Tutti i viventi sono sistemi complessi: la complessità può essere descritta
rigorosamente sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo
(ovviamente esistono dei sistemi complessi che non sono biologici, ad
esempio alcune soluzioni chimiche inorganiche si comportano come tali).
Caratteristiche principali dei complex systems:
- elevato numero di strutture chimiche, numero inteso non solo come quantità
(il numero di oggetti fisici, per esempio molecole proteiche, lipidiche..
(le “categorie”).
contenute in una cellula) ma anche come qualità
- ancor più elevato numero di interazioni, o processi, tra le strutture (intuitivo,
poiché uno degli assunti dei sistemi complessi è quello secondo cui una
struttura può interagire con più strutture), e tali interazioni determinano le
funzioni di ciascuna struttura (che di per se’ non ha una funzione, ma la
assume grazie a tali processi).
- quasi sempre tali interazioni non sono di tipo lineare, dato che è raro trovare
un’interazione di tipo in natura: un’interazione
lineare di tipo lineare
presuppone un ordine gerarchico univoco. Immaginando una catena di
quattro elementi, il primo sarà a monte di tutti gli altri, modificando il secondo,
il secondo modificando il terzo.. e così via, mentre l’ultimo sarà dunque a
valle di tutti gli altri. In determinate condizioni ambientali iniziali ben note può
essere dunque previsto deterministicamente come andrà il processo con un
buon grado di affidabilità. Per esempio, in una popolazione le interazioni non
saranno mai lineari poiché il sistema contiene una o più retrazioni.
Francois Jacobs e altri scoprirono che la biochimica non era organizzata in
modo lineare bensì era un network intrecciato con molti feedback (effetti che
vanno avanti o tornano indietro in modo positivo o negativo, creando una
sorta di loop e di reazione ciclica). Proprio perché non lineare, un sistema
comincia ad assumere caratteristiche di complessità: anche per descrivere il
più semplice dei sistemi non lineari bisogna introdurre un approccio di tipo
statistico (non più deterministico). Nel momento in cui si costruisce non più
semplicemente un loop ma un vero e proprio network (rapporto non più 1:1
tra struttura e funzione come accade in un loop, già più non lineare poiché
esiste una retroattività), esso introdurrà un ulteriore livello di complessità e
consentirà di definire la transizione da un sistema deterministico ad uno
probabilistico. Una volta ottenuto un network si è costretti a studiare il sistema
come fosse un black box, cioè una volta somministrato un input (operando
per esempio una modificazione dell’ambiente) si ipotizzano statisticamente e
probabilisticamente i possibili effetti o output, tenendo conto che un sistema
complesso può produrre differenti risposte allo stesso stimolo. 1
Esiste una differenza tra potenzialità ed atto: Aristotele intuì che nei sistemi
biologici un conto è la possibilità che una struttura svolga una funzione, un
conto è che la svolga effettivamente. La transizione tra le funzioni potenziali e
quelle effettive (o attuali) dipende dal contesto ambientale (in senso lato) in
cui la struttura si trova ad operare.
- ridondanza nel rapporto struttura-funzione, ridondanza biunivoca e
reciproca: una struttura può svolgere più funzioni (ne ha potenzialità, ma non
è detto che succeda), e allo stesso modo una stessa funzione può essere
svolta grazie al contributo di più strutture. La fragilità dei sistemi complessi,
dal punto di vista funzionale, va ricercata laddove la ridondanza è minima.
- anisotropia, o compartimentalizzazione, ovvero la disomogeneità strutturale
dal punto di vista spaziale: è una caratteristica morfologico-strutturale di tutti i
viventi, dove magari può variare il grado di compartimentalizzazione. Da ciò
si deduce che le strutture dentro un organismo, una cellula… non diffondono
liberamente, ma sono presenti dei vincoli. Più un sistema è anisotropo, più
esistono vincoli alla libera diffusione, più il sistema in questione sarà
complesso: una cellula eucariote è più complessa di una procariote proprio
perché è più compartimentalizzata. L’ipotesi è che l’acquisizione di
complessità in termini di anisotropia da parte delle cellule eucariote potrebbe
aver portato alla produzione del differenziamento cellulare, cioè superata una
certa soglia di complessità una cellula (pur partendo tutte dallo stesso pattern
genico) potrebbe essere in grado di differenziarsi (in maniera funzionale) in
un neurone piuttosto che in una cellula muscolare. Aumentando le
potenzialità di differenziamento aumenta il grado di complessità.
