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KANT – “Critica della ragion pratica”

Prefazione; Introduzione; Parte I, Libro I, Capitolo I (Teoremi 1-4; Appendici I-II)

PREFAZIONE

Nel tempo di Kant le due funzioni fondamentali della ragione filosofica sono la funzione teoretica e

la funzione pratica. Per mezzo della funzione teoretica la ragione determina un dato oggetto,

mentre per mezzo della funzione pratica la ragione produce il proprio oggetto. Questa tradizione è

originata dalla distinzione aristotelica tra le scienze ma la scolastica esclude che la ragione poietica

sia di competenza della filosofia.

Una filosofia critica indaga con l’obiettivo di cercare la fondazione di una conoscenza; è sempre

un’indagine su contenuti che già si sanno e non si cercano, ma che vengono dati per basilari. Non è

una ricerca di argomenti nuovi. È un’indagine riflessiva e non costitutiva: riflessione su qualcosa

che già si sappia.

L’indagine critica mira a determinare il fondamento di validità di una conoscenza (sulla base di

cosa posso credere in ciò che dice una data scienza?); le scienze teoretiche kantiane, tra cui la

matematica e la fisica, derivano la validità delle loro leggi dai principi della logica. Fare un’indagine

critica vuol dire andare a chiedere ragione della validità di questi principi (“perché questi principi

sono validi?”), altrimenti si ricade nel dogmatismo. I dogmatici e gli scettici che vengono

rappresentati nell’Introduzione sono da contrapporsi non tra loro ma, insieme, rispetto ai filosofi

critici. Questi ultimi accettano i principi solo se razionalmente fondati.

Critica della ragion pura teoretica: indagine critica per vedere se i principi della conoscenza

teoretica (i principi della scienza della natura) siano validi. Sembra che la metafisica non possa

essere una scienza, perché non si è mai arrivati a dire che una visione metafisica è vera e un’altra

falsa, come avviene per la matematica e la fisica.

Conoscenza a priori non dipende dall’esperienza (da cui nascono matematica e fisica) ma dalla

ragione. Non tutte le proposizioni a priori sono però pure; la proposizione pura non dipende

dall’esperienza, come quella a priori, ma non ha nessun contenuto di esperienza (non contiene

alcun concetto empirico). Matematica e fisica si fondano su proposizioni indipendenti

dall’esperienza e prive di contenuto empirico (“il tutto è maggiore della parte”; il principio del

rapporto tra causa e effetto). La proposizione “i corpi in moto libero si muovono di un moto

naturalmente accelerato” è a priori, ma non pura, perché il concetto di corpo è un concetto

empirico e non puro. Da ciò consegue che matematica e fisica sono conoscenze vere e certe

perché fondate su principi a priori e puri.

Possibilità della metafisica come scienza, dunque fondata su principi a priori e puri. Nella Critica

della Ragion pura teorica si dimostra che ciò non è possibile, perché si fa un uso legittimo dei

principi puri soltanto applicandoli al dato dell’esperienza empirica, che permette di avere dei

risultati. Applicare questi principi all’intelletto non ne compromette la validità in sé, ma se ne fa un

uso illegittimo: il risultato è una pseudo-conoscenza, articolata in psicologia, cosmologia e

teologia. Essendo l’anima, il cosmo e Dio al di là della possibilità di indagine empirica del soggetto,

la metafisica è una conoscenza soltanto illusoria.

Kant è qui costretto a fare una critica della ragion pratica in generale, perché non vi è una scienza

morale (una scienza al pari della matematica e della fisica). Trovandosi di fronte a paradigmi

morali tra loro contrapposti, evidentemente constata che non vi sono dei principi puri pratici. Se

riesce a dimostrare che c’è una ragione pura pratica, ossia una ragione che da sé fonda una

conoscenza morale valida, perché con la sua stessa esistenza essa dimostrerà la propria validità.

