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introdotto dopo la crisi del '29 che prevedeva un rigido controllo, considerava la raccolta del

risparmio come una funzione di interesse pubblico e possedeva un sistema che dettava alle banche

cosa andasse fatto, quando e come farlo. Tale sistema è rimasto invariato per decenni, ed era basato

su una vigilanza di tipo strutturale. I principi della vigilanza strutturale prevedevano un rigoroso

controllo del credito e l’introduzione di una serie di regole che stabiliscono chi può accedere

all'attività e chi può concluderla, le attività che è possibile compiere così come quelle vietate, al fine

di garantire la stabilità del sistema. Per molti anni, le uniche funzioni delle banche sono state la

raccolta del risparmio presso il pubblico e l'erogazione del credito come conseguenza del fatto che

l'attività fosse considerata di interesse pubblico. Le attività non fondamentali non potevano essere

svolte, e gli istituti erano inoltre separati per scadenza dei bilanci: operatori che raccoglievano

risparmio a breve termine e operatori che raccoglievano risparmio a lungo termine, erogando poi

credito con le rispettive scadenze. La Banca d'Italia è rimasta padrona per anni del controllo sugli

enti pubblici, svolgendo la funzione fondamentale di autorizzare i soggetti all'esercizio dell'attività e

controllarli. In questo contesto poteva decidere discrezionalmente come queste potessero muoversi

e come queste potessero svolgere la loro attività. Nel contesto che noi abbiamo avuto avevamo un

ordinamento orientato alla tutela e alla stabilità del sistema, con molti controlli e una forte vigilanza

strutturale, a discapito della concorrenza e della libertà economica. Il diritto europeo ha cambiato i

principi fondamentali, reputando più importante la tutela della concorrenza. Se la banca è dunque

una comune attività, i soggetti che vigilano devono cambiare il modo in cui essi operano, perché

non possono più essere discrezionali, ma si deve garantire a tutti coloro che sono dotati dei

requisiti per effettuare l'ingresso nel mercato l'accesso. I controlli devono essere svolti da ciascun

paese sugli operatori che svolgono l'attività sul territorio (host country control). La seconda direttiva

comincia ad imporre una disciplina comune, eliminando i criteri di discrezionalità e applicando i

principi di concorrenza, imponendo alle banche centrali di dismettere la loro discrezionalità, di

autorizzare i soggetti dotati dei requisiti, dando linee uniche di permessi e principi secondo cui

operare. Tutti questi principi impongono un cambio di prospettiva e di controllo, tutt'oggi in vigore.

In Italia le nuove direttive vengono recepite nel '93, col d.lgs.385/93 (il TUB), tutt'ora in vigore,

norma fondamentale per gli istituti bancari, modificato di volta in volta per inserire le nuove

disposizioni adottate. La disposizione fondamentale che oggi disciplina l'ordinamento bancario è

proprio il TUB, in cui si trova una serie di regole che non richiamano la vigilanza strutturale, ma la

vigilanza prudenziale, ovvero un tipo di controllo che consente agli operatori di muoversi più

agilmente sul mercato, lasciando loro più possibilità di manovra. A partire dagli anni novanta in cui

sono arrivate le direttive europee, il sistema ha cambiato senso: non più vigilanza strutturale e rigido

controllo, bensì tutela della concorrenza, libertà d'iniziativa economica e maggiori libertà. Nel

nuovo contesto, alla luce di un orientamento sulla vigilanza prudenziale, il nuovo focus è stato

l'inserimento di sufficienti requisiti patrimoniali, cioè il principio dell'adeguatezza patrimoniale.

L'attività bancaria non poteva più essere concentrata esclusivamente sulle attività fondamentali.

Il legislatore aveva infatti stabilito che la condizione per l'esercizio delle libertà concesse alle

banche, che comprende anche lo svolgimento delle attività più rischiose, fosse il possesso di

determinati requisiti patrimoniali. Lezione 3

------Caratteristiche generali del sistema bancario------

Le regole in materia bancaria devono riuscire a bilanciare due esigenze di tipo diverso: la necessità

che venga garantita alle banche la possibilità alle banche di operare in un clima di libertà

economica e dall'altra, data la particolarità dell'attività bancaria, la tutela della stabilità del sistema

finanziario e del risparmio dei singoli. La regolazione bancaria condensa la necessità di trovare un

punto di equilibrio tra libertà d'iniziativa economica riconosciuta ai singoli operatori e la tutela della

stabilità del sistema finanziario, poiché quest'ultima è il fondamento su cui tutto il sistema poggia.

Questa è la caratteristica che distingue il settore bancario da tutti gli altri settori, in cui l'esigenza di

contemperamento fra interessi non è così sentita. Questo bilanciamento non è sempre stato lo stesso

nel tempo: a seconda del periodo, il settore bancario è stato interessato da momenti in cui è prevalsa

la libertà d'impresa in cui le regole hanno garantito una maggiore libertà agli operatori del settore e

altri in cui sono prevalse esigenze di tutela e stabilità e in cui le regole hanno limitato tali libertà,

ponendo molti più vincoli all'operatore. Vi è una vera e propria alternanza fra i periodi, tanto da

descrivere quest'oscillazione fra gli uni e gli altri come "pendolarismo". La terza caratteristica del

settore è che il passaggio da una legislazione più liberale ad una più restrittiva si è verificato quasi

sempre in corrispondenza di gravi crisi, che hanno storicamente determinato una svolta. In questi

momenti anche gli ordinamenti più permissivi, in tempi di crisi, sono intervenuti e hanno

predisposto regole più stringenti sulle banche. Dall'inizio dello scorso secolo fino ad oggi, ciò è

avvenuto in due momenti: la crisi del 1929 e la crisi più recente del 2007. Tutte le volte che

arrivano le crisi il regolatore interviene in modo massiccio, con interventi il cui effetto può essere

interpretato soltanto a posteriori. La correttezza di questi principi è verificata storicamente, ed è

dimostrato che ci sia una sorta di alternanza fra periodi in cui vige una maggiore libertà in ambito

regolatorio e periodi in cui vi è una stretta maggiore. Si può anche verificare come l’arrivo della

crisi abbia imposto una regolamentazione più stringente all’operatore che poi via via è stata

smussata.

Storia della banca: considerata da quando la banca è un’istituzione come la conosciamo noi, cioè

dalla fine dell’ottocento.

Il periodo in cui si ebbe maggiore libertà fu alla fine dell’ottocento, in cui le banche svolgevano

l’attività bancaria in forma imprenditoriale. In Italia vi era un gran numero di istituti bancari, la

maggior parte dei quali privati, che svolgevano un’attività imprenditoriale come le altre, costituita

come una società di capitali il cui fine era l’ottenimento di una remunerazione per i soci, e

l’oggetto dell’attività d’impresa era una delle attività tutt’oggi fondamentali, cioè la raccolta del

risparmio presso il pubblico, per poi erogare il credito. In questo contesto, l’attività era totalmente

libera, svolgibile da qualunque soggetto con le giuste competenze e risorse, senza che

l’ordinamento richiedesse particolari requisiti. Chiunque poteva cominciare l’attività, sia con i

propri capitali, sia ricorrendo la raccolta presso i risparmiatori, effettuare le classiche operazioni. La

raccolta del risparmio presso il pubblico implicava quindi impegnarsi presso un certo numero di

soggetti con una serie di contratti di deposito con cui la banca s’impegnava a raccogliere il

risparmio e custodirlo, per poi renderlo ai risparmiatori dopo il decorso di un certo periodo di tempo

o a vista, restituendolo al risparmiatore qualora ne avesse bisogno. Sull’altro fronte, la banca

s’impegnava a rendere il risparmio disponibile ad una serie di soggetti che ne avevano bisogno

nell’ambito della loro attività imprenditoriale, o fornendo credito a soggetti privati, ovvero

svolgendo l’attività di credito. La banca svolgeva dunque l’attività d’intermediazione creditizia,

garantendo la raccolta del risparmio e l’erogazione del credito, intermediando l’interesse del

creditore, ovvero la custodia del risparmio, senza che i soggetti debbano interessarsi della gestione

di questo risparmio, e dall’altra garantendo ai soggetti meritevoli di credito il prestito di fondi.

(Concetto fondamentale: la banca ottiene un profitto fra la differenza tra il tasso d’interesse

applicato ai depositanti, che è più basso, e quello riscosso dagli investitori, che è più alto). La fase

della raccolta del risparmio era fondamentale per il risparmiatore, in quanto sapeva di avere un

luogo in cui custodire il proprio risparmio e che i risparmi gli sarebbero stati resi senza il minimo

rischio, poiché in virtù del contratto di deposito (ovvero un contratto tipicamente bancario). La fase

di erogazione del credito è invece fondamentale in qualunque sistema economico poiché è

necessario per chi non detiene sufficienti capitali ricorrere al prestito per poter avviare un’attività.

Storicamente, in Italia, il primo canale in cui reperire i capitali mancanti è sempre stato quello

bancario. All’epoca, un altro dei canali disponibili per ottenere finanziamenti era quello di

costituire una società, cercando qualcuno che condividesse il rischio d’impresa, emettendo quindi

azioni. Un’altra delle alternative disponibili era costituita dall’emissione di obbligazioni, con le

quali l’acquirente del titolo sarebbe diventato creditore dell’impresa. Un’impresa cerca soci o

capitali da parte di soggetti desiderosi di sottoscrivere obbligazioni attraverso il mercato mobiliare,

in cui le banche potevano operare fungendo da intermediari. In Italia, tuttavia, questa pratica non è

molto diffusa, poiché il prestatore principale è sempre stato la banca, così come in molti altri paesi

europei. L’erogazione del credito era già una funzione fondamentale, svolta in maniera quasi

esclusiva dalle banche, svolta progressivamente in un modo che ha dato vita al modello di banca

mista, nato in Germania, ma diffusosi rapidamente anche in Italia, che prevedeva la raccolta del

risparmio presso il pubblico e l’erogazione del credito prevalentemente presso le imprese. La

differenza rispetto alla banca tradizionale è che con questo particolare modello, la banca assume un

ruolo particolare nel momento dell’erogazione del credito, non limitandosi a prestare il capitale

necessario utilizzando il risparmio raccolto, ma diventava socia delle imprese, o un’obbligazionista.