- i sistemi complessi sono sistemi termo-dinamicamente aperti, scambiano
materia ed energia con l’ambiente, e tale energia può essere utilizzata per
compiere lavoro, cioè per produrre reazioni endoergoniche (a cui serve
per far ciò l’energia presa dall’esterno viene utilizzata per
appunto energia):
accoppiare reazioni endoergoniche con reazioni esoergoniche.
Un sistema termodinamicamente aperto, come un sistema complesso,
mantiene il proprio ordine e riduce la propria entropia grazie all’assunzione
dell’energia dall’esterno. Una volta fornita energia, il sistema è in grado di
regolare se stesso (sistema cibernetico). La fisiologia di tutti i sistemi viventi è
organizzata in circuiti non lineari, la non linearità richiedendo la presenza di
regolazione a feedback positivi-negativi consente al sistema di auto-regolarsi.
L’omeostasi è la capacità di un sistema di mantenere stabili nel tempo tutta
una serie di parametri interni, pur in presenza di contesti ambientali variabili: 2
questa capacità è mantenuta stabile all’interno di un certo intervallo di
parametri ambientali. Semplificando al massimo il sistema, esso avrà un
ingresso ed un’uscita, e tale uscita regola l’ingresso: da qui il circuito non
lineare, cibernetico, e l’omeostasi.
Quando uno stress ambientale interagisce con un organismo, gli effetti di uno
sulla fisiologia dell’animale dipenderà da come questo stress
stressore
interagirà con i sistemi omeostatici dell’animale stesso. Tanto più l’animale è
complesso, tanto più è scarsa la capacità di predire: i modelli predittivi
diventano sempre meno affidabili quanto più il contesto ambientale, gli stress
e l’animale sono complessi. Quando sistemi complessi interagiscono tra di
loro (l’ambiente e l’animale) gli effetti prodotti sono tutt’altro che prevedibili.
l’ambiente nel senso che la loro
Da ciò si deduce che i viventi non subiscono
organizzazione interna viene stravolta dal contesto ambientale, ma tale
l’interazione è reciproca, bidirezionale e difficilmente prevedibile. Detto in altri
termini l’ambiente non determina passivamente il destino dei viventi e non ne
definisce l’organizzazione, bensì la loro fisiologia interagisce con l’ambiente
esterno e ne conseguono effetti reciprochi.
Nel momento in cui stress ambientali stimolano reazioni da parte della
fisiologia degli animali, questi ultimi possono reagire:
evitando attivamente lo stressamento, o spazialmente attraverso
l’impatto dello stress cambiando contesto
migrazioni (ridurre ambientale),
produzione di micro-nicchie o di tane (protezione rispetto a tale stress) o
temporalmente modificando il proprio metabolismo per ridurre gli effetti dello
stress ambientale sulla propria fisiologia
capacità di alcuni animali (“conformi”) di mettersi in
conformandosi,
equilibrio con l’ambiente esterno; tale strategia conforme è apparentemente
passiva e semplice
mantenendo i parametri interni fortemente stabili pure in presenza di
stress ambientali (entro certi limiti, al di fuori dei quali gli animali non saranno
più “regolatori” omeostatici ma conformi); tale strategia regolatoria sembra
essere più attiva rispetto a quella precedente e addirittura superiore ad essa
(forse perché l’uomo, mammifero, è un animale regolatore ?)
Uno stesso stress ambientale può avere un impatto diverso dipendentemente
dell’animale (per esempio le dimensioni),
da diversi fattori biologici intrinseci
ciò significa che l’effetto di uno stress ambientale non dipende solo dalla
dell’animale.
natura fisica dello stress, ma anche dalla natura chimico-fisica 3
Che tipo di variazioni della fisiologia animale si possono osservare in
funzione di sollecitazioni ambientali? Considerando la risposta di singoli
individui si fa riferimento a variazioni fisiologiche individuali e temporanee: il
termine acclimatazione (racchiude acclimatization e acclimation) fa
riferimento a tutte quelle risposte fisiologiche a livello individuale a stress
ambientali. Da un punto di vista formale, le acclimatazioni non sono risposte
adattative. Con il termine adattamento (adaptation) si fa invece riferimento a
sotto l’effetto
risposte popolazionali che si verificano nel corso di generazioni
naturale (o artificiale, se operata dall’uomo): gli adattamenti
della selezione
sono dovuti a modificazioni di pattern allelici dei geni all’interno di una
popolazione, quindi sono una risposta evolutiva nel senso stretto del termine.