(Critica della ragion pura Tema della libertà trascendentale -> si fa uso legittimo dei principi puri

dell’intelletto quando li si usa per determinare un oggetto dato nell’intuizione, la quale è sempre e

solo sensibile; usarli in maniera illegittima, ossia per non determinare oggetti dati nell’intuizione

sensibile, porta alla creazione di conoscenze illusorie perché prive di un fondamento razionale;

non è illegittimo pensare cose non sensibili, dato che si può anche pensare una cosa senza

conoscerla, ma lo è l’applicarvi i principi puri dell’intelletto per produrre conoscenze -> dialettica

trascendentale)

Antonimie: procedimenti confutatori volti a dimostrare l’inconsistenza dell’idea di mondo,

razionalmente ingiustificabile e dunque non costitutiva di conoscenza. Antinomia è opposizione:

Kant mette a confronto le principali affermazioni della cosmologia tradizionale e le oppone le une

alle altre.

1) Il mondo ha inizio nello spazio nel tempo / il mondo non ha inizio nello spazio e nel tempo

2) Il mondo è divisibile all’infinito nello spazio e nel tempo / non è infinitamente divisibile

3) Vi è una causa libera del mondo / non vi è

4) Vi è un ente necessario che fonda l’esistenza del mondo / non vi è

Nella (3) compare l’idea di una causa libera, ossia l’idea della libertà trascendentale (libertà come

causalità libera; come condizione a priori del mondo). Trascendentale è ciò che pone la questione

di quali sono le condizioni a priori per la possibilità di qualcosa.

La Critica della Ragion Pratica non contiene la dottrina morale di Kant (espressa in opere come

“Metafisica dei costumi”), ma la fondazione delle possibilità della dottrina morale: è cioè

un’indagine trascendentale.

Nella (1) e (2) tesi e antitesi erano entrambe false; in (3) e (4) sia la tesi che l’antitesi sono vere e la

loro verità dipende dagli interessi, ossia i motivi teoretici e pratici, in riferimento ai quali vengono

sostenute. Nella CdRPu l’idea della libertà come causalità libera viene accettata come pensabile,

ma non conoscibile.

➔ Funzione regolativa delle idee: le idee non hanno funzione costitutiva di conoscenza

perché non danno contenuti di conoscenza, ma sono un elemento regolativo della

conoscenza perché tutte le idee sono idee della totalità. L’anima è l’idea della totalità dei

fenomeni interni, il mondo è l’idea della totalità dei fenomeni esterni, Dio è l’idea della

totalità dei possibili; in quanto idee, non sono teoreticamente conoscibili.

Nella CdRPr alla libertà, che è essa stessa un’idea, si può dare una conoscenza non teoretica, ma

pratica: la si può infatti riempire di contenuti e dire che cosa sia.

La libertà è la condizione della possibilità della legge morale. Se non è possibile la libertà, non è

possibile la legge morale, perché se non si è liberi, non si può parlare di azioni buone o cattive, di

responsabilità e colpa. Nell’agire necessitato e determinato non c’è un dover essere, ma un essere

necessariamente in un certo mondo, che non ammette un essere altrimenti ma neanche che deve

essere in quel modo. La realtà naturale, per converso, è necessariamente determinata e di fatti

non la si può intendere in termini di moralità: gli enti fisici non sono infatti responsabili di ciò che

producono in quanto non sono liberi.

Dal punto di vista della dinamica della conoscenza, la legge morale è la condizione per cui gli

uomini conoscono la libertà: la consapevolezza, ad esempio, di aver mentito e di aver potuto

rifiutarsi di mentire mi dice che ero libero e mi fa conoscere la libertà.

Legge morale è “ratio congnoscendi” (principio della possibilità della conoscenza) della libertà,

mentre la libertà è “ratio essendi” della legge morale (principio che fonda la possibilità della legge

morale).

L’etica spiega i fenomeni non in base alla causalità necessaria delle scienze naturali, ma in base

alla causalità libera. Riconducibili a questi due processi di causalità ci sono due tipi di conoscenza.

Il concetto della libertà è la chiave di volta (quel fondamento sul quale tutto poggia) dell’intero

sistema della ragione, sia pura che pratica.