Questo modello di banca, il denaro raccolto non è impiegato esclusivamente nella concessione di

finanziamenti alle imprese, ma usa il risparmio per acquistare pacchetti azionari o obbligazionari

emessi dalle imprese per finanziarsi, quindi si trasforma spesso da creditore in socio,

giustificando il titolo di “banca mista”, condividendo dunque il rischio d’impresa collegato alle

imprese, compromettendo la stabilità del sistema. A partire dalla fine dell’ottocento si verifica una

serie di fallimenti bancari (alcuni correlati a truffe) da parte di istituti che, raccogliendo il risparmio

presso il pubblico, ma non garantendo sufficienti risorse poi falliscono. L’attività è infatti in

equilibrio quando vi è corrispondenza fra raccolta del risparmio ed erogazione del credito: la

premessa del contratto di deposito è infatti la restituzione del risparmio avviene a vista,

presupponendo dunque delle passività a breve termine! Sebbene il contratto di deposito autorizzi

la banca a disporre del risparmio del cliente, essa è obbligata a restituirlo, garantendo attività

sufficienti per garantire questa restituzione. Se la banca non tiene conto di ciò, rischia il fallimento!

La carenza di liquidità di una banca può scatenare un panico bancario, innescando una corsa agli

sportelli, causandone il fallimento. All’inizio del secolo, al problema della carenza di liquidità se ne

aggiunge un altro, ovvero quello della congiuntura economica generatasi in seguito alla prima

guerra mondiale, crisi e bolle che hanno messo in ginocchio il sistema industriale, con

ripercussioni sul sistema bancario. In Italia, queste congiunture sono state accentuate dal modello

della banca mista; la situazione si aggravò poiché le banche avevano deciso di utilizzare il

risparmio conferito loro per acquistare quote azionarie di una serie di imprese che si trovavano in

profonda crisi, scatenando un circolo vizioso: le imprese erano in crisi, generando crisi bancarie,

che si ripercuotevano sui finanziamenti concessi alle imprese, aggravando ancora di più la loro

situazione. Il risparmio raccolto, dunque, non poteva essere restituito ai depositanti. Agli inizi del

secolo il sistema, che già aveva subito diversi tracolli, dovuti agli scarsi controlli, entra ancora più

in crisi. Affinché il sistema di erogazione del credito funzioni deve esservi la valutazione del

merito creditizio, valutando il soggetto a cui il risparmio viene conferito! Solo chi è meritevole e

fornisce garanzie sul rientro del credito, può ottenere un finanziamento. Tale validazione del merito

creditizio dovrebbe essere uno dei vantaggi apportati dalle banche al sistema: il risparmiatore

affida il risparmio alla banca, dotata di maggiori competenze, affidandole il compito di valutare i

soggetti richiedenti finanziamenti. Tale principio, nel momento in cui le partecipazioni diventano

incrociate, non ha più valore. Il modello della banca mista aveva minato il fondamento della

concessione del credito. Agli inizi del novecento, i tre più grandi istituti privati (Credito Italiano,

Banco Commerciale, Banco di Roma) erano in profonda crisi, perché avevano “abbracciato” il

modello della banca mista. Non possedevano alcuna garanzia, eppure erano piene di partecipazioni

azionarie di tutte le più importanti realtà produttive italiane. Nel corso degli anni avevano incrociato

le partecipazioni azionarie. Spesso gli stessi soggetti sedevano nei consigli di amministrazione delle

imprese e delle banche. Il risultato fu che l’Italia, alla fine degli anni venti, si trova in una situazione

catastrofica, dunque comincia ad affermarsi l’idea che sia necessaria una vigilanza maggiore e

una maggiore regolamentazione, poiché le crisi sono state il frutto di un modello troppo liberale.

La crisi del sistema, in Italia, coincide col periodo di massimo dirigismo mai conosciuto, ovvero

negli anni del fascismo. Il fatto che al governo ci sia un partito unico che non si preoccupa di

mediare gli interessi porta all’utilizzo del pugno di ferro, con un cambiamento di regolamentazione

radicale. Si comincia con una riforma nel ‘26 con un Regio Decreto (R.D.L. n°1511/1926), che

stabilisce l’istituzione di una certa vigilanza a cui il sistema bancario dovesse sottostare, con la

costituzione di un apparato amministrativo (di matrice più governativa), stabilendo controlli

preventivi da parte dell’autorità pubblica sui requisiti di cui coloro che desideravano svolgere

l’attività erano in possesso, prevedendo dunque un’autorizzazione da parte del ministro delle

finanze, inizialmente, e il controllo successivo sulla corretta amministrazione delle banche,

istituendo un organismo di vigilanza da parte di un soggetto più tecnico, ovvero la Banca d’Italia.

Le prime riforme cominciano ad entrare in vigore, ma si rivelarono insufficienti, infatti non hanno

impedito che in Italia si avesse la ripercussione della crisi scatenatasi negli Stati Uniti nel 1929, che

ha coinciso col crollo della borsa. Il fatto che fossimo parte di un mercato già globalizzato, infatti,

ha fatto sì che si avessero ripercussioni anche in Italia, destabilizzando definitivamente un sistema

già fragile. In seguito alla crisi il regime fascista ha inserito una serie di normative che sono rimaste

all’interno dell’ordinamento fino agli anni ‘80/’90. Il primo intervento (operato da tutti i sistemi in

crisi) è stato quello di garantire il risparmio, iniettando liquidità nel sistema, utilizzando il denaro

pubblico per salvare il sistema bancario, ma nazionalizzando le banche. I tre maggiori istituti

italiani smettono dunque di essere privati e diventano pubblici, e le quote di partecipazioni

azionarie delle maggiori imprese produttive italiane che detenevano vengono trasferite in un

istituto pubblico, l’IRI, che è diventato il maggiore azionista di tutte le impese. È dopo queste

riforme che l’Italia diventa appunto un’economia basata su un interventismo pubblico

fortissimo. Lo stato diventa un’azionista delle imprese, poiché attraverso gli istituti costituiti ne

detiene delle quote di partecipazione, e il primo settore pubblico è proprio quello bancario.

La maggior parte delle banche, dunque, diventa pubblica. Queste manovre sono volte a prevenire il

panico, poiché questo ha effetti disastrosi. Pur essendo passato il momento di emergenza, la

regolamentazione più ferrea serve ad evitare il verificarsi di ulteriori crisi dovute alla

regolamentazione troppo blanda. Le regole introdotte negli anni trenta per rendere il sistema più

sicuro: la legge bancaria adottata nel 36-38 introduce una serie di principi che rimarranno in

piedi per i circa cinquant’anni successivi. Questi principi prevedevano che le scelte imprenditoriali

delle banche devono essere eterodirette , per questo viene introdotto un controllo pubblico e vincoli

particolarmente penetranti. Tutti coloro che avrebbero esercitato l’attività bancaria intesa come

raccolta del risparmio ed erogazione del credito a partire dagli anni trenta sono sottoposte a regole

rigidissime. Scelte eterodirette: “non decidi più tu cosa fare, te lo dico io in nome della stabilità,

cosa fare, quando farlo e come”. In un contesto normale, se un’impresa fallisce perché non è in

grado di adeguarsi al mercato fallisce, mentre non può dirsi lo stesso per l’attività bancaria. La

cattiva gestione di una banca influisce sull’intero sistema economico, dunque un suo possibile

fallimento deve essere impedito dal pubblico. Negli anni trenta, la reputazione delle banche era

terribile, e le partecipazioni incrociate erano viste come una delle cause della crisi del settore

bancario italiano. Una soluzione è stata separare le funzioni della banca, proibendo lo

svolgimento di attività collaterali non strettamente previste dal legislatore, dunque

esclusivamente raccolta del risparmio ed erogazione del credito. In merito alla funzione

dell’erogazione del credito, si vieta alla banca qualunque attività implichi la trasformazione della

banca in qualunque cosa non sia un creditore, vietando l’acquisizione di partecipazioni azionarie

nelle banche e vietando anche alle imprese di possedere partecipazioni azionarie delle banche,

tenendole completamente separate. Solo così, si riteneva, che la banca potesse essere

completamente corretta e obiettiva. L’unico rischio ancora vigente è quello di credito, ma non vi è

più quello legato all’attività d’impresa. Il principio su cui si basa la riforma è che la raccolta del

risparmio presso il pubblico e la funzione di erogazione di prestiti è fondamentale, e solo attraverso

lo svolgimento esclusivo di queste attività può essere garantita la stabilità del sistema. L’interesse

pubblico giustifica tutte le regole introdotte. Un aspetto collegato alla banca mista che si riteneva

avesse scatenato la crisi era la mancata considerazione della corrispondenza tra le diverse scadenze

nella raccolta del risparmio e nell’erogazione del credito, duplice attività esclusiva delle banche.

Porre fine alla banca mista aveva risposto a un’esigenza, ma non aveva tutelato sufficientemente il

risparmio dei depositanti: l’equilibrio dell’attività bancaria si ha quando si ha liquidità, dunque

mantenendo un margine tra raccolta ed erogazione tale da permettere la restituzione dei depositi,

possibile grazie al titolo a vista! Il legislatore ha tenuto conto di questa problematica nel suo

intervento, ovvero del rischio di esposizione eccessiva ai prestiti, e una liquidità insufficiente. La

banca deve dunque far corrispondere le tempistiche dei contratti che stipula in entrambe le

direzioni. Il legislatore intervenne stabilendo che ci sarebbe stata una distinzione tra aziende di

credito (a breve termine) e istituti di credito (a lungo termine). Conseguentemente, si ha una

coincidenza fra le tempistiche! Nel nostro ordinamento si avrà dunque una suddivisione delle

banche anche in base ai settori in cui erogherà credito (es: agricolo, peschereccio, opere

pubbliche…). Rispetto alla libertà di prima si ha un completo rivolgimento del settore, entrando nel

settore bancario giocando secondo le regole, e previa autorizzazione (il contrario implica un illecito

penale). L’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria permane tutt’oggi a livello europeo. I

limiti all’attività non sono più in vigore, e così neppure la distinzione fra istituti e aziende di

credito.

Il sistema immaginato nell’epoca fascista si basava anche su un altro concetto fondamentale, ovvero

la richiesta dell’autorizzazione è passata dal ministero delle finanze alla Banca d’Italia, che

verificava il possesso dei requisiti ed eventualmente rilasciava l’autorizzazione ad operare. La

banca d’Italia era un soggetto dotato di grandissima discrezionalità (intesa come libertà di scelta

che viene lasciata all’amministrazione, e non come arbitrio: il privato può essere arbitrario senza

dover essere chiamato a giustificare le proprie decisioni, mentre la pubblica amministrazione può

scegliere ma seguendo un criterio orientato ad un fine poiché i soggetti pubblici sono chiamati a

rispondere della razionalità delle loro scelte, dimostrando di aver effettuato la scelta migliore in

linea con la condotta a loro affidata): essa poteva approvare o negare la richiesta di

autorizzazione all’attività bancaria non solo sulla base dei requisiti previsti, ma anche sulla base di

un principio di esigenza economica del mercato.

