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medievali che venivano riutilizzate più volte. Oggi con il termine palinsesto intendiamo l’insieme

delle trasmissioni programmate da una emittente per un certo periodo.

L’esistenza del palinsesto rappresenta la condizione necessaria perché l’esperienza mediale diventi

condivisa e quindi si crei uno spazio sociale e virtuale della comunicazione. La televisione, ad

esempio, ha la capacità di unire le persone facendo vedere la stessa cosa nello stesso momento.

Ci sono situazioni in cui si crea così una sorta di piazza virtuale, ad esempio quando si guarda la

partita dei mondiali di calcio al bar oppure un concerto live a casa insieme agli amici etc.

Katz nel libro “Le grandi cerimonie dei media” (1993) mette in luce la grande potenza che i media

hanno di trasformare le società fissando i codici di lettura degli eventi che sono stati scritti,

negoziati, rappresentati, celebrati e dunque reinterpretati dal mezzo televisivo stesso. Katz nel libro

prende in esame per la dimostrazione della sua teoria i giochi Olimpici, il matrimonio del Principe

Carlo e Lady Diana, il funerale di John F. Kennedy, la visita del Papa in Polonia etc.

Fine del palinsesto?

Il 35% di quello che vediamo è stato scelto da noi, e non da un palinsesto. L’82% degli over 60

guarda quotidianamente la TV, ma solo il 60% tra under 35 i quali guardano più video da laptop,

tablet o smartphone (53%) che dalla TV. Dal 2012 a oggi il numero di persone che guarda

abitualmente i video sul proprio device è aumentata dal 71% nel mondo e del 125% in Italia. Il

fenomeno riguarda soprattutto i più giovani: in Italia, il 60% del tempo che i teenager passano a

guardare video viene spesso su mezzi mobili. In tutto il mondo il 33% guarda video su Youtube

almeno una volta al giorno. Internet come fonte di notizie.

I siti si mantengono grazie alla pubblicità … che è un costo per l’utente

Concetto di economia dell’attenzione: la TV non vive vendendo agli spettatori programmi ma vive

vendendo gli spettatori agli inserzionisti. Si parla di costo a contratto.

Tale meccanismo fa sì che noi ci troviamo in una situazione in cui il livello di usi e gratificazioni

viene gestito da noi stessi; pensiamo al funzionamento della bacheca di Facebook: noi ci

soffermiamo sui post che ci interessano mentre tralasciamo quelli che non ci interessano, noi siamo

dei soggetti che negoziano attenzione con contenuti interessanti e divertenti.

La scelta su dove collocare i contenuti è abbastanza limitata in realtà, nonostante esistano numerose

piattaforme a nostra disposizione. Lo spazio della rete è molto centrato, infatti, su poche realtà che

sono fortemente presidiate e costruite a partire dagli usi e delle gratificazioni.

Come dicevamo, vi è l’idea di “vendere” la presenza degli utenti alla pubblicità, oltre al fatto che vi

è una forte attenzione verso quello che potrebbe interessarci e per questo quindi si sviluppano

continuamente idee che servono per presupporre come potrebbe essere realizzato un mezzo nuovo,

con quali caratteristiche etc. Si parla di strategie di marketing.

Quote di mercato dei social media

− Facebook: 50%;

− Twitter: 24 %;

− Pinterest: 16%;

− Linkedin: 3%

− Google+: 2%;

− Other: 5%;

− Le app più usate dagli italiani: Messaging; Social media; Games; Various.

Dal punto di vista del singolo

Attraverso un solo device possiamo connetterci a Facebook, Twitter, Google+, Youtube, leggere

informazioni attraverso il QR Code, utilizzare foursquare, linkedin, news etc. convergenza.

Sentiment analysis: con questo termine si intende un'analisi qualitativa delle conversazioni in rete

che mira a comprendere lo stato d'animo degli utenti rispetto a un particolare brand, prodotto, tema,

servizio. Ad esempio: Tic Tac: 7 menzioni; Kinder: 929 menzioni; Nutella: 80 menzioni; Ferrero

Rocher: 31 menzioni.

Lezione 5

Coda lunga

Es.: L’altezza delle persone si distribuisce in una certa popolazione secondo un modo molto

caratteristico in quanto sono poche le persone davvero basse e sono poche le persone davvero alte,

sono di più le persone abbastanza basse e sono di più le persone abbastanza alte anche se la maggior

parte delle persone sono alte dal metro e settanta al metro e ottanta.

Il tutto crea una curva a campana: si parte dal basso, si sale progressivamente e si arriva ad un

vertice dove le cose si appiattiscono, poi si inizia scendere dall’altra parte in maniera più o meno

simmetrica fino a quando la curva si appiattisce sul livello 0.

Si definisce testa o pancia la parte alta e si definisce coda la parte bassa.

Più persone/oggetti/fenomeni stanno nella testa o pancia e più è concentrata la proprietà che stiamo

esaminando, tanto più si allarga la parte della coda e tanto più aumenta la distribuzione.

Da dove le persone prendono le informazioni quotidianamente?

Il nostro rapporto con internet passa attraverso poche fonti: social e motori di ricerca.

Abbiamo quindi una grande concentrazione dell’audience su poche fonti disponibili, anche se in

realtà le nuove tecnologie hanno aumentato molto fortemente il numero dell’offerta.

Information overload: Siamo noi che creiamo i dati volontariamente ed involontariamente.

I dati sarebbero intrattabili se non fosse per la capacità di commutazione delle macchine che li rende

trattabili. Ultimamente si parla di big data e di open data in quanto i dati risultano essere disponibili

in quantità sempre maggiori.

Information anxiety: La crescente disponibilità informativa crea la percezione di crescenti (talvolta

irraggiungibili) opportunità.

La situazione in Italia (2016)

I quotidiani cartacei sono letti dal 40,5% degli italiani, con un calo di 1,4 punti nell'ultimo anno e di

26,5 unti percentuali nel periodo 2007-2016. E anche se la si guarda in prospettiva più di un

interrogativo balena se si considera un'altra evidenza riportata nel Rapporto: fra i 14/29enni italiani

nella classifica delle principali fonti di informazione al primo posto c'è Facebook con il 58,5%

mentre i tg seguono a distanza con il 47,5%, precedendo Google (24,8%) e Youtube (23,1%).

Remediation. Competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi. – Bolter e Grusin (2002)

Qual è la logica della remediation?

Combinare immediatezza (trasparenza) e ipermediazione (opacità) nei vari ambienti mediali. Una

doppia logica che, secondo gli autori, caratterizza non solo le tecnologie digitali contemporanee, ma

anche la maggior parte delle forme espressive della cultura occidentale, dai manoscritti medioevali

allo sviluppo della prospettiva, dal cinema ai parchi di divertimento della Disney. Le nuove

tecnologie di comunicazione riprendono contenuti e grammatiche che erano presenti nelle

tecnologie di comunicazioni precedenti. Vediamo degli esempi:

- commedia: la grammatica di comunicazione che inizialmente si utilizzava oralmente sulla

scena, rinasce all'inizio del ‘500 come qualcosa di esclusivamente scritto (es. Mandragola di

Macchiavelli), e poi successivamente diventa cinema; la commedia del cinema non è la

stessa della commedia del teatro, anche se è vero che ci sono commedie teatrali che sono

state filmate e riproposte al cinema. Infine, la commedia passa poi in tv.

- ritratto: prima c'era il dipinto e poi la fotografia che successivamente diventa digitale.

La conclusione è che i nuovi mezzi di comunicazione non uccidono i mezzi precedente e non

uccidono neanche le forme grammaticali ed i linguaggi pre-esistenti, ma li rimediano.

Questa rimediazione si basa su due logiche contraddittorie:

- Immediacy (immediatezza): ciò che è non mediato e quindi non sembra passare attraverso

un medium;

- Hypermediacy (ipermediazione): ciò che è mediato e quindi sembra passare attraverso un

medium.

Quindi: la rimediazione è la rappresentazione di un medium di massa in un altro, ovvero l'utilizzo di

alcune caratteristiche tipiche del primo all'interno del secondo. In generale si parla di rimediazione

dei media analogici da parte di quelli digitali (es. la pagina di un portale web rimedia quella di un

quotidiano stampato).

Una delle cose che spesso capita in televisione è che venga mostrato non solo lo studio all'interno

del quale si svolge il programma ma anche le diverse figure di mediazione, come il pubblico che

applaude, la redazione che lavora, l'interazione con ospiti seduti in mezzo al pubblico…: questo è

un classico fenomeno di ipermediazione che ci vuole dire: “stiamo facendo televisione”.

Oggi quasi tutte le comunicazioni di massa sono rimediate.

Si inizia a parlare anche di convergenza in quanto non esistono più supporti separati o comunque se

esistono si trovano in maniera residuale; basta infatti uno smartphone o un tablet per guardare dei

video, leggere le notizie, navigare su Google, utilizzare i social network, inviare una email, fare una

foto o registrare un video, ascoltare la radio etc.

Dal computer ai social media

- 1945: grandi computer;

- 1960/70: tastiere e schermo;

- 1980: PC e BBS (chat attraverso le quali era possibile inviare e scambiare immagini);

- 1985/90: rete;

- 1991: World Wide Web (CERN, Ginevra) → nascita del Browser;

- 2000: web 1.0 per cui tutte le cose importanti si dotano di un sito specifico (sito-sfera);

- 2005-2010: si sviluppa l'idea che il web permetta e faciliti la messa in rete dei contenuti da

parte degli utenti. Nascono in quegli anni tantissimi blog attraverso i quali gli utenti si

potevano esprimere liberamente → nascita del web 2.0 e user generated content (Blogsfera);

- 2008/oggi: social media.

4. 2008 Schiuma

I social media e i motori di ricerca fanno sì che ciascuno di noi sia dentro una sorta di bolla

personalizzata. C’è stato un cambiamento per quanto riguarda l’ecologia del web in quanto essa è

cambiata con il modificarsi dei fattori economici.

Ecologia del Web

Auto-Rivelazione:

- Alta: si tende a rivelare particolari intimi della propria vita;

- Bassa: non serve rivelare particolari intimi della propria vita.

Ricchezza del mezzo:

− Alta: cerca di replicare tutte le modalità di interazione della vita reale in un ambiente

virtuale;

− Media: testi, immagini e video;

− Bassa: solo testi con scambi sociali semplici.

Quello che vogliamo sempre più dai social media è la possibilità di parlare di sé: si utilizza, infatti,

sempre più il termine riflessione speculare. Noi in qualche modo usiamo il mezzo per piacerci.

Problema dell’interno e dell’esterno

Il regime dominante della comunicazione si basa sul fatto che ciascuna bolla ha contatti con le altre

bolle per cui non conta più tanto la distanza, la posizione ed il sentimento reale ma quello che si

manifesta all’interno di Facebook o Twitter ad esempio, i quali sono social network diventati un

fenomeno di riflessione e di auto-confinamento.

NeoTelevisione e NeoTv

− Casetti: “Tra me e te”; Eco: “Sette anni di desiderio”

L’idea è che la paleotelevisione si realizzava in termini di immediatezza, proponendosi come

finestra sul mondo (televisione come protesi dello sguardo per McLuhan). L'idea della NeoTv è,

invece, che il mondo non è intorno alla Tv ma dentro la Tv la quale controlla questo mondo (es.

Reality come Grande Fratello o L’Isola dei Famosi).

