STORIA DELL’ARTE DELL’INDIA E DELL’ASIA
CENTRALE II
SULTANI, PRINCIPI E IMPERATORI
Le espressioni artistiche e le manifestazioni culturali dell’India dei secoli in considerazione, sono il risultato,
diretto o indiretto, dell’interazione con genti che calano per conquistare.
La prima svolta epocale è data dall’avvento dell’islam: l’insediamento di dominatori islamici in India,
intorno al 1200, avviene per opera di invasori turco afghani di conversione più recente, il loro orientamento
è sunnita; i nuovi sovrani dell’India diventano i nuovi grandi committenti.
La seconda svolta è data dal dominio coloniale britannico, nel quale l’India precipita nel XVIII secolo e che si
conclude nel 1947 con l’indipendenza e con la costituzione della Repubblica dell’India, con la nascita del
Pakistan e degli Stati ritagliati dall’India storica per la popolazione musulmana.
L’AVVENTO DELL’ISLAM E IL SULTANATO
La tradizione vuole che la prima moschea dell’India sia costruita da un convertito in Kerala, nell’estremo
Sud, ma gli eventi che conducono al dominio islamico sull’India settentrionale si innescano in Afghanistan e
i protagonisti sono genti centro-asiatiche di stirpe turca e di origine schiava.
Dal 750 Baghdad è diventata la capitale del Califfato, ossia del potere centrale del mondo musulmano, e
durante il IX secolo, gli Abbasidi di Baghdad inaugurano l’usanza di alimentare gli eserciti con l’acquisto di
schiavi turchi. Presto i militari turchi di alto rango però, cercano la propria fetta di potere e il risultato sarà
che i turchi determineranno per secoli gli assetti del mondo islamico dal Mediterraneo all’India. Dai militari
turchi al servizio dei Samanidi, ha origine la dinastia che dal 962 fa della propria capitale la città di Ghazni, il
cui sovrano più glorioso sarà Mahmud: le sue incursioni nel subcontinente indiano, fra 1000 e 1026, sono
compiute a solo scopo di razzia, infatti i templi più celebri dell’India settentrionale conoscono in questi anni
una rovina definitiva. L’avversione dell’islam, con il suo rigore monoteista e aniconico, dinanzi gli dei indiani
e alle immagini antropomorfe, suscitavano orrore e giustificavano eticamente la razzia nell’ottica di una
guerra santa contro popoli infedeli.
Mahmud di Ghazni creò un vasto impero dall’Iran, al Panjab fino a nord nelle regioni del fiume Oxus; fu un
generoso patrono delle arti e la sua dinastia durò centoventicinque anni, che aveva come punto di
riferimento culturale la Persia e il suo massimo centro artistico e intellettuale divenne la città di Lahore,
nell’attuale Pakistan.
Le autentiche e definitive conquiste di territorio indiano avvengono per opera di una nuova casata di
comandanti turchi, schivi di origine, che prendono il nome dall’impervia regione di Ghur. Muhammad di
Ghur lascia a continuare la campagna, il generale Qutb-ad-Din Aibak e l’espansione diviene velocissima ed è
il principale responsabile della scomparsa degli ultimi centri monastici buddhisti in India.
Muhammad viene assassinato così Aibak si proclama suo erede: l’India settentrionale entra nel suo dominio
e il suo successore Iltutmish sposta la capitale a Delhi, diventando il primo regno autenticamente indo-
islamico.
La linea di sultani inaugurata da Aibak è chiamata dei Re Schiavi (1206-1290) e la fase di massima
estensione si verifica con Ala-ad-Din Khalji, il quale domina dalle foci dell’Indo a quelle del Gange, dal
Panjab fino al Sud del Deccan.
Nel 1336 viene fondato il regno hindu di Vijayanagara che si manterrà immune al dominio islamico.
Il Sultanato di Delhi cadrà nel 1526 per opera di nuovi invasori musulmani provenienti dall’Asia centrale,
con i quali viene fondata la grande dinastia imperiale dei Mughal, potenza dominante in India fino al 1707;
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dopo di che il subcontinente comincerà a scivolare nelle mani coloniali.
I cinque secoli di sovranità islamica si sviluppano quindi su gran parte del territorio indiano, popolato da
hindu e jaina che non vengono forzati alla conversione, ma semplicemente obbligati a pagare una tassa.
Tuttavia una parte della popolazione dell’India si converte e ciò avviene soprattutto fra gli appartenenti alle
caste più basse per il quali una religione egualitaria come l’islam rappresentava una grande opportunità di
riscatto.