L’esigenza economica del mercato si esplicava nell’impatto dell’ingresso di un nuovo operatore nel

mercato: se ritenuto positivo, l’operatore era autorizzato, mentre in caso si ritenesse che l’ingresso

di tale nel mercato avrebbe provocato un detrimento delle esigenze economiche, allora

l’autorizzazione non veniva rilasciata.

Il sistema bancario italiano è stato caratterizzato per circa cinquant’anni dal potere esercitato dalla

Banca d’Italia non solo per quanto riguarda l’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria, ma

anche controllo sulle quote di partecipazione, vigilanza sul tipo di attività, sul tipo di capitali ecc.,

non in base a leggi scritte ma in base alla possibilità di esercitare una certa discrezionalità che

rispondevano a obiettivi di politica economica generali volti a garantire la protezione del

sistema bancario italiano, e dunque proteggerlo dalla concorrenza estera. Questo sistema è saltato

con l‘arrivo del diritto comunitario. Fino all’arrivo del diritto comunitario europeo, il tipo di

vigilanza esistente in Italia era la vigilanza strutturale, cioè un sistema con vincoli all’entrata e

all’uscita, eterodiretto, dove il sistema bancario non è lasciato libero di agire nel mercato e una serie

di regole è imposta, con controlli sul rispetto di tali da parte dell’operatore, dove prevale la stabilità

del sistema sulla libertà economica.

Il sistema è rimasto immobile a partire dagli anni trenta in poi nonostante l’introduzione della

costituzione, che prevedeva la libertà d’iniziativa economica.

Lezione 4

A partire dal 1977 si ebbero importanti cambiamenti nel panorama della normativa europea. In

particolare, venne emanata la 1° Direttiva (n.77/780) sul coordinamento fra le legislazioni

bancarie. Le novità introdotte furono le seguenti:

• La banca è un’impresa, e non esercita una funzione pubblica

• Per l’esercizio dell’attività bancaria è sempre necessaria un’autorizzazione a svolgere l’attività,

data la particolarità del settore, ma deve essere vincolata al possesso dei requisiti richiesti e non più

discrezionalmente dall’autorità nazionale (che, in Italia, basava la propria decisione sul principio

dell’interesse economico generale)

• Introduzione del principio dell’host country control, che adibiva il controllo e la vigilanza sulla

banca al paese in cui essa avrebbe svolto la sua attività, indipendentemente dal paese d’origine

Attraverso queste innovazioni si vuole creare un mercato comune, permettendo alle banche di

ciascuno Stato membro di operare anche al di fuori dei confini nazionali, aprendo così le porte di

ciascun Paese alla concorrenza estera. Questa direttiva è stata implementata in Italia a partire dal

1985 circa.

La 2° Direttiva (n.86/649) apportò ulteriori novità:

• Introduzione del principio dell’home country control, che attribuiva la vigilanza e il controllo

sull’ente al paese d’origine dello stesso

• Possibilità di aprire succursali nei paesi membri senza la necessità di dover richiedere una nuova

autorizzazione all’autorità competente del paese ospitante

A livello europeo, si è ottenuta una maggiore integrazione anche a seguito dell’introduzione del

principio del mutuo riconoscimento, secondo il quale “ogni Stato membro è tenuto ad accettare i

prodotti legalmente fabbricati o commercializzati in qualsiasi altro paese comunitario, anche se

tali prodotti rispondono a prescrizioni tecniche parzialmente diverse da quelle imposte dalle

regolamentazioni dello Stato importatore”. Tale principio ha affermato la necessità di una

componente fiduciaria a livello comunitario. Sebbene tale tentativo non abbia avuto seguito,

l’Unione Europea aveva cercato di introdurre norme ancora più uniformi, in modo tale da

consentire agli operatori economici di competere in un mercato più vasto e dotato di una

regolamentazione unica.

L’Italia, fino all’introduzione delle nuove regole, aveva un concetto di banca difforme da quello

europeo:

• la banca italiana prevedeva solamente l’intermediazione creditizia, svolgeva un servizio di

interesse economico generale ed apparteneva al settore pubblico

• il modello diffusosi a livello europeo era quello della banca universale che poteva intraprendere

molteplici attività, non svolgeva attività considerata di interesse pubblico, era un’impresa privata e

come tale perseguiva l’obiettivo del profitto

La banca universale è il modello che più si uniforma al concetto di “banca impresa”: oltre a

svolgere l’attività di raccolta del risparmio presso il pubblico ed erogazione del credito, svolge

potenzialmente anche qualsiasi altra attività finanziaria non esplicitamente vietata dall’ordinamento,

purché abbia i sufficienti requisiti di capitale e organizzazione (cioè un adeguato coefficiente di

solvibilità). Le attività accessorie possono essere svolte sia per esigenze di ottimizzazione del

portafoglio di investimenti detenuto dalla banca, sia per conto dei clienti della stessa, sia per

esigenze reddituali degli azionisti. A seconda della tipologia di attività intrapresa, la banca

sopporterà un rischio, cui corrisponderà un rendimento proporzionale.

Si afferma il principio della vigilanza prudenziale, ovvero un insieme di misure volte a controllare

il rischio dell’attività bancaria. Queste misure consistono in dei vincoli sui rischi che gli

intermediari possono assumere in relazione alla loro situazione patrimoniale, finanziaria e

organizzativa.

Il passaggio alla vigilanza prudenziale ha anche comportato una progressiva riduzione della

discrezionalità che l’autorità di vigilanza poteva esercitare. Attraverso queste disposizioni si è

manifestata l’esigenza di maggior tutela della concorrenza e dell’iniziativa economica privata a

discapito delle esigenze di stabilità complessiva del sistema. In Italia avrebbe dunque implicato

imparzialità nei confronti della concorrenza estera.

In principio, si riteneva che la stabilità finanziaria del sistema e un’apertura del mercato alla

concorrenza potessero raggiungere un equilibrio, e che il modello di banca universale avrebbe

potuto essere il mezzo per raggiungerlo.

Le disposizioni contenute nelle Direttive EU erano plasmate sulle idee della Scuola di Chicago,

ovvero orientate al liberismo e all’astensione dell’intervento pubblico nell’economia

(deregolamentazione), poiché si riteneva che i mercati fossero perfettamente in grado di

autoregolarsi e che la regolamentazione non rivestisse più un ruolo fondamentale.

Le riforme adottate a livello comunitario vengono recepite in Italia nel 1993 col decreto legislativo

d.lgs. n°385, il cosiddetto Testo Unico Bancario (TUB).

In generale, è a partire degli anni ’90 che viene avviato un processo di deregulation e progressiva

privatizzazione degli enti bancari attraverso la legge l. n°218 del 30 luglio 1990 e con la cosiddetta

“Legge Amato”, cioè il decreto legislativo d.lgs. n°356 del 20 novembre 1990)

Lezione 5

Il sistema bancario entra in difficoltà dopo un periodo di crescita e sviluppo continuo in

concomitanza con la crisi finanziaria del 2007/08 avvenuta a causa dello scoppio della bolla

immobiliare dei mutui sub-prime. Negli anni precedenti alla crisi, la vigilanza era modesta e la

regolamentazione era fragile. Secondo il parere di molti, la crisi finanziaria è stata scatenata dalle

Collateralized Debt Obligation (CDO, ovvero delle obbligazioni garantite da “pacchetti” di

Asset Backed Securities, ovvero strumenti finanziari garantiti da attività reali sottostanti).

Gli USA, prima dello scoppio della crisi, avevano un mercato florido e ricco di opportunità. Alcune

delle politiche di stampo democratico hanno attuato politiche d’incentivazione volte all’acquisto

della prima casa, facendo leva sulla realizzazione dell’American Dream. Tali politiche hanno

modificato il processo dell’attribuzione del rating creditizio: quest’ultimo è predittivo della

capacità di rimborso del debitore, e solo chi possiede una valutazione positiva dovrebbe essere in

grado di accedere al credito. Gli intermediari finanziari hanno progressivamente trascurato

l’attribuzione del credito sulla base dello scoring, concedendo finanziamenti ai soggetti sub-

prime, ovvero clienti ad alto rischio d’insolvenza. Si ebbe dunque una bolla speculativa

immobiliare, la quale generava maggior accesso al credito sulla base del continuo aumento del

valore degli immobili derivante da una crescita esponenziale della domanda. L’accesso al credito

era agevolato dalle istituzioni semi-pubbliche Freddie Mac e Fannie Mae, le quali operavano sul

mercato bancario americano svolgendo attività di cartolarizzazione: a questi era affidato il compito

di acquistare i crediti concessi dalle banche contro liquidità derivante dai fondi pubblici,

consentendo agli operatori di ampliare l’offerta di credito alla clientela. Attraverso la

cartolarizzazione, la banca non ha più vincoli effettivi alla concessione di finanziamenti e

all’assunzione di rischi.

Si ritiene che il fenomeno delle cartolarizzazioni abbia avuto inizio nel 1975, in cui un Team

composto da esperti di Salomon Brothers e Bank of America strutturarono la prima operazione al

mondo di securitization. Questo tipo di strumenti finanziari rientrano nell’ambito delle operazioni

di “finanza strutturata”, nate negli anni ’70 una volta pienamente superate le crisi avvenute nel ’29.

La finanza strutturata consiste in operazioni che prevedono la presenza di società costituite ad hoc

per il raggiungimento del fine preposto e massimizzare il profitto derivante da tali atti. Nell’ambito

delle cartolarizzazioni, il soggetto che gestisce e porta a termine l’operazione è dunque distinto

dalla banca.

Le cartolarizzazioni sono dei processi mediante i quali un soggetto, detto originator, cede degli

asset ad una società appositamente costituita la quale, per ripagare l’acquisto, s’indebita nei

confronti del mercato finanziario. Gli asset (cioè i contratti) vengono ceduti ad una società veicolo

(SPV, Special Purpose Vehicle), che acquista e conferisce liquidità all’emittente, la quale aspira

ad ottenere un profitto dagli asset acquisiti tramite la rivendita. La cessione avviene sulla base della

carenza di liquidità dell’originator.

In Italia, la cartolarizzazione è regolata dalla legge l.130 del 1999 . Si può notare come, data

l’arretratezza del mercato bancario italiano rispetto a quello statunitense, l’esigenza di una

regolamentazione si sia verificata con quasi vent’anni di ritardo rispetto all’origine stessa del

fenomeno. In Italia, fino all’inizio degli anni ’90, il mercato era immobile e sottoposto ad uno

stretto controllo pubblico. In seguito alle privatizzazioni avvenute nel ’92, l’apertura del mercato

ha implicato l’esigenza di imporre una regolamentazione sulle attività intraprese dagli

intermediari.

