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Appunti esame Arte del rinascimento Appunti scolastici Premium

Lezioni tenute dai professori Benati e Graziani. Appunti di Arte del rinascimento basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Graziani dell’università degli Studi di Bologna - Unibo, Facoltà di Lettere e filosofia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Arte del Rinascimento docente Prof. I. Graziani

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Leonello d'Este (regna dal 1441 al 1451), figlio di Niccolò III e Stella Tolomei detta dell'Assassino.

Leonello è una figura di principe illuminato, educato da Guarino da Verona. Egli ha l'idea che il

signore è tale non solo per eredità, ma perché è un “saggio”, è un primus inter pares.

Gli Estensi possiedono un sistema di delizie e Belfiore è una di queste, in cui non si esercita il

potere politico, ma in cui il signore può dedicarsi ai suoi ozi. Nel 1447 Leonello ha l'idea di farsi

allestire un luogo in cui accogliere gli amici, discutere...

Abbiamo una lettera del 1447 che Guarino Veronese manda al suo antico discepolo. Leonello ha

intenzione di far decorare il suo studiolo con dipinti raffiguranti le Muse. Guarino di compiace di

questa celta, osserva che la scelta di un tema profano potrebbe essere criticata, anche se questo

contesto è molto appropriato perché ritiene che la parola “Muse” derivi da mozai]’

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generare. Le Muse traggono fuori la conoscenza dalla mente umana. Guarino suggerisce anche le

scritte in latino e greco che andrebbero collocate sotto ogni TAVOLA, da inserire nelle pareti

all'interno di decorazioni lignee ad opera di Arduino da Baiso. Lo studiolo deve comprendere degli

armadi sopra i quali vengono collocate le immagini delle Muse. Leonello non vedrà terminato lo

studiolo ed il progetto verrà completato dal fratellastro Borso d'Este con alcuni cambiamenti

nell'iconografia.

Tavole raffiguranti le quattro stagioni:

• Primavera → ricorda la Madonna incinta di Piero della Francesca. Musa Erato, realizzata da

Cosmè Tura. La tavola è conservata a Londra alla National Gallery. Roberto Longhi

assumeva questa immagine come sunto delle caratteristiche di Cosmè Tura.

• Estate → realizzata da Michele Pannonio. Longhi parla per Pannonio di “affettazioni

piombinee”, figura metallica, ma più plasmabile rispetto all'Erato di Tura. Si è ipotizzato

che a Maccagnino siano spettati gli interventi più antichi sulle tavole. Influssi della pittura

fiamminga (Rogier Van der Weyden). Possiede l'iscrizione prevista da Guarino per la Musa

Talia, preposta alla coltivazione dei campi e agli innesti. Conservata a Budapest. Nella parte

inferiore c'è l'impresa del “paraduro” (immagini estremamente stilizzate): si rifa all'attività

di bonificazione alle foci del Po a partire da fine del XIII secolo. Questa tavola è

sicuramente di provenienza estense, non da Belfiore.

• Si conservano due tavole che non possiedono le targhe con iscrizione. Erano conservate

nella collezione Strozzi-Sacrati a Firenze, acquisita dallo Stato negli anni '90, ora sono alla

Pinacoteca di Ferrara.

◦ Donna che si allenta la vesta sul grembo per l'incipiente maternità → Erato?

◦ Urania: raffigurata esattamente come la descrive Guarino. Musa preposta agli astri. In

basso vi è lo spazio per quelle che avrebbero dovuto essere le targhe. Lucentezza nella

resa del trono. Tavola irregolare: in alto a sinistra vi è una toppa lignea; sul trono è

raffigurata l'impresa dell'unicorno (lavori di bonifica e valori di bontà d'animo, castità,

purezza. Unicorno che tuffa il corno nell'acqua al di là di una piccola siepe = paraduro).

• Autunno (Berlino): figura in piedi su un basamento. Immagine fortemente pierfrancescana.

