Lewis Carroll linguista: psicolinguistica – lezione 1
Cos'è la psicolinguistica?
La psicolinguistica è una branca della psicologia cognitiva che si occupa dello studio dei processi cognitivi che riguardano la sfera del linguaggio. La psicolinguistica parla sia dei processi di elaborazione del linguaggio nei bambini e negli adulti e anche dei processi di acquisizione.
Attraverso lo studio del linguaggio possiamo indagare diversi aspetti della nostra mente:
- Come impariamo
- Come organizziamo le informazioni
- Come parliamo
- Come capiamo
- Come sbagliamo
- Come perdiamo le nostre facoltà
Quando produciamo e/o capiamo il linguaggio lo facciamo in modo inconscio, immediato e automatico sfruttando la nostra facoltà linguistica. La linguistica si occupa di come è fatto il linguaggio, la psicolinguistica si occupa di come viene processato il linguaggio nel cervello. La linguistica ci ha dato gli strumenti per descrivere il linguaggio. La psicolinguistica usa quegli strumenti per parlare di cosa succede nel nostro cervello quando usiamo il linguaggio.
Obiettivi: indagare i processi cognitivi coinvolti nell’elaborazione del linguaggio e capire come sfruttare questi processi nell’uso (creativo-comunicativo) del linguaggio.
L’ambiguità è un fenomeno pervasivo della lingua. In caso di ambiguità, il meccanismo si inceppa o si allarma… proprio grazie ciò, lo studio dell’ambiguità è un canale privilegiato per indagare i processi mentali che sottendono l’uso del linguaggio, così come lo studio delle illusioni ottiche nel caso della scienza della visione…
Gli obiettivi della psicolinguistica sono: lo studio dei processi cognitivi coinvolti nell’elaborazione del linguaggio, e l’uso del linguaggio anche sfruttando le caratteristiche della sua elaborazione.
Perché l’ambiguità?
Per questo, quando il meccanismo si “inceppa” ci svela un po’ del suo funzionamento e possiamo così carpire i segreti del meccanismo per farlo girare secondo i nostri scopi.
Assegnano un significato a un enunciato in maniera “composizionale”, a partire dagli elementi che compongono la frase (e dalla loro denotazione).
Lezione 2: Cosa succede quando un input linguistico colpisce i nostri sensi?
Come processiamo l’input linguistico acustico?
I nostri sensi colpiti possono essere l’udito e vista.
Percezione categoriale
Il nostro sistema percettivo adotta una discriminazione categoriale dei suoni. Siamo in grado, fin da piccolissimi, di distinguere fra due fonemi (unità minima di una parola), nonostante le differenze fra alcune coppie siano minime.
Quando ascoltiamo una parola che è formata da fonemi percepiamo i fonemi come variazioni su un continuum o come suoni discriminati. Quando si percepisce un suono, o si percepisce come un fonema oppure come un altro ma non c’è mai un suono che è a metà tra i due.
Il nostro sistema percettivo adotta una discriminazione categoriale dei suoni. Per esempio, i fonemi /b/ e /p/ sono quasi identici (sono entrambi consonanti occlusive bilabiali) tranne che per un tratto: nel caso di /b/ si ha subito la vibrazione delle corde vocali (consonante sonora); nel caso di /p/ le corde non vibrano subito (consonante sorda).
- La differenza fra i due fonemi sta nel VOT (voice onset time)
- Nel caso della [b], il VOT è tra gli 0 e i 20 ms
- Nel caso della [p], il VOT è dopo i 40 ms
Luoghi di articolazione:
- Nella fonetica articolatoria, le consonanti vengono classificate in base alla loro: l’apparato fonotorio
- Sonorità: vibrazione delle corde vocali
- Consonanti sorde/sonore → Luogo di articolazione: dove viene prodotto il suono
- Consonanti bilabiali, labiodentali, dentali, alveolari, palatali, velari → Modo di articolazione: come/dove esce l’aria
- Occlusive, fricative, affricate, nasali, laterali, vibranti
La percezione è categoriale perché abbiamo dei limiti fisici che ci impongono che sia così. Il nostro cervello ha dei precisi limiti fisici come la memoria. I bambini ascoltano come prima cosa i fonemi quando non sanno ancora che possono formare delle parole. I bambini sono in grado di distinguere i fonemi e le coppie minime nella loro lingua (banca e panca). P e B sono consonanti occlusive bilabiali (sono prodotte usando entrambe le labbra). L’unica cosa che cambia tra la pronuncia di b o p è la sonorità, il momento in cui le corde vocali iniziano a vibrare.