Lo svolgimento di una cartolarizzazione tradizionale implica la necessità di ricavare cash flow dai

crediti trasferiti dall’originator alla società veicolo. L’asset ceduto genera dei flussi di cassa che

rappresentano un importante elemento per ripagare i titoli emessi dalla società veicolo, e il suo

valore dipende dal rating attribuitogli derivante dalla probabilità di rientro del credito. Tale

tecnica è finalizzata allo smobilizzo dei crediti e alla liberazione del capitale, che implicano

l’eliminazione dell’importo dei crediti dall’attivo di bilancio dell’originator. Tale metodologia può

essere applicata ad un gran numero di contratti. La cessione dei crediti avviene pro soluto (ovvero a

titolo definitivo), e l’originator che cede i crediti li rimuove dal proprio bilancio, traslandoli su

quello della società veicolo su cui ricadranno eventuali responsabilità.

L’originator è il legittimo proprietario delle attività oggetto di cessione, ovvero soggetto che stipula

inizialmente i contratti che poi verranno trasferiti. Nel nostro ordinamento, il ruolo dell’originator

può essere rivestito da una moltitudine di soggetti, fra i quali: intermediari creditizi, intermediari

finanziari (secondo quanto previsto dal 106 o 107 del TUB), imprese (industriali, di servizi o

commerciali), Stati, enti locali (comuni, regioni, provincie), enti pubblici (Inps, ecc.).

La società veicolo (anche chiamata Special Purpose Vehicle o Special Purpose Entity) è un soggetto

costituito appositamente per svolgere il processo di cartolarizzazione in modo esclusivo o quasi.

Essa è la società cessionaria (o emittente titoli, se diversa dalla società cessionaria), e ha per unico

oggetto la realizzazione di una o più operazioni di cartolarizzazione dei crediti. Può essere una

società di diritto italiano (come spesso succede con l’originator), sebbene spesso sia di diritto

straniero (spesso del Lussemburgo, dato che l’ordinamento vigente favorisce le società) e ha un

capitale sociale molto esiguo. È costituita sotto forma di società di capitali (S.r.l o S.p.A.) che

acquista gli asset da collocare nell’attivo dello stato patrimoniale. A fronte di tale operazione emette

strumenti finanziari (equity o bond).

L’art.2 della legge l.130 del 1999 stabilisce che “La garanzia dei sottoscrittori dei titoli non risiede

nel patrimonio, ma nella qualità degli attivi oggetto del processo di cartolarizzazione”. Vi è infatti

una separazione patrimoniale tra ciascuna operazione e il patrimonio della società veicolo. Se la

società veicolo non è pertanto in grado di ripagare i propri debiti (ovvero le obbligazioni emesse),

questi offrono scarsissime garanzie: l’operazione di cartolarizzazione ha esito quando tutti i

creditori sottostanti, ovvero i soggetti che hanno originariamente intrattenuto un rapporto con

l’originator, continuano a ripagare regolarmente il proprio debito nei suoi confronti. Se così

non dovesse essere, chi ha acquistato i crediti immessi sul mercato dalla SPV può sperimentare una

riduzione del capitale investito.

I titoli emessi sono solitamente delle Asset Backed Securities (ABS), e hanno natura

obbligazionaria. Questi sono costituiti da “pacchetti” di titoli, con denominazioni differenti a

seconda del tipo di attività sottostante. Alcuni dei titoli poi rivenduti e in circolazione sui mercati

globali erano gli MBS (Mortgage Backed Securities), CMBS (Commercial Mortgage Backed

Securities), RMBS (Residential Mortgage Backed Securities), CDO (Collateralized Debt

Obligation). Fino a pochi giorni prima della crisi, questi titoli offrivano rendimenti altissimi ed

erano considerati molto sicuri, tanto da essere valutati con la “tripla A” dalle agenzie di rating.

Nel corso del tempo, la finanza è diventata sempre più complessa: si è capito che il processo di

cartolarizzazione poteva essere ripetuta per un numero di volte potenzialmente infinito. Come

ad esempio gli MBS hanno come attività sottostante i mutui, possono essere effettuate delle

cartolarizzazioni di cartolarizzazioni, creando ad esempio dei CDO le cui attività sottostanti siano

costituite da MBS. Gli Squared CDO hanno come sottostanti altri CDO e così via. Ciò ha portato ad

un grave problema di asimmetria informativa nei mercati, poiché il titolo acquistato aveva

caratteristiche e grado di rischio poco chiari.

Le agenzie di rating svolgono un ruolo cruciale nell’operazione, poiché valutano il merito

creditizio del sottostante mediante stress test, analisi di scenario. Esse valutano inoltre la struttura

legale complessiva dell’operazione, la quantità e la qualità delle garanzie “accessorie” (credit

enhancement) poste dall’originator e definendo il rating della tranche definiscono implicitamente

il rendimento minimo da garantire al sottoscrittore, che rappresenta il costo dell’operazione per

l’originator. Il rating è un elemento di particolare rilievo per alcuni investitori che, per legge, non

possono investire in strumenti rischiosi.

L’implosione del sistema è dovuta al fatto che i soggetti che avevano contratto dei debiti si sono

rivelati insolventi. Nel frattempo, questi avevano chiesto dei rifinanziamenti sulla base

dell’incremento del valore degli asset sottostanti

Il cambiamento del modello di intermediazione bancaria, ossia la trasformazione della banca da un

modello “ originate to hold ” ad uno “ originate to distribute ”

, rendendo superflua la valutazione

del merito creditizio, consentendo all’intermediario di cancellare dal proprio bilancio il credito

prima della sua scadenza naturale. Il modello “originate to hold” è il modello tradizionale, e

prevede la raccolta del risparmio e l’erogazione del credito, che viene mantenuto fino al termine. Il

modello “originate to distribute”, al contrario, prevede la redistribuzione del rischio di credito

sul mercato. Quest’ultimo modello elimina uno dei principi fondamentali dell’intermediazione

creditizia, ovvero la convenienza di rivolgersi ad un intermediario specializzato nella valutazione

del merito del richiedente credito per conto dell’unità che offre il proprio risparmio al fine di

ottenerne un rendimento. Lezione 6

I problemi sulle cartolarizzazioni hanno presto provocato il contagio di un sistema finanziario

“globalizzato” e interlacciato, creando tensioni sul mercato interbancario e problemi alle banche da

esso dipendenti. Nel settembre del 2007 la crisi della britannica Northern Rock ha reso evidenti le

difficoltà di fronte alle quali si trovava il sistema bancario. Questa è stata nazionalizzata dalla Gran

Bretagna, la quale in precedenza aveva assunto una posizione chiaramente liberista. Nel marzo del

2008, la prima banca d’investimento ad entrare in crisi è stata Bear Stearns, che ha richiesto un

importante intervento di salvataggio ad opera della Fed ed una successiva acquisizione da parte di

JP Morgan. Durante l’estate dello stesso anno, invece, gli enti Fannie Mae e Freddie Mac

vengono nazionalizzate, poiché i loro bilanci erano ricchi di titoli spazzatura. Tuttavia, la crisi di

Lehman Brothers è poi sfociata nel suo fallimento, senza che intervenisse alcun tipo di

nazionalizzazione o di aiuto da parte del settore pubblico come accaduto in precedenza. Dal

momento che l’istituto aveva rilevanza sistemica, nessuno si sarebbe aspettato un suo

fallimento, e pertanto le ripercussioni dell’avvenimento sull’opinione pubblica e sul mercato

interbancario furono tali da scatenare il panico: al crollo della banca d’investimento seguirono il

crollo della borsa e il blocco del mercato interbancario, che comportò gravi difficoltà per le banche

che avevano una temporanea carenza di fondi liquidi.

Vi sono diverse ipotesi che possono spiegare la decisione di lasciar fallire Lehman Brothers senza

alcun intervento, e una di queste si fonda sull’inconsapevolezza del settore pubblico di scatenare il

panico che ne è seguito. In questa situazione di dissesto economico-finanziario, si comprende lo

stretto legame delle banche col sistema (“Too big to fail”). Dopo l’errore commesso, gli altri

ordinamenti coi sistemi bancari più finanziarizzati (e dunque pieni di titoli “tossici”) e quindi più

colpiti, applicano un massiccio intervento pubblico di salvataggio mediante misure straordinarie

volte a fornire liquidità al sistema per garantirne la normale operatività, ribaltando così i principi di

liberismo che avevano permeato il sistema fino a pochi mesi prima. In alcuni paesi, la liquidità è

stata fornita a fronte di una provvisoria nazionalizzazione, mentre in altri sono stati concessi dei

prestiti agli istituti da ripagare in seguito. Alcuni dei sistemi bancari più colpiti sono stati quello

degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Germania e del Benelux (cioè Belgio, Olanda e

Lussemburgo).

In Italia, il sistema bancario era reduce da decenni in cui le banche erano molto piccole e

pubbliche. Il modello di banca universale era stato introdotto solo recentemente, e il mercato delle

attività finanziarie era poco sviluppato. Questi fattori hanno fatto sì che i bilanci delle banche

italiane non fossero tanto pieni di titoli tossici tanto quelli delle banche straniere. Mentre all’estero

gli istituti sono colpiti dalle corse agli sportelli generate da un panico diffuso, il governo italiano e

Banca d’Italia continuano a tranquillizzare il pubblico sulla situazione delle banche italiane.

La crisi del 2007/08, originata dal settore bancario, si è trasformata al termine del 2009 in crisi

dei debiti sovrani, contagiando anche altri settori e colpendo paesi inizialmente estranei alla

recessione che ha avuto luogo in precedenza. Solo i paesi dotati di abbondante liquidità vengono

giudicati affidabili dal mercato, poiché si riteneva che in caso di crisi bancaria, il settore pubblico

sarebbe stato in grado di iniettare liquidità e salvaguardare il sistema. I paesi privi di liquidità

vengono colpiti dalla sfiducia dei mercati, poiché non reputati in grado di intervenire in caso di

crisi economica. Fra questi ultimi rientra l’Italia, poiché negli ultimi anni aveva impiegato la

liquidità a sua disposizione per ridurre il proprio debito pubblico in accordo a quanto richiesto

dai parametri previsti per l’adesione all’unione monetaria dell’Unione Europea. I paesi che non

posseggono liquidità sufficiente, per via della loro storia o per l’appartenenza ad un’unione

monetaria, vengono giudicati inaffidabili. Fra questi rientrano la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la

Spagna. Il finanziamento del settore pubblico è dato da tasse e titoli del debito pubblico

(rappresentativi dei “prestiti” contratti dallo Stato), il cui rendimento è proporzionale alla

rischiosità del Paese. Gli Stati giudicati più rischiosi , per attrarre soggetti che investano nel debito

pubblico, dovranno incrementare il rendimento offerto per rendere l’opportunità più allettante. In

questo caso, anche lo spread è destinato a salire : quest’ultimo è il differenziale fra tassi d’interesse

presi come riferimento (di cui uno rappresenta l’opportunità meno rischiosa esistente sul mercato)

ed è indicativo del differenziale nel costo dell’indebitamento.