Postulati della ragione: sono proposizioni non razionalmente fondate ma che occorre ammettere

come vere perché sia possibile il sistema dell’etica. Nella CdRPr questi postulati sono due:

1) L’immortalità dell’anima

2) L’esistenza di Dio

Essi non sono però condizioni per la possibilità di un sistema dell’etica, perché non intervengono in

nessun modo nella fondazione della legge morale, ma intervengono solo nell’etica trascendentale

e sono necessari per poter pensare la possibilità del sommo bene come obiettivo ideale dell’etica.

Per fondare il sistema dell’etica non è dunque necessario introdurre questi due postulati.

La libertà non è postulata, ma positivamente (apoditticamente) conosciuta; è l’unica delle idee

della ragione speculativa ad essere conoscibile a priori come possibile, pur senza sapere come sia

fatta. La realtà in atto della libertà dimostra la possibilità dell’idea di Dio e dell’immortalità, che

altrimenti rimarrebbero prive di consistenza oggettiva.

La consistenza oggettiva dell’idea della libertà, dimostrata per una legge apodittica della ragion

pratica, rende consistenza anche all’idea di Dio (causalità libera) e dell’immortalità, assunte dalla

ragione teoretica solo come pensabili ma prive di realtà oggettiva.

Kant non vuole fondare una nuova morale, come gli viene rimproverato da Tittel, perché gli

uomini hanno già una morale, sapendo cosa è bene, male, giusto e ingiusto: egli vuole invece

trovare una formula della morale corrente, ovvero darle forma.

➔ La forma nella filosofia trascendentale è il principio a priori che rende possibile ogni

contenuto. Forma non è assenza di contenuti, ma è l’idea platonica, che non è vuota ma è

il vero essere. La forma dell’idea produce la realtà dei suoi contenuti, perché i fenomeni e

le entità fisiche esistono partecipando delle idee. La filosofia trascendentale studia le

condizioni a priori della possibilità della conoscenza, e tali condizioni a priori possono

essere solo formali, non empiriche né materiali (filosofia trascendentale è filosofia

formale).

Compiere un’azione non secondo una rappresentazione, questa non è azione della facoltà di

desiderare, perché sarebbe involontaria. L’atto volontario è quello compiuto secondo

rappresentazione, ossia quando ci si propone di fare ciò che si fa e ce lo si rappresenta

mentalmente. Il piacere insorge quando si fa esperienza di una realtà oggettiva corrispondente a

quella realtà soggettiva che ci si era rappresentati; dispiacere è il contrario.

INTRODUZIONE

L’Introduzione ha un sottotitolo “Dell’idea di una Critica della ragione pratica”.

Kant ribadisce il concetto per cui occorre fare una critica della ragion pratica in generale per

verificare che vi sia una ragione pura pratica. Ciò permette di verificare “se è possibile che la

ragione da se sola (cioè in modo puro) determini la volontà” o se invece “la ragione non può da se

sola determinare la volontà ma solo insieme a dei condizionamenti empirici”; nel secondo caso,

l’ipotesi di una ragione pura pratica sarebbe falsificata.

Dimostrando la possibilità della ragione pura pratica non è necessaria una sua ulteriore critica, dal

momento che con il solo modo di dimostrarsi possibile e reale la ragione pura pratica dimostra

immediatamente anche di essere l’unica ragione pratica legittima. Dimostrando la sua realtà con il

fatto di esistere, è inutile un qualsiasi raziocinare contro la possibilità che ciò avvenga.

Volontà è la facoltà di un ente di produrre l’oggetto della propria rappresentazione (fin qui è in

realtà la definizione tradizionale) o almeno di determinarsi a produrlo.

L’oggetto infatti può anche non essere prodotto, ma ciò non vuol dire che non sia stato voluto; la

sua produzione non dipende dalla volontà del singolo, ma dalla realtà fisica. Elidere quest’ultima

parte della definizione porterebbe a una contraddizione del tipo: “se l’oggetto non si produce non

lo si è voluto”.

In sostanza la volontà non è compromessa dalle condizioni empiriche che eventualmente non

permettano il realizzarsi dell’oggetto.

In campo pratico l’uso immanente di un significato è quello legittimo, mentre l’uso trascendente è

illegittimo in quanto empiricamente condizionato. In campo pratico i principi puri della ragione

pratica (la legge morale) sono legittimamente usati quando sono usati per produrre l’oggetto o

almeno la rappresentazione dell’oggetto, che è un intelligibile.

