INDICE
e traduzione 1
▸Bilinguismo
cervello bilingue 3
▸Il e mediazione 4
▸Traduzione
storici sulle teorie della traduzione 5
▸Cenni
fedeltà alla lealtà traduttiva 8
▸Dalla del testo 11
▸L’interpretazione
e cultura 12
▸Lingua verbale e comunicazione non verbale 13
▸Comunicazione 17
▸Pragmatica
e denominazione dei colori 19
▸Percezione segnali discorsivi, ideofono, baby-talk 20
▸Interiezioni,
interazionali 21
▸Copioni 21
▸Realia ed espressioni idiomatiche 22
▸Proverbi 26
▸Metafore
e conflitto 27
▸Cortesia ed eufemismi 28
▸Turpiloquio
l’umorismo 28
▸Tradurre i codici non verbali 29
▸Tradurre 31
▸Prossemica 35
▸Cinesica 36
▸Cronemica
nomi propri e titoli nel cinema e nella letteratura 43
▸Tradurre linguaggi specialistici 44
▸Tradurre il testo poetico 45
▸Tradurre e alterità culturale 47
▸Traduzione come migrazione 50
▸Traduzione
Borders 51
▸I il Genji Monogatari 53
▸Tradurre La Divina Commedia in Oriente 54
▸Shinkyoku 神曲,
Haiku 55
▸Gli narrativa giapponese moderna 58
▸La
DOMANDE ESAME 59
APPUNTI LINGUISTICA APPLICATA prof. Da Milano
aa 2021/2022
Bibliografia
Diadori, Pierangela (2018). Tradurre: una prospettiva interculturale. Roma: Carocci
Ondelli, Stefano (2021), L'italiano delle traduzioni, Roma: Carocci
Altre fonti
it.wikipedia.org/wiki
treccani.it/enciclopedia
e traduzione
▸Bilinguismo
Alla base della traduzione ci deve essere una conoscenza bilingue. Il
bilinguismo in passato era considerata la competenza quale tra le due lingue.
● Bloomfield (1933)→ “in the extreme cases of foreign-language learning
the speaker becomes so proficient as to be indistinguishable from the
native speaker around him. In the cases where this perfect
foreignlanguage learning is not accompanied by loss of the native
language, it results in bilingualism, native-like control of two languages''
● Haugen (1953) → “attitudine a produrre in un'altra lingua degli enunciati
corretti portatori di significato”
● Weinreich (1953) riconosce che il bilinguismo è un fenomeno relativo e
variabile, da mettere in relazione con 'l'abitudine di usare
alternativamente due lingue (o varietà della stessa lingua)
● Macnamara (1967) → il bilingue è il soggetto con una 'competenza anche
parziale della seconda lingua (L2)'
● Baetens-Beardsmore (1986) → “doppio mezzo, necessario o opzionale, di
comunicazione efficace tra due o più mondi che utilizzano due sistemi
linguistici”
piano si va a definire il bilinguismo non più come conoscenza nativa
↳Piano
delle due lingue, ma come una conoscenza a diversi livelli di due lingue (o più
lingue).
Punto di vista psicolinguistico → fenomeno individuale; compresenza, nella
mente di un singolo individuo, di almeno due lingue
Punto di vista sociolinguistico → fenomeno sociale; compresenza di almeno
due lingue all'interno di una comunità di persone
E’ possibile classificare il bilinguismo in base ai tempi di esposizione alla L2 o
alla modalità di apprendimento.
a. Tempi di esposizione alla L2:
- bilinguismo precoce → apprendimento in età infantile
- bilinguismo tardivo → apprendimento dopo l’età infantile 1
b. Modalità di apprendimento:
- bilinguismo primario (spontaneo) → acquisizione; si apprende la
L2 nel paese in cui si parla nativamente la L2
- bilinguismo secondario (guidato) → apprendimento; si apprende
la L2 nel proprio paese o dove non la si parla come lingua madre.
E’ possibile anche classificarle il bilinguismo in base al livello di competenza
del parlante:
- subordinato → il livello di una delle due lingue è maggiore rispetto
all’altro (solitamente L1>L2)
- bilanciato → il livello si equivale L1=L2
- ascendente → quando si apprende la L2 non si perde la L1 ma si
potenzia
- discendente → quando si apprende la L2 si perde la L1
O al livello di abilità:
- ricettivo → in una delle due lingue si ha un apprendimento passivo,
ovvero la si capisce ma non la si parla
- produttivo → si è più abile nella produzione in una lingua rispetto alla
comprensione
- con doppia alfabetizzazione → si è abili sia a livello passivo (ricettivo)
che attivo (produttivo)
In base all’acculturazione:
- con acculturazione e biculturalità → si conosce sia la lingua che la
cultura della L2
- con scarsa acculturazione → si conosce solo la L2 ma non la cultura
- funzionale con scarsa alfabetizzazione ma forte acculturazione → si
conosce molto bene la cultura della L2 ma la lingua la si conosce poco.
