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The Cameraman, io e la scimmia (1928)

Autore: Buster Keaton

Detto anche Great Stone Face (grande faccia di pietra), appellativo datogli perché non usa la mimica facciale, basa la comicità forzando il proprio volto all’immobilità. Figlio d’arte, nasce sul palcoscenico, come Chaplin ha un genitore alcolizzato, veniva lanciato dai genitori a tre anni per il numero comico. Sviluppa un talento nell’avvertire le reazioni del pubblico e improvvisare le gag, oltre alle doti acrobatiche molto raffinate. Passa al cinema nel 1917, cominciando come spalla a Fetty (il grasso), lavora in autonomia come regista, scenografo, costumista, ma quando realizza The General (Come vinsi la guerra) nel 1927, molto costoso, costituisce un flop che lo costrinse a firmare con la MGM.

Genere: Comico

Analisi

Lungometraggio che presenta ancora una costruzione episodica formata da gag separate tra loro, la narrazione a volte perde tensione a causa del tipo di lungometraggio presenta frammentazione rispetto alla forma originale. La regia non è firmata da Keaton ma da un operaio, perché dopo il contratto con la MGM non è più così libero, nonostante questo film sia palesemente keatoniano entra in un meccanismo dove perde controllo del suo operato.

Si tratta di una comicità raffinata, non ha più a che vedere con zuffe e scazzottate del primo periodo delle slapstick comedy, con una particolare attenzione alla costruzione narrativa in cui si lavora sul livello micro: prendo una situazione e uno spazio che può essere grande o piccolo, sfruttandola al massimo costruendo una gag, giocando tutte le variazioni che possono essere contenute in quello spazio. È presente la contrapposizione classica della comicità di quel periodo (grasso/magro, basso/alto). Lo spazio è tipicamente keatoniano: simmetrico e geometrico, è uno spazio teatrale con inquadrature bidimensionali. C’è una forte contrapposizione tra spazio artificiale (ricostruito in studio) e spazio artificiale: la New York ricostruita appare piccolissima, nonostante sia una grande metropoli, caratterizzata dal caos, dalla modernità, difficoltà di trovare mezzi di trasporto e ad attraversare la strada.

Assenza di pathos: volto impassibile privo di spessore. Il volto è sempre impassibile e le sue imprese sono molto fisiche. È un cinema non antropocentrico (al contrario di quello di Chaplin), qui invece il personaggio spesso bisogna cercarlo nell’immagine e in che punto del reticolo è collocato. Una caratteristica comune è l’assoluta castità, questo tipo di cinema racconta storie d’amore ma come se fossero tra bambini, asessuati, storie caste persino quando ci sono situazioni maliziose.

The Cameraman fa parte di una trilogia metacinematografica (film che parla della realizzazione di film di un particolare genere) che riflette sul ruolo del cinema, costituita da:

  • The Playhouse
  • The Cameraman
  • Sherlock Junior

Il protagonista inizialmente è fotografo di TinType (stampe su supporto rigido) e vuole mettersi in gioco con le nuove tecnologie, intende diventare appunto un cameraman. Avvengono diversi cambiamenti:

  • Da un supporto rigido a flessibile: la pellicola;
  • Da lavoro indipendente a dipendente;
  • Da artigiano a operaio;
  • Da vendere l’oggetto fisico a vendere esperienza;
  • Da soggetto singolo a un pubblico di massa;
  • Da stasi a movimento.

In questo film Keaton sembra voler riflettere sulla funzione che ha il cinema: le immagini cinematografiche riproducono davvero il reale? Parte da immagini con base reale ma vengono montate in maniera da riscrivere il reale, creando un mondo fittizio, seppur sia evidente che quelle immagini non riproducono esattamente il reale. Prende ispirazione dalle avanguardie che si verificano negli anni ’20 nel cinema europeo: il cinema non per riprodurre il mondo, ma per ricostruirlo creando linguaggio espressivo-artistico che racconti altro rispetto alla documentazione del reale, pur partendo dalla documentazione del mondo reale; per cui usa determinati espedienti come lo split-screen, reverse shot, sovrapposizione e sovrimpressioni.

Il film è noto anche come “Io e la scimmia”. È un film di grado zero: immagine cinematografica che documenta in maniera trasparente quello che sta accadendo. Il problema sta che il film è stato girato da una scimmia, ad insaputa del direttore che involontariamente lo considera come migliore camera work della MGM (questa è una palese frecciatina a chi pensava che i registi non avevano lato artistico quanto meccanico, forte critica al sistema cinematografico Hollywoodiano). Il cinema ha un lato di funzionamento meccanico: realizzare immagini che non hanno impronta umana, il regista, che compie solo il ruolo di girare la manovella della macchina cinematografica per questo potrebbe essere fatto anche da una scimmia.

Se l’uomo è superfluo per il cinema, allora a cosa ci serve?

  • Per vedere meglio il nostro mondo;
  • Per il desiderio di rivedersi, di riprodurre la realtà per il ricordo.

Cinema è il desiderio di riprodurre la realtà e preservarne il ricordo, come nelle fotografie, oppure è il desiderio di assistere a una storia, vedere rappresentato un sogno, un mondo diverso dal reale. Nel 1927 viene introdotto il sonoro, ma questo film è ancora muto, con il sonoro questo tipo di film non troverà spazio, il pubblico vuole storie più complesse e Keaton non riuscirà ad adattarsi e farà gag per altri.

Mon Oncle (1958)

Autore: Jaques Tati

Considerato un autore: un autore nel cinema è più difficile da decifrare rispetto a un autore di altre arti, il regista viene considerato autore quando non si limita a mettere in scena qualcosa scritto da altri, ma quando mette qualcosa di personale. Tatì è un regista che lavora nell’ambito del comico ed è noto per la capacità registica di prendere elementi della contemporaneità e portarli nel cinema comico (sebbene la comicità venga ritenuta un genere di secondo grado rispetto ad altri), opera in maniera interessante tale da avere grandi riconoscimenti. Privilegia gag con elementi visivi anziché elementi verbali: il protagonista ha la particolarità di non parlare mai, non perché Tatì sia legato al cinema muto (è uno dei pochi registi che riesce a sopravvivere alla transizione sonora), vuole mantenere la sua comicità nata nel muto senza snaturare il suo personaggio. Non vive nella fase del cinema muto, eppure coglie il cinema come mezzo d’intrattenimento visivo, l’uso che fa del sonoro non è in maniera sempre realistica, ma elemento di riflessione sull’immagine anche a livello di gag comica, creando contrasto creativo tra immagine e suono, come contrastanti saranno i suoi film che giocano con le contrapposizione tra tradizione e modernità.

Genere:

Rappresenta...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gianluca.disario di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia ed estetica del cinema e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Farinotti Luisella.
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