Uno dei casi più eclatanti è quello della crisi del debito greco scoppiata nel 2009 in seguito alla

dichiarazione del neoeletto primo ministro Papandreou in cui rivelava la falsificazione dei bilanci

pubblici della Grecia al fine di entrare a far parte dell’Unione Europea: successivamente

all’ammissione, il panico si è diffuso nei mercati finanziari in seguito al declassamento del debito

greco a “junk bond". Nel 2010 la Grecia era sull’orlo del fallimento, tanto da rendere necessario il

soccorso dell’eurozona e del FMI, i quali hanno concesso prestiti ponte in cambio di severe

limitazioni e condizioni. Alla Grecia seguirono Irlanda e Portogallo, accomunate da una carenza di

liquidità tale da rendere difficoltoso il normale svolgimento delle funzioni pubbliche essenziali.

In Italia il rischio percepito è crescente, tuttavia non si rendono necessarie misure di aiuto. Tra il

2010 e il 2011 il governo Berlusconi cerca di rassicurare i mercati riguardo la solvibilità dell’Italia,

ma con le dimissioni di quest’ultimo la sfiducia dei mercati si riflette in un brusco rialzo dello

spread.

L’acronimo PIIGS identifica i paesi più deboli appartenenti all’eurozona (Portogallo, Italia,

Irlanda, Grecia e Spagna), che per potersi indebitare devono corrispondere tassi d’interesse molto

elevati. Oltre alla rischiosità degli Stati stessi, l’appartenenza ad un’unione monetaria introduce un

ulteriore elemento di incertezza riguardo la possibilità che la crisi di un singolo Stato possa

coinvolgere l’intera eurozona.

La ragione per la quale la crisi ha subito una trasformazione che ha colpito gli Stati e non solo le

banche, peraltro diversi da quelli in cui la crisi degli istituti bancari ha avuto origine, è da ricercarsi

nel legame che unisce le banche e i sistemi finanziari ai loro paesi d’origine. I paesi più

finanziarizzati hanno avuto la possibilità di intervenire prima che il sistema implodesse, a differenza

dei cosiddetti “PIIGS”.

Poiché il debito pubblico di uno Stato è solitamente detenuto per buona parte dalle banche che

appartengono al circuito bancario nazionale, il rischio percepito dal mercato si riflette sulla

raccolta bancaria: gli istituti sono infatti ricchi di titoli potenzialmente nocivi. I mercati penalizzano

le banche dei paesi con lo spread più alto, perché ritengono che quei governi non saranno in

grado, in caso di crisi, di intervenire in loro soccorso. Oltre a ciò, le banche dei Paesi con spread

elevati avevano in bilancio dei titoli che sono stati progressivamente deprezzati, rendendo più

oneroso il rifinanziamento presso la BCE, poiché i titoli che dovevano essere forniti in garanzia in

cambio di liquidità dovevano possedere un grado idoneo di rischiosità. Per ovviare a tale

problema, le banche dovevano quindi fornire ulteriori garanzie, oltre ai titoli nazionali, come un

maggior numero di crediti.

Ciò ha contribuito a creare un circolo vizioso: man mano che il rischio percepito aumenta, lo spread

subisce dei rialzi, con un conseguente rischio di default effettivo dello Stato! Il collegamento fra

mercati finanziari e Paesi ha dimostrato la veridicità della profezia che si auto-avvera: meno un

Paese è considerato solvibile, più alto sarà l’interesse richiestogli e quindi l’insolvenza si rende

sempre più probabile (viceversa se lo Stato è considerato solvibile).

La crisi dei debiti sovrani ha dimostrato l’intrinseca debolezza dell’unione monetaria cui

aderiscono gli stati membri. Negli ultimi anni si è realizzato che Stati e mercati finanziari sono

strettamente collegati, e non è un caso eccezionale la crisi dei paesi periferici dell’area euro,

sebbene il debito di questi ultimi e le dinamiche ad esso connesse non fossero diversi da quelli di

paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, che sono stati in grado di porre rimedio alla crisi. Il sistema

monetario è stato infatti costruito per adattarsi perfettamente alle esigenze di alcuni paesi a discapito

di altri: paesi e sistema bancario, per poter funzionare correttamente, necessitano della fiducia dei

mercati finanziari, fondata sul possesso da parte degli stati in strumenti di manovra della politica

monetaria. Paesi con una propria valuta e una banca centrale indipendente (ad esempio la Fed e la

Bank of England) possono sostenere le banche in situazioni precarie o optare per svalutazioni della

propria moneta, mentre i paesi membri dell’Unione Europea non hanno questa possibilità, poiché la

sovranità in materia di politica monetaria è stata ceduta all’Unione, ed è pertanto compito della

Banca Centrale Europea dettare una politica monetaria comune .

Il sistema bancario italiano ha sofferto di questa situazione: prima dell’apertura dei mercati, gli

istituti erano obbligati a svolgere solo la funzione creditizia ed era loro vietato intraprendere altre

attività, e quando il sistema ha cominciato ad essere più finanziarizzato è stato colpito dalla crisi, e

ha dovuto scontare tassi più alti di finanziamento sul mercato interbancario poiché poteva fornire in

garanzia solamente titoli considerati altamente rischiosi.

Le riforme adottate dal sistema europeo si incentrano sul rispetto di determinati requisiti

patrimoniali. Questi ultimi consistono nell’accantonamento di una percentuale di capitale in

funzione della rischiosità dell’attività intrapresa. Ciò ha avuto particolare impatto sul sistema

italiano, poiché le banche erano storicamente piccole e pertanto poco capitalizzate.

Lezione 7

In seguito alla crisi, era opinione diffusa che la sua manifestazione fosse dovuta ad un modello di

banca cui era consentito svolgere ogni tipo di attività finanziaria rischiosa, oltre ad una progressiva

deregulation che le ha permesso di assumere una quantità eccessiva di rischi.

Al fine di evitare il ripetersi di una crisi, si sono elaborate diverse soluzioni adottate da diversi

ordinamenti:

• Narrow Banking (“Banca Ristretta”, separazione fra attività tradizionali e attività più rischiose), che

consiste nell’apposizione di limiti alle attività svolgibili dalla banca, distinguendo l’attività

tradizionale di intermediazione creditizia da quella più rischiosa di investimento o negoziazione per

conto proprio in strumenti finanziari, di modo da rendere il modello adottato più sicuro. Nel Narrow

Banking i depositi retail sono garantiti da attività sicure. Tale modello è stato adottato da Stati Uniti e

Gran Bretagna rispettivamente attraverso il Dodd Frank Act e la Vicker Reform, e segna la

distinzione fra le “utility banks” e le “casino banks”.

• Incremento requisiti patrimoniali (maggiore il rischio sostenuto, maggiore il capitale accantonato),

che consiste nell’introduzione di ulteriori requisiti patrimoniali a fronte delle attività intraprese, ma

senza porvi un limite. I fautori di questa teoria supportano dunque il modello di banca universale,

ritenendo superfluo il ricorso a drastici vincoli all’attività svolta dalle banche. Questa soluzione è

stata adottata dal Comitato di Basilea.

In seguito allo scoppio della crisi nell’Unione Europea, gli esperti si sono interrogati sulla sicurezza

sistemica del modello di banca universale. Sebbene vi siano state diverse proposte volte a fornire

un’alternativa al modello di banca universale attraverso l’introduzione di limiti all’attività

svolgibile dalla banca, hanno tutte incontrato una fase di stallo.

Alcuni ordinamenti europei come il Belgio, la Francia e la Germania hanno regolato

spontaneamente il fenomeno, vincolando l’esercizio di alcune attività (ciò, tuttavia, può essere

considerato come un ostacolo al mercato comune!)

L’ordinamento bancario italiano non prevede ulteriori vincoli all’attività oltre a quelli previsti

dalle autorità europee di vigilanza. Il modello vigente è tutt’ora quello della banca universale, che

poggia sull’articolo 10 e successivi del TUB, pur non essendo così esplicitamente espresso.

Secondo l’art.10 del d.lgs. 385/1993 (altresì chiamato TUB):

1. La raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria. Essa ha carattere

d’impresa.

2. L’esercizio dell’attività bancaria è riservato alle banche.

3. Le banche esercitano, oltre all’attività bancaria, ogni altra attività finanziaria, secondo la disciplina propria di

ciascuna, nonché attività connesse o strumentali. Sono salve le riserve di attività previste dalla legge.

L’attività della banca commerciale è definita dai primi due commi, mentre il terzo identifica il

modello di banca universale.

È necessario distinguere l’esatto perimetro delle attività per poter distinguere la banca dagli altri

soggetti che operano nel mercato finanziario, soprattutto in seguito all’avvento dell’innovazione

tecnologica applicata ai servizi finanziari. Ogni attività è infatti riservata ad una specifica

categoria di soggetti autorizzati, per i quali sono previsti dei requisiti per accedere all’esercizio

dell’attività stessa, fra cui

• L’autorizzazione da parte dell’autorità allo svolgimento di quel tipo di attività (pena sanzioni di

tipo penale per l’esercizio abusivo della stessa)

• Verifica del possesso dei requisiti richiesti dalla legge (forma sociale, capitale, azionisti,

organizzazione, ecc.)

La banca, come disposto dal TUB, svolge l’attività di intermediazione creditizia. Essa è autorizzata

alla raccolta del risparmio presso il pubblico, ove per “pubblico” si intende un numero indistinto di

persone

L’attività bancaria consiste nell’intermediazione creditizia. Come disposto dal TUB, quest’attività è

riservata in via esclusiva alla banca, ed essa è pertanto l’unico soggetto cui è consentito raccogliere

il risparmio ed erogare i fondi così raccolti sotto forma di credito. Il risparmio viene raccolto presso

il pubblico, cioè un numero indistinto di persone. La banca, sebbene non sia l’unico soggetto

autorizzato alla raccolta del risparmio, è l’unico in grado di offrire particolari tutele al

depositante a norma di legge. La raccolta del risparmio e i tipici contratti bancari previsti sono in

grado di fornire più tutele rispetto a quelli stipulati da altri soggetti non bancari, poiché sono

accomunati dalla caratteristica dell’obbligo di rimborso.