In realtà la TV non può avere questa pretesa in quanto rappresenta soltanto un pezzo della nostra

realtà mediatica per cui questa idea poteva funzionare solo quando la TV era molto potente come

negli anni ’90. Con i social media il meccanismo è molto simile a quello prospettato dalla NeoTv in

quanto noi possiamo postare quello che vogliamo in qualsiasi momento e per questo i social

avvolgono tutto e tutti. Non c'è controllo e verifica, eccetto in alcuni casi, delle informazioni che

postiamo.

Lezione 6

Mass media tradizionali Social media (Mass Self-Communication)

Impiegano il broadcasting di informazioni e Impiegano il Narrowcasting di informazioni e

contenuti contenuti

Usano tecniche propagandistiche Usano tecniche identificatorie

Usano la intermediazione dell'industria Attuano la disintermediazione dell'industria

culturale culturale

Controllano i contenuti pubblicati ma non i Controllano i singoli riceventi ma non i

riceventi contenuti pubblicati

Favoriscono la sorveglianza verticale Favoriscono la sorveglianza orizzontale

Vengono usati dal potere per reprimere Vengono usati dal potere per prevenire

Si fondano sulla credibilità Si fondano sulla fiducia

La vita degli utenti social si svolge per la maggior parte dentro questi strumenti comunicativi, e ciò

che vediamo nei social network dipende in gran parte da ciò che ci piace di più: quello che c’è

dentro la bolla lo controlliamo noi stessi perché siamo noi ad abitare quel mondo. Tutti i sistemi di

comunicazione, e non solo i social, lavorano in maniera tale da offrirci una comunicazione

personalizzata, una comunicazione che si basa sugli interessi della persona (quello che trovo io su

Google è diverso da ciò che possono trovare gli altri). L’effetto del discorso pubblicitario è

maggiore in questo caso perché aprendo Facebook, ad esempio, abbiamo due possibilità:

− vedere le cose che il sistema ritiene siano più importanti per noi;

− vedere le notizie più recenti.

Facebook e Twitter hanno una grande funzione di personalizzazione perché sono in grado di

raccogliere una grande quantità di dati su tutti noi. Noi viviamo dentro una bolla perché gli

strumenti di comunicazione che usiamo di più non ci trasmettono quello che sta fuori, ma elaborano

per noi quello che sta dentro, mostrandoci le cose che dovrebbero interessarci di più.

I social si chiedono: all’utente medio cosa interessa di più?

Complementarità tra fiducia e credibilità

La fiducia è complementare alla credibilità, nel senso che più alta è la credibilità di un individuo, e

minore sarà la necessità di avere fiducia in lui.

La credibilità di un individuo si basa sul numero e sulla qualità delle argomentazioni che egli è in

grado di offrire, anche se oltre un certo limite di crescita l’accumulo di argomentazioni può far

revocare la fiducia. Quando una persona concede la propria fiducia ad un’altra lo fa costruendo

delle argomentazioni ma, come ha evidenziato Luhmann (pag. 38): “Sebbene chi ha fiducia non sia

privo di argomentazioni e sia in grado di spiegare perché ha fiducia, queste argomentazioni gli

servono soprattutto per conversare il rispetto di sé e per giustificarlo dal punto di vista sociale”.

Un individuo dotato di scarsa credibilità richiederà un alto grado di fiducia.

Il contrario della fiducia è il tradimento mentre il contrario della credibilità è l’indifferenza.

Analisi relative ai big data sui social

Prevalenza generale di “sentimenti” negativi nei commenti Facebook.

Negatività maggiore nelle teorie del complotto.

Nelle discussioni in cui si confrontano diversi gruppi i commenti sono prevalentemente negativi:

spesso sui social le persone obiettano in termini molto forti, cosa che non accade così comunemente

nella conversazione interpersonale in quanto una persona di solito se non è d’accordo su una

determinata cosa utilizza parole morbide per esprimere il suo dissenso, o tace oppure parla d’altro.

Nei social il litigio è abbastanza regolare e tutto questo avviene perché tale comunicazione è

personale da un lato ma molto lontana dall’altro.

Vedo il mondo molto più simile a me stesso rispetto a quello che è realmente.

Nella piazza incontro tantissima gente che ha l’aria di avere provenienze geografiche e sociali,

classi, culture diverse dalla mia, mentre sui social posso ignorare che ci sia qualcuno che non la

pensa come me e se per caso lo incontro sui social lo rimuovo dagli amici.

Conclusione: polarizzazione

Rinforzo

Tendiamo a leggere e sostenere i post che confermano l’opinione che io ho sulle cose, per cui si

formano dei gruppi omogenei che abitano il web. Cluster omogenei

Bisogna trovare dei meccanismi di visione partecipati. → Sentiment Analysis.

Dissonanza cognitiva (Festinger, 1957)

− Processo di natura motivazionale;

− Deriva dal bisogno di mantenere coerenza tra le proprie cognizioni (credenze e valori) e/o

comportamenti.

Esempi:

− credo che mettere il casco sia utile;

− a volte non indosso il casco

Cognizione/comportamento - dissonanza - disagio - desiderio di riportare l’equilibrio.

Un individuo che attivi due idee o comportamenti che sono tra loro coerenti, si trova in una

situazione emotiva soddisfacente e si parla appunto di consonanza cognitiva; al contrario si verrà a

trovare in difficoltà discriminatoria se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o

divergenti: tale incoerenza produce appunto una dissonanza cognitiva, che l'individuo cerca

automaticamente di eliminare o ridurre.Il problema di pensare una cosa e di costatarne un’altra

produce disagio, per questo noi tendiamo a negare i fatti ed a ignorare la realtà per tenere insieme il

nostro castello di pensiero.

Le teorie della comunicazione: Come si reagisce alla dissonanza comunicativa?

− Il consumatore evita l’informazione che lo turba;

− Il consumatore riduce l’importanza dell’informazione;

− Il consumatore rimette in causa la credibilità della fonte;

− Il consumatore cambia i suoi comportamenti o le sue opinioni.

Basic Echo chamber

Sul web ho la probabilità di incontrare altre persone totalmente simili a me.

A → B

A → B → C

A → C

Le opinioni possono venire confermate dagli altri utenti (Idea → Right on man!).

Si parla di fenomeno di retro-azione, che va all’infinito teoricamente e tutto questo ha a che fare con

il concetto di feedback, anche se il feedback positivo può rivelarsi pericoloso in certe occasioni.

Scrivo un post sotto una immagine e ricevo tantissimi likes e commenti positivi perché tantissime

persone sono d'accordo con me.

Schiuma

Qualcuno continua a fare gatekeeping per noi, anche se non ce ne accorgiamo, e questo comporta

una vigilanza riguardo a ciò che le persone vorrebbero e tale processo innesca un meccanismo di

sorveglianza universale.

Panopticon

Siamo tutti visibili proprio per quel che guardiamo.

La società più che sul potere di costruzione si basa sul potere dello sguardo.

Libro “Sorvegliare e punire”, Foucault.

Il Panopticon è un sistema basato sulla visibilità e sulla legislazione, in quanto anche dai grandi dati

si può arrivare ai dati individuali. Il Panopticon è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo

e giurista Bentham: il concetto della progettazione è di permettere a un unico sorvegliante di

osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di

capire se sono in quel momento controllati o no. L'idea del Panopticon ha avuto una grande

risonanza come metafora di un potere invisibile. La cosa fondamentale di questo modello è che non

c’è uno spazio in cui non si è osservati e per questo la comunicazione si presenta sì come

dematerializzata ma in realtà è fortemente materializzata. Noi, infatti, abbiamo l’illusione di poter

vedere tutti e tutto da vicino.

Lezione 7

Modello drammaturgico (Goffmann)

L'aumento della capacità di calcolo e dei dispositivi distribuiti produce gli effetti del mondo:

− information overload: impossibilità di seguire tutti i dati che riceviamo;

− effetto specchio (scelta dei dati che ci somigliano): echo box;

− effetto panopticon: possibilità di immagazzinare, elaborare e utilizzare i dati di ciascuno.

Secondo il modello drammaturgico noi adottiamo comportamenti appropriati in determinati contesti

(tono di voce, modo di interagire e di vestire...) in quanto l’esposizione allo sguardo altrui è già

comunicazione. Goffman dice che noi siamo in scena in ogni momento in cui abbiamo un ruolo e fa

una distinzione non solo tra lo spazio del pubblico e lo spazio della registrazione ma tra lo spazio

scenico e lo spazio del retroscena. Interviene qui la metafora della trasparenza, ovvero il bisogno

che tutto venga reso pubblico e quindi il risultato non è quello di abolire il retroscena ma di rendere

anch'esso pubblico.

Il risultato di tale cambiamento è la caduta dell’autorità in quanto essa in qualche modo si nutre di

segreto e quindi di una distinzione forte tra scena e retroscena. Si ottiene quindi in generale un

livellamento dei ruoli ed una maggiore dose di ipocrisia e di recitazione generalizzata.

Esiste una specifica teoria della comunicazione che identifica lo spazio come strumento di

comunicazione: si tratta della teoria della prossemica formulata da un antropologo che si chiama

Edward T. Hall, nel libro “La dimensione nascosta”. La prossemica è la disciplina semiologica che

studia i gesti, il comportamento, lo spazio e le distanze all'interno di una comunicazione, sia verbale

sia non verbale. L’idea è che durante le nostre esperienze di vita noi non sperimentiamo lo spazio

come omogeneo, ma anzi lo spazio nel quale viviamo è striato e pieno di ostacoli.

In particolare Hall distingue quattro zone (cerchi concentrici):

- Zona intima (0-45 cm): nella quale posso toccare tutto e non ammetto estranei salvo che per

necessità. Si usa nelle coppie, tra genitori e figli, con amici stretti etc.;

- Zona personale (45-120 cm): è la zona che usiamo per parlarci quando si è per strada,

durante l’intervallo a scuola, durante una interrogazione tra alunno e professore etc.;

- Zona sociale (1,2-3,5 metri): zona nella quale è fondamentale l’altezza relativa e

l’inclinazione. Questa zona è indotta creando dei dislivelli ed esempi sono il comizio, il

teatro, la comunicazione tra conoscenti etc.;

- Zona pubblica (oltre i 3,5 metri): pubbliche relazioni.

Nel libro precedentemente citato, Hall osserva che la distanza alla quale ci si sente a proprio agio

con le altre persone vicine dipende dalla propria cultura; i sauditi, i norvegesi, gli italiani e i

giapponesi ad esempio hanno diverse concezioni di vicinanza. La prossemica può materializzarsi in

dispositivi fisici e materiali (es.: Benigni in braccio a Berlinguer), ma esiste anche una prossemica

virtuale che rappresenta la distanza che i dispositivi tecnologici ci fanno percepire rispetto

all’oggetto (es.: inquadratura del volto di un attore in un film). Esempi:

- Deposizione pinacoteca di Brera, Cristo Morto di Mantegna: il quadro noi lo vediamo

dall’alto in basso e questo ci colloca in una posizione virtuale di vicinanza (forti

conseguenze emotive e comunicative);

- La Camera degli sposi di Mantegna → essendo questo dipinto sul soffitto noi guardiamo dal

basso verso l’alto e gli angioletti dipinti guardano verso il basso. Questo ci colloca in una

posizione virtuale di maggiore lontananza.

Per concludere possiamo dire che le immagini, sia quelle ferme che quelle in movimento, innescano

una prossemica virtuale, ma non solo, ogni immagine crea un sistema guardante-guardato: quando

noi crediamo di vedere qualcosa attraverso una immagine noi ci inseriamo in un circuito guardante-

guardato per cui l’immagine stessa crea uno spazio virtuale che non è solo rappresentato ma

proiettato fino ad includere il nostro sguardo. In questi casi non c’è più la dimensione della scena e

del retroscena.