Un filone di studi particolarmente importante sul bilinguismo è stato portato
avanti da alcuni studiosi in Canada.
Il neurologo canadese Penfield, fu uno dei primi a sostenere l’importanza
dell’educazione plurilingue fin dalla prima infanzia, elaborando negli anni ‘50
la “teoria della plasticità cerebrale”. Secondo Penfield il cervello del bambino
nei primi dieci anni di vita è specializzato nell’acquisizione delle lingue che,
una volta acquisite, diventano negli anni successivi un veicolo per accrescere
tutte le altre forme di apprendimento.
Negli anni ‘80 si apre il dibattito sull’educazione bilingue in contesto
migratorio: i bambini immigrati che vengono inseriti nelle scuole con una
competenza linguistica diversa dai loro compagni, vengono studiati da
Cummins che individua due fasi di tipo linguistico e cognitivo che il bambino
attraversa prima di avere accesso ai contenuti disciplinari.
● La fase iniziale in cui sviluppa nella lingua del paese di accoglienza le
proprie competenze comunicative di base che gli permettono di
interagire con il mondo esterno (Basic Interpersonal Communicative
Skills – BICS).
● La fase successiva (non sempre raggiunta), in cui si sviluppa o fa
emergere nella L2 le proprie abilità logico-cognitive, associate ad una
padronanza linguistico-comunicativa avanzata (Cognitive Academic
Language Proficiency – CALP). 2
Secondo Cummins il bambino deve raggiungere un livello minimo di
competenza nella L2 (BICS) per evitare gli svantaggi cognitivi associali alla sua
esperienza bilingue nella scuola e per cominciare a beneficiare di quelli
positivi. La padronanza avanzata si sviluppa solo mettendo in relazione la L1 e
la L2.
cervello bilingue
▸Il ● L'area di Broca (o area del linguaggio articolato) → è una parte
dell'emisfero cerebrale dominante, localizzata nel piede della terza
circonvoluzione frontale, la cui funzione è coinvolta nell'elaborazione del
linguaggio. Prende il nome dal medico e anatomista francese Paul
Broca, il primo a descriverla nel 1861 dopo aver condotto l'autopsia di un
paziente afasico, monsieur Leborgne, anche detto paziente Tan, perché
tan tan erano le uniche parole che egli riusciva a pronunciare.
● L'area di Wernicke (o area percettiva del linguaggio) → è una parte del
lobo temporale del cervello le cui funzioni sono coinvolte nella
comprensione del linguaggio. Prende il nome da Carl Wernicke, che nel
1874 scoprì che un danno a quest'area causava un tipo particolare di
afasia (afasia di Wernicke). Nei pazienti affetti da afasia di Wernicke il
linguaggio parlato è scorrevole, ma il senso logico è mancante. Anche la
comprensione del linguaggio appare compromessa.
Lurija (1902-1977) → Modello modulare di organizzazione del linguaggio
costituito da subcomponenti (formulazione e comprensione dei testi, analisi
fonetica, lessicale, relazioni logico- grammaticali delle frasi, memoria verbale)
localizzate in aree separate del cervello, ma coordinate da numerosi centri
cerebrali.
Oggi sembra accettato che nel linguaggio e nella comunicazione le diverse
aree cerebrali funzionino in modo cooperativo → i due emisferi cerebrali, pur
avendo modalità percettive diverse, sono da considerarsi in rapporto
complementare e simmetrico.
Il linguaggio rappresenta una specializzazione funzionale tra numerose
attività cerebrali distinte eppure tra loro correlate → percezione, visione,
emozione, tatto, odorato, memoria... 3
L'apprendimento di una nuova lingua straniera, l'abitudine al passaggio da
una lingua all'altra o alla traduzione sono processi che possono favorire il
mantenimento di queste innate potenzialità 'plastiche' del cervello umano.
