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La società minoica (2.000-1.450 a.c.)

L’isola di Creta separa il mar Egeo dal mar Mediterraneo. Ad est dell’isola si trova la penisola anatolica, per i greci

l’Asia e luogo dei primi barbari; più a nord, nella penisola balcanica, vi è la Tracia, sede di ulteriori popolazioni

barbariche. Il territorio al di sopra della Tracia viene definito Europa, mentre i greci definivano essi stessi con il

termine Hellàs, anche se questo termine non è usato inizialmente.

Nell’isola cretese si sviluppa il primo esempio di civiltà complessa intorno al 2.000 a.C., periodo in cui nell’isola si

conosce un balzo di benessere economico­produttivo, benessere che si concretizza nella costruzione di enormi entità

palaziali, eretti con la finalità di immagazzinamento delle risorse provenienti delle zone circostanti, prova di una

concentrazione economica e di potere e dominio territoriale. Questi palazzi vengono chiamati primi palazzi, perché

nel 1.700 a.C. queste costruzioni vengono distrutte in modo apparentemente violento, ponendo fine al cosiddetto

periodo protopalaziale.

I successivi secondi palazzi, che vengono costruiti sulle macerie dei precedenti, ne condividono però la triste sorte,

venendo anch’essi rasi al suolo nel 1.450 a.C. con apparentemente la stessa modalità dei predecessori, chiudendo il

periodo neopalaziale. In questi palazzi vengono ritrovate prove di documenti scritti, a testimonianza della

comparsa della scrittura a Creta. Questi documenti sono tavolette d’argilla giunte fino a noi per la resistenza

conferitegli dal fuoco che devastò i palazzi. Sulle tavolette si trova una scrittura sillabica, definita lineare A, una

lingua amministrativa­politica non imparentata con nessun’altra lingua antica vigente in tutta l’isola, adoperata

per la registrazione delle risorse in entrata ed in uscita dal palazzo, e ancora oggi del tutto incomprensibile. I due

palazzi più importanti nell’isola si trovano a Cnosso e a Festo posti in posizione centrale rispettivamente nella

costa meridionale e settentrionale dell’isola. Questi due palazzi non fanno intendere se fosse presente o una sola

monarchia o due domini, anche se i greci, dal canto loro, credevano che l’isola fosse retta da una monarchia, retta da

Minosse, dal quale nome deriva il nome stesso della civiltà minoica. Inoltre, la grandezza del palazzo di Cnosso

non fa capire se fosse possibile la presenza di una monarchia vassallatica.

A livello esterno, si crede che Creta esercitasse un ruolo di predominio marittimo, e che avesse sotto il suo controllo

parte delle isole egee. Un esempio di questo presunto dominio è dato dall’isola di Santorini o anche detta Tera, che

presenta un’intera città minoica sepolta sotto detriti vulcanici, a causa dell’esplosione stessa dell’isola. Questa

fiorente città minoica ci mostra case a due piani con pianterreno adibito a spazio per le botteghe, mentre ai piani

superiori camere e bagni con collegamenti acquiferi esterni e con vasche. Le strade sono pavimentate e sotto di esse

sono poste delle fognature interrate. Si individua poi la presenza di una borghesia mercantile che avrebbe avuto

contatti commerciali con ittiti, egizi e i principati siriani.

Sulle rovine del palazzo distrutto nel 1.450 a.C., a Cnosso viene costruito di nuovo un altro palazzo, che verrà

distrutto pochi anni più tardi, nel 1.400 a.C., sempre in apparente modo violento. All’interno delle rovine di questo

palazzo è stato ritrovato l’intero archivio di circa 2000 tavolette d’argilla, scritte in una nuova scrittura, la lineare

B. Questa lingua, utilizzata da speciali addetti, gli scribi, nel 1952 è stata decifrata da due studiosi, che oltre a

tradurla hanno dato valore sonoro a questa lingua. Questo nuovo linguaggio testimonierebbe che il palazzo del

1.450 a.C. sia stato distrutto da una popolazione che possedeva questo idioma, ossia i greci.

La civiltà micenea (1.450 a.c-1.200/1.100 a.c.)