Tecniche del corpo: M. Mauss - “Teoria generale della magia”.

Mauss nota che il modo in cui le diverse culture svolgono compiti simili è variabile.

McLuhan - “Capire i media”

In generale gli oggetti e in particolare i media sono da intendere come protesi del corpo umano.

Ad esempio gli occhiali sono intesi come protesi dell’occhio, i vestiti come protesi della pelle, il

telefono come protesi dell’orecchio e così via. Vi è una continuità tra gli aspetti comportamentali

delle tecniche del corpo ed i dispositivi che si costruiscono per favorire questi comportamenti.

Tutto il nostro mondo è sì reale ma è anche il frutto di una interazione: la cosa da studiare dal punto

di vista comunicativo è come ogni singola cultura tematizza i suoi bisogni (piramide di Maslow).

Noi viviamo da sempre in un ambiente plasmato dalla nostra attività e siamo diventati umani da

quando viviamo dentro un mondo che è costruito. Noi riconosciamo l’umano dall’artificio.

Anche i nostri miti comportano la presenza di una dimensione comunicativa virtuale. Ad esempio

nelle grotte di Altamura si trovano rappresentazioni di animali che non sono decorative bensì

magiche in quanto rappresentavano degli incantesimi per la caccia.

Andrè Lerou-Gournham scrive “Il gesto e la parola” nel quale sostiene che sì fa parte della natura

umana l’essere artificiale ma l’ambiente deve essere considerato sempre come virtuale in quanto il

virtuale rappresenta una forma di presenza di ciò che non c’è: si parla di presenza dell’assenza,

esattamente come la condizione del segno che è qualche cosa che sta per qualcos’altro (dove c’è

segno c’è virtualità). Ad esempio il cartello Vietato fumare ci fa richiamare alla mente qualcosa che

non c’è materialmente, in questo caso la sigaretta.

Da un lato abbiamo un pensiero (Significato), dall’altro abbiamo non un suono ma una immagine

acustica (Significante); c'è sempre una immagine fisica fortemente normata (suono, differenze

cromatiche) che risulta essere utile, attraverso un supporto, per veicolare un qualche contenuto

culturale. Ogni segno produce una virtualità. Se ci pensiamo il desiderio per sua natura rende

fortemente presente qualcosa che non c’è e tutto questo ci dice che il virtuale è spesso passionale

perché segnato dalle emozioni.

Nel modello drammaturgico i costumi, il tono di voce, l’atteggiamento fisico, la gestualità etc.,

esprimono e comunicano attraverso le espressioni; noi ci creiamo una superficie espressiva che

agisce e comunica a lungo nella vita sociale e noi siamo quindi i registi, i truccatori ed i costumisti

di noi stessi. Rispetto al modello drammaturgico però la realtà risulta essere più complicata in

quanto i primi spettatori di noi stessi siamo noi e per questo spesso agiamo per presentarci a noi

stessi in una certa maniera.

“Ogni oggetto nella vita sociale significa le possibili circostanze del suo uso” (Barthes).

Si parla anche di Affordances (Norton) e con questo termine si definisce la qualità fisica di un

oggetto che suggerisce a un essere umano le azioni appropriate per manipolarlo: ogni oggetto

possiede le sue affordance. Ad esempio una superficie piatta possiede l'affordance di camminare

sopra ad essa, una superficie verticale dà l'affordance di ostacolare un movimento o di blocco di un

movimento. Il termine è stato introdotto nel 1979 dallo psicologo Gibson nell'opera “Un approccio

ecologico alla percezione visiva”.

Lezione 8

Esiste una comunità di interpretazione che condivide il senso di quello che viene aggiunto.

Le aziende sono molto attaccate ad alcuni aspetti della loro espressività ed a certi colori che si

costruiscono: ad esempio il rosso per la Vodafone, il lilla della cioccolata, il rosso/blu per a Pepsi, il

rosso accesso per la Coca-cola e così via. A tal proposito J. M. Floch parla di identità visive nel

libro “Identità visive. Costruire l’identità a partire dai segni”.

Nel libro si fa appello a due principi fondamentali:

- quello della conformità;

- quello del semi-simbolismo.

Per quanto riguarda il principio della conformità, noi abbiamo nella nostra enciclopedia/conoscenza

comune (che in qualche modo ciascuno di noi condivide almeno in parte) dei modelli e dei prototipi

(semantica cognitiva) ed uno dei modi attraverso i quali possiamo spiegare la nostra capacità di

riconoscere ed etichettare le cose è che noi stessi abbiamo in qualche modo immagazzinato dei

prototipi di quella determinata cosa. Ad esempio come faccio a sapere che quell'animale che vedo è

un cane e non un gatto? Io in qualche modo dispongo di una griglia di definizione e so che un cane

è un mammifero, un quadrupede, ha una coda, delle orecchie e lo riconosco attraverso un sistema di

tratti pertinenti e riesco a distinguerlo dal gatto. Questo riconoscimento funziona e potrebbe essere

implementato nel riconoscimento anche delle immagini. Altre teorie, invece, suppongono che noi

abbiamo assimilato una specie di immagine prototipica del cane per cui siamo in grado di soppesare

la somiglianza o la non somiglianza con gli altri animali. Tale immagine può cambiare con il

passare del tempo e facendo nuove e diverse esperienze. Il nostro sistema di prototipi si evolve con

il passare del tempo e diventa abbastanza omogeneo all’interno della società, oltre al fatto che

interviene qui il principio del bricolage, ovvero il principio del riuso che è centrale nella costruzione

della cultura (Levi-Strauss). Abbiamo dei prototipi che sono strettamente personali e altri che sono

condivisi: l’idea di cane è abbastanza condivisa in tutte le culture del mondo. In questo ambito

interviene anche un meccanismo di significanza che è un processo cognitivo complicato. Può

accadere anche che il mio prototipo cambi: il vecchio prototipo può decadere e se ne possono

formare di nuovi (es.: le vecchie lampadine sono fuori commercio ora, così come i vecchi cellulare

dotati di tasti non touch), oltre al fatto che esistono prototipi dentro altri prototipi (all’interno del

prototipo del cane ho il prototipo del San Bernardo ad esempio). Non bisogna però mai pensare che

il mondo sia fatto unicamente per modelli.

Per quanto riguarda il principio del semi-simbolismo, invece, troviamo delle associazioni di

categorie del significante e del significato e questo ha a che fare con il problema dell’espressione. È

molto interessante seguire in questo momento il dibattito sulla biologia della mente, ovvero su come

in qualche modo la nostra conoscenza si rapporti con il funzionamento della nostra mente. Il nostro

mondo appare etichettato e questa è la condizione primaria perché la realtà ci appaia ai nostri occhi

sensata. Noi continuamente trasudiamo espressione la quale nel mondo dei media è esposta e non

più protetta, per cui risulta in qualche modo leggibile, registrabile, inscatolabile e oggetto di

interazione.

Sorveglianza universale

- I cookies, la tv etc.

Oltre ad avere la registrazione delle nostre preferenze, da parte dei social vi è anche la registrazione

delle nostre attività in rete (quali siti visitiamo, quanto ci soffermiamo su quei siti, quali

informazioni cerchiamo, quanto utilizziamo i social etc.).

In generale noi utenti siamo continuamente esposti a diversi livelli di visibilità:

- il livello reciproco; il livello del sistema dei servizi (marketing, pubblicità); il livello della

schedatura propriamente politica fatta direttamente dal potere a seconda delle varie

circostanze;

Noi vediamo quel che ci viene mostrato e c’è sempre una distanza tra ciò che noi percepiamo e il

modo in cui è veramente la realtà. Una volta si parlava molto di media education soprattutto

riferendosi alla televisione, oggi bisognerebbe fare una social media education per definire quali

sono i vantaggi ma anche i rischi che si corrono navigando sul web.

2. ANNI CINQUANTA. Passaggio di informazioni

Il passaggio all'informazione si forma contemporaneamente all’invenzione dei computer.

Si genera però un problema e le domande che vengono poste sono le seguenti:

− come faccio a far funzionare al meglio la rete?

Negli anni '50 ci si riferiva alla rete telefonica dagli anni '90 in poi al web.

− come faccio a far passare la massima quantità di informazioni?

Col passare del tempo si sviluppò una teoria dell'informazione che comportò una misura della

informazione e che come primo concetto comportò l’idea che la comunicazione debba essere

analizzata nei suoi minimi termini.

Emittente → messaggio → destinatario

Quello che interessava non erano tanto i contenuti del messaggio, bensì l’organizzazione

informatica del messaggio stesso e questa cosa indusse a ridurre al minimo l’informazione (se ci

pensiamo la musica e le immagini, ad esempio, sfruttano in maniera utile solo parte

dell’informazione che trasmettono). Si sviluppa così l'idea che la comunicazione debba essere intesa

come passaggio di informazioni.

La struttura di base della comunicazione: un emittente manda un messaggio a un destinatario

parlando di qualcosa. Vennero poi aggiunti ulteriori concetti: processo di codifica e di decodifica.

Sei fattori della comunicazione (Jakobson, “Saggi di linguistica generale”)

− mittente: colui che invia il messaggio;

− messaggio: l'oggetto dell'invio;

− destinatario: colui che riceve il messaggio;

− contesto: insieme della situazione generale e delle circostanze particolari in cui ogni evento

comunicativo è inserito;

− codice: deve essere comune tra mittente e destinatario;

− contatto o canale: connessione fisica o psicologica fra mittente e destinatario, che consente

loro di stabilire la comunicazione e mantenerla.

E altrettante funzioni della comunicazione

− La funzione emotiva o espressiva (riferita al mittente) riguarda la capacità che ogni

emittente ha di esprimere sé, le sue emozioni, i suoi sentimenti, la sua identità nel

messaggio;

− La funzione fàtica (riferita al contatto) consiste nel lavoro che si fa per garantire il contatto,

per esempio quando si dice “pronto?” al telefono;

− La funzione metalinguistica (riferita al codice) definisce il codice in uso e dunque,

implicitamente, i rapporto fra gli interlocutori;

− La funzione referenziale (riferita al contesto) permette al messaggio di mettersi in rapporto

col mondo, di parlare di qualche cosa;

− La funzione poetica (riferita al messaggio) riguarda l'organizzazione interna del messaggio,

il modo in cui esso è realizzato;

− La funzione conativa (riferita al destinatario) è quella per cui si cercano degli effetti sul

destinatario, gli si danno degli ordini, dei consigli.

Ogni atto comunicativo contiene almeno in partenza tutti i fattori della comunicazione e ne

comprende anche tutte le funzioni, ma spesso il messaggio ha una struttura doppia in quanto una

comunicazione contiene sempre a sua volta una comunicazione rappresentata. Per capire la

comunicazione bisogna tener conto di tutte queste diverse forme di proiezione; è infatti attraverso

queste rappresentazioni che la comunicazione è efficace.

Autore modello, Lettore modello (U. Eco)

Non si parla di autore e lettore “in carne e ossa”, ma di Autore e Lettore Modello in quanto strategie

testuali: il lettore modello è “l'insieme di condizioni di felicità, testualmente stabilite, che devono

essere soddisfatte perché il testo sia pienamente attualizzato nel suo contenuto potenziale” (Eco,

Lector in fabula, 1979, 62), mentre l'autore modello è la strategia testuale impiegata dall'autore

empirico per indirizzare nel senso voluto l'attività cooperativa del lettore.

