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DISPENSA DI SCIENZA POLITICA

Prof. Damiano Palano

Università Cattolica del Sacro Cuore

Corso di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali

A.A. 2014/2015

Scienza politica 6/10

1. INTRODUZIONE

1. Cosa è la scienza politica?

La scienza politica in quanto tale nacque nel mondo greco (Tucidide, Platone,

Aristotele) e ha percorso tutta la storia dell'Occidente (Machiavelli su tutti).

Norberto Bobbio fu un sostenitore della necessità di introdurre la scienza politica in

quanto disciplina; secondo Bobbio la scienza politica può essere definita sulla base di

due diverse interpretazioni.

Innanzitutto si presenta come lo studio sistematico della politica che pretende di

essere scientifico, rigoroso e che si distingua dall'opinione.

Per Bobbio esiste poi un'altra accezione più specifica che si avvicina maggiormente

all'odierna visione della scienza politica: in base a ciò quest'ultima è lo studio dei

fenomeni politici condotto con il metodo delle scienze empiriche.

Le scienze empiriche in questione sono le scienze naturali.

Meritano particolare attenzione e interesse alcuni termini che caratterizzano questa

definizione: fenomeni politici e scienze empiriche.

Cosa sono i fenomeni politici? Qual è il metodo delle scienze empiriche?

1.1 Breve storia della scienza politica

La scienza politica ha vissuto due distinte fasi di vita, nacque due volte.

Il primo momento in cui questa scienza prese piede fu durante il Positivismo; durante

questo si possono trovare nell'evoluzione delle civiltà umana delle grandi leggi tutto

sommato analoghe a quelle caratteristiche dell'evoluzione della specie.

Per esempio la legge di sviluppo ed evoluzionismo esiste anche nelle società umane,

pertanto ci sono meccanismi e leggi che spiegano l'evoluzione politica, culturale,

economica.

In questa fase si vuole trovare una legge di sviluppo e di trasformazione degli

organismi politici.

Da una versione più attenuata di questa concezione si fa risalire la nascita della

scienza politica in Italia con la pubblicazione degli Elementi di Scienza Politica da

parte di Gaetano Mosca (1896).

Questa si basa su una scoperta psicologica costante che caratterizza tutti elementi

degli organismi del passato.

Tale fase morì giovane già all'inizio del Novecento senza essere riuscita a gettare

radici solide; tuttavia questa riflessione arrivò negli USA durante gli anni

Venti/Trenta e qui si gettarono le basi per la seconda nascita della scienza politica.

Sarà in particolare la scuola politologica di Chicago, a partire dalla fine della WWII,

a fissare i cardini dello sviluppo della scienza politica, che dal 1945 assunse una

propria legittimità e autonomia. 7/10

1.2. L'argomento, gli obiettivi e i metodi della scienza politica

Nonostante la scienza politica abbia subito mutevoli cambiamenti, ci sono 3 costanti

che sono rimaste invariate nello sviluppo della stessa: obiettivo, argomento e metodo.

1.2.1 Argomento

Il concetto di “politica” è mutevole, tuttavia l'oggetto di studio fondamentale della SP

è il potere politico analizzato nelle sue fonti e nelle modalità in cui si esercita.

Cosa distingue questo potere dagli altri? Per rispondere a questa domanda serve

sapere cosa sia “politico”.

1.2.2 Obiettivo

L'obiettivo che si propone la SP è triplice: prescrizione, spiegazione e previsione.

Per quanto riguarda la prescrizione si verifica una situazione analoga a quanto

• avviene con le ricette mediche. Solitamente la prescrizione normativa è più

specifica di un ramo della filosofia politica (in particolare Platone fu il teorico

della politica che riflette sul dover essere).

La spiegazione mira a comprendere la realtà (di per sé il tentativo di

• comprendere qualcosa è tipico di ogni scienza); in questo caso si vuole

spiegare la realtà della politica e capire perché le cose vadano così. L'esempio

a riguardo è Machiavelli, che in una famosa pagina del Principe dice di non

volersi occupare di repubbliche immaginarie ma della verità. Il Principe è

un'opera che raccoglie in sé tanto l'essere della politica (la comprensione di

come funzioni) quanto il dover essere, ossia cosa fare per risolvere i problemi.

La terza ambizione è quella della previsione.

L'obiettivo su cui si concentra in modo specifico la scienza politica contemporanea è

soprattutto quello della spiegazione (pur non accantonando gli altri).

1.2.3 Metodo

Per ciò che concerne il metodo la scienza politica ricerca un sapere nomotetico, ossia

un sapere che è rivolto all'individuazione di leggi; le scienze nomotetiche si

contrappongono a quelle idiografiche, ossia quelle che mirano alla descrizione.

Prendiamo come esempio lo scoppio della WWII: una scienza idiografica come la

storia si interessa della descrizione dei fatti, di come sia avvenuto lo scontro ecc. ,

una nomotetica come la scienza politica persegue il perché, le relazioni di causa ed

effetto o le modalità che si ripetono.

Le leggi di trasformazione della società nell'Ottocento sono esempio di ambizioni

nomotetiche (Spencer formulò le leggi che individuavano i cambiamenti sociali,

Marx ed Engels le leggi della caduta tendenziale del saggio di profitto).

I politologi per avere un controllo empirico delle proprie ipotesi si avvalgono del

metodo comparato (con cui si comparano un numero ridotto di eventi) e del metodo

storico (che prende il nome di “studio di caso”).

2. DEFINIRE LA POLITICA

Come possiamo descrivere l'oggetto che viene studiato dalla scienza politica, ossia

come si può definire essenzialmente la politica? Cosa è, dove nasce, dove sono i

confini tra politico e non?