Subito Aibak intraprende come segno della conquista del potere, la costruzione a Delhi di una grande
moschea, nella quale è impiegata una grande quantità di materiale di spoglio ricavato dal saccheggio e
dallo smantellamento di templi locali: Quwwat al-Islam, “gloria dell’islam”, prodigio della tecnica e di
eleganza.
I MONUMENTI DELL’ISLAM
Nel grandioso capitolo artistico indo-islamico, l’architettura rappresenta l’elemento centrale. Le capitali
principali saranno Delhi, Agra e Lahore, nessun altro paese dominato da sovrani islamici produrrà
monumenti tanto magnifici.
Nelle aree persiano-centroasiatiche, splendidi esempi di architettura islamica sono sorti sotto il dominio dei
Samanidi (IX-X secolo) e dalla dinastia dei Selgiuchidi (XI-XII secolo); ricordiamo il mausoleo samanide di
Bukhara e la moschea di Isfahan.
Il principale materiale costruttivo in Persia e in Asia centrale è il mattone, ma Delhi e Agra sono
caratterizzate dall’utilizzo di arenaria rossa e la creatività degli artisti indiani contribuì a creare la
personalità dell’architettura indo-islamica.
Le forme fondamentali che l’islam impone, sono nuove per l’India, come anche le tecniche sulle quali si
erigono: l’India preislamica non usa l’arco e la cupola, ma costruisce gli edifici secondo il principio della
trabeazione, quindi i principi statici sui quali il tempio si innalza sono elementari, perché tutto il peso è
sostenuto da elementi massicci sovrapposti in senso verticale senza l’uso di materiali che li leghino fra loro.
Il fascino è dovuto alla ricchissima decorazione dell’insieme e dei particolari; il panorama architettonico
dell’India si trasforma in un avvento di curve morbide e maestose. Il rifiuto islamico della raffigurazione
degli esseri viventi, fa sostituire alla scultura dei templi hindu e jaina, motivi ritmici e astratti e la
meravigliosa calligrafia islamica: sui monumenti, questa è allo stesso tempo decorazione e messaggio
perché veicola il messaggio del poeta. L’ornamentazione astratta è scolpita a rilievo, intarsiata con pietre o
resa variopinta da mattonelle smaltate di derivazione extra-indiana, con aggiunta di stucco, traforata nelle
finestre a grata che lasciano individuare le fantasie nitide e coerenti. I rilievi si fanno tridimensionali nella
composizione geometrica di piccole nicchie che formano il disegno ad alveare, o a stalattiti, tipico dei
pennacchi per raccordare l’innesto della cupola all’edificio a pianta quadrata.
L’architettura islamica si divide in due categorie: costruzioni religiose e costruzioni residenziali/civili. In
quest’ultima rientrano le componenti delle cittadelle reali, i palazzi, i padiglioni, i giardini formali, gli
hamamam e i sarai, mura, porte, torri, ponti, vasche e pozzi a gradinate. L’India non ha conservato strutture
palaziali e abitative anteriori all’epoca della conquista musulmana, per via della fragilità dei materiali.
Quanto all’ambito religioso, l’edificio fondamentale è la moschea: la sua origine è vista nella casa di
Maometto. Un modello comune di moschea prevede un cortile quadrangolare a cielo aperto e una sala
coperta nel lato rivolto verso la Mecca, che rappresenta la direzione della preghiera, indicata da una nicchia
(mihrab); nelle moschee di maggiore rilievo, alla destra di questa è previsto un pulpito (minbar). Sono
previste zone separate per la preghiera delle donne; le cupole sono innalzate sugli spazi coperti e uno o più
minareti (minar) da dove il sacerdote (muezzin) chiama alla devozione. Rispetto all’India la Mecca si trova
ad Occidente, ed è quindi su questo lato che è costruita la sala di preghiera che ospita diverse mihrab in
numero dispari, più grande e decorata quella centrale. È divisa in navate da arcate o colonnati e questa
organizzazione interna, corrisponde alla disposizione e alla gerarchia degli archi d’ingresso sulla facciata.
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Una caratteristica delle moschee indiane è che i mihrab sono rimarcati da proiezioni sul muro esterno
occidentale. Dispari sono sempre anche i gradini del pulpito; per le abluzioni una vasca si trova nel cortile; e
per le donne sono previste delle gallerie schermate.
Alcuni elementi di origine persiana diventano prominenti con i Mughal: l’iwan è un atrio a volta aperto in
un grande arco e incorniciato da un muro rettangolare chiamato pishtaq. Il guldasta è un pinnacolo
ornamentale che si eleva sopra i profili dei muri e i minareti diventano ricorrenti solo sotto questi sovrani.