Musa Polimnia, presiede alla lavorazione dei campi, corrisponde bene alla descrizione di

Guarino.

• Al Museo Poldi Pezzoli è pervenuta una tavola con una donna raffigurante la carità

cristiana, perché circondata da bambini. Dopo un restauro dell'89-90 si è capito che non era

Carità, ma Tersicore. Volto appiattito che contrasta con le gambe prominenti. Potremmo

trovarci davanti ad un dipinto iniziato da Angelo Maccagnino, pittore senese di fiducia di

Leonello e terminato da Cosmè Tura (sicuramente i putti sono suoi). Secondo Guarino

Tersicore è la musa che presiede anche ai matrimoni, che guida le danze dei giovinetti. Qui

invece, con un cambio iconografico diventa la Musa della danza, che guida i putti.

Nel '91 al Poldi Pezzoli si è fatta una mostra “Le Muse e il Principe” con tutte le tavole, tranne

Polimnia perché troppo delicata per viaggiare. Un altro dato emerso con la mostra del '91 è il fatto

che queste tavole presentano una craquelure molto forte, perché sono state esposte ad un'escursione

termica molto forte, forse l'incendio del 1496 appiccato dai veneziani a Belfiore.

Queste tavole sono tutte provenienti dallo stesso tronco (studiate dal Museo Poldi Pezzoli).

• Predella della Pala di S. Marco, Beato Angelico: influenza su Rogier Van der Weyden

“Deposizione di Cristo”.

12 Febbraio 2015

• ritratto di Francesco d'Este, Rogier van der Weyden (Metropolitan

Museum, New York, 1460 ca)

la pittura ponentina influenza la corte estense; utilizza un nuovo legante,

non è più la tempera che lega i colori a base minerale con uovo, ma i

fiamminghi adottano la pittura ad olio. Anche i pittori ferraresi iniziano ad

usare questa tecnica.

Nel 1498 Ferrara diventa città dello Stato pontificio.

• Polittico della misericordia, Piero della Francesca (1448): figure di

profilo con evidenziazione tridimensionale. Sicuramente il pittore

della Musa Urania ha visto qualche opera di Piero. Anche il

maestro di Polimnia conosceva Piero, come quello della Flagellazione di Urbino.

Un tempo si riteneva che il maestro di Polimnia fosse Galasso, ma non siamo in grado di

identificarlo; Vasari diceva che era un allievo di Piero della Francesca. Probabilmente la testa di

Polimnia è di Tura; alcuni studiosi, tra cui Bacchi, pensano sia di un

giovane Francesco del Cossa.

Luca Pacioli (Fra Luca Bartolomeo de Pacioli o anche Paciolo,

Borgo Sansepolcro, 1445 circa – Roma, 19 giugno 1517) è stato

un religioso, matematico ed economista italiano) dice che Piero

sarebbe stato chiamato a Ferrara da Borso d'Este dopo il 1450.

• Battesimo di Cristo (Piero della Francesca, 1445. Londra,

National Gallery): scatola prospettica che si arricchisce di

una capacità di catturare i dettagli → aspetto che desume dal

maestro Domenico Veneziano. I tre angeli che si danno la

mano rimandano a Luca della Robbia, cultura molto

stratificata di Piero.

Nel “De Pictura” (1435) Leon Battista Alberti raccomanda “l'amistà”

(amicizia) dei colori, l'accordo tra i colori, ma non intende una

pittura fusa su base tonale. (cfr Battesimo).

• San Girolamo penitente (Piero della Francesca, 1450, Berlino

Gemaldegalerie): recuperata negli anni '80 e ripulita dalle ridipinture degli alberi. Tavoletta

devozionale che sviluppa le premesse già citate nel Battesimo.

Fino alla fine del 1400 Piero è ad Ancona.

Nicola di Maestro Antonio attivo ad Ancona a fine '400, autore di una pala adesso a Pittsburgh.

Fondo dorato.