In campo pratico i principi determinano delle rappresentazioni intelligibili, non dei fenomeni dati

dalla sensibilità. Il dato della sensibilità è irrilevante per determinare la volontà.

L’uso pratico della ragione è immanente e cioè interamente interno all’intelligibile: produzione

dell’oggetto intelligibile nella realtà sensibile. Immanenza è il permanere nella propria regione ed

è in questo senso opposto a trascendenza.

L’opera è divisa in due libri, il primo sull’analitica della ragione pura pratica e il secondo sulla

dialettica della ragione pura pratica. LIBRO I

Parla dei principi della ragione pura pratica e inizia con la definizione di principio pratico in generale,

che sono proposizioni contenenti una determinazione universale della volontà. Se contenessero una

determinazione dell’oggetto dato nell’esperienza sarebbero principi teoretici. Se non avessero

valore universale, tali proposizioni potrebbero essere vere, ma non sarebbero un principio.

Non ogni proposizione che determina universalmente la volontà è un principio perché i principi sono

quelle proposizioni che fondano altre proposizioni. I principi delle scienze naturali fondano

proposizioni universali che sono le regole universali, le quali a loro volta fondano le leggi universali;

in morale i principi fondano regole di comportamento che fondano leggi morali.

“Dov’è che i principi fondano la propria validità?” è una domanda da porre in un’indagine

trascendentale.

Imperativo: “agisci in modo che la massima della tua volontà possa anche sempre valere come

principio di una legislazione universale”. Kant la chiama “legge fondamentale della ragione pura

pratica”, ma ne è in realtà il principio fondativo. Su di esso si fondano le leggi morali, trattate nella

Metafisica dei costumi, e sulle leggi morali si regolano le leggi di comportamento (si deve fare questo

e così, non si deve fare quest’altro e così).

I principi pratici sono:

1) Massime (pratiche): se sono principi soggettivi

2) Leggi pratiche: se sono principi oggettivi

In entrambi i casi ci sono proposizioni di validità universale, ma le prime valgono per la volontà del

soggetto che le rappresenta, le seconde valgono per la volontà di ogni ente razionale.

La tesi del libro è che esiste una ragione pura pratica, ossia una ragione che possa da sé sola (in

modo puro) determinare la volontà. Ciò comporta una seconda tesi, perché se esiste la ragione pura

pratica allora devono esistere anche leggi pratiche, cioè principi oggettivi; qualora la ragione pura

pratica non esista, allora non esistono leggi, ma solo massime, principi soggettivi. Può esserci un

conflitto tra massime e leggi ma mai un conflitto tra leggi in campo pratico, cosa che non avviene in

campo teoretico, nel quale non si danno massime soggettive, ma solo leggi oggettive. In campo

pratico i principi riguardano la produzione dell’oggetto e la determinazione del soggetto a produrlo,

dunque la determinazione a produrre l’oggetto può essere soggettiva (“io mi propongo di agire

così”) o oggettiva (“io devo agire così”).

Volontà patologicamente influenzata è la volontà influenzata dalla sensibilità (pathos); l’ente

razionale finito è l’uomo, la cui razionalità è condizionata dalla sua sensibilità (finitudine), cosa che

non avviene per l’ente razionale infinito.

La regola pratica è sempre un prodotto della ragione perché è una rappresentazione della ragione;

essa può essere un prodotto sia della ragione (unita alle condizioni sensibili empiriche) che della

ragione pura.

La ragione pratica si presenta, per un ente razionale finito, come un imperativo (una regola nella

forma di un comando), per il fatto che l’ente razionale infinito la ragione non rappresenta da sola

ogni fondamento della determinazione della volontà. Ciò la distingue le regole pratiche dalle regole

teoretiche, le quali sono formulate senza il “sollen” (es: un corpo non “dovrebbe cadere”, ma

“cade”, né avrebbe senso comandargli “cadi verso il basso e non verso l’alto”).

L’ente razionale infinito non è condizionato dalle inclinazioni sensibili non essendo limitato da una

dimensione sensibile; non essendo patologicamente condizionato, la sua ragione determina sempre

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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