Distinguiamo tra due aspetti della politica:

Nome e concetto

1. Organizzazione, forme politiche, cosa politica

2.

Nome e concetto di politica nacquero dopo le prime forme di organizzazione politica,

fondendosi a partire dal VI secolo a.C. circa.

Il concetto di politica si sviluppò nella Grecia classica quando la politica come

dimensione che caratterizzava la polis ha assunto una sua consistenza.

Alcuni però lo ritrovano già attorno al 3000 a.C. tra Egitto e Mesopotamia, dove

c'erano forme di organizzazione statale e la presenza di personale specializzato che

utilizzava la scrittura per gestire la contabilità di palazzo. 13/10

Analizziamo ora la storia del nome “politica”.

Carl Schmitt sviluppò un'intuizione per la quale tutti i concetti politici sono sempre e

inevitabilmente concetti polemici; ciò significa che un concetto politico non è mai

neutrale ma il suo significato è sempre il risultato di conflitti sociali, politici e

internazionali.

È altresì importante considerare che nella ricostruzione di un termine possiamo

trovare sedimentazioni di conflitti che ne hanno ridefinito il concetto (di conseguenza

la parola può rimanere immutata ma può cambiare il significato, esattamente come

successo con “Stato”).

Il termine “politica” ha origine nel mondo greco e deriva dall'esperienza della polis

(intesa dai greci non tanto come città-stato bensì come una forma di convivenza

specifica differente da quella dell'unità domestica).

Non si sa di preciso quando nacquero e si svilupparono le poleis; Smirne, che è

ritenuta la più antica, risale al IX a.C., ma in generale si ritiene che la loro nascita

avvenne durante l'VIII secolo a.C.

All'esperienza della polis si riconducono i termini politeia per indicare la forma di

organizzazione politica della città (termine usato già da Erodoto e Aristotele e

soprattutto nella Repubblica di Platone, il cui titolo originale è proprio Politeia, nella

quale si immagina l'organizzazione della città ideale) e ta politikà, ciò che è proprio

della polis (anch'esso titolo di un'opera, in questo caso di Aristotele).

Questi due termini ebbero fortune alterne, infatti prima si sviluppò politeia, poi si

sostituì col tempo l'aggettivo sostantivato politika che successivamente diventerà un

sostantivo vero e proprio e sarà “politica”.

La concezione greca della politica è molto diversa da quella contemporanea; nel

mondo greco c'era infatti una polarità netta tra il mondo dell'unità familiare (oikos) e

la sfera della polis inerente il mondo politico.

La dimensione dell'oikos è la dimensione in cui regna sovrana la “natura”, la

gerarchia naturale tra gli esseri umani (colui che è sopra tutti è il capo famiglia).

La polis invece è quella sfera in cui i cittadini possono collocarsi genericamente sullo

stesso piano.

Aristotele definì l'uomo come animale politico perché è un animale dotato di

linguaggio e questi può discorrere coi propri simili all'interno della polis diventando

umano, ossia diventando se stesso, completo.

Il termine polis non si sa di preciso da dove derivi, ma si suppone che provenga da

un'espressione usata nella civiltà micenea (quella che precedette la civiltà greca come

la intendiamo, quindi tra il XX e il XII secolo a.C.), ptolis, vocabolo a sua volta

vicino a ptolemos che si trasformerà in polemos (guerra).

Se questa teoria fosse accreditata si capirebbe che la polis nacque come unione di

persone per difendersi da un nemico, e si comprenderebbe anche la interconnessione

vigente tra guerra e politica.

Il passaggio successivo fu determinato dalla trasformazione politica che a partire dal

IV secolo a.C. riguardò le poleis, quando queste persero la loro indipendenza e la loro

autonomia politica; fu in questa fase che si perse anche parte della pregnanza dei due

termini sopracitati.

Il passaggio del concetto di politeia dal mondo greco a quello romano si esplicò con

la traduzione di politeia (ossia la forma politica della città) in res publica, mentre

polis divenne civitas (che però non ha significato di consistenza politica).

“Politicus” è un aggettivo esistente ma non solo ricorreva di rado ma non ha

nemmeno la stessa consistenza che aveva nel mondo greco perché non c'è alcun

riferimento alla polis.

Successivamente i termini scomparvero dal lessico politico dopo caduta di Roma.

14/10

I termini “politeia” e “ta politikà” cominciarono a riapparire solo dal XII secolo; in

particolare Giovanni di Salisbury scrisse convenzionalmente nel 1159 un'opera

intitolata Policraticus in cui riemerge il termine “politicus” appunto.

Infatti Giovanni adottò l'espressione res politica non solo per riferirsi alla cosa

pubblica ma in generale alle cose che hanno consistenza politica.

Nonostante l'impiego, però, questo autore dà una lettura di questo aggettivo che ha

solo una lontana ascendenza e prossimità con quella che era la concezione greca della

politica.

Successivamente ci fu la riscoperta di Aristotele grazie al mondo arabo, soprattutto

con Avicenna e Averroè, e alla traduzione diretta dal greco (Aristotele divenne quindi

un importante punto di riferimento).

Guglielmo di Moerbeke tradusse Aristotele in latino e fece riemergere la riflessione

sulla dimensione della politica e sul suo significato; a loro volta Alberto Magno e San

Tommaso d'Aquino recuperano Aristotele.

In particolare Tommaso tradusse il termine aristotelico zwon politicon, animale

politico, con l'espressione “homo est naturaliter politicus id est socialis”.

L'aggettivo politicus è in questo caso applicato alla società e ai rapporti tra gli

individui, per quanto essi siano depoliticizzati.