Nel '50 Piero era ad Ancona (ce lo dice Luca Pacioli), nel '51 era a Rimini nel Tempio Malatestiano

(facciata che si presta ad una lettura di tipo prospettico). Leon Battista Alberti distrugge gli affreschi

di Giotto, mette una copertura marmorea alla

vecchia chiesa francescana.

• Sigismondo Pandolfo Malatesta in

preghiera davanti a San Sigismondo

(1451, Piero della Francesca. Tempio

Malatestiano): originariamente si

trovava nella cappella delle reliquie

nella parte destra. È stato strappato

prima della II guerra mondiali e dopo la

guerra è stato ricollocato al suo posto,

anche se ora è stato spostato in un'altra

parte della chiesa. Nell'affresco vi è la

“finestra” di cui l'Alberti parla nel De Pictura → cornice=introduzione spaziale che apre lo

sfondamento prospettico. Sigismondo Pandolfo Malatesta con i suoi levrieri e San

Sigismondo in cattedra, a destra visione del castello Sismondo, dipinto come se fosse un

finto specchio.

• Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta (Piero della Francesca, 1451, Parigi Musèe du

Louvre): ritratto di profilo ispirato alle monete di età classica. Probabilmente è il modello

per l'affresco di Rimini.

Michele Pannonio, pittore ungherese (1415-1475):

• San Ludovico di Tolosa e San Bernardino da Siena (Pinacoteca di Ferrara, 1455-63)

• Crocifissione con i dolenti e Santa Chiara: Longhi l'attribuì a Liberale da Verona. Sbalzo

marcato delle figure, come se fossero di un metallo morbido, espressività marcata.

Prima di chiamare Andrea Mantegna a Mantova, inizialmente Francesco Gonzaga pensò a Pannonio

(per nulla interessato alle ricerche di Piero, guarda piuttosto a Padova e Donatello).

19 Febbraio 2015

Palazzo Schifanoia

Il Palazzo present decorazioni trecentesche.

Il Salone dei Mesi verrà poi scialbato con una mano di bianco e riemergerà solo attorno al 1820,

quando si ipotizzò che Piero della Francesca fosse l'autore degli affreschi, fino al 1880 quando, da

una lettera del 1470, emerge il nome di Francesco del Cossa.

Oggi possiamo apprezzare solo due pareti di questo ciclo di enormi dimensioni. Inizialmente gli

storici datarono l'inizio delle decorazioni tra il 1460 e 1470, in realtà, poiché vi lavorarono più

mani, bastò un solo anno (1469-70) → Borso necessitava del suo salone.

Del Cossa realizzò i mesi di MARZO, APRILE e MAGGIO.

I mesi di gennaio, febbraio, novembre e dicembre sono di difficile lettura.

Dalla lettera di Del Cossa capiamo come l'artista vada man mano emancipandosi.

Al 25 marzo 1470 il salone è già completato, lo si deduce dalla lettera.

Pellegrino Prisciani ha avuto il compito di progettare questa enorme cosmologia.

Analisi del mese di Marzo

• Minerva → presiede le attività femminili

e l'attività intellettuale → saggi

• fascia di mezzo: ariete e decani

• si tratta di un cosmo ben regolato:

◦ le divinità presiedono ai movimenti degli astri

◦ i simboli zodiacali presiedono ai mesi

◦ il signore presiede all'attività umana

→ cosmogonia con al centro il signore

• ancella che scappa → citazione di Cosmè Tura

• siamo di fronte a quello che chiamiamo naturalismo prospettico. Cossa si adegua al clima

ferrarese: tormento grafico di matrice turiana.

Analisi del mesi di Aprile

• Venere e Marte sono su un carro trainato da cigni, con coppie che si amano

I documenti che riguardano Cossa partono dal 1459, quando egli collabora con il padre scultore

pitturando alcune sculture per il Duomo di Ferrara. Nel 1462 tiene a battesimo il figlio di

Bartolomeo Garganelli, perciò già nel '62 si trova a Bologna.