L'autore formula un'immagine del proprio lettore ideale: “per organizzare la propria strategia

testuale un autore deve riferirsi a una serie di competenze (…) che conferiscono contenuto alle

espressioni che usa. Egli deve assumere che l'insieme di competenze a cui si riferisce sia lo stesso a

cui si riferisce il proprio lettore. Pertanto prevederà un Lettore Modello capace di cooperare

all'attualizzazione testuale come egli, l'autore, pensava, e di muoversi interpretativamente così come

egli si è mosso generativamente” (Eco, 1979).

Lezione 9

Libro di riferimento: “Come fare cose con le parole”, Austin.

La Pragmatica rappresenta non solo uno dei poli del linguaggio, ma anche uno dei grandi livelli di

funzionamento di esso. La comunicazione viene utilizzata per scambiare informazione e per

produrre modificazioni nella mente dei nostri interlocutori.

Austin a tal proposito distingue tre livelli di azione del linguaggio:

− il livello locutorio;

− il livello illocutorio;

− il livello perlocutorio.

Il livello locutorio

Questo è il livello che si riferisce alla buona formazione sintattica e lessicale.

Perché la comunicazione funzioni nel migliore dei modi deve esserci un certo grado di correttezza

dell’uso delle regole relative al singolo linguaggio che si utilizza; in generale su questo livello vale

un principio che è importante non solo filosoficamente ma anche praticamente, che è quello di

carità (principio legato ad un filosofo del diritto americano che si chiama Dworkin): ogni volta che

io ricevo una comunicazione al fine di poter essere inserito nella vita sociale cerco di dargli il senso

migliore che si può attribuirgli.Il principio di carità spesso non riguarda solo il fatto di formulare

bene le cose ma genera anche un forte livello di carenza informativa nella comunicazione: noi

possiamo dire una minima parte della informazione che vogliamo comunicare in quanto ragioniamo

sul fatto che il nostro interlocutore è in grado di integrarla. Più si va avanti con la cultura e più si

differenzia quella che in termini semiotici si usa chiamare enciclopedia. Per capire il nostro

interlocutore non è sufficiente infatti un dizionario, bensì una enciclopedia in quanto se il dizionario

ci dà il significato delle parole, l'enciclopedia ci fornisce informazioni relative al mondo in cui

viviamo.

“Relevance” (pertinenza) di Sperber e Wilson: loro cercano di sviluppare la teoria degli atti

linguistici nel contesto concreto della comunicazione interpersonale, la quale non presuppone solo

l’enciclopedia ma anche tutta una serie di fatti concreti che riguardano l’interlocutore. Il livello

locutorio crea quindi nella comunicazione una condizione che Austin chiama felicità locutoria. Se

c'è felicità locutoria vuol dire che sono stati soddisfatti tutti i criteri locutori. Quindi: l'atto locutorio

rappresenta l'atto di costruire un enunciato attraverso il lessico e le regole grammaticali di una

determinata lingua per veicolare un dato significato.

Il Livello illocutorio

In certi casi la comunicazione può essere usata direttamente per ottenere dei risultati. Questo livello

è diretto ed ha una funziona conativa diretta che permette di dar luogo ad una felicità illocutoria.

Problema che ha analizzato Lévi-Strauss: esiste l’efficacia simbolica? Sì ed è la ragione per cui in

fondo la pubblicità, la retorica, la propaganda politica sono in grado di influenzarci. Quindi: l'atto

illocutorio rappresenta l'intenzione che viene perseguita nel dire, cioè con il fatto stesso di

pronunciare l'enunciato. Entra qui in gioco la nozione di forza illocutoria, che non si basa

sull’intensità di azione, bensì l'intenzione linguistica che sta nell'enunciato, la direzione verso la

quale l'enunciato tende, il modo in cui l'enunciato va interpretato. La forza illocutoria ha un

carattere convenzione: i metodi attraverso la quale viene espressa saranno infatti oggetto dello

studio di filosofi successivi.

Il Livello perlocutorio

A questo livello corrisponde una felicità perlocutoria e vi è il tentativo di avere una influenza

conativa indiretta. Molto spesso noi non chiediamo le cose direttamente, non ordiniamo, non

promettiamo, non domandiamo etc., ma utilizziamo dei percorsi più tortuosi (significativo in questo

caso è l'esempio del Volpe e del Corvo). Quindi: l'atto perlocutorio riguarda il fine che si raggiunge

con il dire; è l'atto di produrre degli effetti sugli interlocutori, intenzionalmente o no. Il

performativo rappresenta quel tipo di comunicazione che, secondo Austin, per il solo fatto di essere

emessa e pronunciata ottiene il suo risultato: esiste una felicità performativa che è connessa al fatto

che chi produce la comunicazione performativa debba avere i giusti titoli per farlo: ad esempio il

professore che dice “la proclamo Dottore in…” oppure il prete che dice “vi dichiaro marito e

moglie...” oppure ancora il figlio che dice alla madre “prometto che non lo farò mai più” etc.

Esiste una fortissima efficacia e tendenza della comunicazione a raddoppiarsi, cioè a inscatolarsi

dentro se stessa e a compiere quell’operazione che viene chiama in gergo cinematografico “Myse en

abyme” (porre in abisso – Nesting – annidare). Questa è una parola che si usa moltissimo nel

cinema perché accade molte volte che ci sia un film dentro un film o una ripresa dentro una ripresa.

Se ci pensiamo in qualche modo succede spesso la stessa cosa anche in letteratura o a teatro (la

parola Myse en abyme è di Gide). Inoltre, spesso il messaggio ha una struttura doppia e questo si

verifica quando una comunicazione contiene a sua volta all'interno una comunicazione

rappresentata. Il mondo che ci raccontano i mezzi di comunicazione è il mondo reale o no?

Si, ha a che fare con il mondo reale a seconda dei generi (fiction, giornalismo etc.).

Il pezzo di mondo reale che entra nel mondo dello sport è, però, diverso dal mondo reale che rientra

ad esempio in Novella 2000, o sulla pagina Fb e Twitter di una persona famosa. La comunicazione

funziona meglio se prefigura virtualmente il suo pubblico e se ci pensiamo lo stesso vale anche per

ciò che concerne i social network.

La decodifica aberrante si verifica quando:

- Rifiuto del messaggio per assenza di codice (il rumore è troppo alto e impedisce la

comprensione) o per delegittimazione (non accettazione per motivi ideologici e/o per i

pregiudizi del destinatario);

- Incomprensione per disparità di codice (scarsa comprensione da parte del ricevente) o per

interferenze circostanziali (la risposta non è secondo i parametri del mittente);

Lezione 10

Il Segno

Partiamo dallo schema della comunicazione, estraendone due fattori:

- Messaggio;

- Mondo reale

Quindi: segno = pezzo di messaggio + contesto.

Troviamo per questa via la definizione saussuriana del segno: “il segno è bifacciale, è formato da

un concetto e una immagine acustica, poi ribattezzati rispettivamente significato e significante”.

Il segno è una entità sociale che raggiunge la sua piena completezza nel momento in cui viene

socialmente riconosciuto; noi viviamo in una società densa e ricca di segni al punto che spesso essi

vengono addirittura dati per scontato. Tutto questo perché siamo condizionati dal fatto di vivere in

una cultura basata sulla tecnica delle memoria.

Arbitrarietà

Saussure dice: “Il legame che unisce il segno al significato è arbitrario, o meglio, poiché

intendiamo per segno il totale che risulta dall’associazione di un significante a un significato,

possiamo dire più semplicemente: il segno linguistico è arbitrario”.

Arbitrarietà Verticale

Asino, ma anche burro, donkey, àne, ecc.

Il rapporto tra l’unità linguistica e l’unità di significato è arbitrario il che significa che è frutto di

contingenze storiche complicate, di significati che si ampliano o si restringono con il passare del

tempo, di influssi etc.: non c’è nessuna ragione al mondo per cui un asino debba essere chiamato

asino e per questo non esiste alcuna determinazione di alcun tipo tra concetto ed espressione.

In ogni segno arbitrario, come dicevamo, significante e significato sono legati solo in maniera

storica e contingente: chiameremo questo rapporto non motivato fra i singoli significanti e

significati arbitrarietà verticale. Prendiamo per esempio il codice dei semafori: non vi è nessuna

connessione particolare fra colori e significati. Certo rosso e verde non sono scelti a caso, sono

colori complementari e quindi si vedono meglio in contrasto, ma non ci sarebbe nessuna difficoltà a

immaginare un sistema semaforico in cui i colori fossero invertiti, o sostituiti, poniamo, dall'azzurro

e dall'arancione. Anche con tali cambiamenti di significante, il sistema resterebbe lo stesso, perché

la sua organizzazione e la sua funzione sarebbero identici ed il comportamento degli automobilisti

non cambierebbe affatto. Questo esempio ci mostra come in definitiva i significanti di un sistema di

segni arbitrari non siano portatori di senso in sé, ma solo per la loro capacità di differenziarsi, di

opporsi l'un l'altro. Non importa che il segnale per “via!” sia verde o rosso o blu. Quel che conta è

che esso sia diverso dal segnale di “stop”. Lo stesso vale naturalmente per la lingua; non importa

effettivamente come sono pronunciate da qualcuno o da qualche variante regionale la “t” o la “d”,

quel che conta è che non vi sia confusione fra “tenti” e “denti” o fra “torto” e “tordo”. In un

sistema simbolico i significanti servono solamente a differenziarsi reciprocamente.

Quindi: arbitrarietà verticale: contingenza tra significante e significato.

Arbitrarietà Orizzontale

Ogni lingua sceglie un certo numero di fonemi (di solito fra i venti ed i trenta), e non c'è nessuna

ragione per cui l'inglese abbia scelto un certo sistema e l'italiano un altro, a parte le solite

contingenze storiche. Questa seconda arbitrarietà orizzontale, che riguarda la costituzione dei

singoli significanti e i rapporti che essi intrattengono con i loro possibili concorrenti, non vale solo

per i significanti, ma anche per i significati. I significati che vengono accettati da una certa società

variano nel tempo. Parole come “libertà” e “eguaglianza” sono sempre esistite, ma prima della

Rivoluzione francese, avevano certo un significato sensibilmente diverso. Oppure ancora: due

secoli fa non c'erano parole per dire “elettricità”, “calcolatore”, “automobile”, perché gli oggetti

stessi non erano stati inventati. Inoltre ci sono lingue che classificano in maniera diversa dei

fenomeni universali della percezione umana come i colori e i sapori: certe lingue hanno griglie più

complesse, altre più semplici. Ma se si bada al linguaggio dobbiamo ammettere che vi è comunque

un'arbitrarietà orizzontale anche nel campo dei significati. Ogni significato come ogni significante

di un codice arbitrario si può pensare come una sorta di gettone il cui valore consiste nelle relazioni

di opposizione che lo distinguono dagli altri significati che gli sono in un certo senso vicini. Anche

le distinzione tra i suoni sono arbitrarie in quanto ad esempio non esiste alcuna ragione perché le

vocali in italiano siano 5, in finlandese 2 ed in turco 10. Noi tendiamo a pensare che i fatti della

comunicazione siano isolati ma in realtà il funzionamento della comunicazione avviene per campi e

per gruppi di oggetti che risultano essere in relazione tra di loro. Noi, infatti, riconosciamo il

significato dei segnali stradali perché ne riconosciamo la tipologia ed il gruppo di appartenenza, e

poi li interpretiamo sulla base della logica del gruppo.

Doppia arbitrarietà orizzontale:

- Sul piano fonologico ogni fonema si identifica distinguendosi dagli altri: ad esempio /k/

vs. /g/ (+/- sonorità); /s/ vs. /S/ (+- palatalità); /n/ vs. /d/ (+- nasalità);

- Sul piano semantico ogni significato si identifica differenziandosi all’interno del proprio

campo: ad esempio sedia vs. sgabello vs. poltrona vs. sedile vs. divano ecc.

