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Studi di genere – Appunti corso A.A. 2015/2016

Introduzione al corso

La triade fondamentale degli studi di genere si basa sui termini: sesso, gender e sessualità. Il sesso è la differenza biologica tra esseri umani che comporta la presenza di determinati genitali e specifiche caratteristiche sessuali secondarie. Il gender è il modo in cui queste differenze sessuali vengono socializzate; la differenza biologica diviene differenza culturale e sociale. Il gender consiste, quindi, nella socializzazione della differenza biologica (un esempio interessante è la presenza dei fasciatoi per i bambini nei bagni delle donne). La sessualità, infine, è l’orientamento sessuale di una persona e non dipende dalla biologia, non dipende cioè dal sesso biologico (inclinazione sessuale).

Gli studi di genere non sono studi che riguardano solo le donne, perché, se fosse così, quando il ruolo delle donne cambia, anche il ruolo del sesso cambia. La razza è una costruzione sociale e non è definita allo stesso modo in tutti i luoghi; essa cambia nel tempo e nello spazio. Negli USA, una persona è definita “black” se ha almeno 1/8 di sangue nero. Quindi questa persona potrebbe avere un aspetto “bianco”, ma risulterebbe comunque “afroamericana”. In Brasile, invece, la nerezza dipende dall’aspetto fisico e dalla gradazione del colore. In “Are Italians White?” di Guglielmo e Salerno, si spiega che gli italiani negli USA erano considerati bianchi per legge, ma non venivano effettivamente considerati bianchi perché si pensava che gli italiani fossero tutti meridionali e contadini, quindi con la pelle scura.

Nell’indesiderabilità di certe razze ci sono poi motivazioni di carattere politico ed economico. In realtà, la razza non dipende dal colore effettivo, ma da come questo colore viene socializzato nello spazio e nel tempo. La razza, la sessualità e il genere, inoltre, interagiscono con lo spazio pubblico e, in base a come il nostro corpo viene socializzato, possiamo capire cosa esso può fare o non fare in quel determinato spazio pubblico. Interessante è il concetto di “intersessualità”, con cui si indicano individui che hanno caratteristiche fisiche sia maschili che femminili.

Women's studies e femminismo

Gli Women’s studies nascono dal movimento del femminismo sviluppatosi nel corso degli anni ’70. Il movimento femminista nasce come un progetto politico e teoretico, divenendo successivamente materia di studio accademico. In Italia parte del contributo è stato dato dalle letterate per la costituzione degli Women’s studies, a partire dagli anni ’60. La “fine delle grandi narrazioni” vuol dire che non c’è più un soggetto universale, unico, ma ci sono vari soggetti che raccontano varie storie. Non esiste quindi più il concetto di universale. Ciò che era fatto passare per universale era la produzione di un soggetto forte all’interno di un canone letterario o all’interno della società.

Gli studi delle donne hanno sottolineato la relegazione degli scritti delle donne perché considerati inferiori, non degni di stare all’interno del canone, esclusi perciò dalla cultura dominante. Taronna nomina delle figure femminili di spicco: Wollstonecraft, protofemminista e femminista antelitteram, la quale non si sposò mai e fu molto attiva durante il periodo successivo alla rivoluzione francese; ella fu un’intellettuale straordinaria e scrisse un testo importantissimo, che consiste in una riflessione sul fatto di come i diritti universali fossero di fatto rivolti solo agli uomini e non alle donne: il soggetto universale è un soggetto maschile.

Taronna cita poi Virginia Woolf, scrittrice britannica che si concentra su diversi aspetti fondamentali in “Una stanza tutta per sé”; Woolf pone delle questioni fondamentali, ponendo l’accento sul fatto che la subordinazione della donna dipende da questioni pratiche, socio-economiche, e per questo esse sono relegate ai margini della società. Altra importante scrittrice e femminista fu Simone De Beauvoir, che scrisse “Il secondo sesso” nel 1949, in cui pone il problema della differenza tra sesso e genere.

Le ondate del femminismo

Vi sono state tre ondate di femminismo: la prima è quella in cui le donne si sollevano per ottenere i diritti politici e civili (diritto di voto soprattutto) in diverse parti del mondo; la seconda ondata si ha alla fine degli anni ’60 in cui la riflessione si basa sul fatto che la subordinazione delle donne dipende da come la differenza biologica è stata socializzata e storicizzata. Il femminismo in Italia subisce una grande influenza dalla psicologia (desiderio sessuale proprio e indipendente). La terza ondata è quella in cui non si parla di tutte le donne, ma delle differenze tra le donne.