Tommaso usa anche il termine “politeia” che rimanda all'organizzazione politica

senza però rimandare necessariamente alla dimensione della città (viene comunque

usato molto più di “politicus” e di “politikà”).

Politeia subì una trasformazione nel corso dei secoli non solo nella grafia ma anche

nel significato; Marsiglio da Padova trasformò politeia in policia (pur intendendo

quanto già si intendeva con politeia).

Questa espressione si diffuse molto in Europa e cambiò col tempo la grafia perché

con le lingue nazionali il latino venne accantonato e dal XIV secolo “policia”

cominciò a essere usato nelle cancellerie europee come termine amministrativo.

Ci furono 3 tappe che condussero a un graduale cambiamento di significato del

termine: innanzitutto policia assunse il significato di comunità politica ben ordinata

1. successivamente richiamò l'insieme delle regole che il governante deve

2. seguire per garantire il buon ordine della comunità

infine si riferì all'attività con cui si persegue il buon ordine della comunità.

3.

Pertanto è evidente che si verificò uno slittamento del significato del termine dal

campo politico a quello amministrativo: “policia” si spoliticizzò.

Sempre da policia proviene Polizei Stat, termine che richiama una forma di Stato i cui

governanti si occupavano del buon ordine della comunità grazie a una buona

amministrazione (è sempre evidente la connotazione amministrativa del termine).

Da qui ci fu un impoverimento del termine policia e oggi ha un unico rimando solo

nel ramo delle forze dell'ordine.

Solo in Inghilterra rimase parzialmente l'accezione originaria: se in tutte le principali

lingue europee c'è solo un termine per indicare la politica, “politica” appunto (dunque

non c'è più termine che rimanda a politeia) in Inghilterra ci sono ben 3 termini,

politics (ta politikà), policy (rimanda a politeia e indica le diverse azioni del potere

pubblico) e polity (sempre riferito a politeia e riguarda l'assetto istituzionale).

Dal XVII si invertono le sorti dei termini e l'aggettivo sostantivato “politicus” venne

definitivamente sostantivato e tornò a indicare la dimensione autonoma della politica.

Joannes Althusius pubblicò nel 1603 un'opera intitolata Politica methodice digesta

(“politica raccolta metodicamente”, non a caso egli cerca di esaminare tutte le

considerazioni fatte dagli scrittori precedenti sulla politica) importante perché si

definisce la politica come l'arte di consociare (di far vivere assieme), conservare e

costituire la vita sociale fra gli uomini.

Altra opera importante del XVII secolo fu il Trattato teologico politico di Spinoza.

Diderot e Dalembert inserirono poi il termine “politica” nella loro enciclopedia

(1750); da qui entrò stabilmente nel lessico europeo e scalzò le eredità di “politeia”.

Nella rivoluzione francese ci fu il coronamento del trionfo del nuovo sostantivo

“politica” rispetto ai vecchi “policia” e “politeia” perché la politica divenne quasi

onnipresente.

Da questo momento in poi, tuttavia, cominciò a esserci un'inflazione del termine

politica [celeberrima battuta di Weber a riguardo]. 15/10

Perché è difficile cogliere la specificità della politica?

Innanzitutto era ancora presente la pesante eredità del XVII e XVIII secolo, la

Ragion di Stato, una corrente dottrinaria tutt'altro che omogenea che stabilì una

identità tra Stato e politica (a loro giudizio lo Stato viene considerato come il

monopolista della politica, l'unico soggetto politico).

Ciò implicò che spesso la scienza politica venne fatta coincidere con la scienza di

Stato, ossia l'insieme di regole che devono indirizzare il regnante.

Nel momento in cui Stato e politica riacquistarono la loro “autonomia” il problema fu

capire cosa caratterizzi la politica.

Oltretutto se la politica viene fatta coincidere con lo Stato, tutto ciò che è oltre lo

Stato viene fatto confluire nella società.

Fu per questo motivo che l'identità Stato-politica entrò in crisi durante il Novecento,

secolo che fu segnato da un meccanismo tale per cui si verificò una politicizzazione

della società e dunque si affermarono soggetti politici ma ben distinti dallo Stato e

dalle sue istituzioni.

Dato che la politica non può più essere circoscritta alla dimensione statale ci si pose il

problema di capire cosa sia di sua competenza: come definiamo la politica dunque?

Come risolviamo il problema di inflazione del termine già evidenziato da Weber?

3. COSA È LA POLITICA

Individuiamo una dimensione verticale (politica che si manifesta come comando),

una orizzontale (dimensione partecipativa ed espressiva) ed escludente.

3.1 La dimensione verticale

Quando si parla di dimensione verticale ci si riferisce a un'attività dall'alto al basso di

direzione politica.

3.1.1 Max Weber

Per analizzare la dimensione verticale della politica ci rifacciamo a Max Weber e a

una sua definizione di “politica” data in una conferenza pronunciata nel 1919, La

politica come professione (beruf, termine usato per richiamarsi alla vocazione, alla

chiamata come nell'espressione “professione di fede”).

Con un linguaggio abbastanza semplice Weber cerca di chiarire quali siano gli aspetti

fondamentali della politica e del lavoro scientifico e sintetizza il risultato della sua

riflessione.

Weber si trova di fronte al problema di capire cosa possiamo definire “politica”;

secondo Weber non è possibile definire la politica o un gruppo politico in base al

contenuto della sua azione, ossia non si possono definire in base agli obiettivi

perseguiti perché storicamente gli obiettivi sono svariati.

Ciò che per Weber caratterizza un gruppo politico è l'utilizzo di uno strumento

particolare, la forza fisica.