Quindi: arbitrarietà orizzontale: modo in cui sono divisi segni che appartengono allo stesso gruppo.

Quindi in realtà noi abbiamo solo segni ed il segno nasce quando qualcuno attribuisce ad una

qualche configurazione un significato. In questo schema manca il mondo reale o referente.

Triangolo: referente – significato – significante.

- Interpretante: è il significato attribuito dall’organismo interprete che risponde alla pressione

dell’ambiente;

- Segno: è determinato da un oggetto, e determina un’idea di un interpretante;

- Oggetto: è l’agente scatenante della semiosi: oggetto naturale, artefatto, evento, ecc.

Più fruttuosa è la definizione di Peirce

Nella sua terminologia segno si può dire anche representamen.

Il segno secondo Peirce: “un segno è qualcosa che sta per qualcuno in luogo di qualcos’altro, sotto

certi aspetti o capacità”. Centrali sono quindi il ruolo dell’interprete e le condizioni del rimando.

Il segno è dunque basato su relazione non biadica, ma triadica. Secondo la definizione di Peirce:

- Qualcosa: significante ;

- Qualcuno: interprete;

- Qualcos’altro: significato o referente;

- Qualche aspetto o capacità: ground (G), ovvero lo sfondo.

Il segno è riconosciuto da qualcuno sulla base di una sua scommessa pragmatica.

Esempio Robinson Crusoe: Robinson girovagando per l’isola vede e riconosce un’impronta la quale

gli permette di pensare di non essere più solo. Incontra, infatti, un altro essere umano che però è

tutt’altro che interessato a comunicare perché è uno schiavo il cui nome è Venerdì. In questo

esempio possiamo notare come il segno non sia prodotto sotto la responsabilità del suo autore, e

questo ci porta a dire che noi lasciamo continuamente segni anche senza rendercene conto. In

questo esempio l’impronta è il significante, l’essere umano/primitivo è il significato, Robinson è

l’interprete. Esistono però talvolta anche dei segni senza soggetto, ad esempio noi andando in

montagna vediamo una crepa sul bordo del sentiero e non vi mettiamo il piede perché pensiamo che

sia l’indizio di un possibile fenomeno franoso. Questo segno ha sicuramente un significato molto

forte ma se ci pensiamo non è stato prodotto da nessuno.

Noi leggiamo il mondo come intreccio di segni e cogliamo i fatti al fine di trasformarli in indizi utili

per altri fatti: in termini semiotici si parla di processo di abduzione che è un processo di inferenza,

come anche la deduzione e l’induzione.

- Abduzione: ragionamento rischioso perché implica un salto logico piuttosto ardito. Il

termine abduzione deriva da una parola inglese che significa letteralmente scommessa e

consiste nel fatto che noi nel momento in cui ci troviamo di fronte ad un qualcosa di nuovo

proviamo a scommettere costruendo per quanto possibile la regola generale di cui questo

qualcosa possa esserne soltanto un esempio (es. se noi andiamo in montagna e vediamo un

segno sulla neve che corrisponde all’impronta della lepre e dopo vediamo un segno simile a

quello appena visto scommettiamo che sia anch’esso l’impronta di una lepre). La nostra

scommessa può essere confermata o smentita dalle diverse circostanze e l’attore principale

in questo caso è chi riceve il segno in quanto il soggetto prende un qualunque fenomeno che

lo colpisce e lo interprete come se fosse significativo e dispone le altre persone come

riceventi di quel messaggio. È fondamentale anche la localizzazione spaziale: il qui viene

indicato con una freccia e noi interpretando questa freccia stiamo facendo una scommessa di

abduzione che, in questo caso, non richiede sforzo.

- Deduzione: il ragionamento deduttivo non comporta alcun accrescimento del sapere. La

deduzione consiste nel fatto che io posseggo delle conoscenze e da queste deduco altre cose

(es. per risolvere un problema di geometria io ho dei dati a disposizione).

- Induzione: ci consente di allargare orizzontalmente la nostra conoscenza del mondo e la sua

essenza è la generalizzazione. L’induzione ci fa supporre che tutta una serie di fenomeni che

si sono sempre ripetuti continueranno a ripetersi (es. sorgere del sole al mattino/il cadere di

un oggetto verso il basso etc.).

Secondo Saussure per ciò che concerne il linguaggio verbale abbiamo a che fare con:

- un concetto;

- una immagine acustica.

Una volta che ho identificato il segno quello che conta non è più quel singolo segno ma la tipologia

di segni all’interno della quale è inserito. La parola casa, ad esempio, ognuno la pronuncia in

maniera diversa perché si tratta di una immagine acustica con determinate caratteristiche, oltre al

fatto che il concetto corrispondente a casa è molto vago ma questo non importa perché ciò che conta

è il grado di generalità che regge tale tipo di comunicazione. Il funzionamento della comunicazione

avviene, infatti, per la maggior parte dei casi in maniera generica e non specifica. Agisce in questo

caso quello che spesso è stato chiamato triangolo del segno nel quale si possono distinguere un

significante, un significato ed un referente. Ci sono due grandi tradizione che discutono di questo

triangolo, quella linguistica da una parte e quella filosofica dall’altra.

Non esiste una causalità che vada dal significante al significato e viceversa in quanto il rapporto tra

significante e significato è un rapporto di presupposizione reciproca: non esiste un significante che

non significhi (un significante che non ha la capacità di significare, infatti, non è un significante).

Noi possiamo comunicare proprio perché abbiamo in comune il fatto di poter identificare tutta una

serie di cose: ci sono significanti condivisi ed è questo fatto che mi consente di avere una continuità

nei giudizi: il fatto che ci siano significanti condivisi, infatti, mi rassicura sulla mia stessa

percezione. Tutto ciò che è in qualche modo continuo, verificabile e oggettivabile è anche pubblico.

Noi siamo sì capaci di indicare le cose ma siamo anche in grado di conservare la visione del mondo.

Peirce sostiene che il pensiero è fatto di segni in quanto ciò che conta veramente è che noi siamo

immersi in un mondo all’interno del quale siamo coordinati; il linguaggio non funzione esibendo le

cose ma funziona arrivando alle cose attraverso i concetti e per questo il linguaggio è sempre

equivoco, oltre ad essere molto meno complesso del mondo. Si è sviluppata una tendenza

potentissima, soprattutto nella cultura europea, volta alla costruzione di linguaggi perfetti tra il ‘500

e l’800. La filosofia, ad esempio, si propone infatti di correggere i difetti della lingua e di risolvere i

problemi creati dal linguaggio sbagliato ed inadeguato. Non ha più molto senso mostrare le cose

con un occhio ingenuo e la stessa cosa accade anche nella narrativa con Joyce e Proust.

È molto difficile passare dall’ambito dei segni a quello della realtà, anche se quando noi traduciamo

ci stiamo muovendo sempre all’interno di segni; è difficile uscire dall’ambito del linguaggio per

spiegare che cos’è un albero ad esempio; anche i testi sono intessuti di linguaggio.

Una volta che si entra in un mondo costituito interamente da segni non è più possibile uscirne e

tutto questo comporta grandi problemi riguardo al dilemma della traduzione.

Come faccio a tradurre dei testi senza perdere il loro potere e la loro intensità?

Ritorniamo a Perice: La semiosi illimitata

L’idea è che noi abbiamo uno oggetto che è rappresentato da un segno che Peirce chiama

representamen, ma il segno funziona solo se produce degli interpretanti, ovvero altri segni che si

riferiscono allo stesso oggetto. Un segno è quindi tale e funziona solo se è produttivo.

Pensiamo, ad esempio, al fatto che il professore si propone di presentarci i segni secondo Peirce: se

questi segni funzionano e giungono alla nostra mente noi li interpretiamo, li scriviamo sul nostro

foglio di appunti e poi ne parliamo all’interrogazione e quindi li riutilizziamo più volte.

Ciò che conta non è la dimensione statica del segno ma la sua produttività, ovvero quella che Peirce

chiama Semiosi, cioè l’attività di significare ed il fatto che il segno venga continuamente riscritto.

Se vogliamo tenere vivo il mito di Ulisse possiamo creare un videogames o un fumetto ad esempio.

La semiosi è illimitata perché continua a funzionare praticamente all’infinito.

Perché la Coca-Cola continua a fare la pubblicità nonostante sia conosciuta da tutti?

Coloro che stanno dietro a questo grande brand hanno capito che bisogna riformulare più volte lo

stesso concetto in quanto solo continuando a produrre nuovi segni della stessa cosa essa rimane nel

processo di semiosi. L’attività culturale e comunicativa consiste, infatti, non nell’inventarsi cose

nuove ma nel riproporre, nel riformulare e nel rialimentare lo stesso processo di modo che vengano

prodotti nuovi interpretanti (gli interpreti sono le persone che interpretano mentre gli interpretanti

sono i nuovi segni, ovvero quei segni che interpretano lo stesso oggetto). Tutto ciò avviene su di

uno sfondo (ground) che rappresenta l’elemento dinamico della situazione.

Bloom, che è fra i più influenti critici letterari statunitensi e professore emerito all’Università di

Yale, parla di Mis-reading e di Angoscia dell’influenza.

Lezione 11

L'impronta può essere o non essere considerata un segno nel senso che tutti noi lasciamo impronte:

l’impronta dei piedi sulla sabbia, l'impronta del nostro corpo sul divano e sul letto, l’impronta degli

odori che lasciamo sui vestiti etc. Il problema è proprio capire se alcuni segni sono arbitrari o meno.

Per questa ragione Peirce per prima cosa ha distinto i segni in tre grandi categorie:

− iconici: presenta una o più qualità dell’oggetto denotato (suddivisione in: immagini,

diagrammi, metafore);

− indicali: si trova in contiguità con l’oggetto denotato. Esempi: sintomo di una malattia

(semeiotica medica), la bandieruola che mostra la direzione del vento, il gesto di indicare. Si

parla di indici o di segni indicali in quanto esiste una contiguità fisica fra il segno e l’oggetto

indicato, oltre al fatto che c’è ad esempio una funzione indicale nelle frecce e sono indicali

tutti quei segni che sono connessi in maniera fisico-causale con il loro oggetto. Esistono dei

simboli indicali anche all’interno della lingua ad esempio le parole come oggi, io, qui etc.,

che si riferiscono non all’enunciato ma all’enunciazione;

− simbolici: si riferisce all’oggetto in forza di una convenzione. Si chiamano simboli quelli

linguistici e simili, compresi i segni dei gesti, i linguaggi segreti, i linguaggi matematici etc.,

che sono tutti arbitrari.

Di fatto esiste però una mescolanza di questi segni che hanno la caratteristica di essere sincretici e

per questo in certi casi si parla anche di testi sincretici. Un tipico esempio di testo sincretico è il

giornale oppure Facebook perché intrecciano testi linguistici, testi simbolici, testi costituiti da

immagini etc. Le immagini funzionano secondo due regimi differenti:

− Le immagini funzionano secondo il regime iconico: è importante avere delle immagini che

in qualche modo mi ricordano certe qualità e proprietà del loro oggetto, oltre al fatto che

l'aspetto prevalente e quello di fornire qualche caratteristica rilevante. Se io scoprissi che

questa immagine non si riferisce al terremoto di questi giorni ma a quello di un mese fa non

mi scandalizzerei più di tanto perché il messaggio è sempre lo stesso, oppure guardando

l'immagine che ci dice che una classe di automobili è fatta così scoprissi che è un disegno e

non una foto non cambierebbe nulla, il significato rimarrebbe comunque sempre lo stesso.