La popolazione che abbatte il palazzo di Cnosso nel 1.450 a.C. proviene probabilmente dal Peloponneso. Questa è

la sede di un’altra civiltà palaziale, come è testimoniato dalla città di Pilo in Messenia, sovrastata da un palazzo,

dove vengono ritrovate 4.000 tavolette d’argilla ordinate cronologicamente, contenenti ordini per l’invio di truppe

a rinforzo dei territori micenei. Dalla scrittura di queste tavolette, molto simile a quella minoica, traspare

un’immobilità e rigidità economico­sociale nella società di Pilo. La struttura politico­sociale micenea è fortemente

gerarchizzata, sul cui vertice è posto un re, chiamato wa­na (plu. wa­na­ke), termine onorifico che è affiancato da

anax, che però è rivolto solo alle figure di Zeus ed Apollo. Il re risiede nel palazzo, da dove controlla l’attività

economica, senza lasciare spazio a qualsiasi libera iniziativa, e facendo il palazzo stesso fonte di accumulo e di

ridistribuzione delle risorse nel territorio circostante, sotto forma di prodotti finiti. Nella società micenea vi è poi

la presenza di schiavitù femminile, mentre di schiavitù maschile non si hanno prove certe.

I regni micenei ritrovati in maniera certa sono i regni di Pilo, di Sparta, i regni della zona dell’Argolide, ossia quelli

di Tirinto e Micene, stranamente vicini, e ciò fa pensare a due regni vicini (da quest’ultima città deriva il nome

della civiltà stessa). Altre sedi di potere miceneo sono Atene, nello specifico nelle sue vicinanze e nell’acropoli, in

Beozia, in particolare a Tebe e in Tessaglia, specialmente le città di Pagase (da dove secondo la mitologia partì la

spedizione degli Argonauti) e di Iolco. Questi regni trovano inoltre una corrispondenza di esistenza nella mitologia

greca.

Questi regni erano divisi al loro interno in distretti nelle zone che si trovavano al di fuori della città, come i villaggi

e i campi, distretti chiamati da­mo (plu. da­moi), termine usato anche per indicare coloro che abitavano in questi

luoghi. I distretti erano retti dai ba­si­le­we[s] (plu. ba­si­le­us), che nelle tavolette in lineare B è la denominazione

del capo ed era usato anche per indicare coloro che comandavano all’interno delle botteghe ed in ogni attività

economica, e nelle città invece a comandare vi erano i qa­si­re­we, termine nato più tardi, ma che intendeva il

concetto massimo di regalità. A livello di ceto nobiliare, una domanda ancora aperta è se questo era autonomo o

asservilito alla figura del wa­na come burocrazia palaziale.

Nella sfera religiosa, il pantheon degli dei greci è già ben presente nella cultura micenea.

Nel 1.200 a.C. la civiltà micenea conosce un’unica grande fase di distruzione, con la caduta dei palazzi e dei centri

abitativi più importanti, che non saranno più ricostruiti. La cultura micenea sopravvive alla catastrofe,

soprattutto nella decorazione della ceramica e del metallo, e ciò fa credere che la distruzione riguardò solo la

dimensione politica micenea, visto anche che il ceto degli scribi sparisce, e con esso l’esperienza scritta e della

lineare B.

L’azione micenea, oltre al Peloponneso, si era estesa anche nella penisola italiana tra il 1.600­1.500 a.C.,

soprattutto nelle zone della Campania, della Basilicata e più tardi Sicilia e Sardegna, costruendovi palazzi e città

stabili. Oltre all’Italia, i micenei toccarono anche le sponde dell’Anatolia e dell’Egitto, ma è nella penisola italica

che dal 1.300 a.C. si formano veri centri commerciali di ceramica nel golfo di Taranto, anche perché l’Italia sembra

essere una sorgente ed una tappa obbligata per il commercio delle merci metalliche, e questi centri non risentono

della crisi del 1.200 a.C., ma la loro attività perdura fino al 1.100 a.C..

Un altro luogo di grande popolamento miceneo dopo il 1.200 a.C. è Rodi, dove si registra un forte aumento

demografico, come testimoniato dalla comparsa di ceramiche micenee, ceramiche che si ritrovano anche nell’isola di

Cipro. Questa dispersione delle popolazioni micenee viene definita come “diaspora micenea” nel mediterraneo

orientale.

Ma anche queste comunità micenee, soprattutto quella stanziata in Italia, alla fine si esaurisce.

Il medioevo greco

Dopo il 1.200 a.C., in Grecia, in particolare nelle zone dell’Attica e del Peloponneso, si registra un forte calo

demografico, che, come testimoniato dalle necropoli del periodo, raggiunge il suo picco di profondità nel 1.050 a.C..

La popolazione si riduce dell’80% e il metallo non viene più utilizzato come ornamento nei corredi funebri, ma è

tenuto per i vivi, e le pratiche funerarie passano dall’inumazione alla cremazione, e anche viceversa a seconda delle

zone, mentre a livello estero la mancanza di manufatti esteri fa pensare ad un’interruzione dei contatti con

l’oriente, e lo stile della ceramica micenea sparisce.