Si sente pa o ba, fino a un certo livello si sente sempre e comunque una ba e dopo un certo livello sempre e comunque una p. Nel limbo dove fisicamente non si sa cos’è perché è stato manipolato i partecipanti la categorizzano comunque come da una parte o dall’altra, non c’è mai un suono intermedio per gli esseri umani. Il suono ha una percezione categoriale. Nessuno degli individui durante l’esperimento ha sostenuto di sentire un suono intermedio perché quel suono non esiste.
Il nostro sistema percettivo adotta una discriminazione categoriale dei suoni. La differenza fra i suoni /ba/ e /pa/ quindi sta nel tempo di inizio della sonorità, cioè l’istante in cui le corde iniziano a vibrare il Voice Onset Time (VOT) → Nel caso di /ba/ la vibrazione inizia entro 20 ms dall’apertura delle labbra. Nel caso di /pa/ le corde iniziano a vibrare solo dopo circa 40 ms.
Cinese che dice L al posto di R lo fa perché non sente una differenza tra le due consonanti → Siamo progettati per discriminarci su qualsiasi suono, anche non linguistico, utile alla nostra sopravvivenza.
Percezione continua
Esperimento “tazza o ciotola?” Con la vista si può percepire un mix tra due cose, questo non avviene con l’udito. La vista ha una percezione continua.
Le lingue variano. I parametri delle lingue sono diversi e vanno settati. Uno di questi parametri è la discriminazione dei suoni.
Grafico: sull’asse delle ascisse (x) vi è una serie di oggetti che varia per lunghezza, mentre sull’asse delle ordinate (y) vi è la percentuale delle persone che risponde (linea rossa) o ciotola (linea blu).
Nello stadio 1, l’oggetto viene chiamato ciotola dallo 0% delle persone, mentre viene chiamato tazza dal 100% degli individui. Spostandoci sull’asse delle x, la media delle risposte diventa inconsistente fino ad avere il 50% dei soggetti che chiama l’oggetto tazza e l’altra metà che lo chiama ciotola; successivamente il trend s’inverte. La percentuale dei soggetti che chiama “tazza” l’oggetto presentato decresce progressivamente all’aumentare della larghezza dell’oggetto. È una rappresentazione della percezione continua, ossia vi è una variante incrementale graduale.
Percezione continua vs. categoriale
È una tazza o una ciotola? Di solito gli individui concordano tutti nel definire l’elemento più a sinistra come una tazza, e quello più a destra come una ciotola. La percentuale di chi categorizza un oggetto come “tazza” diminuisce man mano che ci si sposta da sinistra verso destra.
Se percepissimo il suono in maniera continua allora ci aspetteremmo che – facendo ascoltare le sillabe [ba] e [pa] in cui è stato manipolato il loro VOT ad intervalli compresi tra 20 e 60 – i nostri giudizi alla domanda “Che suono hai sentito?” si dovrebbero posizionare su un continuum, come avveniva nell’esperimento di categorizzazione tazza/ciotola.
Non è così! Quando si chiede a un individuo di riconoscere il suono che ha sentito, questi lo categorizza o come [p], o come [b]. Inoltre, individui diversi percepiscono lo stesso suono, a seconda dell’intervallo VOT → Fino a 10 ms di VOT, il suono è per tutti [b], → sopra i 30 ms di VOT, il suono è per tutti [p].
Come processiamo l’input linguistico acustico?
- Percezione categoriale
- Il nostro sistema percettivo adotta una discriminazione categoriale dei suoni (pur essendo questi distribuiti su un continuum)
Il nostro sistema percettivo adotta una discriminazione categoriale dei suoni, pur essendo questi distribuiti su un continuum, ossia riconduce il continuum dei segnali acustici a categorie discrete; ciò non avviene con la percezione visiva, infatti la tazza/ciotola può essere percepita come un mix dei due.
Percezione categoriale
Riconduce il continuum dei segnali acustici a categorie discrete. Per esempio, se facciamo variare continuamente il segnale da /ba/ a /pa/, il nostro orecchio non percepisce un suono intermedio, ma sempre /ba/ fino a una soglia acustica naturale, poi sempre /pa/.
