Attribuzione.
Rapporto sempre variabile tra il presente e il passato, l’attribuzione è l’operazione tipica dello storico
dell’arte, essa traduce la sua reazione davanti al testo, essa è un giudizio storico effettivo. Ridotta ai
di assegnare, di “attribuire” la paternità di un’opera anonima
suoi termini essenziali, consiste nel fatto
a un artista determinato. I suoi risultati variano evidentemente secondo le idee che si fa colui che la
pratica, di tale artista e del suo stile. Tanto più che le sue idee sono molto sovente legate alla realtà
culturale d’une epoca data. Precisamente in questo risiede il carattere storico dell’attribuzione: nel
XVIII secolo, l’attribuzione di un’opera a Dürer doveva realizzarsi in tutt’altra forma che oggi.
Le prime attribuzioni
L’attribuzione assume una grande importanza nell’economia degli studi di storia dell’arte del XIX e
XX secolo, ma nel corso del secolo precedente gli storici dell’arte e gli amatori la praticavano in
modo approssimativo. A cominciare dalle attribuzioni date da Vasari nel suo celebre libro. Erwin
Panofsky aveva sottolineato che l’inquadramento di ciascun disegno dipinto da Vasari stesso
rappresenta, generalmente, degli elementi decorativi considerati come tipici dello stile dell’artista al
nell’inquadramento di un
quale il disegno è attribuito. Cosicché disegno attribuito a Carpaccio, noi
possiamo vedere dei piccoli padiglioni che si inspirano a certe scene della leggenda di Sant’Orsola.
Il pavillon ce Carpaccio utilizza sovente nei suoi quadri è considerata da Vasari come una sorta di
cifra, di monogramma nascosto, analogo ai segni di cui parla Filippo Baldinucci in una lettera a
Vincenzo Capponi del 28 aprile del 1681 e che può permettere, in determinate condizioni, di
riconoscere lo stile di un maestro. Si aggiunga che il disegno in questione non è affatto veneziano e
che di conseguenza l’attribuzione è falsa. Le attribuzioni comparate di Vasari, Baldinucci, Lanzi,
d’Agincourt e di altri storici dell’arte italiani ci permettono di scoprire le immagini differenti che
negli anni passati ci si è fatti di artisti come Cimabue, Giotto o Masaccio.
L’esame di collezioni del Medioevo o di epoca più recente mostra quanto siano poche le opere che i
testi di archivio o che una firma di artista identifica. Per la maggior parte di esse non ci sono elementi
che possa fornirci la paternità dell’opera stessa, In altri casi la firma stessa può essere falsa o designare
sotto il nome di un grande artista un’opera in verità uscita dal suo atelier, o ancora la notizia
a un’altra opera rispetto a quella con cui pensiamo di identificarla. Si
documentaria può rapportarsi
può affermare che senza l’opera dei grandi conoscitori come Bode, Morelli, Berenson e tanti altri,
molte delle opere presenti nelle gallerie o nei musei sarebbero rimaste senza nome o sotto falso nome.
Occorre ugualmente valutare fino a che punto l’accumulo e l’aumento delle attribuzioni, oltre
all’importanza determinante che si è loro accordato tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, siano
dipese molto o in parte da un cambiamento della stima del fenomeno artistico; il culto crescente del
frammento autografo, considerato come il mezzo dell’espressione rilevante al meglio le intenzioni
dell’artista ne è un esempio. Si tratta di una influenza dell’epoca romantica che si fonde con un’altra
l’importanza metodologica della filologia del XIX secolo è
influenza di epoca positivista. In effetti
stata determinante quando si è trattato di praticare le attribuzioni e c’è stato un rapporto diretto tra il
metodo “positivo” usato a una –
certa epoca nella storia della letteratura e più generalmente nella
– e l’importanza considerevole presa dal metodo dell’attribuzione nella storia dell’arte.
storiografia
Una certa concezione della storiografia, che postulava la necessità di una precisione totale nella
ricerca, che risentiva l’esigenza assoluta di assicurarsi i dati ai quali avvenimenti determinati si
stavano passando e di sapere quali persone vi avevano effettivamente preso parte, non mancò di avere
conseguenze nel campo della storia dell’arte. D’altra parte, l’importanza che aveva preso il metodo
dell’attribuzione non fu messo in dubbio dalle correnti neo-idealiste né in reazione contro il
positivismo.