Questo periodo di decadenza viene chiamato Medioevo greco (in inglese Dark Ages, “Età Buia”) ed è ancor oggi per

gran parte un enigma storico. L’andamento degenerativo del 1.200 a.C. però non si registra solo in Grecia, ma anche

in tutte le civiltà mediterranee, come la caduta dell’impero ittita e l’attacco dei Popoli del Mare in Egitto nel 1.198

a.C., affrontati dal faraone Ramses III (alcuni di questi popoli saranno costretti alla sedentarietà, come i Filistei,

che daranno il nome al luogo dove si stanzieranno, la Palestina).

Per quanto riguarda la crisi greca, si sono formulate due teorie: la cosiddetta “questione dorica”, che supporta la

tesi dove la decadenza micenea sia dovuta all’incursione di un nuovo popolo nella penisola balcanica, chiamati per

l’appunto Dori, e la teoria avanzata da Chadwick , che sostiene che la crisi sia da imputare a cause interne, ossia

ad una rivolta dei da­moi di lingua dorica contro il ceto dirigente palaziale di lingua micenea, come sarebbe

testimoniato dalla perdita di ruolo economico centrale del palazzo e dall’abbandono dell’attività economica

privilegiata micenea, ossia l’agricoltura, a vantaggio della pastorizia.

Sulla questione dorica, i greci stessi si sono soffermati, portando alla creazione di una loro archaìologia (“discorso

sulle cose antiche”), e di conseguenza una forte autocoscienza storico­culturale. I greci, che supportano la tesi

dell’invasione dorica, spiegano la discesa di questa popolazione come un’invasione di “legittimità di ritardo”, perché

non solo i Dori rivendicarono un territorio in cui sono gli ultimi arrivati, ma anche vantavano una primigenia

appartenenza a quel territorio, considerandosi discendenti di Eracle, cioè eraclidi (mito di ritardo e di non­

autoctonia, che si contrappone al mito di autoctonia degli Ateniesi).

I segni di una ripresa dalla crisi dell’Età Buia avvengono nel 1.050 a.C., anche se in modo lento. Si verifica un

nuovo aumento demografico e la ricomparsa della ceramica, decorata in stile protogeometrico, soprattutto nelle

zone di Atene e dell’Argolide. Queste ceramiche hanno una grande importanza anche dal punto di vista storico,

poiché consentono oggi di datare la cronologia della Grecia antica. Oltre alla ceramica, in Grecia ritornano i metalli

e i gioielli di fattura orientale, specialmente in Attica, nell’Argolide, nelle Cicladi e nell’Eubea.

Questa ripresa porta, nel periodo compreso tra il 1.050 a.C. e il 900 a.C., ad un’espansione greca sulle coste

dell’Asia Minore, dalla Troade, dove di trova la città di Ilio, all’isola di Rodi. Qui le comunità greche si

sedimentano in maniera stabile, dividendosi il territorio per territori d’origine. Questo movimento d’estensione

greca è chiamato prima colonizzazione greca.

Questa divisione dei territori avviene a livello di linguaggio in maniera compatta ed omogenea con la madrepatria.

Sulle coste a nord dell’Asia Minore si parla l’eolico, in corrispondenza in linea parallela con i suoi luoghi d’origine,

cioè la Tessaglia e la Beozia, nelle zone della Troade, a Lesbo e nelle zone della cosiddetta Eolide. Scendendo

progressivamente verso sud, si incontra il dialetto ionico, parlata proveniente dall’Attica, dall’Eubea e dalle

Cicladi, famosa per essere la lingua dei primi filosofi, nella parte di costa definita Iolide. Infine, nella parte più a

sud, si diffonde il greco dorico, il dialetto delle principali tragedie, nei territori della Doride e delle isole di Creta e

di Rodi. Oltre a queste parlate principali, ci sono i poi il dialetto arcado­cipriota, parlato al centro della penisola

del Peloponneso, la cui unica espansione d’uso è l’isola di Cipro, espansione dovuta alla “diaspora micenea”, e il

dialetto del greco nord­occidentale, utilizzato dove non vi sono influenze da parte delle altre famiglie dialettali, e

quest’ultimo rimane in Grecia.

Mito e Società

Nel ricostruire la storia greca, non si può tralasciare di considerare la mitologia greca, perché essa consente di

entrare nella mentalità dei greci del tempo. I miti più arcaici spiegano la nascita del mondo, ma quelli più

importanti da considerare sono l’Iliade e l’Odissea di Omero, sulle quali si dibatte sulla loro affidabilità come

specchio della società greca antica e sulla veridicità del conflitto tra i greci e la città di Troia (“questione omerica”).