Nelle città si trova una mosche maggiore detta Jama o Jami Masjid, Moschea del venerdì. Un tipo minore di
mosche è l’idgah, connesso con la celebrazione delle due festività più importanti del calendario islamico.
Gli spazi della moschea sono concepiti per un culto comunitario; il tempio hindi parla invece di un rapporto
individuale con la divinità, infatti ha sale buie difficili da abbracciare con lo sguardo e con l’intelletto,
mentre gli spazi della moschea sono emblema di luminosità, di chiarezza e razionalità. Contrariamente a
quanto avviene fra gli hindu, Dio non ha mai forma per i musulmani e la moschea ne annuncia l’unicità.
Quarina è un termine arabo che esprime la necessità di simmetria, di rispecchiamenti e controparti
armoniose.
Fra gli elementi caratteristicamente hindu che diventano islamici si contano: la chhattri, piccoli chioschi
colonnati che abbelliscono la sommità delle costruzioni; il chhajja, uno sporto di gronda aggettante che
crea un’ombra profonda intorno agli edifici; e i jharokha, balconcini ornamentali che sporgono dalle pareti.
Tutta la tradizione indiana non prevede che fra i committenti e gli artisti e artigiani impiegati vi sia
necessariamente identità di religione.
Le altre principali tipologie di edifici religiosi islamici in India sono le scuole coraniche (madrasa) e i
mausolei (maqbara). Per l’India, l’usanza è di cremare i morti disperdendone le ceneri, mentre i musulmani
praticano l’inumazione, perciò i mausolei prevedono una sala centrale nella quale è collocata la sepoltura,
sovrastata da un cenotafio di pietra a forma di sarcofago. Solitamente la pianta dell’edifico è quadrata o
ottagonale e la copertura a cupola; vi può essere integrato un mihrab.
L’EPOCA DEI GRANDI MUGHAL
I Mughal non erano di origine mongola, bensì, turca: il loro fondatore, il musulmano Zahir-ad-Din
Muhammad, detto Babur, “la tigre”, vantava una discendenza da Tamerlano, il grande conquistatore di
etnia turca e di religione islamica, ma anche dal mongolo Gengis Khan. Destinato a diventare l’impero più
ricco e più avanzato del mondo intero, cominciò nel 1484. L’ultimo grande imperatore che succede a Babur
è Aurangzeb, dopo il quale la dinastia si avvia ad un inesorabile declino.
I monumenti e l’arte patrocinata dai Mughal nelle loro capitali comprendono l’islam del potere, l’induismo
dei sudditi, le tradizioni centro-asiatiche, il patrimonio artistico e culturale indigeno e i modelli della cultura
persiana. I rapporti con quest’ultima consistono nella migrazione di intellettuali e artisti, diventando il
persiano la lingua di corte.
I più importanti monumenti Mughal sono ben conservati e vitali nei tessuti urbani odierni. A questo punto
cominciano ad essere conosciuti anche diversi nomi di artisti p, ma non troppi, perché i grandi imperatori
Mughal ameranno piuttosto apporre idealmente la propria firma ai monumenti patrocinati; molti nomi
sono invece registrati di loro stesso pugno o da testimonianze indirette, in quanto produttori di diari e
autobiografie.
È durante il regno Mughal che si affacciano sul suolo indiano portoghesi, olandesi, francesi e inglesi a scopo
commerciale: i contatti con l’Europa offrono all’arte vari spunti e ciò accade soprattutto nella miniatura che
si ispirerà alla Persia, alle tradizioni indiane e alle stampe contemporanee portate dall’Occidente.
Nell’architettura la tecnica fiorentina della pietra dura, certe forme di colonne e certi motivi ornamentali
saranno integrati nell’architettura di Shah Jahan. Pag. 3 a 21
I principi hindu dell’India nord-occidentale, Rajput, “figli di Re”, cercano di rendere le proprie corti sfarzose
a imitazione di quelle imperiali, infatti lasceranno il segno nell’architettura e nella miniatura.
L’arte Mughal è determinata dalle personalità individuali degli imperatori: le figure dominanti sono Akbar,
patrono dell’architettura e creatore della miniatura e dell’arte del libro Mughal; di Jahangir, per
l’evoluzione della miniatura; e di Shah Jahan, il cosiddetto imperatore architetto.
La città di Delhi e di Agra diventano le capitali del marmo bianco grazie a questo ultimo Mughal e suo figlio
si troverà a governare un impero minacciato dalla rivolta del Maratha, originari del Maharashtra, che
fondano nel 1674 un regno hindu contro i Mughal e i regni islamici del Deccan.