Le lingue si differenziano per il numero di confini disponibili lungo il continuo del VOT: l’italiano, per esempio, ha 1 confine solo → al max 2 suoni possono essere discriminati lungo la linea della sonorità, sulla base del VOT. Il thai, invece, ha 2 confini lungo il continuum del VOT → fino a 3 suoni possono essere distinti su questo continuum.
Le lingue si differenziano per il numero di confini disponibili lungo il continuum del VOT. Questo spiega anche perché, in alcune lingue, alcune differenza nel suono si traducono in differenze fra parole, ma in altre lingue non si sente questa differenza. Il giapponese, per esempio, a differenza dell’italiano, non ha nessun confine sul continuum della sonorità fra /l/ e /r/.
Come processiamo l’input linguistico acustico?
Studio 2003 compito di identificazione dei fonemi → Nel primo studio il compito consisteva nel far vedere su uno schermo due lettere B o P e si chiedeva al partecipante di cliccare su una delle due quando sentivano il suono. Dovevano individuare le lettere che sentivano. Nell’intermezzo che un suono che è a metà tra una b e una p ma le persone non la percepiscono.
Asse y proporzione di risposte P →
- Suoni isolati
- Venivano mostrate due lettere sullo schermo e veniva chiesto al partecipante di indicare la lettera corrispondente al fonema sentito
- I suoni variano nel continuum /b/ - /p/
Grafico: sull’asse delle ordinate (y) è rappresentata la proporzione di risposta di /p/ da parte dei partecipanti mentre sull’asse delle ascisse (x) vi è il VOT in ms.
Risultati
Uno studio di eye-tracking con contesto visivo
- Suoni attaccati a parole con referente visivo;
- Viene chiesto ai partecipanti di indicare se si è sentito “bear” o “pear”, coppie minime in inglese, cliccando sull’immagine rispettiva
- L’esperimento ha due variabili importanti:
- Il fonema è inserito all’interno di una parola o Vi è il referente visivo della parola
Il secondo compito consisteva nel sostenere se si sentiva la parola Bear oppure Pear cliccando sopra la figura corrispondente. A VOT (voice onset time) 0 si dovrebbe sentire Bear mentre a VOT 60 Pear.
Grafico: sull’asse delle ordinate (y) è rappresentata la proporzione di risposta di /p/ da parte dei partecipanti mentre sull’asse delle ascisse (x) vi è il VOT in ms. Viene sempre manipolato il VOT della /p/ e della /b/ per vedere quale scelta operano i partecipanti. Il cambiamento è meno repentino, per cui si deduce che nelle condizioni ottimali, ossia senza distrazioni, l’individuo è assolutamente in grado di discriminare i due fonemi, mentre se il compito viene svolto con la contestualizzazione dei suoni sia dal punto di vista acustico che visivo, il risultato è meno drastico e rimane più incertezza (visibile nella dipendenza della curva). Si tratta di un giusto adattamento poiché nel contesto del mondo reale, gli esseri umani prendono spunti da qualsiasi cue interessante, integrando qualsiasi informazione potenzialmente utile alla sopravvivenza.
Grafico: in questo grafico non è specificata rispetto a cosa siano le fissazioni poiché viene spiegato nelle linee. La linea nera è l’orso, mentre quella rossa è la pera; la linea tratteggiate rappresenta il tempo impiegato per programmare una saccade, per cui il tempo necessario perché l’occhio si sposti verso “pear” o “bear”. A VOT = 0 si sente la /b/ mentre al VOT = 60 si dovrebbe sentire univocamente una /p/.
Confrontiamo i due risultati
Risultati
Il primo esperimento testa l’identificazione di fonemi come B/P in funzione dell’aumento nel VOT sul continuum della sonorità. → dimostra che la percezione dei suoni è categoriale: lungo il continuum della sonorità, i suoni che possono essere percepiti sono B o P; e si dimostra che i soggetti percepiscono B se il VOT è compreso tra 0 e 40 e percepiscono P se invece il VOT è maggiore di 40 (in modo categorico).
Il secondo esperimento dimostra però che, al crescere del VOT, il fonema può essere percepito come “ambiguo” quando questo(i) non è isolato ma è associato ad una parola e(ii) quando viene pronunciato in presenza di una scena visiva in cui sono presenti due oggetti che differiscono per la sillaba iniziale (es. Bear/Pear) → infatti, i soggetti non hanno dubbi a guardare il Bear quando il VOT è vicino allo 0, ma più ci si allontana dallo 0, tanto più i soggetti considerano anche la possibilità che la parola che stiano sentendo sia Pear (referente presente nel contesto).