Per quanto riguarda la differenza tra acclimatization e acclimation, essa
risiede nel fatto che nel primo caso le acclimatazioni sono state osservate in
condizioni naturali mentre nel secondo caso sono misurate in condizioni
sperimentali: in entrambi i casi il processo è individuale e spesso le risposte
sono reversibili. Gli anglosassoni adottano questa terminologia perché le
implicazioni dell’ambiente naturale o laboratoriale sono importanti.
Si consideri il seguente esperimento di acclimatazione in cui delle rane,
provenienti dalla stessa popolazione, sono state separate in due gruppi, uno
l’altro a 25°C,
tenuto per una notte (overnight, o comunque per 12 h) a 5°C e
e si è andati a misurare il metabolismo ossidativo dei due gruppi di rane alle
diverse temperature. Il gruppo acclimatato a 25°C presenta una curva (rossa)
di metabolismo diversa rispetto alla curva (blu) del gruppo acclimatato a 5°C:
per esempio, a 10°C le prime rane consumano circa 30 microliti di O per
2
grammo per ora, mentre le seconde consumano circa il doppio (70 microliti). 4
I due gruppi sono completamente diversi dal punto di vista metabolico perciò,
non sapendo che provengono dalla stessa popolazione, si è portati a pensare
L’esperimento ha dunque fatto divaricare le differenze funzionali
al contrario.
a partire da un gruppo omogeneo, che lo rimane da un punto di vista
genetico: è aumentata la variabilità funzionale partendo dallo stesso genoma.
Dal grafico si evince inoltre che aumentando la temperatura ambientale i due
gruppi mostreranno differenze via via minori, per cui una forte differenza
nell’acclimatazione dovrà essere ricercata a temperature più basse.
Se, dopo un certo periodo di tempo, lo stesso esperimento viene rifatto
mettendo entrambi i gruppi a 25°C si vedrà come il gruppo precedentemente
acclimatato a 5°C si allineerà con l’altro: l’effetto è reversibile!
quindi
L’acclimatazione rivela la grande plasticità funzionale e/o fenotipica degli
(in questo caso metabolica). Nell’esperimento
individui e produce variabilità
corrente si tratta di individui adulti, ma la plasticità si può rivelare anche
durante lo sviluppo e, in tal caso, si chiamerà norma di reazione.
In una popolazione si hanno dunque due ordini di variabilità, quello di
quest’ultima legata alla
variabilità genetica e quello di variabilità acclimatativa,
plasticità fenotipica e/o funzionale dovuto alla storia del singolo individuo.
Non tutte le acclimatazioni sono uguali: quella vista nell’esperimento
precedente è simile al Type 4.
Negli eventuali punti di intersezione delle due curve è come se i due gruppi
non fossero acclimatati, nel senso che a quello specifico intervallo di
temperatura esterna i due gruppi non presentano variabilità fenotipica e/o
per smascherare l’acclimatazione si devono considerare altri
funzionale:
intervalli, poiché gli effetti delle acclimatazioni dipendono dal range
ambientale considerato.
le due curve si “sovrappongono” laddove le due popolazioni non
In Type 1
mostrano variazioni di metabolismo (entrambe sopravvivono), ma mentre la 5
popolazione acclimatata al freddo (c) presenta un metabolismo ad un range
di temperatura più basso, quella acclimatata al caldo (w) ha un range di
tolleranza termica ovviamente più alto. Questa variazione di tolleranza
termica è dovuta all’acclimatazione a temperature diverse.