“Lo Stato è quella comunità di uomini che all'interno di un determinato territorio

pretende per sé (con successo) il monopolio dell'uso legittimo della forza fisica”

I termini chiave a tal proposito sono “comunità di uomini” (anche se sarebbe meglio

dire esseri umani, oppure uomini e donne), “determinato territorio” (esalta la

rilevanza della questione territoriale), “pretende per sé con successo” (ottiene), il

“legittimo monopolio della forza fisica”.

Ciò significa che un soggetto riesce a monopolizzare e a ricondurre sotto il proprio

controllo tutti gli strumenti che sono necessari alla coercizione fisica (soprattutto le

armi), e fa ciò in modo legittimo.

Come nasce però questa legittimità? Weber non risponde chiaramente alla domanda.

Queste tuttavia non sono caratteristiche solo dello Stato ma di tutte le comunità

politiche per Weber.

Weber aggiunge anche un'altra definizione perché si rende conto che c'è qualcosa di

politico anche al di fuori dello Stato (mentre la definizione di prima cita solo lo

Stato):

“La politica intesa in senso più ampio è l'aspirazione a partecipare al potere o a

esercitare una certa influenza sulla distribuzione del potere”

Partecipare al potere significa ricoprire della cariche, mentre esercitare una certa

influenza sulla distribuzione del potere equivale a fare le medesime operazioni della

grande stampa, dei media, delle TV, dei sindacati...

Ciò può essere svolto sia tra Stati sia dentro uno di essi.

Quindi un soggetto diventa politico o quando aspira a cariche pubbliche o a influire

sulla distribuzione del potere in una società.

Un ulteriore definizione che Weber fornisce, pur non aggiungendo altro rispetto a

quanto già detto, è questa:

“La politica è l'attività di direzione di una comunità politica oppure l'attività che

influisce sulla direzione di un'attività politica” 27/10

3.1.2 David Easton

Dopo Weber la scienza politica americana sviluppatasi a partire dagli anni Quaranta

del Novecento cominciò a maturare un'insoddisfazione nei confronti del lessico

giuridico e filosofico della scienza politica europea; a partire dagli anni Venti infatti, i

maggiori pensatori europei di scienze sociali (soprattutto tedeschi) migrarono negli

USA ed esportarono le loro conoscenze.

Con questo fenomeno venne messa in particolare discussione la connotazione storico-

geografica di molti concetti usati dalle scienze politiche europee, soprattutto il

concetto di “Stato”: per i politologi americani c'era infatti la necessità di studiare le

dinamiche politiche di tutto il mondo.

Il concetto di Stato è eccessivamente connotato dal punto di vista storico-geografico

perché serve a comprendere la politica in Occidente ma è inutile per comprendere la

politica fuori dallo stesso.

I politologi americani cercarono quindi di elaborare un concetto alternativo e questo

fu sistema politico; tale concetto è ancora oggi utilizzato nel lessico politico.

Il padre di questo concetto fu David Easton; da quel momento (1953) tutta la

comunità politologica ha cominciato a usare questo termine.

Per Easton il “sistema politico” non è solo un sostitutivo di “Stato” ma è un nuovo

concetto in grado di comprendere ciò che è specifico della politica escludendo quanto

è fuori dalla politica.

Quello del “sistema” non è un concetto elaborato da Easton ma da una disciplina

detta Teoria Generale dei Sistemi.

“Un sistema è una totalità strutturata in cui tutte le parti e le componenti sono fra

loro in costante relazione e in cui l'equilibrio complessivo dipende dalle relazioni fra

il sistema e l'ambiente circostante”

I termini principali di questa definizione sono “totalità strutturata” (che richiama un

insieme di elementi tra loro in relazione costante) ed “equilibrio” (che è sempre il

risultato delle interazioni tra il sistema e l'ambiente, quindi il sistema non è autonomo

ma è in relazione con l'ambiente).

Un'altra idea fondamentale che riguarda il sistema è:

“Un mutamento nell'assetto di una parte di un elemento del sistema comporta un

mutamento nell'equilibrio del sistema”

Ciò significa che se modifico la condizione di uno degli elementi del sistema il

mutamento nella parte specifica si riflette in un cambiamento dell'assetto generale del

sistema; questo avviene perché in base alla teoria dei sistemi c'è una tendenza che

caratterizza tutti i sistemi che è la tendenza a mantenersi in equilibrio, ossia a ricreare

la condizione di equilibrio (omeostasi).

Easton sostenne che si può cancellare la vecchia espressione “Stato” per definire la

politica usando il concetto di “sistema politico”, il quale rispetto agli altri sistemi ha

la caratteristica di essere l'unico ad assegnare autoritativamente i valori in una

società (e precisa che può assegnare questi valori non solo a un singolo gruppo ma

alla società intera).

Di conseguenza il sistema politico è l'unico tra tutti i sistemi a poter assegnare valori

in una società, limitatamente a chi fa parte della società stessa ma a tutti coloro che ne

compongono l'organico, sia che essi siano in contrasto sia che volontariamente ne

facciano parte (esempio del capo del circolo di una bocciofila).

Questi “valori” sono un qualsiasi genere di bene materiale (denaro, terreni,

abitazioni) o immateriale (quelli che hanno a che fare con la reputazione, premi,

reverenze ecc).

I modi con cui questi valori possono essere attribuiti sono ad esempio la privazione di

un bene, le tasse e le espropriazioni (che privano sempre di beni), l'ostacolare il

conseguimento di determinati beni e valori (imporre leggi che fissino tassi di

interesse leciti, impedire le truffe) e infine consentire ad alcuni e non ad altri di avere

l'accesso privilegiato ad alcuni beni.

Quando si emana una legge o quando si concedono concessioni si stanno assegnando

valori.