Se invece prendessi una fotografia riguardante un caso di cronaca preciso ad esempio quella

raffigurante il problema dei migranti i quali sono stati trasportati su pullman all’interno dei

quali ci sarebbero state delle coperture di plastica per isolarli rispetto ai sedili e qualcuno mi

dicesse che questa foto non è stata fatta in quel momento ma è un frame di un film, questa

dichiarazione toglierebbe la forza probatoria dell'articolo e penserei ad una sorta di inganno.

Tutti questi esempi ci portano a dire che alcune immagini funzionano solamente se si

riferiscono all'evento reale.

− Le immagini funzionano però anche secondo il regime indicale: questo è ben evidente per

esempio nelle fotografie dei documenti in quanto se diamo una fotografia simile alla nostra

commettiamo un reato, stessa cosa quando falsifichiamo la firma.

Barthes si è occupato di semiotica della fotografia nel libro “La camera chiara” nel quale distingue

due aspetti e due livelli differenti della fotografia:

− Studium: denotazione e capacità di descrivere un fatto (es.: immagine1: Michelle Obama e

Hilary Clinton mentre fanno campagna elettorale/immagine2: posto del terremoto);

− Puntum: luogo in cui in qualche modo si fissa lo sguardo e si concentra l’emozione di chi

guarda (es.: immagine 1: di questa foto ci colpisce il sorriso/immagine2: presenza delle

macerie).

Lo Studium ed il Puntum sono importanti perché in grado di tenere insieme la comunicazione.

Si parla in questi casi di isotopia: l'isotopia è definibile come la coerenza di un percorso di lettura,

secondo una definizione di Eco. Si tratta di una caratteristica intrinseca del testo, spesso progettata

come tale, la quale deve però essere riconosciuta dal lettore tramite l'operazione pragmatica della

scelta del topic. Dato un enunciato come questo “questo tenore è un cane”, il parlante italiano

competente osserva subito che tra i lessemi “tenore” e “cane” è possibile, in base alle regole della

sua enciclopedia, una sovrapposizione semantica o amalgama. Le due parole dunque condividono

qualche marca semantica, e la loro combinazione consente l'instaurarsi di un piano di coerenza

semantica che percorre l'enunciato, un'isotopia: un testo più è complesso e più viene tenuto insieme

da una rete di isotopie.

Asse paradigmatico e sintagmatico

Tutte le volte che c’è comunicazione, ogni singolo elemento comunicativo si trova all'incrocio tra

due assi/serie: una serie è quella riguardante le entità che si congiungono all'elemento dato, l’altra

serie è quella riguardante le entità che potrebbero sostituire l’elemento dato.

− Asse sintagmatico (compositio): è il concatenamento degli elementi comunicativi (le parole

o qualsiasi altro segno) considerati nel loro rapporto di contiguità (l’uno dopo l’altro);

− Asse paradigmatico (electio): è l’insieme delle parole o dei segni con i quali, per

associazione, si può sostituire ciascun elemento all’asse sintagmatico.

Per quanto riguarda l’asse sintagmatico: non accade mai che i segni siano isolati, ma anzi essi sono

sempre congiunti; pensiamo all'abbigliamento per uscire ci mettiamo scarpe, pantaloni, maglia.

Questo asse viene anche definito asse del processo in quanto le cose procedono.

Per quanto riguarda l’asse paradigmatico invece: non conta solo ciò che c'è ma conta anche ciò che

potrebbe esserci ma non c'è; pensiamo sempre all’abbigliamento per uscire al posto di metterci

una t-shirt potremmo metterci una camicia. Il numero delle cose che potrebbero stare al posto di

un’altra cosa non è però infinito. Al posto della t-shirt possiamo mettere la camicia ma non

possiamo mettere la camicia al posto delle scarpe o dei pantaloni. Questo asse viene anche definito

asse del sistema. In questo asse sono idealmente raggruppate tutte le possibili alternative pertinenti

che servono a dare rilievo alla scelta che facciamo. Questa è una delle regole fondamentali

riguardante il principio comunicativo nelle tecnologie audiovisive: nel montaggio infatti possiamo

accostare elementi significativi rispetto ad altri che potrebbero esserci e continuamente viene fatta

una scelta/selezione. L'asse paradigmatico rappresenta, per fare un ulteriore esempio concreto e

vicino a tutti noi, ciò che potremmo mettere su Facebook ma che non mettiamo perché abbiamo già

messo altre cose.

Per concludere potremmo quindi dire che:

- L'asse sintagmatico è l'asse riguardante ciò che è connesso e vicino, quindi questo asse è in

qualche modo retto da un principio indicale; tale asse inoltre potrebbe essere assimilato a

quella figura del linguaggio e del visivo che è la sineddoche/metonimia (figura che

sostituisce la parte per il tutto o la materia per l'oggetto; es.: incrociare i ferri, l'ammiraglio

volse le prue verso occidente, c'erano solo 44 anime in quel villaggio);

− L'asse paradigmatico è invece regolato dal principio del simile e per questo in qualche modo

è retto da un principio iconico; tale asse inoltre potrebbe essere assimilato a quella figura del

linguaggio e del visivo che è la metafora (figura che sostituisce il simile con il simile; es.: la

luce dei tuoi occhi per dire lo sguardo).

Questi due assi rappresentano i due grandi principi di organizzazione della comunicazione; da

un lato infatti si lavora sulla somiglianza, mentre dall’altro sulla vicinanza e questi due

principi tengono insieme appunto il linguaggio nelle sue diverse forme.

Questi sono due principi di organizzazione molto potenti riguardanti le conoscenza che ci servono

per organizzare il mondo in categorie ed in schemi e per questo esprimono il nostro modo di capire

ed interpretare la realtà. È interessante producendo un testo di qualunque tipo (Fb, Twitter,

pubblicità…) essere consapevoli di tale struttura (ad esempio gli Hashtag sui social introducono

nell'asse sintagmatico gli elementi paradigmatici).

Afasia come problema linguistico

Jakobson nel saggio “Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia” afferma che l’atto linguistico

implica la selezione di certe entità linguistiche e la loro combinazione in unità linguistiche

maggiormente complesse. L’idea è che quando qualcuno ha un incidente cerebrale in seguito al

quale non riesce più a parlare si sviluppano due difficoltà:

− Incapacità di mettere insieme le parole (disturbo della contiguità);

− Incapacità di scegliere le parole giuste (disturbo della similarità).

La svolta testuale

È possibile individuare molteplici segni anche in una singola fotografia.

Es.: immagine: non c'è solo la mole, ci sono anche le case, c'è piazza vittorio, ci i balconi dei

palazzi, ci sono i vasi di fiori sui balconi, ci sono le panchine nella piazza e così via. Questo

esempio ci porta a dire che ogni segno fotografico o pittorico è composto da tantissimi sottosegni, e

lo stesso vale anche per i testi (in una frase troviamo parole, verbi, proposizioni, suoni etc.). L'idea è

che la struttura della comunicazione abbia un carattere frattario. L'unità vera della comunicazione

non è quindi l'illusorio singolo punto che si ingrandisce bensì il complesso di tutta la struttura che

viene definita testo. La conseguenza di questa consapevolezza è che noi non ci occupiamo più di

segni bensì di testi e si tratta quindi di capire cosa è il testo, come lo si interpreta e qual è il suo

funzionamento. A partire dagli anni settanta la semiotica infatti non parla più di segno, bensì di

testo: non è più la singola parola, né la frase isolata da un contesto discorsivo, ma è il testo a

costituirsi come il segno linguistico primario. L’interesse si sposta sulla generazione dei testi e sulla

loro interpretazione e per questo si parla di “svolta testuale”.

Il testo = un tessuto di parole

La parola testo deriva dal latino textum, “intessuto, intrecciato”.

In un testo i vari elementi linguistici sono combinati tra loro per costruire un insieme unitario,

ordinato, coerente e di senso compiuto. Il testo = metafora del “tessuto”, della “trama” di singoli fili

che danno vita a un insieme organico di cose (in latino textus è participio passato di texere

“tessere”). È un discorso in quanto “legato” e tenuto insieme da una trama. Il testo è dunque:

− Intrinsecamente multiplo;

− In frammento di processo;

− Delimitato da margini decisi dal lettore;

− A volta capace di delimitarsi da sé.

Si parla di slot per indicare l’allocazione dei vari elementi che compongono il testo: ad esempio in

una frase abbiamo il soggetto, poi il verbo e poi il complemento oggetto. Importanti sono anche gli

Script o Frame all’interno del testo in quanto mi fanno capire tutta una serie di cose riguardanti la

comunicazione semplicemente sulla base del fatto che io ho una sceneggiatura. Come accennavamo

prima il frame è spaziale ed è costituito da slot pe cui nell’aula di lezione troviamo lo schermo, i

banchi, il proiettore, le porte, le finestre etc. In alcuni casi però può avvenire una rottura del frame,

ad esempio al ristorante il secondo che viene servito prima del primo. L’organizzazione degli script

negli slot è fortemente dipendentemente dalla cultura e dalla società nella quale viviamo (es.

organizzazione del pranzo: antipasto, primo, secondo e contorno, dessert).

Esempio 1: ristorante

Vado al ristorante e il cameriere mi chiede cosa prendo.

Io: prendo gli spaghetti / Cameriere: e come secondo? / Io: una trota

Si compone così il mio processo, il mio sintagma, in quanto c’è un prima ed un dopo.

Esempio 2: abbigliamento

Si possono distinguere tre differenti strati: il primo riguardante la biancheria intima, il secondo

composto da pantaloni, camicia, t-shirt etc., ed il terzo che può esserci o meno: la giacca.

Alcune culture non hanno questa divisione sopra e sotto in quanto indossano delle tuniche: si può

dire che queste culture dispongono di un frame diverso rispetto al nostro e anche in questo caso,

ogni volta che mi vesto sto componendo un sintagma.

Inoltre, i testi possono anche essere non verbali: ci sono, infatti, anche testi che sono musicali,

architettonici, comportamentali etc. Il testo da questo punto di vista rappresenta quindi una certa

sezione di un processo più ampio (un ritaglio). Vediamo ora qualche esempio di testo.

- prendendo un giornale sono interessato a vedere come la Stampa usa la prima pagina: questa

prima pagina rappresenta il mio testo;

− dell’intero giornale mi interessa solamente l’articolo scritto da Gramellini: questo articolo

diventa il mio testo;

− il mio testo è la sezione cronaca del giornale perché in quel momento mi interessa solo

quella parte;

− cerco su Youtube le canzoni di un determinato artistica: il suo album sarà il mio testo;

− faccio un intervento su Facebook commentando un post: quello è il mio testo;

− sono interessato ad un certo problema su Twitter e il mio testo diventa tutto ciò che porta

quell’hashtag specifico;

− sono coinvolto in una conversazione di gruppo su Whatsapp ma quello che mi interessa è

solo quello che scrive una certa persona: quello che scrive è il mio testo;

− la lezione è un testo, così come il giornale, il cibo sulla tavola in un momento etc.