Ambiguità fonologica
Quando una stessa stringa di fonemi può essere interpreta in diversi modi. Le ambiguità fonologiche non sono ambiguità lessicali, una stessa stringa di fonemi può essere segmentata in vari modi per capire cose diverse.
Le illusioni acustiche
L’effetto McGurk se si guarda una persona mentre parla si sente una cosa mentre se non si vede la bocca che si muove si capisce un’altra cosa. Possiamo sentire suoni diversi anche in base alla lingua che si parla, quello prodotto è sempre lo stesso suono ma una volta con le labbra che dicono è un’altra cosa. Questo esperimento è stato fatto con gli inglesi ed è stato appurato che loro sentono un terzo suono che è diverso dagli altri due.
Cosa succede nell’esperimento originale?
- Le labbra “dicono” /ga/
- Il suono prodotto in realtà è /ba/
- Il 98% degli adulti inglesi sente /da/, un suono intermedio fra /ba/ e /ga/
Cosa dimostra?
Il nostro sistema cognitivo integra tutte le informazioni disponibili (in questo caso: uditive + visive) e le usa in modo interattivo, integrandole fra loro per ottimizzare l’esperienza percettiva. Dimostra che il processamento dell’input acustico è parallelo (vs. seriale), interattivo (vs. modulare), multimodale (vs. unimodale). Il fatto che avvenga una “fusione” di componenti diverse che interferiscono nel processamento uditivo dimostra che tale processamento è influenzabile dall’alto, non solo dal basso si parla di sistema TOP-DOWN (e non solo BOTTOM-UP).
Cosa dimostra questo esperimento? Dimostra che il processamento dell’input acustico è parallelo, interattivo, multimodale. È parallelo perché nel contempo si possono anche integrare informazioni dagli altri senso, si possono fare più cose alla volta. È interattivo perché le informazioni si integrano a vicenda. È multimodale perché l’informazione viene da modalità sensoriali differenti. Siamo progettati per integrare le informazioni che percepiamo da tutti i sensi.
A livello cerebrale ci dice che l’elaborazione di tipo linguistico non deve solo procedere dal basso (bottom up), c’è un processo ulteriore dall’alto che impone una decisione su quello che si sta sentendo andando oltre quello che arriva dal basso.
Il mondegreen
Nasce da una canzone travisata che era una ballata “the bonnie earl o’Moray”. Da qui nasce il nome del fenomeno psicolinguistico. Una persona quando ascolta qualcosa si aspetta certe cose e mentre si cerca di dare un senso si sente una frase che non c’era. In linguistica un mondegreen è il fenomeno in cui, a causa di un'errata percezione o interpretazione di una frase, quest'ultima viene scambiata per un'altra omofona. Un mondegreen si può produrre per caso (ad esempio, per sostituzione di una frase incomprensibile con una più facile) o, in modo consapevole, per l'intenzione dell'autore di includere un significato ulteriore o alternativo.
I bambini fino a 6/7 anni non riescono a riconoscere le figure ambigue (papera/coniglio oppure giovane/vecchia).
Le illusioni ottiche
L’illusione ottica nel riconoscimento visivo della parola Selfridge, 1959 → Lo stesso segmento può essere letto come due cose diverse a seconda dell’ambiente in cui scritto. Questo dimostra la superiorità della parola.
Cosa dimostra?
La superiorità della parola nel processo di percezione delle singole lettere. L’informazione proveniente dal basso, cioè dai nostri sensi, con informazioni rielaborate dal nostro sistema cognitivo (cioè dall’alto), che integra diverse informazioni fra loro sistema TOP-DOWN (e non solo BOTTOM-UP).
L’effetto di superiorità della parola Reicher, 1969
Risultati
I soggetti sono più accurati e veloci nel caso in cui il compito di discriminazione fra lettere venga eseguito dopo la presentazione di parole reali che dopo la presentazione di non-parole o singole lettere → più veloci a scegliere N dopo PANE che dopo NEPA o la singola lettera.
Condiz.1 << (condiz.2 = condiz.3)
NOTA: userò sempre il simbolo > o < per indicare la differenza nel tempo di reazione/lettura/risposta fra due condizioni A e B. Per esempio… A << B significa che il tempo che ho impiegato per processare/rispondere/leggere A è significativamente INFERIORE rispetto al tempo impiegato per B.
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