Graficamente si può caratterizzare un sistema politico come un cerchio o un

quadrato che con un confine stabilisce quanto sta dentro o fuori rispetto al sistema:

quanto sta fuori è l'ambiente

• quanto sta dentro è il sistema politico.

• Sistema Politico

Ambiente

L'ambiente per Easton è di due tipi: ambiente intrasocietario ed extrasocietario.

Il primo è costituito dai soggetti sociali sottoposti all'autorità politica, il secondo è la

dimensione internazionale, tutto ciò che si colloca al di fuori dei confini di un

territorio.

Cosa si trova invece dentro il sistema politico?

Si trovano in linea generale tutti i soggetti che in qualche modo riescono ad influire

sulle decisioni che assegnano autoritativamente dei valori (richiama la definizione di

politica di Weber).

Più concretamente Easton distingue dentro il sistema politico la comunità politica, le

autorità e il regime politico.

Comunità politica; è composta da tutte le persone che fanno parte del sistema

1. politico

Autorità; coloro che occupano i livelli decisionali all'interno del sistema

2. politico

Regime politico; è distinto dal sistema politico perché quest'ultimo è una

3. totalità strutturata, mentre il regime è un insieme di norme e strutture

relativamente stabili (indica la gerarchia che si viene a formare all'interno del

sistema politico). Oggi si parla di regime politico tradizionale, democratico,

autoritario o totalitario; in Italia si sono susseguiti un regime monarchico

basato sul censo, uno autoritario e infine uno democratico.

“Regime” è dunque più specifico e chiarisce chi ha il potere, “sistema” definisce solo

l'esistenza di una comunità più o meno specifica.

Oggi in Italia abbiamo i sindacati, le associazioni imprenditoriali, i partiti, ma questi

soggetti fanno parte del sistema politico in base a cosa?

Il criterio che dobbiamo adottare è chiedersi se quel soggetto influenza o meno (o

tenta di influenzare) le decisioni delle istituzioni pubbliche, cerca di influire sulle

decisioni che hanno per oggetto l'assegnazione autoritativa di valori.

Easton richiama Weber, toglie l'idea di Stato e sostanzialmente amplia la definizione.

28/10

3.1.2.1 Fasi di vita del sistema politico e filtri

Easton individuò nella vita del sistema politico 4 fasi.

La prima è la fase degli input, ossia delle immissioni (le quali provengono

dalla società, quindi dall'esterno, ed entrano poi nel sistema politico).

Easton distingue due tipi di input: le domande e il sostegno.

Le domande sono tutte quelle che provengono dalla società e poi vengono rivolte al

sistema politico; in particolare distingue domande interne e domande esterne

(domande che provengono da soggetti interni al sistema politico e domande rivolte da

soggetti esterni al sistema politico).

Per quanto riguarda il sostegno Easton sostiene che sia la fiducia che la società ha nei

confronti del sistema politico e dunque il sostegno che proviene dalla società e che

viene indirizzato al sistema politico; questo sostegno può essere esplicito (cioè si

manifesta apertamente) o implicito (è velato).

Il sostegno può anche essere specifico o diffuso (rivolgersi alla totalità del sistema

politico o a qualcuno di preciso, per esempio i Simboli nazionali).

La seconda fase di vita del sistema politico è la fase della conversione, ovvero

la conversione delle domande in decisioni politiche.

La terza fase è quella degli output, delle emissioni, e riguarda tutte le decisioni

e le politiche che vengono attuate dal sistema politico.

Easton fece rientrare in queste emissioni le leggi, ma anche le sentenze dei tribunali e

le misure delle autorità di pubblica sicurezza.

La quarta fase è la più caratteristica perché si sviluppa in direzione contraria ed

è definita la fase del feedback, ossia della retroazione; Easton intendeva tutti gli

strumenti e meccanismi con cui il sistema politico cerca di valutare le conseguenze e

l'efficacia delle proprie decisioni.

Sostanzialmente dopo aver varato una legge il sistema politico cerca di capire nel

corso del tempo se le leggi hanno risolto il problema o meno.

Easton parla poi di filtri strutturali e filtri culturali.

I filtri strutturali chiamano in causa delle organizzazioni affinché raccolgano le

domande dei singoli e cerchino di farle passare al sistema politico (vedi gli hashtag

che usa Renzi).

I filtri culturali si riferiscono invece alla cultura (intesa in senso politico) prevalente

entro il sistema politico stesso: ciò significa che alle soglie del sistema politico ci

sono dei filtri che escludono da esso tutte quelle domande che sono in contrasto con

la cultura del sistema politico dominante.

Questi filtri cambiano nel tempo nella loro specificità ma persistono in quanto tali

(rimangono nonostante possano cambiare organizzazioni o cultura).

In ogni caso, come già sottolineato, tutti i sistemi tendono a mantenersi in equilibrio,

cioè di fronte a qualsiasi sollecitazione esterna tendono a riprodurre la condizione di

equilibrio (omeostasi).

Nel sistema esistono però delle crisi che Easton definisce di legittimazione e di

sovraccarico; il sistema deve quindi tenere sempre in equilibrio le immissioni e le

emissioni.

La crisi di legittimazione si verifica nel momento in cui il sostegno della società nei

confronti del sistema politico si indebolisce (o come crisi nel sostegno generale o

come crisi nel sostegno specifico); senza un sostegno adeguato nessun sistema

politico riesce a resistere ed entra in un periodo di crisi a cui bisogna reagire.

La seconda fonte di crisi è invece dovuta al sovraccarico delle domande, quando

vengono indirizzate più domande di quelle a cui si può rispondere. 29/10

3.1.3 Giovanni Sartori

Giovanni Sartori è uno dei principali esponenti della nuova scuola politica italiana

(sviluppatasi dagli anni 60/70 del Novecento); come obiettivo si pone principalmente

di capire quale sia la specificità del sistema politico.