• Finestra che decora la controfacciata di San Giovanni in Monte (1467): in un saggio del

1958 Carlo Volpe parte da questa vetrata (del cui cartone Del Cossa è autore) per ricostruire

l'attività bolognese di Del Cossa, che precede quella di Schifanoia. Tutta l'attività dal '60 al

'67 del pittore si svolge a Bologna.

Madonna con i capelli sciolti, panneggio grave, filofiorentino.

• Polittico della Chiesa di San Clemente del Collegio di Spagna (Marco Zoppo, allievo di

Squarcione, lavora a Padova), 1459 → già Longhi coglieva una luminosità dei colori che

implicava la conoscenza di Piero della Francesca e di opere toscane. Tra il '57 e il '59 Zoppo

torna a Bologna e rivede il suo linguaggio di matrice padovana. La cornice è di Agostino de

Marchis.

• Polittico della Compagnia della morte (1462-66)

25 Febbraio 2015

Pala dell'osservanza (Pinacoteca di Dresda, vendutagli da Luigi Criespi nel 1748)), tavola

principale e predella, Longhi vi ha aggiunto alcune santine che si trovano nel Museo Tissen a

Madrid → si attribuiva a Mantegna ma è di Del Cossa. A Bologna è un precoce esempio di pala

quadra o all'antica. Raffigura un tempio classico (tavola centrale unificata, episodi meno importanti

e santi collocati ai margini)

Ancora dalla chiesa dell'osservanza proviene un'altra pala, gemella della precedente, perché di

identiche dimensioni, di autore ignoto. Sulla base di questa pala (rimasta a Bologna) si può

ricostruire come fosse la pala di Del Cossa di cui si è perduta la carpenteria (non era una semplice

cornice, serviva da introduzione prospettica, corrispondeva a quella che Alberti chiama “la

finestra”), sei santine ed il timpano. Del Cossa lavora su questa inquadratura prospettica e colloca

sul margine inferiore la chiocciola che sembrava strisciare grazie alla cornice.

Cossa < chiocciola → criptofirma di Del Cossa (coclea latino medievale)

A destra vi è la Madonna davanti alla sua camera, a sinistra si apre Gerusalemme rivista come

Bologna. I piani prospettici si collocano l'uno dietro l'altro. Cossa desume dai toscani, in particolare

da Paolo Uccello, la necessità di rendere tutto vero.

La predella è opera di Cossa: contadini che ballano e si danno alla gioia (Longhi dice che il loro

movimento ricorda la schiarita dopo il temporale della VI Sinfonia di Beethoven) → cfr con

affresco di Alessio Baldovinetti (allievo di Domenico Veneziano) a Firenze nel chiostro di ? :

paesaggio pre-pierfrancescano, pastori con vesti umili che ricordano la “bassa danza” di cui parla

Baxandal (?). questi gesti raffigurati nei dipinti quattrocenteschi venivano immediatamente colti da

chi li osservava perché facevano parte del loro vissuto.

Santine della pala dell'osservanza: stessi ovuli, dentelli e modanature della tavola principale e della

predella → unità dell'opera.

Confronto:

• ricamo di fine '400 conservato a Firenze nell'oratorio dei Vanchetoni: in origine forse era la

decorazione anteriore di un altare, vi sono figure di Santi. Cartoni su invenzione di Del

Cossa → testimonianza indiretta che egli è stato a Firenze. (Volpe nel saggio del '58

ammette la possibilità che Cossa sia andato a Firenze; anche Vasari parla di un viaggio del

pittore nel capoluogo toscano, ma in realtà fa confusione fra Cossa e Lorenzo Costa)

• santine e tavola della pala dell'osservanza.

Dal punto di vista politico, tra Firenze e Bologna ci sono legami molto stretti (Giovanni Bentivoglio

è stato educato a Firenze).

• Ritratto di fidanzato (Del Cossa): acutezza epidermica; gravità e rusticità che i ritratti

fiorentini e di Tura non posseggono. Questo quadro viene inciso da Vasari, ritenuto opera di

Francesco Francia. Fu Longhi ad attribuire il quadro a Cossa.

