I fondamenti dell'economia di mercato
Giovedì 18 maggio 2017 10:14
L’economia capitalistica (anche detta economia di mercato) si basa sull’individualismo inteso come egoismo del singolo che punta alla realizzazione del proprio benessere. Si sviluppa però sul nascere dell’economia capitalistica, nei primi del 1700, l’idea secondo la quale proprio attraverso l’egoismo del singolo e la ricerca del benessere individuale, la società volgeva verso il benessere collettivo in maniera più efficace di quanto non sarebbe stato se avessero tutti puntato al benessere collettivo.
Smith nel suo scritto “La Ricchezza Delle Nazioni”, al contrario del diffuso fraintendimento che lo vedeva in linea con il pensiero dell’individualismo, definisce la ricchezza delle nazioni come il commercio, e il loro arricchimento deriva dallo scambio. È sempre di questo scritto la metafora della mano invisibile, meccanismo di autoregolazione del mercato frutto dell’egoismo dei singoli, che volendo individualmente massimizzare il proprio benessere, portano anche alla massimizzazione del benessere collettivo; in modo da ottenere il migliore allogamento delle risorse sul mercato.
L’egoismo dei singoli punta alla massimizzazione del benessere, processo che inevitabilmente è sottoposto ad un vincolo, che è la disponibilità economica. I problemi microeconomici risolvono il problema della massimizzazione del benessere (utilità) sotto il vincolo della disponibilità economica. Il raggiungimento della teoria microeconomica moderna è passata attraverso la difficoltà degli studiosi al tempo di Smith nella comprensione del funzionamento del prezzo, inteso dapprima come valore del lavoro necessario a rendere entro la propria sfera di proprietà (togliere dalla disponibilità collettiva) il particolare bene (es: acquisto della proprietà dell’acqua sgorgante da una fonte attraverso il raccoglimento della stessa all'interno di una brocca). Questa visione non permetteva la spiegazione del banale fenomeno circa l’enorme differenza di prezzo tra diamanti e acqua, che nell’ottica di “prezzo come valore lavoro” non era concepibile.
Prudenza comune e separazione tra scienza economica ed etica
Il ruolo dell'individuo e il suo interesse personale è definito come prudenza comune, cioè come regola di condotta generalmente accettata e praticata, la quale è l'unione di ragione e comprensione, da una parte, e del dominio di sé dall'altra. Il concetto di dominio di sé indica una prevalenza di valori etici nel comportamento dell'individuo, e quindi che l'interesse personale non può essere confuso con il mero egoismo e il guadagno.
La ragione della separazione creata da Smith tra scienza economica e etica è da attribuire all'intuizione che l'elaborazione delle conoscenze sull'economia si prestasse ai metodi di una scienza esatta, mentre per l'etica ciò non sarebbe stato possibile.
Economisti storico-istituzionali
Gli economisti storico-istituzionali rifiutavano le ampie generalizzazioni della scuola dell'economia classica, fondate sull'assunzione per cui ciò che vale per la società inglese deve valere anche per tutto il resto del mondo, e si prefiggevano invece di approfondire i singoli casi specifici, dai quali trarre leggi di comportamento più generali. Nello studio dei fenomeni economici si vennero a formare due differenti indirizzi:
- Deduttivo, di orientamento prevalentemente classico e teorico
- Induttivo, più empirico e basato sull'analisi dei fenomeni presenti nella realtà storica e istituzionale
Scuola marginalista
Un processo di 150 anni circa porta dalla teoria del prezzo (di Smith e dei classici) che vedeva il prezzo come valore-lavoro, alla Scuola Austriaca, c.d. Scuola Marginalista, che individua il prezzo con l’accezione che gli viene data oggi. Prezzo non indica più il reale valore del bene, bensì è inteso come vettore di informazioni tra domanda e offerta, cioè come indicatore del rapporto domanda/offerta (quando prevale l’una sull’altra il prezzo sale, e viceversa). Il nome della scuola deriva dall’attenzione all’ultimo scambio, appunto marginale, e non nel complesso degli scambi fatti. È infatti l’ultimo scambio a darci le informazioni di prezzo che ci interessano.