Testo e Paratesto

Esistono anche dei processi che cercano di testualizzarsi da soli e di fornirci le istruzioni utili per

l’uso utilizzando dei sistemi di segno. Nell’opera “Figure” di Genette (opera divisa in tre volumi

pubblicata tra il 1966 e il 1972) si parla anche di paratesto il quale rappresenta tutto ciò mi serve per

isolare nel processo in maniera corretta il mio testo. Pensiamo alle sigle televisive che segnano

l’inizio e la fine della trasmissione, oppure i titoli di testa e di coda di un film, oppure ancora il libro

possiede una prima pagina dove c’è il titolo e l’autore e poi l’organizzazione dei capitoli, o anche

gli interventi sotto i post su Facebook etc. Questi sono tutti esempi di apparati paratestuali che ci

aiutano a capire e a comprendere ciò che troviamo di fronte. I Paratesti ci forniscono delle istruzioni

per l’uso del testo stesso e ci indicano quindi come noi dobbiamo prendere il processo e ritagliarlo

nella maniera più corretta. Quindi:

- Testo = parte scritta contenente i messaggi tramite segni convenzionali che assumo una

propria materialità la quale consente la fruizione nel tempo. Può essere diversificato a

seconda del tempo e della forma. Ma anche testis testimone.

− Paratesto = l’insieme di produzioni che accompagnano il testo (frontespizio, antiporta,

iconografia, caratteri, margini, dediche, ecc.) e si differenzia in: peritesto (all’interno del

documento) ed epitesto (al di fuori del documento).

Lezione 12

La scrittura viene inventata tante volte mentre l’alfabeto una volta sola

Le scritte che risalgono al 1550/1700 a.C sono abbastanza simili ai segni che troviamo nei

geroglifici i quali in qualche modo comprendono dei disegnini ben riconoscibili (uccelli, uomini,

strumenti, animali etc.). I geroglifici sono usati in maniera complessa in quanto in parte raffigurano

ad esempio idee di nazioni, aspetti fonetici etc. Il passaggio decisivo viene fatto coincidere con la

trasformazione di alcuni di questi disegnini schematizzati in elementi puramente fonetici con una

tecnica che possiamo assimilare a quelle delle sigle.

L’alfabeto rappresenta l’inizio della tecnologia di comunicazione. La differenza tra l’alfabeto ed i

geroglifici è che, ad esempio, l’alfabeto italiano ha 24 lettere e gli altri alfabeti ne hanno poco più o

poco meno (l’alfabeto iniziale ne aveva 22), mentre i geroglifici o gli ideogrammi cinesi sono

migliaia e migliaia oltre al fatto che hanno una struttura complicatissima.

L’alfabeto permette la diffusione della scrittura la quale rappresenta una forte rivoluzione in quanto

sottrae il sapere all’aristocrazia degli scribi rendendolo disponibile almeno potenzialmente a masse

molto più ampie. La cosa fondamentale è stata quella di aver capito quali fossero i suoni pertinenti e

quando questa cosa è stata applicata al greco, al latino, all’armeno, al coreano etc., ogni volta c’è

stata una sorta di analisi dei suoni pertinenti di quella determinata lingua, analisi basata sull’idea

che fosse molto importante identificare i segni minimi sul piano dell’espressione. Per quanto

riguarda il linguaggio verbale noi abbiamo circa 30000 parole che declinandole arrivano a 150000

circa, oltre al fatto che abbiamo 24 lettere e queste se si analizzano per le loro caratteristiche

articolatorie portano alla costituzione di 5 o 6 categorie diverse: tutto questo si può fare sul piano

dell’espressione ma non su quello del contenuto.

Testis e Textum

Due possibili etimologie latine della parola testo:

- Testis testimone;

- Textum tessuto.

Testis

Vi è un funzionamento della comunicazione o di un certo tipo di comunicazione che si basa sul fatto

che una volta che io sono riuscito a comunicare qualcosa e quindi a renderlo circolante nella vita

sociale, questo qualcosa ha la capacità di continuare a produrre il suo senso ed i suoi effetti nel

tempo. Questa è l’idea di traccia. Il problema, in questi casi, riguarda l’opposizione tra

comunicazione sincrona e asincrona; per intenderci, quando parliamo di comunicazione sincrona ci

riferiamo alle chat, mentre quando parliamo di comunicazione asincrona ci riferiamo alle email.

Il problema riguarda anche l’opposizione tra oralità e scrittura: Il Fedro, scritto da Platone nel 370

a.C, è un dialogo tra due personaggi, Socrate e Fedro, composto da tre discorsi sul tema dell’amore

che servono come metafora per la discussione del corretto uso della retorica. Platone, inoltre, in un

brano racconta l’invenzione di una nuova tecnologia: la scrittura. Per spiegare la scrittura racconta il

mito di Theuth: un giorno il re degli dei egizi (Thamus) riceve un giovane collega (Theuth) il quale

dice di aver inventato tantissime cose tra cui il domino, la matematica e la scrittura. Dice anche che

grazie alla scrittura tutti avranno una memoria fantastica e potranno diventare saggi. Secondo

Socrate, invece, l’invenzione della scrittura renderà le persone smemorate e chi saprà leggere e

scrivere non ricorderà più nulla; lui sostiene, inoltre, che la diffusione della scrittura non renderà

tutti sapienti perché quello che succederà è che i libri una volta scritti saranno come i personaggi dei

quadri, non rispondono alle domande dei lettori/visitatori. Infatti, se tu poni una domanda al libro

esso non risponde, oltre al fatto che non è assistito nelle sue affermazioni dal suo padre (autore) e

quindi le più belle teorie una volta scritte saranno come delle palle che rotoleranno in mezzo alla

gente senza che nessuno le guidi. Il modo con cui si impara davvero è tramite lo scambio

interpersonale. Con la scrittura quindi i messaggi non saranno più vincolati alle idee di chi li

produce (autore) ma saranno solamente affidati all’interpretazione di chi li riceve; ad esempio se io

scrivo una cosa fra 50 anni potrà essere interpretata in maniera differente da come l’avevo intesa io,

oppure potrà anche essere utilizzata per altri fini.

Jacques Derrida scrive “La farmacia di Platone” nel quale sostiene che la scrittura è un Pharmakon,

termine non completamente traducibile che presenta un’ambivalenza dal momento che potrebbe

essere inteso sia come rimedio (medicinale) che come veleno. Secondo Derrida la forma scritta,

sottraendo il testo al suo contesto di origine e rendendolo disponibile al di là del suo tempo, ne

garantisce la sua decifrabilità e leggibilità illimitata: su questa base si rende possibile quella che lui

chiama la “différance”, termine da lui coniato che include i due significati cristallizzati nel verbo

differire: in un primo senso, esso implica che il segno è differente da ciò di cui prende il posto e

quindi che tra il testo e l’essere a cui esso rinvia c’è sempre una differenza, uno scarto che non può

mai essere definitivamente colmato, ma lascia sempre soltanto tracce, da cui si diparte la

molteplicità delle letture e delle interpretazioni (Bateson: “la comunicazione è fatta di differenze

che fanno differenza”); in un secondo senso, differire significa anche rinviare, rimandare e, quindi,

mettere una distanza tra noi e la cosa o parola assente nel testo.

Quindi: quello che farebbe la scrittura e la testualità in generale secondo Derrida sarebbe sia di

basarsi su una differenza rispetto al contesto, che di differire, allontanare, ritardare, rimandare e

continuare i propri effetti di senso e la propria capacità di comunicare in futuro. Quando uno scrive

non pensa al fatto che poi le parole utilizzate in quel momento potranno assumere dei significati

diversi a seconda del contesto e del tempo; se ci pensiamo, ad esempio, noi continuiamo a leggere

testi di poeti antichissimi anche se alcune parole hanno cambiato di significato col passare del

tempo, oltre al fatto che abbiamo tantissimi musei nei quali sono contenuti quadri di “Madonne col

bambino” che erano stati creati inizialmente soprattutto per inserirli nelle chiese come fuoco di

preghiera. Col passare del tempo questi quadri hanno perso buona parte del loro valore religioso

acquistandone un altro e di conseguenza vengono inseriti non più nelle chiese ma nei musei ad

esempio. Come accennavamo precedentemente l’idea che ha Platone di testo è sostanzialmente

questa: un testo che rotola in mezzo alla società condizionato dagli eventi sociali e che quindi può

uscire molto diverso da quello che era e può benissimo non rispondere più all’intenzione del suo

autore. Testis quindi inteso come oggettivazione della testualità che rimane contrapposta

all’evanescenza del discorso orale. Nell’aspetto Testis del testo si sottolinea quindi non

necessariamente la sua veridicità ma il fatto che nella prosecuzione degli effetti della

comunicazione nel tempo vengano talvolta celate sorprese, possibilità di nuove interpretazioni,

cambiamenti etc. Benjamin dice che nei processi di cambiamento che avvengono a causa della

traduzione, il testo diventa significativo in quanto col passare del tempo accadono tante cose nuove

(tutte queste idee le racchiude nel saggio intitolato “Il compito del traduttore”).

Textum

Testo inteso come tessuto di parole; l’idea è che ciò che tiene insieme la comunicazione è il fatto

che i vari elementi (parole, immagini, filmati, suoni …) che la compongono non agiscono in

maniera isolata bensì nelle loro relazioni reciproche. Il centro del funzionamento della

comunicazione non è dato, quindi, dai singoli elementi in gioco ma dal fatto che i segni sono legati

l’uno all’altro da una rete di relazioni.

Differenza principale tra segno e testo: il primo è singolo mentre il secondo è multiplo.

Il testo è determinato dal fatto che viene tagliato dal lettore secondo i suoi interessi, anche se a volte

è capace di delimitarsi da solo, quando ad esempio contiene tutta una serie di indicazione e di

istruzioni per l’uso intrinseche. I testi sono dispositivi sociali così come i segni.

Es. Arcimboldo (pittore italiano noto soprattutto per le “Teste composte”): esistenza di due

differenti livelli di lettura, oltre che essenziale l’idea di montaggio e di sintassi; vengono utilizzati

dei materiali già esistenti, in questo caso la frutta, per comporre cose differenti e nuove.

Determinismo mediatico

Il determinismo tecnologico è una teoria riduzionista la quale sostiene che la tecnologia di una

società guida lo sviluppo ed i valori culturali; questo tipo di determinismo individua quindi la

tecnologia come unica causa delle trasformazioni della nostra società. L’idea è che i mezzi di

comunicazione, anche l’oralità, determinano il funzionamento non solo della società ma anche della

testualità e dei generi. Possiamo parlare di tre differenti linee di pensiero:

1. McLuhan - Innis

Innis (pioniere del determinismo tecnologico), storico dell’economia canadese e pioniere negli studi

di sociologia della comunicazione, in particolare analizza il modo in cui le tecnologie della

comunicazione influiscono sulla forma delle civilizzazioni antiche. Grande è stata la sua influenza

su teorici come McLuhan, Ong e Havelock. McLuhan (maggior esponente del determinismo

tecnologico) è considerato il grande fondatore della mediologia contemporanea e nel libro “Gli

strumenti del comunicare” sostiene che i media non rappresentano necessariamente soltanto dei

strumenti di comunicazione bensì protesi del corpo umano, oltre al fatto che la scrittura alfabetica è

diventata l’elemento fondamentale di tutta la nostra cultura.

Celebre è la sua frase: Il medium è il messaggio.

McLuhan dice che la tecnologia fa parte del nostro corpo. Secondo lui:

- Primo cambiamento mediale: dall’oralità alla scrittura.

- Secondo cambiamento mediale: dalla scrittura manuale alla scrittura a stampa.

- Terzo cambiamento mediale: dalla scrittura a stampa ai media elettrici/elettronici.

- Quarto cambiamento: dai media elettrici/elettronici al Web e alle tecnologie attuali.

2. De Kerckhove

De Kerckhove, prima allievo poi assistente di McLuhan, ha proseguito gli studi sul rapporto tra

nuovi media e sviluppo sociale. Secondo lui lo sviluppo tecnologico è inarrestabile e l’uomo deve

convivere con questa consapevolezza, accettando le trasformazioni sociali che ne conseguono.