Un'altra fonte che senz'altro Cossa ha conosciuto è Niccolò dell'Arca (cfr Giuseppe di Arimatea in

Santa Maria della Vita).

Cfr Madonna urlante di Niccolò dell'Arca e Madonna urlante della Cappella Garganelli; all'interno

del Compianto c'è la capacità di creare un crescendo espressivo. Nel Compianto manca la scultura

di Nicodemo, ce lo dice Pietro Lamo e dice che aveva le sembianze di Giovanni Bentivoglio.

D'Annunzio ne Le vergini delle rocce parla del Compianto. Il panneggio di Maria di Cleofa è greve,

non spampanato come la Maddalena.

Marco Zoppo, Francesco del Cossa e Niccolò dell''Arca creano un linguaggio bolognese

profondamente diverso da quello padovano di Tura, anche se indubbiamente c'è la conoscenza di

Donatello.

4 Marzo 2015

Tecnica dell'affresco

cocci

arriccio

sinopia

Simone Martini, lunette del Duomo di

Avignone (1337-40) →

Secondo strato di malta → INTONACHINO:

strato di malta molto sottile steso a piccoli

strati sull'arriccio. È l'ultimo strato, su cui il

pittore andrà a dipingere.

La SINOPIA è stata scoperta negli anni della

seconda guerra mondiale tramite la necessità

dello STRAPPO (si strappa il dipinto per

mezzo di colle animali) e STACCO (esiste dal

XVII secolo. Si sega il muro, anche l'arriccio).

1969 mostra di sinopie a Londra, curata da

Carlo Scarpa.

La sinopia va esaurendosi, infatti in Italia a

metà 1400 si è già passati al cartone

preparatorio, riportato sull'intonachino in due modi:

1. spolvero → cartone bucherellato e spolverato. La polvere passa dai buchini e rimane

sull'intonachino

2. incisione diretta → cartone più spesso viene appoggiato direttamente sull'intonachino ed

inciso.

Lo spolvero verrà poi relegato alle parti più difficili e minuziose.

L'intonachino contiene calce viva (ossido di calcio), che viene idratata con sabbia di mare, diviene

così calce spenta, che a contatto con l'anidride carbonica diventa secca (carbonato di calcio →

CARBONATAZIONE). Perché la carbonatazione avvenga correttamente, il lavoro viene diviso in

GIORNATE, campi di lavoro. Le giornate ci consentono il riordino cronologico; la tecnica per far

emergere le giornate è la luce radente.

Con le giornate servivano dei ritocchi a secco o a tempera (quando la carbonatazione è mal

riuscita), spesso per coprire i buchi lasciati dai ponteggi.

Nella pittura di Cossa c'è anche un'altra componente materica: incisioni finalizzate all'applicazione

di una foglia metallica. L'artista incide un canaletto perché la foglia non coli. L'argento non veniva

mai usato perché si ossida, venivano piuttosto usate delle leghe più povere. L'oro veniva steso

facendo una specie di “panino” con il piombo, che permetteva di dare spessore e non strappare la

foglia d'oro. Maggio – Salone dei Mesi

A sinistra l'autografazione sembra più forte, mentre chi lavora a destra è un aiuto. I puttini sono

lavorati con una cazzuola, dopo aver fatto un po' asciugare l'intonachino, rendendo così più

invetriata la pittura. Marzo – Borso d'Este (uno dei 36 ritratti)

→ ritocchi a secco ad opera di Baldassarre d'Este, specializzato in ritratti, che dal 1469 lavora a

Ferrara per il fratellastro Borso, come pittore di corte assieme a Cosmè Tura. Il lavoro di

“acconzamento” di Baldassarre per aggiustare i 36 volti di Borso è databile nel 1473.

Gnudi e Longhi riscontrarono nel marzo e nell'aprile il lavoro a secco di Baldassarre, ma Benati

negli anni '80 ha dimostrato che non c'è traccia di pittura a secco, probabilmente venuta via con la

SCIALBATURA.