Il femminismo francese assume grande forza a partire dal pensiero di tre pensatrici francesi, influenzate dal post-strutturalismo, dal post-modernismo e dalla psicoanalisi. Il femminismo francese è molto incentrato sulla questione del linguaggio e del desiderio piuttosto che sulla storia delle donne, su cui si basa invece il femminismo anglo-americano. Le femministe francesi dicono che attraverso il linguaggio si struttura l’identità. Il soggetto si struttura quindi a partire dal linguaggio, che crea identità e non solo le descrive. Questa è un’idea centrale del de-strutturalismo. L’importanza del linguaggio è centrale in queste femministe, per le quali le donne devono agire attraverso un linguaggio universale.

Il femminismo francese è stato criticato perché pone un’essenza femminile come una caratteristica comune a tutte le donne di tutto il mondo e di tutti i tempi, senza tenere in conto le differenze pratiche della vita quotidiana (proprio perché si rifà alla psicanalisi, le cui teorie non tengono conto dei fattori esterni). Muraro e Cavarero, appartenenti al gruppo “Diotima”, sono importanti femministe italiane. Negli anni ’80 negli USA gli studi di genere cominciano a entrare nelle accademie sotto l’etichetta di Studi delle donne e Studi di genere.

Studi di genere e accademia

Il nome “Studi di genere” rende gli studi più scientifici. Dire “Studi delle donne” vuol dire menzionare il fatto che le donne abbiano avuto un ruolo centrale per lo sviluppo e la rinascita di questi studi. Gli Studi di genere in Italia sono diventati molto faticosamente parte del mondo accademico. Il movimento femminista nasce in Italia come un movimento politico rivoluzionario. Negli anni ’90 in Italia si è avuta una forte resistenza nei confronti dei movimenti e degli studi femministi, facendo sì che questi movimenti divenissero invisibili all’interno della società e del mondo accademico. Gli Studi di genere non sono una disciplina, ma sono una prospettiva, una prospettiva che si può applicare a moltissimi ambiti del sapere e del vivere (metodo di osservazione).

Taronna cita un poeta importante, Adrienne Rich, la quale pone diverse questioni importanti: in “Of Woman Born”, sostiene che la funzione materna non è solo naturale ma è anche un’istituzione imposta alla donna da un punto di vista civile da parte del patriarcato (1976). Rich, inoltre, riflette sulla natura del posizionamento politico. Le prime ad affermare che il movimento femminista non gli appartiene sono le donne afroamericane negli anni ’80-’90. Nella terza ondata del femminismo non si parla solo della differenza di genere, ma come questa differenza intersechi altre categorie (razza, etnia, classe, etc.).

Teorie di genere

La prima che tematizza il termine “gender” è Oakley nel ’72. Il genere indaga il modo in cui le differenze sessuali sono state socializzate e si sofferma sulle dinamiche costitutive del soggetto donna come termine debole, subalterno, inferiore. Bisogna considerare, inoltre, la differenza tra la teoria del genere (mondo anglosassone) e la teoria della differenza sessuale (mondo francese). La prima teoria teorizza il modo in cui la differenza e la subordinazione del soggetto donna è stata creata storicamente e materialmente. La seconda teoria è di impianto psicanalitico-decostruzionista e si fonda sull’ordine simbolico del discorso. L’ordine simbolico ci consente di immaginare qualcosa come possibile e determina, quindi, ciò che noi possiamo immaginare. Si assiste a uno spostamento del discorso sul piano del simbolico. È un sistema di significazione al cui interno i soggetti sono soggetti maschili. Uscire dal modello simbolico, secondo le femministe, si può fare andando oltre ed uscendo dalle logiche ed opposizioni binarie. L’opposizione binaria continua, tuttavia, a rimanere tale. Bisogna quindi decostruire le opposizioni binarie, articolandole in modo tale da andare oltre la mera opposizione tra due termini.