Le “connaisseur”
In quale momento l’attribuzione perse il suo ruolo ausiliario per divenire lo strumento per eccellenza
della storia dell’arte? Al XVII secolo già, epoca che vide la fondazione delle grandi gallerie
del “conoscitore” è affrontato in Francia da A. Félibien des Avaux (1619-
principesche, il problema
1695) e da R. de Piles (1635-1709), in Italia da F. Baldinucci (1624-1696), e la validità dei metodi
che permettono di riconoscere lo stile e la maniera degli artisti è discussa. Uno dei grandi problemi
ai quali lo storico dell’arte fiorentino Filippo Baldinucci cerca di dare una risposta nella sua lettera
“Esiste una regola che permetta di
del 1685, già citata, a Vincenzo Capponi è giustamente questo:
affermare con certezza che una bella pittura è della mano di tale o tal’altro maestro? Ed esiste un
modo il più sicuro di fondare bene il giudizio?”
Nonostante il momento più importante del debutto di questa trasformazione deve essere cercato nel
XVIII secolo inglese, epoca dove si definisce la fisionomia del conoscitore e dove gli elementi della
tecnica dell’attribuzione (la connoisseurship) ricevono una organizzazione iniziale. Un saggio di
Jonathan Richardson, The Connoisseur, an Essay in the Whole Art of Criticism as il Rlates to Painting
and a Discourse on the Dignity, Certainty, Pleasure and Advantage of the Science of a Connoisseur
dell’attribuzione,
(Londra, 1719), costituisce la prima testimonianza di tale fenomeno. Per la storia
l’abbozzo del personaggio del “conoscitore” nel milieu dei gentiluomini inglesi che rientravano dal
“Gran Tour” è di importanza. Si tratta là di un fenomeno di snobismo molto pronunciato: il
conoscitore è colui che conosce, che comprende le belle arti, e ciò occupa un posto considerevole
nella cultura di un gentiluomo compiuto. Egli deve aver fatto il “Gran Tour”, deve aver visitato
l’Italia, deve conoscere l’arte italiana. Nel XVII secolo la storia dell’arte non era un elemento
essenziale per l’educazione; nel XVIII in Inghilterra la situazione è cambiata; l’idea che l’arte “abbia
generale formatore al di là dei suoi fini specifici” (Argan) fece il suo cammino. Da qui la
un ruolo del “dilettante”, del gentiluomo coltivato
nascita, o piuttosto la nuova importanza data al personaggio
che conosce la storia dell’arte, pratica eventualmente una attività artistica, è un collezionista
appassionato (la Society of Dilettanti nasce a Londra nel 1732). Questo snobismo è stato preso per
bersaglio da William Hogarth in molte incisioni (The Tailpiece to the Society of Artists Catalogue del
1761 contiene una allusione impietosa ai conoscitori: una scimmia che tiene una lente, come un
autentico esperto di pittura, annaffia tre miserabili arbusti morti da secoli, cercando di farli rinverdire)
e in uno scritto pubblicato in un quotidiano londinese del 1734, sotto lo pseudonimo di Britophil. Vi
si racconta come un gentiluomo naif finì di acquistare a un prezzo elevato una pittura dubbiosa che a
lui non piaceva particolarmente. Per indurlo a fare simile follia il suo tentatore tenne il seguente
discorso: “Vedo bene signore, che voi non siete un conoscitore. Questo quadro, io vi assicuro, è della
con arditezza ed è veramente sublime”.
seconda maniera, la migliore, di Alesso Baldminetto; è dipinto
Il mercante descritto da Hogarth pratica l’attribuzione con una abilità consumata.
Se questi sono gli aspetti e i limiti del metodo dell’attribuzione nel XVIII secolo, la maniera di
affrontare la storia dell’arte nel XIX secolo presenta altri caratteri. Il conoscitore tende a creare un
metodo scientifico. Il ruolo della storia è allora elevato a quello di vera disciplina pilota. Nel corso di
questo secolo, si cerca di ritrovare la fisionomia dell’arte antica italiana (per esempio nelle ricerche
e quella dell’arte
di K.F. von Ruhmor, Italienische Forschungen, Berlin-Stettin 1827-1831)
fiamminga; si spera di scoprire, secondo un metodo preciso, l’individualità degli artisti attraverso le
periodo alcune tra la più importanti rivisti di storia dell’arte e si scrissero
loro opere. Nacquero in quel
le prime grandi monografie d’artista con catalogo “ragionato”: per esempio quella di J. D. Passavant
su Raffaello pubblicata a Leipzig nel 1839-1858.
Sono create le grandi gallerie nazionali a Londra come a Berlino, i loro direttori sono eminenti
specialisti: G. Waagen e W von Bode a Berlino; una politica dichiarata di acquisizione e gli
indispensabili cataloghi stimolano la pratica dell’at
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