Secondo Sartori nella storia delle istituzioni la politica è passata progressivamente da

una dimensione prevalentemente orizzontale a una verticale; la situazione si è poi

nuovamente ribaltata con l'avvento del XX secolo, poiché il Novecento fu il secolo

della politica di massa e della democratizzazione in cui le masse non soltanto hanno

avuto accesso alla politica ma hanno anche avuto la possibilità di incidere

direttamente sulle decisioni politiche.

Si parla poi della dilatazione della politica in riferimento all'espansione degli ambiti

della politica.

Con questo ritorno all'orizzontalità, con l'aumento di interessi e di ambiti e l'accesso

delle masse si creò una situazione di ubiquità della politica, pare che questa sia

ovunque; ciò per Sartori è rilevante perché nasce l'esigenza di tornare a individuare

qualcosa di specifico che caratterizzi la politica.

Sartori non individua questa specificità in un comportamento ma la ritrova in una

sede, in un luogo immateriale che è il sistema politico.

Il sistema politico è l'unico che produce decisioni che devono essere caratterizzate da

4 elementi (che si devono presentare congiuntamente):

collettivizzate; ossia valide per l'intera comunità, valide erga omnes.

• Sostanzialmente vedi le leggi dello Stato.

sovrane; essendo il sovrano colui che non ha nessuno sopra sé, all'interno del

• sistema politico non c'è un'autorità superiore ad esso. Pertanto, essendo le

decisioni produzione del sistema politico, queste non hanno alcuna autorità

sovrastante.

coercitivamente sanzionabili; qualora quindi queste non vengano rispettate il

• sistema politico può sanzionare coloro che non le rispettano usando anche la

coercizione fisica

senza uscita; “uscita” è qui da intendersi nell'accezione di esodo: qualora un

• gruppo di persone sia in disaccordo con le decisioni del sistema politico non ha

la possibilità di uscire, cioè di creare e fondare un altro sistema politico dentro

quello di partenza, e dunque di sottrarsi alle decisioni dello stesso. Sartori si

rifà a tal proposito alla tripartizione di Hirschmann per cui gli individui

all'interno di un sistema politico di fronte al potere hanno soltanto 3 possibilità:

fedeltà, protesta, uscita.

3.2 La dimensione orizzontale della politica; Hannah Arendt

La dimensione orizzontale è la dimensione della partecipazione; per analizzarla si

farà riferimento ad Hannah Arendt e alla sua opera Vita activa. La condizione umana.

In quest'opera Hannah cercò di calarsi nella testa dei greci classici per recuperare il

concetto di politica che a suo dire si era perso.

La Arendt partì dall'analisi della condizione umana, quella che caratterizza più o

meno tutti gli esseri umani; questa è composta da due tipi di attività: la vita

contemplativa e la vita attiva (activa).

Fino al secolo V a.C. i greci stabilirono una gerarchia netta fra le due vite

prediligendo quella attiva; dopo Platone si fece invece risaltare la vita contemplativa.

La vita activa per la Arendt si sviluppa secondo 3 modalità:

lavoro; attività metabolica compiuta da qualsiasi essere umano e animale per

• sopravvivere. È una necessità inscritta

opera; attività con cui gli esseri umani costruiscono e creano qualcosa che

• prima non c'era (idea dell'homo faber)

azione; l'azione in questione è quella eroica del guerriero (ossia il suo gesto

• bellico); questo si trasferì poi dal campo di battaglia a un campo diverso dove

viene simulata, quello della contesa politica in cui ci si scontra a parole.

Solo nell'azione l'essere umano esprime la sua vocazione più autentica perché può

trasferire la sua unicità e diversità rispetto a qualsiasi altro essere umano; oltretutto

solo l'azione può consegnare agli esseri umani l'immortalità, una fama immortale che

venga tramandata dai posteri. 3/11

Di quali azioni si sta parlando?

Innanzitutto si sta considerando l'azione eroica (sebbene nella valutazione di quanto

1

sia eroica o meno non rientrino i canoni di bene e male ), poi la costruzione della

polis e l'invenzione della politica.

La polis non era solamente da intendersi come un luogo fisico ma era soprattutto uno

2

spazio immateriale che si creava nel momento in cui i cittadini si ponevano gli uni al

cospetto degli altri (e qui emerge la dimensione orizzontale della politica/polis).

Per i greci la polis era la costruzione di un “grande teatro” che serviva per due

funzioni: consentiva a qualsiasi cittadino di avere di fronte un pubblico di testimoni

che poteva vedere le sue azioni e ammirarlo all'opera, ed era un meccanismo di

organizzazione della memoria (quasi esclusivamente orale).

Infatti applicando quella che era proprio della virtù bellica all'ambito del discorso e

della parola si poteva conseguire la fama immortale anche nella polis pronunciando

discorsi politici (e l'immortalità si fissava nella memoria dei concittadini).

Ciò proseguì fino alla fine del V secolo; poi secondo la Arendt cominciò a

insinuarsi qualcosa per cui la vita activa e contemplativa si invertirono e si avviò la

decadenza della politica in questi termini.

La data in questione è il 399 a.C. (l'anno in cui Socrate fu processato e condannato a

morte).

Dopo ciò, soprattutto a partire da Platone, cominciò a svilupparsi l'idea che bisogna

ascoltare una “voce” dentro di noi, la voce del daemon, perché solo ascoltandola ci si

può avvicinare al giusto e al bene; ma così facendo dobbiamo allontanarci da

qualsiasi moltitudine rumorosa, politica compresa.