Virginia Woolf e il femminismo

Virginia Woolf nel saggio “Una stanza tutta per sé”, pubblicato nel 1929, riflette su una serie di temi che potremmo racchiudere in una riflessione sulla condizione delle donne all’epoca di Virginia Woolf. Woolf collaborava con una serie di testate giornalistiche ed è tra le poche donne inserite nei manuali di letteratura. Fu un’intellettuale di grande spicco negli anni ’20-’30 in Inghilterra. Fa parte del modernismo, insieme a Joyce ed Eliot. Ha scritto diversi romanzi e testi autobiografici. Riflette su una serie di elementi del suo tempo, come sulla condizione delle donne nell’Inghilterra contemporanea e nei secoli precedenti (XVI-XVII secolo → le donne durante l’epoca di Shakespeare). Come Joyce, così Woolf usa nelle sue opere il “flusso di coscienza”, per cui la realtà viene filtrata dalla mente dei personaggi.

Questo saggio riflette bene la differenza tra il modo in cui le donne compaiono nella letteratura e la totale inutilità delle donne nella storia. Virginia Woolf dice che una donna per poter scrivere deve avere cinquecento sterline all’anno e una stanza tutta per sé. Il fatto di avere del denaro è un modo per esercitare la propria indipendenza intellettuale. Il punto di vista di Woolf è quello di una donna bianca di classe borghese. Woolf racconta la sua esperienza dicendo di essere stata esclusa da due spazi pubblici: 1) il prato dell’università di Oxbridge, luogo di riflessione per professori e studenti; 2) la biblioteca, in cui per accedervi doveva essere accompagnata da un professore. Ci descrive, poi, una cena tenuta a Fernham, in modo molto ironico. Infatti, Woolf descrive la differenza del modo in cui ha mangiato nel college degli uomini e in quello delle donne. Vi è anche una riflessione sulla povertà delle donne (piatti bianchi).

Importante è il fatto che voglia legare la storia dell’assenza delle donne nella cultura alle condizioni mentali. Ella dice, se le donne sanno scrivere, come mai i capolavori della letteratura sono scritti da uomini? Evidentemente, le capacità intellettuali delle donne erano tali da non permettere loro di scrivere. Woolf riflette in che modo le donne sono presenti nella letteratura e ritiene che il problema non sta nel fatto che le donne non hanno capacità ma nel fatto che la condizione storica era tale che non si poteva arrivare ad una tradizione letteraria femminile. Come mai le donne non lasciano soldi? Alle donne era proibito avere denaro proprio perché c’era un’impossibilità storica per le donne di accumulare denaro, relegate com’erano a ruoli produttivi, domestici. Inoltre era proibito per legge. Storicamente gli uomini hanno avuto più denaro.

La questione materiale è importante per l’effetto sulla mente delle persone, non solo sul corpo. Ciò riflette su quanto è doloroso essere tenute fuori ma soprattutto dentro (ad esempio Woolf riflette quando non viene fatta entrare in biblioteca). Per questo, dice Woolf, molte donne sono spesso impazzite (“isteria” da “utero”). “La pazza nella soffitta” (The Mandwoman in the Attic) è un significativo testo di Susan Gubar e Sandra Gilbert, che riflette il senso di claustrofobia delle donne confinate all’interno di ruoli sociali molto ristretti. Non c’è possibilità di uscire fuori.

Nel capitolo III di “Una stanza tutta per sé”, Woolf esterna la frustrazione di non aver ottenuto risultati. Lei, avendo studiato da autodidatta, non sa usare le aree di ricerca. L’istruzione sistematica degli uomini li ha resi più abili nella ricerca. Woolf denuncia il fatto che nessuno storico parla delle condizioni delle donne. Cita Shakespeare e un libro di storia di Trevelyan, storico inglese che parla delle donne come personaggi letterari, assenti però dalla storia del pensiero occidentale. Per quanto riguarda Shakespeare, Woolf ipotizza l’esistenza di una sorella del drammaturgo, che, a sua volta, vuole fare la drammaturga. La sorella di Shakespeare è una creazione volta a rispondere alla domanda: “Come mai non si sa nulla delle donne al tempo di Shakespeare?”. All’epoca di Shakespeare tutti i ruoli delle donne in teatro venivano interpretati da uomini. La sorella di Shakespeare non può avere accesso ad uno spazio pubblico. Perciò scappa, va a Londra, dove viene sedotta da un uomo più grande di cui rimane incinta e, avendo fallito in tutto, si uccide.