Dalla crisi dell'economia marginalista all'economia industriale
La crisi dei marginalisti è diretta conseguenza della Crisi del ’29, che non trovando ragionevole spiegazione nelle loro teorie, le fa crollare. Nell’ottica marginalista, ad un eccesso di offerta l’equilibrio si sarebbe ritrovato abbassando i prezzi, ma l’economia non rispondeva a tale sollecitazione. Particolare mercato fu poi quello del lavoro. Il mercato del lavoro non risponde alla immediata regola “eccesso di offerta diminuzione del prezzo” questo perché sotto una certa soglia i salari non possono scendere, il c.d. salario di sussistenza.
L’uscita dalla crisi sarà garantita con l’abbraccio delle politiche keynesiane, attuate con il New Deal, che prevedono lo studio dei mercati nel loro complesso, considerando le interazioni che vi sono tra di loro e puntando ad un equilibrio generale. Keynes introduce l’eventualità per la quale il mercato, in particolari casi non riesce ad equilibrarsi da solo (almeno non nel lungo periodo), ma ha bisogno dell’intervento dello stato, che con la sua funzione stabilizzatrice, mette e toglie risorse al fine di raggiungere l’equilibrio. La Crisi viene infatti risolta attraverso la spesa pubblica.
Teorie macroeconomiche di Keynes
Negli anni ’60 del 1900 le teorie macroeconomiche di Keynes raggiungono l’idillio, lo Stato compie lavoro di fine tuning, stabilizzando un’economia che funziona con piccoli aggiustamenti per rendere perfetto il funzionamento del sistema. Negli anni ’70 anche le teorie keynesiane vanno in crisi a causa del fenomeno della stagflazione che, comportando alta inflazione e alta disoccupazione, non riusciva ad essere spiegato con un modello basato sulla curva di Phillips come quello keynesiano.
Per superare questo ostacolo si iniziano a riportare alla luce teorie all’epoca considerate di nicchia, come quella formalizzata da Schumpeter con la sua teoria dell’innovazione come motore della dinamica industriale. Nascono anche studi sulle asimmetrie informative, che vanno a studiare quell’aspetto della teoria neoclassica che meno convinceva i critici, ovvero uno dei presupposti per la concorrenza perfetta, la c.d. perfetta informazione.
Critiche al modello neoclassico
Si viene a riscoprire quindi lo studio della microeconomia, ossia lo studio inteso come critica alle principali criticità del paradigma del modello neoclassico. Tale modello si basava su alcuni presupposti, oggetto appunto della critica:
- Assenza di barriere all’entrata e all’uscita
- Irrilevanza delle scelte da parte dei consumatori e delle imprese (le scelte del singolo non influenzano il mercato)
- Perfetta informazione (sul mercato quindi si afferma solo un prezzo, le imprese hanno tutte la stessa tecnologia ovvero la stessa struttura di costo)
- Tutte le imprese sono uguali sotto il profilo della struttura dei costi
- I consumatori conoscono la qualità del bene prima di acquistare il bene
- Non ci sono costi di transazione
- Tutte le imprese producono lo stesso bene
L’equilibrio di concorrenza si stabilisce a quel prezzo uguale al costo marginale P=MC. L’economia industriale studia proprio i mercati imperfetti, ovvero non quelli di concorrenza perfetta, ma piuttosto quelli in cui forze portano al disallineamento di questo equilibrio.
Sintesi di Marshall
Marshall riconobbe il limite della teoria classica e neoclassica nel fatto che essa era conscia che gli abitanti di altri paesi avevano particolarità meritevoli di approfondimento, ma non si è resa conto di quanto fossero suscettibili le condotte e gli elementi strutturali delle industrie. La teoria dell'equilibrio economico parziale proposta da Marshall con l'analisi della domanda e dell'offerta di specifici ambiti di attività economica, quali le industrie, e il riconoscimento delle imperfezioni dei mercati, spianarono la strada all'economia industriale.