L’art. 11 del TUB stabilisce infatti che

“è raccolta del risparmio l’acquisizione di fondi con obbligo di rimborso, sia sotto forma di

depositi, sia sotto altra forma

Uno dei contratti tipici attraverso i quali avviene la raccolta del risparmio è il contratto di

deposito, solitamente a vista e senza termine, e che garantisce al titolare l’immediato rimborso dei

propri fondi qualora ne facesse richiesta. Altri strumenti attraverso i quali avviene la raccolta del

risparmio che prevedono l’obbligo di rimborso sono le cosiddette obbligazioni bancarie.

Le garanzie offerte al fine di proteggere i risparmi sono garantite dall’ordinamento, e rappresentano

un elemento di sostanziale differenza fra il conferimento di fondi ad un soggetto bancario e un

soggetto parabancario. La tutela dei depositanti consiste nell’esistenza di un Fondo Interbancario

di Tutela dei Depositi la cui copertura attualmente prevista raggiunge i 100.000€ e la presenza di

un prestatore di ultima istanza, ovvero la Banca Centrale Europea, nel caso l’ente bancario

risultasse insolvente.

Nell’ordinamento sono tuttavia presenti dei soggetti cui è consentita la raccolta del risparmio, pur

non rappresentando quest’ultima una raccolta di tipo bancario (per la quale non è pertanto previsto

alcun tipo di tutela, salvo deroghe ed eccezioni). Questi soggetti non devono possedere

l’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria. I soggetti parabancari cui non si applica il

divieto di raccolta del risparmio presso il pubblico sono identificati dall’art.11 del TUB al 4°

comma, e sono

a. Gli Stati comunitari, gli organismi internazionali ai quali aderiscono uno o più Stati comunitari, gli enti pubblici

territoriali a quali la raccolta del risparmio è consentita in base agli ordinamenti nazionali degli Stati Comunitari

b. Gli Stati extracomunitari ed ai soggetti esteri abilitati da speciali disposizioni del diritto italiano

c. Le società, per la raccolta effettuata ai sensi del codice civile mediante obbligazioni, titoli di debito od altri

strumenti finanziari

d. Le altre ipotesi di raccolta espressamente consentite dalla legge, nel rispetto del principio di tutela del risparmio.

Alle società che emettono titoli finalizzati alla raccolta del risparmio si applicano infatti le

disposizioni del codice civile, oltre alle disposizioni previste dal mercato mobiliare in materia di

trasparenza e pubblicità (pubblicazione dei prospetti informativi come bilanci, ecc.). In materia di

raccolta del risparmio vengono inoltre distinte obbligazioni e azioni, poiché queste ultime sono

rappresentative di titoli di partecipazioni al capitale di rischio dell’impresa.

Altri soggetti cui è consentito raccogliere il risparmio con finalità di investimento in strumenti

finanziari sono le SIM (Società di intermediazione Mobiliare) e le SGR (società di gestione del

risparmio), cui però non compete alcun obbligo di rimborso.

Ai sensi dell’ordinamento non è invece considerabile come raccolta la ricezione di fondi

connessa all’emissione di monera elettronica e la ricezione di fondi da inserire in conti di

pagamento utilizzati esclusivamente per la prestazione di servizi di pagamento.

Lezione 8

Ai sensi dell’art.11 del TUB non costituiscono raccolta di risparmio presso il pubblico

1. La ricezione di fondi connessa all’emissione di moneta elettronica

2. La ricezione di fondi da inserire in conti di pagamento utilizzati esclusivamente per la prestazione di servizi di

pagamento

L’emissione di moneta elettronica, è disciplinata dall’art. 114-bis del TUB

1. L’emissione di moneta elettronica è riservata alle banche e agli istituti di moneta elettronica

(IMEL)

2. Possono emettere moneta elettronica, nel rispetto delle disposizioni ad essi applicabili, la Banca

Centrale Europea, le Banche Centrali comunitarie, lo Stato italiano e gli altri Stati comunitari,

nonché le pubbliche amministrazioni statali, regionali e locali, nonché Poste Italiane

3. L’emittente di moneta elettronica non concede interessi o qualsiasi altro beneficio commisurato

alla giacenza della moneta elettronica

La moneta è classificabile in

• Moneta Legale: moneta contante avente corso legale all’interno del Paese, ossia monete metalliche

e banconote

• Moneta Bancaria (o Scritturale): assegni bancari e circolari, ordini di accreditamento su conto

corrente (bonifici). Questa è legata all’istituto bancario di emissione, sebbene sia riconosciuta

dall’ordinamento e da esso considerata equivalente alla moneta legale

• Moneta Virtuale: differisce dalla moneta elettronica poiché è non rappresenta la

dematerializzazione della moneta legale né vi è in alcun modo agganciata. In questa categoria

rientrano le criptovalute. Non è ancora regolare.

• Moneta complementare: si accomuna alle monete virtuali poiché anch’essa non possiede legami

con la moneta legale. Nasce su iniziativa dei privati, e non è ancora regolare.

• Moneta elettronica: introdotta con la direttiva 200/46/CE, e rappresenta un surrogato elettronico di

monete metalliche e banconote, memorizzate su dispositivo elettronico, sia esso carta a

microprocessore o una memoria di computer.

L’emissione di moneta legale è riservata a banche e IMEL, e consente un maggior controllo sul

trasferimento di fondi (in accordo con le normative antiriciclaggio), oltre all’aumento della platea

dei soggetti che non ricorrono al contante per effettuare le transazioni. I soggetti emittenti sono

regolamentati e vigilati dall’ordinamento, e per emettere moneta elettronica devono possedere

un’autorizzazione rilasciata previa la verifica del possesso di determinati requisiti. Gli IMEL sono

infatti iscritti in un apposito albo tenuto da Banca d’Italia, e sono tenuti all’immediata

trasformazione dei fondi ricevuti dal richiedente in moneta elettronica. Al di là dei profili

tecnologici, essa è pur sempre un credito nei confronti di una banca o di un IMEL, e per la sua

distribuzione e il suo rimborso, questi possono avvalersi di persone fisiche o giuridiche che

agiscano in loro nome. Gli IMEL non sono abilitati alla raccolta del risparmio, bensì alla sua

trasformazione: non possono infatti utilizzarlo in alcun tipo di attività diverse da quelle previste

dall’ordinamento, pena le sanzioni previste per il reato di esercizio abusivo dell’attività bancaria.

Essi però possono, oltre ad emettere moneta elettronica dietro la conversione di moneta legale,

prestare servizi di pagamento e attività accessorie strettamente connesse all’emissione di

moneta elettronica ai sensi dell’art.114-quater del TUB, 3° comma. Quest’articolo ha costituito

una breccia sulla quale si è fondato l’ingresso degli IMEL nel mercato dei servizi di pagamento,

riservato fino al 2000 in modo esclusivo alle banche.

Secondo quanto stabilito dall’art.1 del TUB, per moneta elettronica si intende

Il valore monetario memorizzato elettronicamente, ivi inclusa la memorizzazione magnetica,

rappresentato da un credito nei confronti dell’emittente che sia emesso per effettuare operazioni

di pagamento e che sia accettato da persone fisiche e giuridiche diverse dall’emittente.

La moneta elettronica costituisce un mezzo alternativo di pagamento rispetto alla moneta legale

caratterizzato dall’idoneità di essere accettato da soggetti diversi dall’emittente. La moneta

elettronica è rappresentativa di una smaterializzazione della moneta legale, e il suo valore è pertanto

ad essa collegato. Per questi motivi la moneta elettronica è una moneta regolamentata.

[L’uso di una moneta tracciabile anche nei piccoli pagamenti ha favorito la diffusione delle carte

prepagate, che costituiscono la smaterializzazione della moneta cartacea in moneta elettronica. Per

possedere una carta prepagata non vi è la necessità di possedere un conto corrente (detenibile

solamente presso un istituto bancario). Una carta prepagata è inoltre anonima (entro il limite di

2500€ annuali), e può essere o meno ricaricabile.]

Le valute virtuali, invece, non rappresentano un mezzo di pagamento alternativo, pur sempre

regolato in una moneta statale, ma si presentano come una moneta a sé stante, non statale,

accettata in via convenzionale dagli operatori per eseguire i pagamenti e, secondariamente, per

finalità speculative in quanto il valore non ha carattere di stabilità. Non sussistono terze parti con

una funzione di garanzia. Gli emittenti sono soggetti privati, sostanzialmente anonimi, per cui

l’affidabilità della valuta è esclusivamente associata alla tecnologia su cui fa affidamento il

network. Fra le valute più note rientra il Bitcoin, che riveste il 98% del mercato, che si dice abbia

avuto origine nel 2009 da Satoshi Nakamoto.

Le valute virtuali sono genericamente dotate di una serie di caratteristiche che le accomunano:

• Sono create da un emittente privato o, in via diffusa, da utenti che utilizzano software altamente

sofisticati

• Non sono fisicamente detenute dall’utente, bensì movimentate attraverso un conto

personalizzato (portafoglio elettronico o e-wallet)

• Sono scambiate in apposite piattaforme che offrono il servizio di conversione da valute virtuali in

moneta legale

• Possono essere acquistate su tali piattaforme con moneta legale o ricevute online direttamente da

qualcuno che le possiede

• Sono utilizzate per pagamenti a soggetti che le accettano

• I titolari dei portafogli sono protetti dall’anonimato, così come i soggetti coinvolti nelle transazioni

• Le transazioni sono irreversibili e protette da criptografia

Dal momento che il valore di queste valute è soggetto ad oscillazioni, le autorità di vigilanza

temono i rischi legati a questo tipo di valute, principalmente collegati alla volatilità delle stesse, e ne

auspicano la regolazione. Dal momento che le transazioni sono anonime, è auspicabile una

regolamentazione da parte del pubblico per contrastare il riciclaggio di denaro o il finanziamento al

terrorismo che può avvenire attraverso le operazioni compiute mediante le valute virtuali. Di

recente, una risoluzione del Parlamento Europeo richiama la necessità di un approccio basato sui

rischi, in condizioni di neutralità tecnologica e di uniformità delle norme. In Italia il d.lgs.90 del

2017 ha imposto ai soggetti che forniscono professionalmente servizi funzionali all’utilizzo, allo

scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione in valute aventi corso legale,

limitatamente allo svolgimento dell’attività di conversione di valute virtuali in valute aventi corso

forzoso, obblighi di adeguata verifica della clientela, di conservazione dei documenti e di dati e

informazioni su di essi. L’art.8 della stessa legge prevede infatti che

I prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale dovranno essere iscritti in una sezione

speciale del registro già tenuto dall’Organismo degli agenti e dei mediatori creditizi per coloro

che esercitano professionalmente l’attività di cambiavalute.