Le donne, insomma, erano confinate a forza in ruoli tradizionali e se avessero voluto ricoprire ruoli diversi dalla convenzione, avrebbero trovato una forte resistenza della famiglia e della società. Come mai dell’epoca di Shakespeare non abbiamo scritti di donne? Bisogna partire dalla scrittura privata delle donne: molte si celavano dietro all’anonimato, dietro uno pseudonimo maschile (si pensi alle sorelle Bronte). Quello che le donne fronteggiavano non era l’indifferenza ma l’ostilità del mondo. Quello che Woolf vuole fare è andare alla ricerca di una tradizione letteraria delle donne. Se consideriamo una tradizione letteraria “universale” le donne non hanno alcun posto: i loro scritti sono sepolti sotto montagne d’oblio. L’interesse di Woolf, quindi, è quello di ricercare la presenza delle donne nella letteratura. Però, questa presenza è diventata di fatto un’assenza. È necessario che le donne si sentano autorizzate a scrivere proprio perché esiste un precedente, altre donne che hanno scritto nel silenzio.

In “The Anxiety of Influence”, Bloom ci dice che nessun autore può scrivere nessun testo senza sentire una certa ansia derivante dal quesito: “Sarò originale o no?”. Le donne, tuttavia, non avevano un’ansia di questo tipo, ma ansia di autorialità, ossia “Riuscirò ad essere autrice o no?”. Woolf introduce una scrittrice del 1600, Aphra Behn, la prima romanziera inglese di cui si ha notizia che esercitava la professione di scrittrice e riusciva a mantenersi con questo lavoro. Woolf, inoltre, critica alcune autrici che affermano che le donne scrivono necessariamente con rabbia, letta come reazione di difesa alle accuse implicite della società.

Femministe a parole: Bianchezza, colore, razza

I concetti di “bianchezza” e “colore” sono collegati fra loro. La categoria di bianchezza è una categoria critica recente che risale agli anni ’90, contrariamente alla categoria di razza. Fino agli anni ’90 molti discorsi sulla razza, che si sviluppano recentemente in aree anglofone, coinvolgevano soltanto i neri, gli afroamericani, e la norma era considerata quella bianca. La bianchezza, quindi, rappresentando la norma, passa inosservata. Gli studi sulla bianchezza in Italia si diffondono a partire dagli anni ’90 (Tony Morrison, “Playing in the Dark”). Da questo momento, per la prima volta la bianchezza viene considerata un colore, anzi il colore del privilegio, mostrando come il colore bianco abbia costituito storicamente un privilegio, una classe sociale più agiata ed elevata. “Intersezionalità” vuol dire accostare una categoria, ad esempio il genere, con altre.

Gli studi di genere hanno messo in discussione il privilegio della razza bianca. Sono per prime le donne americane nere che dicono al neonato movimento femminista bianco di non includerle né riguardarle. È quindi un movimento parallelo. Belle Hooks ha scritto molto sul fatto che le donne nere negli USA hanno una storia opposta a quella delle donne bianche. I “Critical Whiteness Studies” sono un campo interdisciplinare che si basa su vari aspetti della vita di persone che si identificano come bianche. La bianchezza è una costruzione sociale, strettamente correlata allo status sociale. I privilegi che hanno le persone bianche sono dei privilegi invisibili per chi si considera bianco. I bianchi non riconoscono il privilegio bianco, che è distribuito in un pacchetto invisibile, su cui una persona bianca può contare di giorno in giorno, ma di cui rimane inconsapevole. Tutti questi privilegi, infatti, devono apparire come la normalità.

Gli studi sulla bianchezza considerano la bianchezza un colore e non una condizione di normalità e privilegio. Si chiamano “Critical Whiteness Studies” perché indicano un atteggiamento critico nei confronti della trasparenza della bianchezza. La bianchezza e il colore non sono caratteristiche biologiche, ma sono delle costruzioni sociali (la socializzazione di determinate differenze genetiche). Il colore non è determinato allo stesso modo in tutto il mondo. Storicamente, riguardo al colore c’è stato il tentativo di “sbiancamento”, ossia la necessità di somigliare ai bianchi, non tanto da un punto di vista culturale.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

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