La decadenza della politica subì un'ulteriore involuzione con il Rinascimento, che

cambiò nuovamente le gerarchie tra le attività umane perché il Rinascimento

accantonò la vita contemplativa per collocare in cima l'opera (non l'azione).

Infine la definitiva cancellazione della politica avvenne con l'ascesa

dell'industrializzazione in cui tornò in auge la dimensione del lavoro inteso come

puro ciclo metabolico.

In base a questa visione l'individuo divenne un piccolo ingranaggio di un

meccanismo più complesso; le origini del totalitarismo sono dunque nella logica della

società industriale per cui l'accrescimento costante della nazione divenne l'imperativo

costante e questo finì per ridurre ciascun singolo individuo a “ingranaggio”.

Per la Arendt, tuttavia, durante le prime battute delle varie rivoluzioni (francese e

americana) la politica ha avuto dei momenti in cui è tornata alla ribalta perché sono

riemerse condizioni in cui si è formato lo spazio politico come spazio pubblico in cui

si appare.

La politica viene qui vista quindi come un modo per esprimere una parte di sé, come

qualcosa di piacevole e “divertente”: appagando una parte della propria personalità le

persone trovano una felicità pubblica (e questa permette di capire perché in alcuni

eventi storici le persone iniziarono a far politica).

1 L'inganno del Cavallo di Troia è uno stratagemma eroico sebbene sia eticamente e moralmente spregevole.

2 Maschi adulti in grado di portare le armi, figli di genitori ambedue ateniesi. 4/11

3.3 La dimensione escludente; Carl Schmitt

L'opera a cui ci rifacciamo è Il concetto di politico, Carl Schmitt, 1927.

Schmitt fu un giurista e un pensatore cattolico e nazionalista che col tempo si

avvicinò al Nazionalsocialismo hitleriano.

Cosa si definisce “politico” in questo contesto?

Si riferisce alla specificità del fenomeno politico e a partire da questo saggio divenne

usuale distinguere tra “politico” e “politica”: la politica è l'insieme delle

manifestazioni politiche, invece il politico è considerato il cuore originario dei

fenomeni politici, cioè ciò che caratterizza al di là delle sue manifestazioni storiche il

fenomeno politico.

La novità introdotta da Schmitt fu quella di chiedersi cosa caratterizzi la politica

senza però riferirsi allo Stato (al contrario di quanto aveva fatto Weber).

La politica per Schmitt va intesa come si intendono e si sono intese nel corso dei

secoli la bellezza e la giustizia.

Le diverse società umane hanno ad esempio attribuito diversi criteri di bellezza, ma è

sempre esistito un criterio di fondo che stabilisce cosa sia bello o meno (cambiano

dunque i contenuti e le modalità ma non il criterio di giudizio).

Se si cerca quindi un contenuto costante non lo si può trovare perché le istituzioni

politiche sono cambiate così come i compiti della politica e le ideologie (dunque non

si può ricondurre la politica allo Stato perché questo è solo una delle sue

manifestazioni).

Si può però individuare un criterio specificatamente politico che ci aiuti a dire cosa

sia più o meno politico: questo ha a che vedere con l'estremo grado di intensità di

un'unione o di una dissociazione.

Implicitamente Schmitt si riferiva a un'idea ampiamente diffusa nella sociologia

tedesca, ossia che tutta la vita sociale si articoli in una pluralità di cerchie.

Tutte queste associazioni hanno un grado di politicità che può essere più o meno

elevato, e il grado di politicità è dato proprio dall'intensità dell'unione.

Il massimo grado che può assumere una dissociazione è la divisione tra amico e

nemico; il nemico per Schmitt è l'hostis, il nemico pubblico (non l'inimicus, il nemico

privato), colui che si colloca fuori dall'intero gruppo politico.

Tale dissociazione si esplicita nello scontro bellico tra le due fazioni: una comunità

politica può non solo individuare una comunità nemica, avversa, ma può ritenere

anche giuridicamente e politicamente legittimo arrivare alla soluzione estrema

dell'eliminazione altrui.

Quanto detto finora non aggiunge molto di nuovo alla definizione già data da Weber

(per cui lo Stato ha il monopolio dell'uso legittimo della forza fisica).

Tuttavia ciò che distingue queste considerazioni da quelle di Weber è che per Schmitt

lo Stato non è l'organizzazione politica più “politica”; un partito può infatti diventare

più politico dello Stato nel momento in cui riesce ad impossessarsi ad esempio delle

strutture statali.

Dunque la visione di Schmitt si concentra sulla politica intesa come conflittualità, e

non solo come esclusione ma anche come inclusione. 5/11

Il presupposto del discorso di Schmitt è la visione del pessimismo antropologico che

considera l'essere umano come caratterizzato da pulsioni, istinti e comportamenti

conflittuali verso i suoi simili.

Per Schmitt il massimo grado di dissociazione si ha sì nello scontro bellico, ma

soprattutto nella guerra civile (perché si ha lo scontro tra “cerchie” che sono poste in

relazione tra di loro e inserite nel medesimo contesto sociale, dunque non sono

estranee).

La politica intesa come conflitto è dunque ineliminabile dalla vita umana, pertanto le

linee di distinzione tra amico e nemico sono destinate a riproporsi spontaneamente

ogni volta che insorge un conflitto; non a caso il presupposto di Schmitt è che l'essere

umano sia necessariamente conflittuale e che l'esperienza del conflitto sia connaturata

e non possa essere eliminata se non eliminando l'uomo stesso.

Qualunque contrapposizione, poi, può diventare politica (anche quelle economiche,

religiose e culturali); si parla dunque di politicità latente.