Le monete complementari, invece, attengono all’ambito delle valute locali utilizzate in ambiti

molto ristretti, quali una città o una regione. Esse sono strumenti di cambio che si affiancano alle

valute legali, senza tuttavia sostituirle. Lezione 9

A norma dell’art.11 del TUB non costituisce raccolta di risparmio presso il pubblico

1. La ricezione di fondi connessa all’emissione di moneta elettronica

2. La ricezione di fondi da inserire in conti di pagamento utilizzati esclusivamente per la

prestazione di servizi di pagamento

Il conto corrente e il conto di deposito sono i tipici contratti bancari mediante i quali avviene la

raccolta del risparmio, e differiscono da un conto di pagamento in quanto quest’ultimo è

unicamente funzionale all’erogazione di servizi di pagamento.

L’attività di intermediazione creditizia è riservata in via esclusiva alle banche come stabilito

dai primi due commi dell’art. 10 del TUB

1. La raccolta del risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito costituiscono l’attività bancaria.

Essa ha carattere di impresa.

2. L’esercizio dell’attività bancaria è riservato alle banche

Tuttavia, sebbene l’attività bancaria esercitata in via esclusiva dalle banche consista nella raccolta

del risparmio ed erogazione del credito, non si può dire altrettanto delle altre attività finanziarie

definite al terzo comma:

3. Le banche esercitano, oltre all’attività bancaria, ogni altra attività finanziaria, secondo la

disciplina propria di ciascuna, nonché attività connesse o strumentali. Sono salve le riserve di

attività previste dalla legge.

Fra le attività finanziarie svolgibili da una banca rientrano i servizi di pagamento erogati alla

clientela.

I servizi di pagamento sono definiti dall’art.1, comma 1, lett. b), d.lgs. 11/2010 come

Servizi che permettono di depositare il contante su un conto di pagamento nonché di tutte le

operazioni richieste per la gestione di un conto di pagamento

e dall’art.2, comma 2 del medesimo decreto come

Servizi che permettono prelievi in contanti da un conto di pagamento nonché tutte le operazioni

richieste da un conto di pagamento

Fra i servizi offerti rientrano l’esecuzione di ordini di pagamento da parte della clientela, incluso il

trasferimento di fondi su un contro di pagamento presso il prestatore di servizi di pagamento

dell’utilizzatore o presso un altro prestatore di servizi di pagamento. Da un conto di pagamento

possono essere disposte le seguenti operazioni:

• Esecuzione di addebiti diretti, inclusi addebiti diretti una tantum

• Esecuzione di operazioni di pagamento mediante carte di pagamento o dispositivi analoghi

• Esecuzione di bonifici, inclusi ordini permanenti

I servizi di pagamento sono fra i servizi maggiormente interessati dall’evoluzione tecnologica. Fino

dagli anni ’80 del secolo scorso, lo sviluppo dell’elettronica e il massiccio impiego della stessa nelle

attività bancarie e finanziarie hanno dato avvio ad una radicale trasformazione del settore: da

servizi di pagamento basati essenzialmente sull’uso di strumenti cartacei (assegni bancari,

traveller’s cheques, ecc.) a modalità di trasferimento di fondi basate sull’elettronica, genericamente

definite come EFTS (Electronic Fund Transfer Systems). Questi ultimi sono anche definiti come

“quarta generazione” dei mezzi di pagamento (la moneta legale ha costituito la prima, i titoli

bancari la seconda e la carta di credito la terza).

Oggi la diffusione dei servizi di pagamento è in gran parte dovuta alla sofisticazione raggiunta dalla

tecnologia applicata al settore: l’acquisto di beni e servizi on-line prevede modalità dedicate, le

carte di pagamento possono essere usate in modalità contactless, i personal devices stessi (come

smartphone, tablet, smartwatch, ecc.) possono essere utilizzati per effettuare pagamenti.

Alcune delle problematiche sorte in seguito alla digitalizzazione dei servizi di pagamento

includono l’adeguatezza delle procedure poste a presidio della protezione dei dati personali e

finanziari degli utenti, della sicurezza delle operazioni, dell’ingresso di nuovi operatori (quali i

grandi giganti digitali e le start-up Fintech) e l’area di competenza dei servizi di pagamento.

La Direttiva 2007/64/CE (PSD, Payment Services Directive), recepita in Italia con d.lgs.

n°11/2010 costituiva l’ossatura giuridica della Single Euro Payment Area (SEPA), ed aveva

l’obiettivo di

• Regolamentare l’accesso al mercato per favorire la concorrenza nella prestazione dei servizi

• Garantire maggiore tutela degli utenti e maggiore trasparenza

• Standardizzare i diritti e gli obblighi nella prestazione e nell’utilizzo dei servizi di pagamento per

porre le basi giuridiche per la realizzazione dell’Area Unica dei Pagamenti in Euro

• Stimolare l’utilizzo di strumenti elettronici e innovativi di pagamento per ridurre il costo di

inefficienti strumenti quali quelli cartacei e il contante

Tale normativa è stata successivamente riformata con la Direttiva UE 2015/2366 del 25 novembre

2015 (PSD2, Payment Services Directive 2). Essa entrerà in vigore a partire dal 18/01/2018 e fra le

sue finalità sono comprese:

• La tutela e la protezione dei consumatori: il prestatore di servizi di pagamento che emette lo

strumento di pagamento dovrà infatti assicurare in base all’art.70 che

le credenziali di sicurezza personalizzate siano accessibili solo all’utente autorizzato ad

o utilizzare lo strumento stesso

Siano sempre disponibili mezzi adeguati affinché l’utente dei servizi di pagamento possa

o provvedere alla notifica del furto, dello smarrimento, ecc.

Impedire qualsiasi utilizzo dello strumento di pagamento una volta effettuata predetta

o notifica

• Più ampia diffusione dei nuovi mezzi di pagamento

• Un approccio neutrale e proporzionale nei confronti dell’innovazione tecnologica

Gli emittenti di carte di pagamento possono ottenere dal prestatore del servizio di radicamento del

conto sotto forma di semplice risposta affermativa o negativa, della disponibilità, sul conto del

pagatore, dell’importo relativo all’operazione di pagamento a mezzo carta, a condizione che il

conto sia accessibile on-line e che il pagatore abbia prestato il proprio consenso

Il mercato è dunque aperto anche a nuove categorie di soggetti: i Third Parties Providers (TPPs),

ovvero i prestatori di servizi di disposizione di ordini di pagamento (PISPs, Payment Initiation

Service Providers) e i prestatori di servizi di informazione sui conti (AISPs, Account Information

Service Providers).

I prestatori di servizi di disposizione di ordini di pagamento (PISPs) consentono al singolo

prestatore (PISP) di disporre, per conto dell’utente, un pagamento a valere su un conto intrattenuto

con quest’ultimo presso un altro intermediario, ovvero il prestatore dei servizi di radicamento del

conto (o Account Servicing Payment Service Provider, ASPSP), assicurando contestualmente al

beneficiario del pagamento che lo stesso è stato disposto.

I prestatori di servizi di informazione sui conti (AISPs) offrono un servizio online di

consolidamento delle informazioni relative ai diversi conti di cui uno stesso soggetto dispone, anche

presso diversi intermediari, consentendogli di avere una visione complessiva e organizzata per

categorie, della propria situazione finanziaria e delle proprie abitudini di spesa. In sostanza,

accedendo al servizio tramite un’apposita piattaforma online, l’utente può avere un’informativa

completa su tutti i propri conti di pagamento e gestire meglio le proprie risorse.

Tutti i nuovi servizi presuppongono l’accesso del fornitore ai conti “esterni” del proprio

cliente, accesso che -salvo giustificato motivo- dev’essere garantito dal prestatore di servizi di

pagamento di radicamento del conto del pagatore (non a caso si parla, a tal proposito, di “servizi

bancari aperti” o di open banking) Lezione 10

I servizi di pagamento hanno subito negli ultimi anni una progressiva evoluzione, culminata nel

principio dell’“open banking”. Tutti i nuovi servizi presuppongono infatti l’accesso del fornitore ai

conti “esterni” del proprio cliente, accesso che (salvo giustificato motivo) dev’essere garantito dal

prestatore di servizi di pagamento di radicamento del conto del pagatore. Tutto ciò presuppone delle

Application Programming Interfaces (anche dette API).

Prima di ciò, le informazioni erano un patrimonio esclusivo di cui le banche erano in possesso,

tanto che queste potevano anche essere cedute dietro compenso, mentre adesso sono considerate

dall’autorità un requisito imprescindibile per poter operare consapevolmente sul mercato. La

conseguenza dell’affermarsi del principio dei servizi bancari aperti è che gli operatori bancari

saranno tenuti a condividere il patrimonio informativo che detengono sui propri clienti, perdendo

così il proprio monopolio informativo. Tra le finalità della PSD2, in vigore dal 18 gennaio 2018, vi

è la tutela della sicurezza e della protezione dei consumatori. Il prestatore di servizi di pagamento

che emetto lo strumento di pagamento deve infatti

• Assicurare che le credenziali di sicurezza personalizzate siano accessibili solo all’utente

autorizzato ad utilizzare lo strumento stesso

• Assicurare che siano sempre disponibili mezzi adeguati affinché l’utente dei servizi di pagamento

possa provvedere alla notifica del furto, dello smarrimento, ecc.

• Impedire qualsiasi utilizzo dello strumento di pagamento una volta effettuata la predetta notifica

A norma dell’articolo 114-sexies del TUB, sono indicati diversi soggetti che differiscono fra loro

per i requisiti richiesti di patrimonializzazione

La prestazione di servizi di pagamento è riservata alle banche, agli istituti di moneta elettronica e

agli istituti di pagamento, nel rispetto delle disposizioni ad essi applicabili, la Banca Centrale

Europea, le banche centrali comunitarie, lo Stato italiano e gli altri stati comunitari, le pubbliche

amministrazioni statali, regionali e locali, nonché Poste Italiane.

Ricapitolando, è possibile affermare che

• La banca è l’unico soggetto che raccoglie il risparmio per il quale è previsto l’obbligo di rimborso

• Stati, pubbliche amministrazioni e società possono raccogliere il risparmio, senza garantirne

tuttavia il rimborso

• Gli IMEL e gli istituti di pagamento possono limitarsi alla raccolta dei fondi (che non rappresenta

in alcun modo un tipo di raccolta del risparmio) per inserirli nei conti della clientela o per fornire

servizi di pagamento su richiesta.