Infatti la serie ingente dei miti racchiusi in queste opere non offrono solo uno spaccato delle abitudini militari

greche, ma anche politico­sociali, descrivendo praticamente il mondo greco antico miceneo antecedente al 1.200

a.C..

Su questi miti, trascritti dalla forma orale nell’VIII secolo, si fondano le basi dell’archaìlogia greca, poiché i greci

sono fermamente convinti che essi contengano fatti storici realmente accaduti, convinzione talmente forte da

resistere fino ai tempi del razionalista Tucidide.

Il mito, comunque, nel mondo greco è un oggetto d’uso e consumo politico­ideologico delle diverse città greche.

Ognuna di esse ha il suo mito di fondazione, avvenuta sempre per mano di un dio o di un eroe, e spesso si devono

ordinare in maniera certa questi miti per le contraddizioni che si verificano per l’uso di uno stesso mito in città

diverse. Quest’abitudine ideologica si mantiene anche nelle città dell’Asia Minore, come dimostrato dal mito della

fondazione di Mileto, che sarebbe stata fondata da un principe cadetto di Atene, Neleo, e questa visione è

confermata da tutti i coloni ioni. Quest’ultimo mito è un esempio di come i miti possano legarsi fra loro, perché

l’arrivo del principe Neleo in Asia Minore è spiegato come una fuga dall’invasione dei Dori in Grecia. I miti

quindi sono ritenuti quindi le fonti storiche per eccellenza prima della comparsa della figura dello storiografo.

Tornando alla questione omerica, i greci allora non si chiedono se i poemi omerici contengano verità reali, perché

loro si sentono distanti da quel mondo, ma si considerano capaci di comprenderlo, ed utilizzano le opere omeriche

come testi educativi, da dove poter imparare il comportamento di grandi uomini. Oggi per gli studiosi Omero a poco

a che fare con il mondo miceneo e dell’Età Buia. Infatti nella descrizione dell’armatura di Aiace la fattura della

veste d’arme è di natura micenea, come anche la descrizione degli scudi, ma nell’opera sono presenti degli elementi

che non hanno nulla a che fare con il mondo miceneo. Non si possono negare però queste similitudini, anche perché i

regni descritti da Omero trovano riscontro nei siti archeologici, e trovano riscontro storico anche gli spunti da lui

offerti sui rapporti dell’alta società nell’Età Buia.

Il rapporto tra nobili e miti

La mitologia greca influisce anche sulla dimensione aristocratica della cultura greca. Infatti per i greci, se si

andasse indietro nel tempo, ci si ritroverebbe in un mondo abitato da uomini e dei, che si mischiano fra loro. Questa

convinzione è testimoniata da un reperto proveniente dalla tomba di Eroplitos, nell’isola di Chio, dove si legge

un’elencazione di quattordici o quindici nomi in genitivo, un elenco genealogico contenente nomi di presunti eroi

locali. Questo esempio di genealogia elencativa è una prova di memoria attiva, perché Eroplitos conosceva la sua

discendenza a memoria. Infatti, per Erodoto, un nobile greco del 450 a.C., per provare di appartenere al suo status

sociale, doveva sapere recitare a memoria il suo genos (plu. gene), ossia la sua famiglia nobiliare, fino alla

sedicesima generazione di predecessori. Ciò non escludeva le famiglie nobiliari che governavano le città, come

testimoniato dai capostipiti delle due dinastie regnanti a Sparta, Agide ed Euripontide, che si voleva discendenti

dall’eroe Eracle. Dall’eroe eraclide si fanno discendere tutte le famiglie nobiliari doriche, come il capostipite

dell’Argolide, Temeno, e quello della Messenia, Crisfonte.

Gli ioni dell’Asia Minore si ritengono invece discendenti dalla città di Atene.

Le città

Nel VI canto dell’Odissea Ulisse, naufragato sull’isola dei Feaci, risvegliatosi sulla spiaggia, incontra la

principessa Nausicaa, che sta giocando a palla con le sue servitrici. Secondo la cultura greca, il naufrago è sotto la

volontà del re dell’isola o del luogo in cui è approdato, e per questo può essere sia derubato che ucciso, ma, spesso

nel caso si tratti di un nobile o di un mercante importante, il re può concedergli la sua ospitalità. Qui Nausicaa

mostra al naufrago Ulisse la sua città, la città dei Feaci, nella cui descrizione traspare l’aspetto pubblico della

città, che si regge sullo sforzo collettivo della popolazione, con la presenza di una piazza, l’agoré, e di un

santuario, ossia la sacra dimo

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Primus93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Raviola Flavio.
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