Nel 1739 sotto Muhammad Shah, Delhi è saccheggiata e devastata dal nuovo sovrano di Persia.
La morte del figlio di Shah Jahan segna la fine di un’epoca perché dopo di lui, il potere Mughal si contrae e
l’arte imperiale entra in una fase di profondo declino.
LE CITTADELLE REALI
La fondazione di una nuova capitale da parte di un sovrano è un fatto ricorrente nella storia dell’India: i re
indiani non hanno mai amato risiedere nei luoghi dei loro predecessori e intervengono anche motivazioni
geografico-strategiche, ma sempre con l’ottica della celebrazione della gloria e dell’autorità personale del
sovrano; la realizzazione dei monumenti e il patrocinio delle arti è quindi parte integrante.
Shah Jahan è l’artefice di una grande pianificazione urbanistica nel territorio di Delhi, nel frattempo una
lunga serie di città fortificate è costruita dai sovrani delle varie altre compagini statali. Le cittadelle costruite
a Delhi hanno connotazioni centro-asiatiche e un aspetto severo: a fare scuola sono i Tughlaq, che fra i
sultani di Delhi sono i massimi costruttori. Con loro la cittadella reale diventa la combinazione di un’area
palazziale e di abitato: sala delle pubbliche udienze, Diwan-i Amm e la sala delle udienze private, Diwan-i
Kass, sono le stanze principali e servono a manifestare il potere e la ricchezza del sovrani. Gli edifici
residenziali assicurano il comfort per lui, i suoi familiari e i nobili che gli sono più vicini; questo grazie anche
alla presenza dell’harem, o zenana, il quartiere delle donne, appartamenti collocati nella parte più interna
della cittadella in modo che l’ingresso potesse essere sorvegliato, con finestre dalle griglie traforate e un
sistema di segregazione fatto da tende in caso non possano essere protetta alla vista altrui da muri.
L’ACCAMPAMENTO E IL PARADISO
Con gli imperatori Mughal, il territorio sottoposto al loro dominio è immenso e per controllarlo è necessario
non risiedere permanentemente in un luogo, ma poter disporre di varie capitali o centri di appoggio.
Assolvono a turno a questo compito, Delhi, Agra, Lahore, Fatehpur Sikri, Allahabad e Ajmer. Il viaggio è
profondamente integrato nella mentalità islamica e gli imperatori vivono molto del loro tempo in maestosi
accampamenti, autentiche città che traslocano con loro.
In questi accampamenti è stata identificata la matrice dei grandi forti Mughal e l’origine urbanistica della
città di Akbar, Fatehpur Sikri: alla base della pianificazione architettonica Mughal si trovano moduli
quadrangolari e in essa si vede la moltiplicazione della forma della moschea con il suo cortile.
Fattore di primaria importanza per comprendere l’architettura del periodo è il clima: la pianura dell’India
settentrionale soffre da marzo a giugno di un clima arido e rovente, mentre nei successivi mesi di uno
umido e stagnante; un’ombrosa protezione è ottenuta con muri spessi e piccole aperture oppure una
brezza fresca arriva dai padiglioni aperti, dagli hammam, dai giardini dotati di vasche, canali e fontane, da
qui si sviluppa la grande arte Mughal del giardino: l’idea che lo governa è quella del giardini come
immagine del Paradiso e la stessa parola deriva dal termine antico persiano “giardino cintato”. Per una
religione che ha origine nel deserto, anche il Paradiso promesso ai fedeli musulmani è visto come un
giardino, ricco d’acqua, piante e fiori.
Nei giardini persiani le tradizioni più antiche si intrecciano con queste concezioni islamiche che i Mughal
portano e diffondono in tutta l’India: il prototipo persiano ha la pianta divisa in quattro parti da un incrocio
centrale, per questo chiamato char bagh, modo in cui Babur chiama il suo primo giardino ad Agra, e tale è
lo schema di base del giardino Mughal. Prevede due canali principali d’acqua che si incrociano al centro, i
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quali riproducono i quattro fiumi del Paradiso e al cui centro si colloca una vasca, un padiglione o un edificio
importante. I quattro riquadri creati possono essere divisi in riquadri minori, con un’impostazione
strettamente geometrica, formale e ordinata; tutto intorno, una cinta quadrangolare di muri garantiva la
riservatezza e la protezione dal vento.
Una variante importante che raccoglie le originarie ispirazioni centro-asiatiche, sono i giardini a livelli che
consistono in terrazze digradanti con un canale centrale principale alimentato da una sorgente; il più
celebre è q
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