Per quanto concerne l’esercizio del credito, questo è erogato facendo ricorso al risparmio raccolto

presso consumatori (generalmente le famiglie) e imprese. A norma dell’art.106 del TUB

L’esercizio nei confronti del pubblico dell’attività di concessione di finanziamenti sotto qualsiasi

forma è riservato agli intermediari finanziari autorizzati, iscritti in un apposito albo tenuto dalla

Banca d’Italia.

A norma di legge, l’esercizio del credito è pertanto riservato a banche o società finanziarie o altri

intermediari finanziari, cioè è svolto previa autorizzazione da soggetti vigilati e regolamentati. Le

società finanziarie sono categorie eterogenee di soggetti, disciplinate dall’articolo 106 del TUB,

dotate dei sufficienti requisiti di patrimonializzazione e che svolgono l’attività di finanziamento

mediante il proprio patrimonio.

Nel recente passato, si è assistito ad un progressivo credit crunch da parte delle banche, con la

conseguente esigenza da parte del legislatore di ampliare i canali di accesso delle PMI (piccole-

medie imprese) al credito mediante l’ampliamento delle categorie di soggetti potenzialmente idonei

all’esercizio dell’attività di erogazione del credito. Dal 2014 si è dunque ampliato lo spettro di entità

in grado di concedere credito, ed esse sono:

• Gli organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR, anche detti fondi comuni di

investimento)

• Le imprese di assicurazione

• Società di cartolarizzazione

L’innovazione tecnologica, d’altro canto, ha consentito nuove forme di finanziamento accessibili sia

ai privati che alle imprese, sfruttando il cosiddetto “credit fintech”. Uno dei rami di quest’ultimo è

rappresentato dal Crowdfunfing, espressione impiegata per indicare il finanziamento di iniziative,

progetti o start-up, effettuato da una pluralità di soggetti (“crowd”, cioè la “folla”) spinti da spirito

di collaborazione, spirito imprenditoriale o mero apprezzamento di un progetto e cui ciascuno di

essi contribuisce attraverso piccoli investimenti in denaro.

L’autore pubblica il proprio progetto sul sito web di una piattaforma, unitamente all’indicazione

dell’importo minimo di capitali necessario per portarlo a compimento, del termine di scadenza

della raccolta e dell’eventuale corrispettivo che sarà riconosciuto ai finanziatori.

Gli utenti, dal canto loro, navigando sul sito, visionano le diverse iniziative e, individuata quella di

proprio interesse, offrono un contributo che può variare da pochi euro fino a coprire l’intero

importo richiesto. Il meccanismo in esame, quindi, si presenta come un finanziamento collaborativo

“dal basso”, in grado di rispondere alle esigenze di coloro i quali, malgrado l’elevato potenziale

creativo, non dispongono delle risorse necessarie per la realizzazione dei propri progetti.

Il crowdfunding è uno strumento di disintermediazione del mercato finanziario, ossia consente

l’incontro tra soggetti in surplus di risorse con quelli in deficit, senza il coinvolgimento di un

intermediario finanziario.

I modelli di crowdfunding posseggono caratteristiche diverse gli uni dagli altri, ed è pertanto

possibile distinguerli in

• Donation-Based: in questo modello, il finanziamento non legittima il sostenitore ad alcun tipo di

ritorno (se non “morale”), esaurendosi quindi in uno spirito di mera liberalità, perlopiù a fini

benefici. Il finanziamento è quindi considerabile più simile ad una donazione, poiché a titolo

completamente gratuito.

• Reward-Based: il modello ad oggi maggiormente diffuso e ricorrente ogniqualvolta il finanziatore

riceva, a titolo di corrispettivo, un “premio” non pecuniario (generalmente un prototipo del prodotto

realizzato con la somma così raccolta, talché il finanziamento si esaurisce in una prevendita del

prodotto medesimo)

• Equity-Based: questo modello prevede che il singolo investitore conferisca capitale di rischio,

acquisendo una partecipazione nella società che promuove il proprio progetto attraverso il portale

on-line

• Lending-Based: questo modello prevede l’instaurazione di un vero e proprio rapporto di mutuo tra

finanziatore e soggetto richiedente. Quest’ultimo risulta in un marketplace investing, che può essere

di tipo Peer to business (P2B), ovvero quando l’attività è rivolta alle imprese

o Peer to consumer (P2C), ovvero quando l’attività è rivolta ai consumatori

o Lezione 11

Le piattaforme di crowdfunding si sono sviluppate in seguito alla sfiducia del pubblico diffusasi

nei confronti degli intermediari finanziari in seguito alla crisi del 2008, ritenuti i suoi fautori

principali.

Sebbene fino ad allora l’attività di finanziamento venisse svolta da soggetti abilitati che utilizzavano

fondi propri per concedere credito a fronte della riscossione di un tasso d’interesse da questi

applicato, a partire dal 2008 si diffonde la possibilità di accedere a fonti di finanziamento

alternative. Fra queste, una delle più rilevanti è appunto il crowdfunding, che consiste nella

raccolta e ricerca di opportunità di finanziamento da parte della “folla” mediante l’utilizzo di

piattaforme online. I modelli di crowdfunding identificati fino ad oggi sono donation based,

reward based, equity based e lending based. L’ultimo modello, in particolare, utilizza le

piattaforme come sostituto degli istituti che erogano finanziamenti (quali gli intermediari

finanziari). Esso applica un modello di ricerca presso la folla che instaura un rapporto fra prenditore

e prestatore molto simile a quello fra banca e soggetto richiedente credito. Mediante il lending

based crowdfunding è possibile richiedere o concedere finanziamenti a seconda delle proprie

esigenze grazie a gestori online che offrono attività e servizi connessi all’erogazione di credito a

privati e imprese mediante piattaforme, anche chiamate market-place investing. L’attività,

sviluppatasi liberamente negli ultimi anni, poggia sul P2P lending, mettendo in contatto soggetti

che vogliono investire il proprio risparmio e soggetti che hanno necessità di fondi. Essa può

avvenire

• Da consumatore a consumatore, generalmente finalizzata a prestiti al consumo (Peer-to-Consumer

o P2C)

• Da consumatore a imprese, generalmente finalizzata all’esercizio dell’attività imprenditoriale

(Peer-To-Business o P2B)

Attraverso la piattaforma i richiedenti (privati o imprese) hanno la possibilità di ottenere

finanziamenti in forma di prestiti direttamente dai potenziali prestatori, ed è opinione diffusa che

ciò rappresenti uno dei frutti del processo di disintermediazione apportato dalla tecnologia. Per i

prestatori, questo rappresenta una forma di investimento che assicura una remunerazione a un

tasso fisso più alto rispetto a quello ottenuto in depositi a risparmio o altre forme offerte dal

mercato e meno rischioso rispetto ad investire in altri settori. Il modello si discosta da quello

originario in quanto nel precedente il fine era la ricerca di finanziatori online mossi dalla fiducia nel

progetto proposto, mentre nel lending-based il fine è ottenere un finanziamento non rivolto alla

realizzazione di un progetto e dietro il pagamento di un tasso d’interesse.

In materia di regolamentazione è necessario chiarire quale tipo di attività svolga la piattaforma, in

modo tale da capire se la sua attività possa essere svolta in autonomia o debba essere soggetta ad

una normativa specifica. Nell’ultimo caso, sarebbe dunque doveroso capire se sia necessaria una

disciplina ad hoc o se debba esservi applicata la normativa vigente per altri soggetti. Tutto ciò si

rende necessario per adottare le giuste misure di intervento e vigilanza sul fenomeno, senza

tuttavia bloccarlo.

Le piattaforme non vengono considerate come intermediari tradizionali poiché omettono il

principio alla base dell’intermediazione: esse non raccolgono il risparmio né erogano credito! Le

piattaforme non si assumono alcuna responsabilità riguardo l’adempimento dei riceventi né rischio

della trasformazione delle scadenze. Esse si limitano (o dovrebbero) a mettere in contatto chi

desidera investire il proprio risparmio e chi ne ha necessità. Il denaro, infatti, transita dal bilancio

del datore di fondi a quello del prestatore. Le piattaforme sono solo un “luogo”, un mercato virtuale.

Le piattaforme, evolutesi nel tempo, svolgono una serie di servizi accessori collegati all’attività

principale, che consistono sempre più spesso in

• Pricing: forniscono indicazioni sul tasso d’interesse applicabile

• Riscossione delle rate (tempistiche, modalità di pagamento, garanzie e assicurazioni)

• Solleciti di pagamento e azioni recupero crediti

• Valutazione del merito creditizio: valutazione della capacità di rimborsare il credito

La funzione di valutazione del merito creditizio era svolta tipicamente dagli intermediari di tipo

bancario, ma secondo l’opinione del pubblico, la redistribuzione del rischio attraverso le

cartolarizzazioni ha contribuito ad un progressivo distacco da un metodo di valutazione efficace,

concorrendo al formarsi della crisi economico finanziaria del 2007/08.

Le piattaforme, non essendo banche, svolgono una funzione fondamentale: mediante di esse si

attua un processo di disintermediazione, che però prevede l’assunzione dell’onere della

valutazione del merito creditizio al posto dei singoli, privi delle competenze necessarie ad

attuarla. Esse, tuttavia, non dispongono delle stesse informazioni di cui dispongono le banche, e se

anche così fosse, le piattaforme accantonano il rischio (come avviene nelle cartolarizzazioni) sul

risparmiatore: le piattaforme non hanno “skin in the game”, e pertanto potrebbero essere indotte ad

effettuare una valutazione potenzialmente inesatta.

In Italia, una fra le prime piattaforme di lending P2P è stata Zopa Italia. Quest’ultima è stata

condannata per esercizio abusivo del credito, poiché secondo l’autorità di vigilanza non vi era

sufficiente separazione fra i conti della piattaforma e quelli dei concedenti credito, cosicché

avrebbe effettuato raccolta del risparmio in modo abusivo. La soluzione adottata da Banca d’Italia

prevede l’autorizzazione delle piattaforme ad operare con l’autorizzazione prevista per gli istituti

di pagamento. Il presupposto per l’esercizio dell’attività è il rispetto della relativa disciplina, che

prevede la segregazione patrimoniale e contabile dei fondi dei clienti da quelli dell’istituto

mediante il deposito degli stessi presso una banca ad hoc e, in caso di svolgimento di altre attività,

la creazione di un patrimonio destinato.

Alcune piattaforme operano come intermediari non bancari autorizzati all’erogazione di

finanziamento, come previsto dall’art.106 del TUB, mentre altre ancora operano come intermediari


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Lolilion

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia delle banche, delle assicurazioni e degli intermediari finanziari
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lolilion di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Legislazione Bancaria e Finanziaria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Mattasoglio Francesca.

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