prima articolazione. I morfemi sono inoltre le più piccole unità dotate di un significato semantico. È importante ricordarsi queste due nozioni, in quanto esse rappresentano la base della morfologia e della fonologia.
- Riflessività = capacità del linguaggio di discutere di sé stesso. Non esiste nessun sistema di comunicazione animale che sia in grado di farlo.
- Equivocità = nelle lingue naturali sono frequenti casi di omonimia (una stessa parola possiede più significati) e sinonimia (più parole per esprimere lo stesso concetto). Non c’è quindi un rapporto biunivoco tra espressioni e significati.
Architettura del linguaggio
La nozione grammaticale non può essere identificata con quella di “dotato di significato semantico” (Chomsky), perché si possono sempre comporre frasi grammaticalmente corrette senza che abbiano un senso logico. Possiamo parlare della facoltà del linguaggio in senso ampio e quindi dire che comprende due sistemi di esecuzione:
- Sistema senso-motorio = produrre e riconoscere suoni e simboli (compresa quindi anche la scrittura)
- Sistema concettuale-intenzionale = traduce le informazioni in modo che il linguaggio possa trasferire le nozioni (fare comunicazione)
Questi due sistemi li possiamo chiamare sistemi interpretativi di interfaccia e si raccordano alle capacità cognitive innate nell’uomo, necessarie a padroneggiare qualsiasi lingua. Se invece vogliamo parlare della facoltà del linguaggio in senso stretto facciamo riferimento ai componenti costitutivi del linguaggio, ad esempio ricorsività, di cui abbiamo parlato prima. Chomsky sostiene che il linguaggio umano sia nato per scarto (per caso) nel corso dell’evoluzione umana. L’essere umano avrebbe quindi approfittato di questa opportunità per sfruttarla come metodo di comunicazione, e non il contrario, ovvero che avesse bisogno di comunicare e che quindi si sia sviluppato in modo appropriato a parlare, come è più comune credere.
Tutte le lingue naturali, ovvero quelle effettivamente parlate dall’uomo, sono sistemi in cui la computazione sintattica (ricorsività) permette di combinare elementi lessicali in oggetti sintattici più grandi (parole flesse, sintagmi, frasi).
Comunicazione umana
Dire “comunicazione umana” non è la stessa cosa di dire “linguaggio umano”, perché la comunicazione può includere infatti anche dispositivi non linguistici (es. gesticolare mentre si parla è una forma di comunicazione, ma non di linguaggio). La caratteristica fondamentale della comunicazione è l’intenzionalità (“teoria della mente”), ovvero la volontà del parlante di provocare nell’ascoltatore un certo effetto. Per fare ciò è necessaria la collaborazione tra due interlocutori (non si può fare comunicazione da soli).
Classificazione delle lingue
Esistono molti modi per classificare (raggruppare) le lingue del mondo, i più comuni sono:
- Numero di parlanti. È una classifica particolarmente complicata da effettuare correttamente per via della presenza di numerosissime varietà delle lingue, dialetti, lingue non ancora ben conosciute.
- Classificazione tipologica in base a caratteristiche comuni. Consiste nel cercare ad esempio quali lingue mettono prima il verbo del soggetto, quali il complemento oggetto e così via.
- Distribuzione geografica. Ovvero in che parte del mondo vengono parlate le lingue.
- Famiglie linguistiche (classificazione genealogica). In questa classificazione si osserva il “livello di parentela” delle lingue. Una famiglia linguistica è composta da due o più lingue tra le quali esiste un rapporto che ci faccia supporre derivino storicamente dalla stessa lingua madre. La lingua madre dei diversi gruppi può essere: nota = quando ne abbiamo chiari fonti scritte, come il latino per le lingue romanze; ricostruita = quando studiando le fonti scritte delle lingue conosciute si ricostruisce la lingua madre; ipotizzata = priva di tradizione scritta. Esistono poi le lingue isolate, prive di lingue sorelle (es. basco, giapponese).
Come stabilire le parentele
Il metodo più comune per stabilire le parentele tra lingue è il metodo comparativo, che consiste nel comparare le diverse lingue in campi omogenei. Possiamo ad esempio analizzare il lessico e cercare quali lingue presentano somiglianze in tale campo. Dobbiamo però stare attenti con questo metodo perché possono presentarsi analogie casuali. Per questo è fondamentale comparare più livelli omogenei, non ad esempio solo il lessico, ma anche morfologia, sintassi, ecc.
Nel corso degli anni, nello studio delle lingue, si è notato che a volte esistono delle trasformazioni ricorrenti tra lingua e lingua. Questo appare nella legge di Grimm, dove viene riportato che spesso avviene una rotazione delle consonanti: [p] → [f] (es. “padre” diventa “father”), [d] → [t], [k] → [h].
Famiglie linguistiche nel mondo
Famiglia indoeuropea:
- Lingue romanze derivano dal latino. Le lingue romanze statuarie (ufficiali) sono portoghese, gallego, spagnolo, catalano, ecc.
- Lingue germaniche sono articolate in 3 gruppi principali: lingue germaniche occidentali, settentrionali e orientali (quest’ultime sono estinte).