Intorno alla metà del XIX secolo è iniziato il dibattito sulla collocazione
cerebrale delle diverse lingue nei soggetti poliglotti:
- ipotesi condivisa da Freud e altri psicologi e psicanalisti di fine
Ottocento → sia la madrelingua che le lingue apprese successivamente
sono localizzate nelle stesse aree del cervello deputate
all'immagazzinamento e al funzionamento della lingua madre;
- altri studiosi sostenevano che le seconde lingue fossero riferibili sempre
ad aree diverse del cervello rispetto a quelle relative alla lingua madre;
- altri ipotizzavano che all'interno delle stesse aree esistessero circuiti
nervosi differenti a seconda delle diverse lingue in gioco, gli uni
indipendenti dagli altri.
Il bilingue possiede la capacità inconscia di attivare una lingua e disattivarne
un'altra, dimostrando che la mente umana può far funzionare due lingue
senza scompensi.
Fra i comportamenti linguistici che caratterizzano i bilingui, i più evidenti
riguardano la capacità di selezionare una lingua (sintonizzazione), la capacità
di passare da una lingua all'altra (commutazione) e la capacità di
comprendere una lingua e tradurla in un'altra (mediazione interlinguistica).
E’ possibile distinguere due tipi di memoria:
● Memoria a breve termine (o 'memoria di lavoro') → raccoglie informazioni
nuove per circa 10 secondi e le elabora temporaneamente
● Memoria a lungo termine → è definita come quella memoria, contenuta
nel cervello, che ha una durata variabile da qualche minuto a un tempo
indefinito.
e mediazione
▸Traduzione
La traduzione può essere considerata sia un processo che un prodotto.
- Processo = Traduzione mentale → passaggio da una lingua fonte a una
lingua di arrivo
- Prodotto = Traduzione scritta
Con il termine traduzione definiamo più precisamente il passaggio da un testo
scritto in una lingua di partenza a un altro testo scritto in una lingua di arrivo.
Quando invece il passaggio da una lingua ad un’altra riguarda la produzione
orale allora si utilizza il termine “interpretariato”.
Gli scribi poliglotti del II millennio a.C. nel Vicino Oriente antico ci hanno
tramandato la prima traccia scritta di testi nelle lingue vive del tempo
(accadico, ittita, egiziano) tradotti dal sumerico.
Questi prodotti e questa attività traduttoria erano designati con il sostantivo
accadico mihurtu, che significava armonia, incontro, coincidenza. 4
Possiamo ipotizzare che la società sumero-accadica avesse verso la
traduzione un atteggiamento fondamentalmente tollerante e fiducioso nel
trasferimento di un messaggio da una lingua all’altra.
In India la traduzione veniva definita come “ombra del testo originale”, chaya.
Implicitamente ciò stava a significare che:
● La traduzione è ancorata al testo originale esattamente come un’ombra
è ancorata ad un oggetto;
● Come l’ombra può differire dall’oggetto originale, anche la traduzione
può avere una forma diversa dall’originale.
Nella Grecia antica non esisteva un termine tecnico preciso per indicare la
traduzione e il traduttore, perché i greci consideravano generalmente la
propria cultura superiore a quelle con cui venivano in contatto.
Nel mondo romano con la nascita della letteratura scritta, fortemente
dipendente da quella greca, si sviluppa precocemente una riflessione sul
tradurre: dal verbo latino exprimere, cioè tradurre alla lettera, si passa al
verbo vertere, cioè volgere nel senso di ‘mutare, trasformare’.
Quando un autore latino diceva di aver tradotto un’opera greca, si intendeva
dire che l’opera originale è stata ripresa e liberamente adattata alla lingua e
alla cultura romana.
In italiano l’atto di trasferire un messaggio elaborato in una lingua in un altro
messaggio elaborato in una lingua diversa rimanda oggi al verbo ‘tradurre’
(trans + ducere: condurre al di là).
Il termine “tradurre” venne utilizzato per la prima volta da Leonardo Bruni.
Con la traslitterazione invece si intende trasferimento da una lingua ad
un'altra riguardante esclusivamente la scrittura, passaggio da un sistema
grafico ad un altro.
Negli ultimi anni invece si utilizza un iperonimo: mediazione. In questo caso
“traduzione” risulta un iponimo.
storici sulle teorie della traduzione
▸Cenni
Torre di Babele (Genesi) → Elemento fondante delle nostre società e del nostro
mondo globale, qualsiasi riflessione sulla pratica e sulla teoria della
traduzione non può esimersi da una prospettiva storica. barbaroi,
Periodo classico → I greci traducevano dalle lingue parlate dai ma lo
facevano principalmente per questioni pratiche.