Market failures
Il campo d'azione dell'economia industriale riguarda specificamente i casi in cui le forze spontanee del mercato producono distorsioni all'equilibrio, che perciò si allontana dal c.d. "ottimo paretiano", producendo una distribuzione delle risorse imperfetta. Tali distorsioni sono dette market failures. Nonostante fosse pacifico che una economia capitalistica fosse migliore sotto l’aspetto dell’efficienza, essa tende a creare distorsioni al livello del funzionamento del sistema. Tali distorsioni, dette market failures o imperfezioni del mercato, sono diretta conseguenza della rimozione dei presupposti della concorrenza perfetta.
- Produzione di beni pubblici e sociali che il mercato non è in grado di produrre nelle quantità e specie desiderabili.
- Presenza di fenomeni di incertezza e instabilità che allontanano il sistema da una situazione di stabile equilibrio. Tali fenomeni riguardano sia il sistema nel suo complesso, sia circostanze specifiche di singole industrie e mercati. Queste derivano dalle caratteristiche dell'offerta e della domanda (modello della ragnatela) oppure dall'effetto dell'interazione fra le decisioni di un numero ristretto di produttori nel determinare le quantità o i prezzi dell'offerta.
- Restrizioni alla concorrenza determinate dal potere monopolistico
- Presenza di esternalità, per cui costi e benefici derivanti dalle decisioni di singoli operatori non risultano incorporate nel sistema dei prezzi che l'imprenditore prende in considerazione nel determinare le proprie scelte (es. costi dell'inquinamento; cross fertilization fra l'allevamento delle api e la coltivazione di un frutteto)
- Presenza di costi di transazione, che rende il ricorso al mercato meno efficiente o più rischioso rispetto all'accentramento delle operazioni produttive nell'ambito dell'impresa
- Asimmetrie informative, che si determinano quando una parte degli operatori del mercato dispone di informazioni rilevanti sulla qualità del prodotto che non sono disponibili per gli altri.
Correzioni al mercato
Al fine di correggere queste distorsioni vengono introdotti dei correttivi di carattere istituzionale come:
- Sindacato dei lavoratori e la legislazione sul lavoro
- Le politiche sociali (Welfare), cioè previdenza obbligatoria e sanità
- Tassazione del reddito per finanziare la produzione dei beni pubblici e a fini redistributivi
- Politiche di regolazione monetarie e fiscali (Keynesiane)
Sindacati e legislazione del lavoro
Un primo problema del sistema basato sull'economia di mercato è rappresentato dalla debolezza dei lavoratori salariati rispetto ai capitalisti che offrono lavoro. Smith notava come, essendo i datori di lavoro meno numerosi dei lavoratori dipendenti, era per loro più facile coalizzarsi in cartelli configurando una forma di mercato monopsotica per la contrattazione dei salari. Per il mercato del lavoro l'equilibrio naturale NON corrisponde ad un equilibrio concorrenziale.
Assumendo che la produttività del lavoro sia decrescente al crescere delle quantità impiegate, e che il costo sia invece crescente, allora il costo marginale (assunzione di un lavoratore in più) è superiore al salario medio. In condizioni di monopsonio, l'imprenditore determinerà la quantità di lavoro da assumere al punto in cui la produttività marginale è uguale al costo marginale. Ciò dà origine ad una differenza fra la produttività del lavoro e il salario medio, e a un minore livello di occupazione rispetto a quanto risulterebbe in condizioni di concorrenza, in cui la domanda di lavoro si spingerebbe almeno fino al punto in cui il costo marginale uguaglia la produttività media.
Legge ferrea dei salari: il salario dei lavoratori dipendenti non può eccedere il livello della pura sussistenza, il quale è costituito dalle condizioni di vita minime alle quali i lavoratori accetterebbero di mettere al mondo dei figli, e di mantenerli fino all'età del lavoro, evitando che vi sia nel lungo periodo una caduta della quantità di lavoro offerta. Smith aveva invece una visione molto più avanzata. Una remunerazione liberale del lavoro è l'effetto di una crescente ricchezza nazionale. Il costringere il lavoratore a rimanere povero costituisce il sintomo di uno stallo e salari da fame descrivono un rapido peggioramento della situazione.
Gli aumenti della produttività conseguiti dalla tecnologia delle manifatture industriali e dall'applicazione di quantità crescenti del capitale, si trasferirono in cospicui aumenti dei salari anche sotto la pressione dell'attività sindacale, il che diede luogo ad una espansione sistematica e di lungo periodo del potere d'acquisto, che costituisce una delle spiegazioni del formidabile sviluppo delle economie di mercato.