- Lingue slave articolate in sottogruppo occidentale, orientale e meridionale.
- Lingue baltiche lingue nazionali in Lettonia e Lituania.
- Lingue celtiche articolate in sottogruppo continentale (estinto) e insulare.
Gruppi linguistici estinti della famiglia indoeuropea -> lingue anatoliche diffuse nella Turchia asiatica (Anatolia); lingue tocarie parlate da una popolazione denominata convenzionalmente “tocario A” e “tocario B”, ovvero lingue indoeuropee più orientali, sopraffatte da lingue turciche e cinesi.
Lingue indoeuropee isolate -> neogreco deriva dal Greco antico, albanese distinto in ghego e tosco, armeno parlato in Repubblica d’Armenia.
Lingue indoeuropee fuori Europa -> lingue indo-iraniche parlate in Asia.
Lingue non indoeuropee in Europa -> basco parlato tra Spagna e Francia, gruppo uralico (ungherese, finnico e estone), turco parlato nei Balcani, lingue semitiche es. maltese, lingue mongole come il calmucco, lingue caucasiche come il georgiano.
Altre famiglie linguistiche
Afro-asiatiche, austronesiane, niger-kordofaniane, sino-tibetane.
Importanti autori come Greenberg e Ruhlen hanno cercato di stabilire proto-famiglie che raggruppino in più ampie unità le famiglie attuali puntando a stabilire rapporti ancora più antichi. Greenberg sostiene che originariamente fossero esistite solo 3 grandi proto-famiglie (euro-asiatica, afro-asiatica e sino-tibetana). Ruhlen afferma inoltre che il cambiamento linguistico è un processo molto più lento di quanto si creda. Sostiene inoltre la monogenesi delle lingue, notando che moltissime radici delle parole si ripetono in tutte le famiglie linguistiche.
Tipologia linguistica
Pinker e Jackendoff elencano le proprietà condivise da tutte le lingue naturali:
- Organizzazione fonologica e struttura sillabica delle unità delle lingue.
- Parole ovvero associazione di suoni a contenuti concettuali.
- Sintassi la quale racchiude 4 dispositivi per poter combinare le parole in frasi:
- Raggruppamento delle parole in costituenti
- Ordine reciproco (di parole e costituenti)
- Accordo della flessione con gli elementi nominali
- Il caso = utilizzo di flessioni o altri dispositivi formali che indicano la funzione grammaticale di un costituente.
Sebbene si sia osservato che le lingue presentano molte caratteristiche in comune, si riconosce che ci sia molta differenza nella morfologia, ecc. Nel 1800 si pensava, a seguito di numerosi tentativi di comparazione, che le lingue si differenziassero in base al loro stadio evolutivo (adesso sappiamo che non è così). Il principale sostenitore di questa teoria era Grimm, il quale pensava che le lingue meno evolute fossero quelle isolate, poi quelle flessive e infine le lingue di tipo europeo-moderno (legate all’ordine delle parole).
Classificazione odierna
La classificazione odierna, affermatasi verso la fine del ‘900, si basa sulle proprietà morfologiche delle lingue teorizzata per la prima volta da Schleicher. Essa divide in:
- Lingue isolanti (es. cinese) sono prive di flessioni: il genere, il numero, ecc. vengono espressi da intere parole a sé stanti.
- Lingue flessive (es. latino) un unico morfema grammaticale può racchiudere dentro di sé contemporaneamente più significati (es. cani la desinenza in questo caso indica sia il plurale del nome che il genere maschile). Nelle lingue flessive desinenze e radici si uniscono in un'unica parola. Nota: in certi casi nelle lingue flessive può cambiare la radice della parola per indicarne il tempo o altre caratteristiche, cosa che nelle lingue agglutinanti non avviene.
- Lingue agglutinanti (es. turco) c’è un rapporto biunivoco tra morfema e significato. C’è quindi un singolo morfema che indica il plurale, un singolo morfema per il femminile, ecc. Anche in questo caso radice e morfema si fondono in un'unica parola.
- Lingue incorporanti (es. lingue nord-americane) unione di più morfemi e più radici in un'unica parola.
Bisogna però prestare attenzione anche a questo genere di classificazione, perché come osserva Sapir (1924) si tiene solo conto della morfologia delle parole, mentre sarebbe opportuno osservare le lingue contemporaneamente da più punti diversi. Inoltre al momento in cui venne mossa questa critica, i linguisti ragionavano ancora per pregiudizio evoluzionistico, definendo le lingue flessive “le più evolute” e attribuendo una sola classificazione per ogni lingua, senza tener conto di misure di mezzo. Sappiamo oggi infatti che sebbene una lingua possa essere catalogata in un modo piuttosto che un altro, può comunque presentare caratteristiche di uno o più altri gruppi diversi.