In figura è mostrato l’esempio
tipico di una variazione di
tolleranza termica, tipico
comportamento di molti pesci: si
tratta della prima evidenza
sperimentale ad aver dimostrato
che la stessa popolazione di
pesci, acclimatata a temperature diverse, va incontro a tolleranza termica
diversa. In questo caso si misura semplicemente la temperatura letale
massima oltre la quale il 50% degli animali muore. Mettendo nel grafico la
temperatura letale in relazione con le varie stagioni si può osservare come,
con un’acclimatazione di 12 ore, la temperatura massima oscilla esattamente
con l’oscillare delle stagioni: nella stagione calda è intorno ai 36°C, ma
diminuisce passando dalla stagione calda a quella fredda. Questo semplice
esperimento mostra che la temperatura massima letale varia con il variare
della temperatura di acclimatazione per questi pesci. Si tratta della Type 1,
anche se in questo esperimento non si può dedurre il range di tolleranza
termica, poiché per ragionare sul range di tolleranza bisogna ragionare in
termini di massima e minima letale. Ragionando in questo senso, si
ottengono i seguenti grafici.
Il grafico a sinistra mette in relazione la temperatura di acclimatazione con la
temperatura letale, massima sulla curva 1 in alto e minima sulla curva 1 in 6
basso: il parallelepipedo descritto dalla curva 1 mostra dunque il range di
tolleranza termica per un certo animale in certe condizioni.
range di tolleranza termica nell’adulto
Nel grafico a destra si deduce che quel
può variare se esso si trova in certe condizioni metaboliche: un adulto in
attività protratta presenza un range di tolleranza termica ridotto (curva
Activity). Ciò significa che nel momento in cui l’adulto a riposo, quindi con un
metabolismo relativamente basso, aumenta il proprio metabolismo, il suo
range di tolleranza termica si riduce. I puntini bianchi sono i punti
sperimentali, che ovviamente si avranno sulla curva di massima e di minima:
permette di calcolarne l’area ed avere di
costruire poi il poligono
conseguenza una misura della tolleranza termica di quell’animale in quelle
condizioni. È una misura molto più precisa rispetto alla semplice misurazione
della temperatura massima letale del grafico precedente sui pesci.
In Type 2 il range di tolleranza della variazione ambientale non cambia di
molto, quello che varia in modo più evidente (anche nell’ambito di tolleranza
di entrambe) è il metabolismo: ad una stessa temperatura, gli animali
acclimatati al caldo hanno un metabolismo più basso degli animali acclimatati
a freddo, che avranno un metabolismo (a parità di temperatura ambientale)
nettamente più alto. Inoltre, le due curve sono più o meno parallele, ciò
significa che la differenza di metabolismo tra le due popolazioni acclimatate è
sempre la stessa, indipendentemente dalla temperatura ambientale.
In Type 3 la situazione è simile per alcuni aspetti al Type 2 con la differenza
importante che mentre in Type 2 la popolazione acclimatata al freddo ha
sempre un metabolismo più alto rispetto a quella acclimatata al caldo, in Type
3 no poiché al di sotto di una certa temperatura ambientale la situazione si
inverte (il metabolismo della popolazione acclimatata al caldo è più alto del
metabolismo della popolazione acclimatata al freddo). Questo implica che da
una certa temperatura ambientale in su una popolazione si comporta in un
certo modo, per una certa temperatura ambientale in giù la situazione tra le
due popolazioni acclimatate si inverte. La seconda implicazione è legata al
fatto che nel range intorno al punto di inversione si hanno pochissime
variazioni metaboliche, visibili ad altre temperature ambientali.
Tutti e quattro i tipi di acclimatazione sono stati misurati sperimentalmente,
mentre solo le prime due sono state riscontrate in condizioni naturali.
Da un punto di vista fisiologico ed evolutivo studiare in laboratorio le
condizioni Type 3 e Type 4, sebbene non sia immediatamente rilevante dal
punto di vista ecologico poiché sono condizioni riferite ad animali che vivono
in ambienti molto stabile dove non esiste il concetto di acclimatazione in 7
senso stresso, può essere interessante dal punto di vista teorico o ecologico
in termini predittivi. Queste due condizioni di acclimatazione non
necessariamente sono legate alla temperatura ma potrebbero essere legate
ad altri parametri ambientali quali pressione, disponibilità di ossigeno,
eccesso di anidride carbonica, salinità del mezzo…
In alcuni casi le specie che sembrano essere insensibili ad un certo range di
temperatura ambientale (perché non sono visibil
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