Esempio di pittura a secco → oratorio della concezione (Parma)

Mesi perduti: ottobre (doveva esserci lo Scorpione), novembre, dicembre (meglio conservato nella

fascia superiore con il Trionfo di vesta. Artista attento ai fatti pittorici toscani). Questi affreschi

sono andati perduti perché realizzati con una pittura a tempera ad uovo.

Gennaio → delle fonti danno la pittura a secco come omologa alla pittura su tavola. Sull'arriccio è

stata stesa una malta a base di calce e tracce d'uovo.

Imprimitura

colore all'uovo.

Cennino Cennini, Il libro dell'arte, inizio XV secolo; è stato l'ultimo discendente della scuola

giottesca. Dal 1398 lavora a Padova, si sente depositario delle tecniche pittoriche trecentesche.

Redige questo prontuario (scritto nei primi decenni del 1400), che è la prima trattazione esaustiva.

Cennino parla di come tingere la carta, come realizzare vari colori e lo fa per capitoletti.

Nel Capitolo LXXII dice che ci sono colori usati nella miniatura e in tavola che sull'affresco non si

possono usare perché virano (verde rame, biacca) → cfr Visione di Roma, Cimabue, Assisi

Leon Battista Alberti non tratta dell'affresco nel De pictura, egli non lo amava, così come

Brunelleschi.

Siamo nel periodo in cui si diffonde l'uso unitario della pittura ad olio.

Filarete, scultore ed architetto milanese contemporaneo di Alberti, ricostruisce nel suo trattato di

architettura (1460-64) la città immaginaria sforzesca. Filarete ci dà delucidazioni sulle tecniche di

base e cita Cennino (libro XXIV, totale 25 libri); cita Giovanni da Bruggia (= Van Eyck) e il

Maestro Ruggieri (= Van der Weyden).

Agli anni '50 del 1400 a Ferrara vediamo già applicati su muro i principi di Filarete → Maccagnino

nel 1448 dipinge ad olio nello studio di Lionello d'Este.

Vasari ci parla di Galasso Galassi e Ciriaco d'Ancona, fonte coeva a Galasso, dice che egli

dipingeva su muro ad olio.

Vasari ci parla della tecnica della tempera ad uovo su muro secco e su tavola, dice che si può

lavorare anche ad olio su muro ben secco, spiegando come ha aggiornato questa tecnica alla luce di

lavori svolti per la committenza medicea.

• Sala dei cento giorni, Palazzo della Cancelleria,

Roma (1546-47): Vasari riesce a compierla in 100

giorni, vantandosi della sua velocità e del fatto che ha

lavorato a buon fresco.

• Madonna del Baraccano, Francesco del Cossa (1472,

Bologna): affresco e ritocchi a secco. Sono raffigurati

Giovanni Bentivoglio I, un candelabro. Il volto della

devota (cerchio) si riferisce ad un episodio avvenuto

nel 1402: mentre Bologna è assediata dalle truppe

milanesi, Francesca Vinciguerra va a pregare all'icona

devota vicino alle mura. Giovanni Bentivoglio per tre

volte la fa coprire con un muro e per tre volte cade, si

crede perciò che questa sia un'immagine sacra.

L'affresco nel 1969 è stato strappato da Ottorino

Nonfarmale ed è emersa la sinopia, nella quale si nota

che inizialmente Cossa aveva posto il volto del

bambino a destra.

L'imprimitura, detta anche mestica[1] o anche imprimatura (secondo l'uso inglese), è la preparazione

del supporto pittorico, consiste nel primo strato di materia che viene applicato al fondo grezzo, sia

esso tela, tavola, carta o altro, prima di dipingervi.

Tale preparazione ha una grande importanza, essa può determinare la resistenza, la durata e la resa pittorica

del dipinto. Non va confusa con quello che, nel linguaggio pittorico, viene definito abbozzo o preparazione

di un quadro (che è una fase dell'esecuzione del dipinto e non della finitura del supporto).