Politiche sociali: previdenza obbligatoria e sanità
Un secondo problema riguarda la capacità dei singoli individui di badare a se stessi. Le prime istituzioni moderne volte a rispondere a tale problema furono introdotte dal Cancelliere Otto Von Bismarck nella Germania dell'800, mediante l'assicurazione obbligatoria per il pensionamento dei lavoratori dipendenti che abbiano raggiunto i 65 anni di età.
Le riforme negli Stati Uniti di Roosevelt, con l'avvento del New Deal, introdussero le politiche sociali del Welfare State che si ispirano al principio dell'uguaglianza delle opportunità, al contenimento delle conseguenze derivanti dalle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e più in generale della ricchezza, e all'assistenza pubblica a coloro che non sono in grado di assicurarsi il minimo necessario per un'esistenza dignitosa. Il tratto fondamentale è costituito dalle assicurazioni sociali (anzianità, infortuni e malattie) finanziate da contributi obbligatori.
F. A. von Hayek introduce poi il primo concetto di economia sociale di mercato affermando che uno Stato, per garantire un buon livello di benessere, deve assicurare alle persone che non possono guadagnarsi da vivere in un’economia di mercato (malati, vecchi, handicappati, vedove e orfani) un reddito minimo a tutti. Da questi concetti nasce la definizione di liberalismo economico.
Finalità della tassazione
Un terzo problema dell'economia di mercato è che questo sistema non riduce le disuguaglianze fra i soggetti dell'economia, ma tende anzi ad aumentarle. La principale finalità della tassazione del reddito e del patrimonio è stata costituita dal finanziamento della costruzione e del funzionamento dei beni pubblici.
Al tempo dei classici le finalità della tassazione prendevano in considerazione solo la questione del finanziamento della spesa per beni pubblici, e non anche quella della redistribuzione del reddito, e perciò le prescrizioni sulla tassazione ai fini del valore dell'eguaglianza erano limitate solo alla capacità contributiva. Agli inizi del 900, la finalità di redistribuzione del reddito fu incorporata nei sistemi fiscali attraverso la progressività delle aliquote.
Antitrust
La market failure dell'economia capitalistica che riguarda l'accentuazione delle disuguaglianze, riguarda anche la concentrazione delle imprese, ovvero la possibilità per alcuni di costituire e quindi di sfruttare la posizione dominante acquisita sul mercato. Sono state emanate, nel corso degli anni, un insieme di leggi volte a promuovere l’efficienza del mercato impedendo pratiche monopolistiche, concentrazioni di imprese e abusi di posizione dominante evitando quindi distorsioni dei mercati.
Tuttavia, la legislazione antimonopolistica ha avuto, almeno all'origine negli Stati Uniti, anche una connotazione etico-sociale, cioè la dispersione del potere economico e della conseguente influenza politica, e quindi il ripristino della fiducia nell'equità del sistema economico e politico. Nel caso europeo, invece, l'obiettivo finale era costituito dalla volontà di integrare i mercati nazionali in un grande mercato unico.
Stabilità e sviluppo
Il mercato produce instabilità per tre ordini di motivi:
- Quando l'elasticità dell'offerta è maggiore di quella della domanda di una particolare industria
- Instabilità dei prezzi dovuta alla moneta
- Ciclo economico
Al tempo di Smith, la stabilità non era considerata un valore. La stabilità del valore intrinseco delle merci dipendeva dall'idea che questo dipendesse dalla quantità di lavoro incorporata nella merce, e dall'idea che i salari fossero stabili in termini reali. Keynes introdusse due concetti fondamentali:
- Che la moneta non è estranea all'equilibrio dei mercati
- Che il liberismo (free trade) e la mano invisibile non garantiscono la stabilità e lo sviluppo
Egli riteneva che, se l'offerta di moneta è abbondante, perché la spesa pubblica è finanziata con l'emissione di carta moneta (signoraggio) in luogo delle imposte, ne può derivare un'espansione dei consumi e degli investimenti. La domanda e l'offerta, quindi, non sono indipendenti dalla moneta.
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