I romani furono i primi ad assegnare un ruolo importante alla traduzione,
come mezzo per divulgare il sapere; realizzarono traduzioni dalla lingua greca.
Il primo traduttore dell'antica Roma fu uno schiavo greco, Livio Andronico, che
tradusse l'Odissea in latino.
Plauto e Terenzio tradussero le opere del commediografo Menandro in latino.
De optimo genere oratorum
Cicerone nel (circa 46 a.C.) fa una distinzione tra
interpres, orator,
che traduce parola per parola, e traduttore che cerca di
produrre un discorso che possa toccare il ricevente nello stesso modo in cui il
5
testo fonte 'parla' ai suoi riceventi. Egli fu quindi il primo teorico di una
traduzione target-oriented, ovvero una traduzione orientata verso il testo
d'arrivo.
San Gerolamo (347-420) → traduzione in latino dell'Antico e del Nuovo
Testamento
infatti, non solo ammetto, ma proclamo liberamente che nel tradurre i testi greci, a parte
"Io,
le Sacre Scritture, dove anche l'ordine delle parole è un mistero, non rendo la parola con la
parola, ma il senso con il senso"
unici testi che dovrebbero essere tradotti parola per parola mantenendo
↳Gli
anche l’ordine di queste dovrebbero essere solo le Sacre Scritture, questo
perché sia le parole utilizzate che il loro ordine (misterioso) ha un valore
intrinseco e quindi stravolgendo l'ordine si perderebbe il significato celato al
loro interno.
Medioevo → Periodo caratterizzato da una forte attività di traduzione, a causa
soprattutto della diffusione delle lingue e delle letterature volgari la
⇒
diversità linguistica assume importanza in questo periodo.
A Toledo (Spagna) viene fondato il primo centro importante per la pratica e la
teoria della traduzione, nonché scuola per traduttori (XII secolo).
Tuttavia, la maggior parte degli scrittori riteneva la traduzione di testi poetici
impossibile, come testimonia Dante: "E però sappia ciascuno che nulla cosa,
per legame musaico armonizzata, si può della sua loquela in altra trasmutare,
senza rompere tutta sua dolcezza e armonia".
La traduzione veniva utilizzata soprattutto per fini pratici e per diffondere
lingue diverse dal latino, mentre non le veniva riconosciuto alcun valore
artistico. De
Umanesimo e Rinascimento → Leonardo Bruni (1370-1444) nel
interpretatione recta, uno dei primi trattati teorici sulla traduzione, vista non
solo come esercizio di stile, ma anche come un'attività ermeneutica. Fu il primo
ad usare il verbo traducere con il significato attuale. Elencò anche quattro
regole per una buona traduzione:
- rispetto filologico
- comprensione del testo fonte
- competenza linguistica tanto nella lingua fonte quanto in quella d'arrivo
- eleganza stilistica
Lutero pubblica la traduzione della Bibbia in tedesco; si tratta di una
traduzione ispirata ai principi dell’Umanesimo e in particolare alla necessità di
capire il senso profondo dell’originale sacro per restituirne il senso e lo spirito,
ma anche all’urgenza di aderire alla lingua parlata dai suoi contemporanei,
cercando di rendere il testo tradotto quanto più possibile comprensibile per i
lettori di quel tempo. La Bibbia di Lutero in tedesco dà il via a una serie di
altre traduzioni.
Dolet nel suo manuale esplicita le cinque regole indispensabili per il
traduttore:
1. il traduttore deve comprendere perfettamente il significato e il materiale
dell'autore originale; 6
2. il traduttore deve possedere una conoscenza perfetta tanto della lingua
fonte quanto di quella d'arrivo;
3. il traduttore deve evitare una traduzione parola per parola;
4. il traduttore dovrebbe evitare latinismi e parole insolite;
5. il traduttore deve mettere insieme e collegare le parole in modo eloquente
Questo approccio lo si ritroverà anche in Lawrence Venuti (1995) → strategia di
addomesticamento (domestication) approccio traduttivo che cerca di
⇒
smorzare al massimo le differenze tra testo fonte e testo d'arrivo per rendere il
prodotto familiare e riconoscibile ai riceventi.
Diciassettesimo e diciottesimo secolo → Nella Francia del ‘600 si afferma il
les belles infidèles
concetto de ovvero traduzioni libere in cui la qualità
estetica del testo d'arrivo viene ritenuta maggiormente importante rispetto
alla fedeltà semantica.
John Dryden (1631-1700), poeta inglese si esprime su tre tipi di traduzione:
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