L'imprimitura si presenta come uno strato uniforme che ha la duplice funzione di isolare il supporto dalla

pittura vera e propria e di regolare la saturazione dei leganti (ad esempio l'olio). Tradizionalmente

l'imprimitura si ottiene con diverse ricette a base di colle varie (di coniglio, di farina, di caseina) unite

a gesso, bianco di piombo, bianco di Spagna, a uovo, a miele, a olio di lino variando gli elementi ed i

dosaggi secondo la tecnica che verrà adottata per l'esecuzione dell'opera (diverse sono ad esempio le

imprimiture grasse, adatte alla pittura a olio e quelle magre, adatte alla tempera).

Frequenti nella pittura antica sono le imprimiture a base di terre, come nella pittura veneziana e spagnola

(terra di Siviglia), nonché a base di bolo rosso. Anticamente si usavano anche particolari imprimiture nere,

ottenute con grafite o nero di vite. Il termine deriva dall'italiano e letteralmente significa "primo strato". Le

sue origini come strato di fondo risalgono agli usi tecnici tramandati dalle Corporazioni e dalle botteghe

artigiane medievali, tuttavia è divenuto un metodo standard durante il Rinascimento, in particolar modo in

Italia.

L'imprimatura non solo fornisce ad un dipinto una generale unità tonale visiva ma è utile anche nei primi

stadi di un'opera poiché aiuta il pittore a stabilire le giuste relazioni tra ombre e luce. Essa è più utile

nell'approccio classico della pittura indiretta dove il disegno e il sottostrato vengono stabiliti prima e

successivamente lasciati seccare. Gli strati successivi di colore vengono applicati con tonalità trasparenti o

semitrasparenti. Va posta attenzione a non coprire completamente l'imprimatura cosicché sia visibile

attraverso gli strati finali del dipinto. Questo risulta efficace in particolar modo nelle aree di ombra e

semiombra dell'opera. L'imprimatura viene fatta solitamente con un color terra come la Terra di Siena e

spesso viene diluita con la trementina.

Tecnica dell'affresco

L'affresco è un'antichissima tecnica pittorica che si realizza dipingendo con pigmenti generalmente di origine

minerale stemperati in acqua su intonaco fresco: in questo modo, una volta che nell'intonaco si sia

completato il processo di carbonatazione, il colore ne sarà completamente inglobato, acquistando così

particolare resistenza all'acqua e al tempo.

Si compone di tre elementi: supporto, intonaco, colore.

• Il supporto, di pietra o di mattoni, deve essere secco e senza dislivelli. Prima della stesura dell'intonaco,

viene preparato con l'arriccio, una malta composta da calce spenta o grassello, sabbia grossolana di fiume o,

in qualche caso, pozzolana e, se necessario, acqua, steso in uno spessore di 1 cm circa, al fine di rendere il

muro più uniforme possibile.

• L'intonaco (o "tonachino" o "intonachino") è l'elemento più importante dell'intero affresco. È composto di

un impasto fatto con sabbia di fiume fine, polvere di marmo, o pozzolana setacciata, calce ed acqua.

•Il colore, che è obbligatoriamente steso sull'intonaco ancora umido (da qui il nome, "a fresco"), deve

appartenere alla categoria degli ossidi, poiché non deve interagire con la reazione di carbonatazione della

calce.

Si usa la sabbia di fiume perché essa è pura, cioè non contiene sale né sostanze organiche, perché viene

costantemente purificata dallo scorrere del fiume.

Un'altra difficoltà consiste nel capire quale sarà la tonalità effettiva del colore: l'intonaco bagnato, infatti,

rende le tinte più scure, mentre la calce tende a sbiancare i colori. Per risolvere il problema, è possibile

eseguire delle prove su una pietra pomice o su un foglio di carta fatto asciugare con aria o vento di scirocco

ossia aria calda.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in arti visive
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.betti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Arte del Rinascimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Graziani Irene.

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