Ha scritto il libro “Brainframes: mente, tecnologia, mercato” considerando i Brainframes come

delle tecnologie mentali che plasmerebbero il modo di funzionare delle società. Dice: “L’idea

sottesa a questa nozione è che le tecnologie di elaborazione dell’informazione incornicino il nostro

cervello in una struttura e che ciascuna di esse lo sfidi a fornire un modello diverso, ma egualmente

efficace, di interpretazione”. Secondo lui il cervello umano deve essere considerato come un eco-

sistema biologico, che si trova sempre a interagire con la tecnologia.

3. Walter Ong

Ong, antropologo, nel suo libro intitolato “Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola” delinea in

maniera complessa la storia dell’umanità nel suo evolversi dall’oralità alla scrittura.

Negli anni ’30-’40 del ‘900 è venuta fuori l’idea che, ad esempio, in Serbia c’erano dei cantastorie

che raccontavano le epiche locali (ad esempio le battaglie contro i Turchi) secondo certe e

particolari modalità. Spesso questi cantastorie raccontavano utilizzando una sorta di via di mezzo

tra la composizione vera e propria di versi già ricordati e la totale improvvisazione. A tal proposito,

la fase della scrittura è considerata una fase che avrebbe consolidato queste improvvisazioni verbali.

Non bisognava contrapporre oralità e scrittura ma:

- una oralità primaria di società che non avevano la scrittura;

- una oralità secondaria di società che avevano pratiche comunicative orali pur essendo

società basate sulla scrittura;

- una società di pura scrittura.

L’idea è che i testi orali sarebbero diversi dai testi scritti per certe caratteristiche come la

ridondanza, la ripetitività, la formula ad elenco, la formula metaforica etc. L’idea è quindi che

queste “testualità orali” rappresenterebbero un modo per tenere memoria dei materiali culturali.

4. Derrida e Havelock

Nel libro “Dike. La nascita della coscienza”, Havelock cerca di interpretare le origini del pensiero

filosofico e della cultura greca attraverso l’affermarsi della scrittura che troviamo in Omero e

Platone. Passando dalla cultura orale a quella scritta, la Giustizia non è più la dea che punisce le

offese subite e diventa concetto astratto e universale, fondamento di quella civiltà della colpa e del

dubbio in cui si riconosce ancor oggi l’Occidente.

Un tentativo di pensare al determinismo mediatico al contrario

Nel libro di I. Illich “Nella vigna del testo” vengono delineate alcune caratteristiche dei testi librari

moderni, in particolare i paratesti che sono stati inventati, secondo lui, non in conseguenza della

stampa come immaginerebbe una teoria sul determinismo mediatico, bensì per far funzionare e

portare a compimento le lezioni all’università. Gli studenti, infatti, inizialmente dovevano ricopiare

delle dispense e da qui si evolse poi il funzionamento degli indici, delle note, delle referenze che

portano alla testualità moderna del libro. Illich prende come capofila di questo processo il teologo

Ugo di San Vittore, considerato l’inventore del libro moderno 200 anni prima circa l’invenzione

della stampa: Illich sostiene che la stampa avrebbe utilizzato delle invenzioni già disponibili ed

esistenti prima. Qualcosa del genere, inoltre, si può sostenere a proposito dei nuovi media: il punto

focale dei nuovi media sono infatti i link e l’ipertestualità in generale, ma se ci pensiamo bene i link

sono stati inventati non dopo la realizzazione e lo sviluppo di Internet che nasce negli anni ‘60/’70

bensì prima: tale processo era infatti già presente in letteratura, ad esempio, e nei videogames

all’interno dei quali era possibile rispondere ad una domanda e seguire delle strade particolari.

Per concludere diciamo quindi che esistevano già delle teorizzazioni degli ipertesti anche prima

della loro realizzazione tecnica (anni ’50 circa).

Riprendiamo la definizione di Saussure e la rendiamo più sofisticata con Hjelmslev

Considerando il funzionamento di qualunque testo bisogna considerare non più soltanto due livelli,

bensì 4: al posto del significante c’è l’espressione e al posto del significato abbiamo il contenuto,

oltre al fatto che al posto di segno parliamo di funzione segnica. Sia per l’espressione che per il

contenuto si deve distinguere una sostanza ed una forma.

Per Hjelmslev esiste una materia intesa come massa amorfa di suoni: a partire da essa ogni lingua

traccia le sue particolari suddivisioni, pone i centri di gravità in luoghi diversi e dà loro enfasi

diverse, come una stessa manciata di sabbia che può prendere forme diverse. In quanto massa

amorfa, la materia viene articolata dalla forma, che pone delle segmentazioni, dalle quali si delinea

la sostanza.

- Sostanza dell’espressione: nella lingua naturale la voce articolata, in pittura le pennellate su

una tela, in musica l’esecuzione di una nota;

- Forma dell’espressione: nella lingua naturale il sistema fonologico, o morfologico, o

sintattico;

- Forma del contenuto: il modo in cui la materia del mondo è organizzata. Per una lingua lo

schema lessicale;

- Sostanza del contenuto: il modo di percepire il mondo sulla base dello schema lessicale

proiettato dalla forma.

Quali sono i contenuti possibili dell’accoppiamento tra espressione e contenuto?

Noi continuamente parliamo di cose che hanno a che fare con l’organizzazione sociale, parliamo di

relazioni e del modo in cui noi concepiamo e ci rapportiamo non solo tra di noi ma con la vita e con

il mondo esterno. La materia della nostra comunicazione è l’umano.

Quindi: si può pensare che prima dell'articolazione che avviene a opera della struttura linguistica e

dunque in assenza di ogni forma non ci fosse che della materia pre-linguistica, ma di fatto noi

possiamo conoscere solo espressioni già organizzate dentro un linguaggio e per di più solo

effettivamente manifestate, e dunque messe in un ordine previsto sull'asse del processo. Chiamiamo

sostanza questa materia linguistica che è già in relazione con una forma; in ogni sistema semiotico

si ritrovano dunque una sostanza dell'espressione e una sostanza del contenuto, che comprende il

nostro modo di percepire e di pensare il mondo o una sua frazione di esso. Allo stesso modo, in ogni

sistema semiotico si possono distinguere una forma dell'espressione (la fonologia, la morfologia,

la sintassi di una lingua) e una forma del contenuto (il modo in cui la materia del mondo è

organizzata, dunque per una lingua, il suo schema lessicale).

Lezione 13

Facciamo un piccolo ripasso prima di proseguire.

Abbiamo detto che con comunicazione intendiamo il passaggio di informazione.

Fondamentale è il rapporto tra un messaggio (significante) ed il suo contenuto (mondo reale):

troviamo quindi in questo caso un nesso tra significante e mondo rappresentato che raffigura il

contenuto della comunicazione.

Saussure: il nesso di cui abbiamo appena parlato può risolversi nel nesso che caratterizza i segni,

ovvero il nesso fra un concetto e una immagine acustica. Si tratta in questo caso di una teoria della

comunicazione fra segni atomici e individuali.

Peirce: per contrastare la teoria di Saussure che è imprecisa occorre introdurre lo schema del segno

secondo Peirce, dove i segni non sono più solitari. Ci si basa in questo caso sul fatto che un certo

oggetto viene inserito nella comunicazione grazie ad un representamen, ovvero qualcuno che

fornisce un senso a tale oggetto trasformandolo in un segno (processi di traduzione).

Esempio1: il medico capisce che quelle macchie sul corpo del paziente rappresentano in quel

momento i sintomi di una qualche malattia che viene chiamata dal medico stesso con un nome

preciso carico di conseguenze (varicella, morbillo, tubercolosi etc).

Esempio2: una qualche storia può diventare un romanzo, un film, un videogame o può essere

tradotta in altre lingue e produrre continuamente altri segni e di conseguenza altri interpretanti.

Hjelmslev: in questo caso risulta essenziale immaginare il messaggio come composto da:

- un asse sintagmatico;

- un asse paradigmatico.

Il messaggio è composto da complessi di segni intrecciati tra di loro come un tessuto e abbiamo qui

a che fare con campi e con situazioni nelle quali non sono coinvolti significanti e significati ma

gruppi che costituiscono i due assi appena citati.

Da una parte abbiamo (nell’esempio delle statue):

- Materia: marmo/pietra scolpita.

- Sostanza: rappresentazione di corpi umani raffigurati secondo certe regole in grado di

renderli espressivi. Esiste un linguaggio corporeo che varia a seconda delle culture, e questo

body language ci permette di capire quando i corpi sono rappresentati come orgogliosi,

pacificati, sofferenti, tristi etc.

Dall’altra parte, invece, abbiamo:

- Materia: psichismo e ambito delle relazioni interpersonali. Noi siamo animali sociali dotati

di un forte background e importanti in questo ambito sono i neuroni a specchio;

- Sostanza: percezione fisica degli altri (empatia). La forma di questo tipo di sostanza è la

teoria delle passioni che è implicita nella lingua.

Il Body Language varia, come accennavamo, da cultura a cultura e ad esempio nella nostra cultura

occidentale l’atto dell’inginocchiarsi significa qualcosa che ha a che fare con la religione mentre

nella cultura giapponese l’inginocchiarsi rappresenterebbe semplicemente un modo per sedersi,

oppure ancora sempre riferendoci alla nostra cultura occidentale ma ‘500/’800 anni fa

l’inginocchiarsi poteva essere inteso come un atto politico di alleanza con il sovrano.

In ogni caso sul piano dei contenuti noi percepiamo un corpo umano perché abbiamo una forte

sensibilità verso l’umano, abbiamo, infatti, un’area della nostra mente e del cervello dedicata alla

capacità di vedere e riconoscere gli altri; siamo in grado di leggere le passioni provate dalle altre

persone in certi momenti (spesso però ci sbagliamo come, ad esempio, nel caso della celebre statua

di Bernini “Teresa d’Avila” nella quale tutti vedono un momento di pienezza dei sensi/un orgasmo,

mentre noi vediamo un momento mistico).

La cosa fondamentale da capire è che in realtà la forma dell’espressione e la forma del contenuto

possono avere dei rapporti tra di loro. Attraverso questi due campi noi cerchiamo di capire come

funziona una certa comunicazione, collocandola in un certo punto dello stesso piano.

Tre possibili situazioni e piani

1. Piano simbolico

Parliamo di campo simbolico (simbolico per il suo essere linguistico) quando non esiste alcun

rapporto tra piano dell’espressione e piano del contenuto.

2. Piano della conformità

Esistono delle situazioni in cui il rapporto tra piano dell’espressione e piano del contenuto, e in

particolare fra forma dell’espressione e forma del contenuto, risulta essere praticamente identico.

Tutto questo si verifica quando abbiamo anche solo delle semplici trascrizioni, come ad esempio il

Codice Morse che è conforme al linguaggio alfabetico. Un altro esempio può essere quello degli

scacchi: ci può essere la descrizione di una partita grazie a tutta una serie di fotografie che illustrano

i vari spostamenti dei pedoni oppure grazie alle riviste all’interno delle quali troviamo scritto che,

ad esempio, che il cavallo dalla posizione di C3 è passato alla posizione di C4. Uno dei requisiti

fondamentali per cui questa cosa abbia senso è che tali campi non devono essere troppo estesi ma

devono essere costituiti da cose abbastanza simili.

3. Piano del semi-simbolismo


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in comunicazione e culture dei media
SSD:
Docente: Volli Ugo
Università: Torino - Unito
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Volli Ugo.

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