Tipologia e universali linguistici
Gli approcci tipologici moderni, a partire da Greenberg, mirano a individuare caratteristiche strutturali universali. Ciascuna lingua può essere definita una combinazione unica di tali caratteristiche (es. ordine dei costituenti in una frase, S-V-O / S-O-V / V-S-O sono le più diffuse). Nota che nelle lingue V-O solitamente le preposizioni precedono il nome, e il nome precede l’aggettivo quindi se ho "mangia (V) una mela (O)” sarà corretto dire “la mela è di Maria (N) (preposiz.)” e anche “una mela (N) rossa (A)”.
Se la correlazione V-O=lingua preposizionale si può definire un universale linguistico (è sempre valido), le altre dichiarazioni (come dire che una lingua O-V sia posposizionale o che una lingua V-O abbia l’ordine N-A) è più corretto definirle tendenze piuttosto che universali linguistici, perché sono generalmente valide, ma esistono delle eccezioni. Ad esempio il latino è una lingua con ordine O-V, ma non è posposizionale. Così come l’inglese che presenta l’ordine V-O, ma l’aggettivo precede il nome A-N.
Parametro testa-complemento = è il parametro che abbiamo appena descritto, quindi la correlazione che c’è tra l’ordine lineare di V-O e l’ordine N-A (o nome-genitivo). Quindi se una lingua ha il verbo prima dell’oggetto e l’aggettivo prima del nome, si dice che ha prima la testa e poi il complemento (come l’italiano); mentre se presenterà l’oggetto prima del verbo e avrà il nome prima dell’aggettivo, si dirà che possiede prima complemento e poi la testa (come il giapponese).
A prescindere dall’ordine dei costituenti con cui una lingua viene catalogata, la posizione del verbo in riferimento al soggetto può cambiare il senso semantico della frase (nelle lingue dove è possibile effettuare spostamenti, come in italiano). Ad esempio tra “Parla! Gianni” e “Gianni parla” il focus va su chi viene per ultimo tra soggetto e verbo. Anche l’intonazione della frase ha il potere di spostare in focus, a prescindere dall’ordine dei costituenti.
Pro-drop = anche se la struttura grammaticale italiana prevede la formazione di frasi di tipo SVO, esistono frasi con il soggetto nullo (pro = pronome, drop = cade). Un tipico esempio lo abbiamo con i verbi meteorologici, infatti nell’enunciato “Piove” non c’è bisogno di esplicitare alcun soggetto, dato che è implicitamente inteso. Non per tutte le lingue però è così, per esempio in inglese dovremmo dire “It’s raining” e in francese “Il pleut”.
Marcatezza delle lingue
Alcune lingue hanno tipologie di suoni, sillabe e strutture morfologiche molto complesse. Queste lingue si definiscono marcate. Quelle lingue che invece non presentano una particolare complessità nella struttura delle frasi, nella morfologia, nei suoni, ecc. Sono definite meno marcate. Questa differenziazione è possibile applicarla anche singolarmente ai vari costituenti di una lingua. Esistono infatti suoni più marcati e meno marcati, sillabe più marcate e meno marcate (la sillaba meno marcata al mondo, e quindi più comune, è costituita da consonante + vocale).
Per questo motivo esistono varie gerarchie di marcatezza, come la gerarchia di animatezza (l’ordine dei vari elementi nominali in base alla caratteristica di un essere di essere “vivo” = umano, animale, cosa) e la gerarchia delle relazioni grammaticali (ordine soggetto, verbo, complemento, ecc.).Nota: le lingue trattano in maniera diversa i nominali più definiti da quelli meno definiti, come il caso dell’accusativo proposizionale (nello spagnolo). Questo fenomeno prende il nome di DOM (Differential Object Marking), che è rilevante per la teoria linguistica perché permette di creare ulteriori classificazioni tipologiche.
Dissociazione di persona (split) = i pronomi di 1a e 2a persona in diversi casi hanno proprietà morfosintattiche diverse dalle altre classi nominali. In alcuni dialetti italiani infatti nella 1a e 2a persona viene usato l’ausiliare “essere” e nella 3a viene invece usato l’ausiliare “avere”.
Lettura e scrittura
Queste due abilità richiedono la capacità di abbinamento di segni scritti ai significati che portano, mettendo alla prova la conoscenza del parlante. Il processo di acquisizione di lettura e scrittura infatti non è innata come nell’acquisizione della lingua materna, bensì necessita di un insegnante. In passato come ora infatti molte lingue parlate non hanno sviluppato un corrispondente sistema di scrittura, basti pensare ai numerosissimi dialetti esistenti senza una propria tradizione scritta.
I tre più diffusi sistemi di scrittura sono:
- Sistema alfabetico si basa sul rapporto tra lettere (o sequenza di lettere) e segmento fonologico (es. italiano).
- Sistema sillabico ogni segno corrisponde a una sillaba (es. giapponese).
- Sistema logografico (ideografico) ogni simbolo corrisponde ad un concetto (es. cinese). Questo sistema comporta una modalità di lettura diversa da quella alfabetica, in quanto non necessita il riconoscimento lettera/suono, bensì riconoscimento lessicale.
Nota: sia nella scrittura sillabica che nella scrittura alfabetica i segni grafici stanno per suoni (non parole), quindi tutte e due sono sistemi di scrittura fonologica.
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