Le distinzioni economiche non sono necessariamente contrapposizioni politiche ma

possono diventarlo (ad esempio se sussista una divisione tra lavoratore e datore di

lavoro questa contrapposizione può trasformarsi in amico-nemico).

Il confine tra amico e nemico non è stabile e può modificarsi.

Il sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione; questo può essere

considerato come lo stato di emergenza in cui viene sospeso il normale ordinamento

giuridico e si decide con criteri politici (ad esempio in guerra con la legge marziale).

Il vero sovrano è colui che si colloca al di sopra dell'ordinamento giuridico e può

decidere quando sospenderlo (ad esempio con i processi sommari); è in queste

situazioni che capiamo chi ha il potere e chi mette le distinzioni tra amico e nemico.

Dunque non è necessariamente lo Stato l'istituzione sovrana in cui dobbiamo trovare

la massima espressione di politicità.

Poi la politica per Schmitt è anche onnipresente, è pervasiva e plasma il nostro

modo di percepire la realtà; la manifestazione più evidente di questo la ritroviamo nei

concetti e nelle parole che usiamo per rappresentare la realtà, le quali sono il riflesso

dei conflitti e degli esiti che hanno avuto.

Infatti tutti i concetti politici sono concetti polemici, di conseguenza sono stati

costruiti per delegittimare alcune forze politiche e legittimare il potere altrui nel corso

di un conflitto politico (ad esempio il concetto di Repubblica, Nazione, Stato e

Democrazia).

Nel tempo sono state però rivolte alcune critiche alla concezione di politica

espressa dal pensatore tedesco.

Innanzitutto Schmitt, pur ritenendo che la politica sia caratterizzata sia da una

dimensione esclusiva che da una inclusiva, considera quasi unicamente la prima:

dunque l'unità politica esiste solo in misura in cui esclude qualcosa, ma Schmitt non

tratta mai a proposito dell'unità e di cosa crei l'associazione politica.

Altra critica rivoltagli da Sartori è quella per cui il suo concetto di politica si riferisce

solo alla “politica a caldo” e non a quella a “freddo”.

3.4 La politica come vincolo sociale

Per trattare di questo argomento ci rifaremo a Weber che si occupò di cosa tiene

assieme un gruppo politico.

3.4.1 Il Verband politico secondo Max Weber

Weber introdusse a tal proposito l'espressione Verband (solitamente tradotta con

“gruppo chiuso”): tutti gli esseri umani tendono a vivere in Verband che sono gruppi

chiusi o gruppi corporati (che si trasformano in una corporazione).

Il Verband è innanzitutto un gruppo chiuso di persone, quindi ci si concentra su

qualcosa che sta attorno alla dimensione verticale.

Parlando di gruppo aperto o chiuso Weber si richiama alla distinzione tra società e

comunità introdotta dalla sociologia tedesca di fine Ottocento/inizio Novecento: la

comunità definisce infatti un'appartenenza chiusa (si appartiene a un gruppo

comunitario in modo stabile e non si può entrare e uscire a piacere), viceversa la

società descrive una relazione aperta.

Esistono poi per Weber tante tipologie di Verband, tuttavia ce n'è una che è

specificatamente politica; questo Verband si ha nella misura in cui riesce a far valere i

suoi ordinamenti entro un dato territorio (cioè che abbia stabili limiti geografici) e

garantisce le proprie direttive mediante l'impiego o la minaccia della coercizione

fisica utilizzando il proprio apparato amministrativo.

La forma più conosciuta è il Verband politico territoriale, ma forse nel passato c'era

anche quello non territoriale; ad esempio nelle popolazioni nomadi esisteva un

Verband esercitato non tanto su un territorio fisso ma su un territorio che si spostava

seguendo i vagabondaggi.

Il Verband è una relazione sociale chiusa con confini materiali o immateriali, e non è

che una forma diversa della cerchia sociale già vista in Schmitt.

È sempre caratterizzato al suo interno da un leader, un capo che viene coadiuvato da

un apparato amministrativo nella sua funzione (nessun capo politico può svolgere

alcuna funzione se non è sostenuto da un gruppo amministrativo). 10/11

Ogni Verband politico ha una propria struttura elementare che ricorre, tuttavia

cambiano i criteri di selezione del “personale amministrativo”.

Weber individua 3 fonti di legittimazione del potere: legittimazione carismatica (che

per il pensatore è quella prevalente dal punto di vista genetico, ossia nasce prima),

legittimazione tradizionale e razional-legale.

Legittimazione carismatica; questa risale originariamente ai movimenti

1. religiosi il cui capo era dotato di carisma, un carattere eccezionale che avevano

alcuni profeti e che derivava da un dono divino. In questa sua analisi Weber

ridefinì l'accezione del termine perché non si interessò al fatto che

effettivamente il capo possedesse tali doti, ma a suo dire era unicamente

necessario che i seguaci lo riconoscessero come dotato di qualità eccezionali.

Per quanto questa legittimazione sia fragile e non molto duratura, Weber era

convinto che proprio da essa nasca un movimento politico.

La leadership carismatica non possiede una vera e propria ideologia alla base

della legittimazione e non possiede neppure una legittimazione “legale”

(ovvero il leader non viene scelto con procedure formali); è dunque priva di

qualsiasi regolamentazione sia legale che tradizionale, perché l'unica forza che

sostiene questa leadership è la convinzione del carattere eccezionale del leader.

Un esempio di questa legittimazione è Mosè.

La legittimazione del capo può venir meno quando il leader non riesce a dare

prova delle sue capacità eccezionali o non sostiene una prova a lungo,

3

dimostrando di non possedere carisma ; è dunque sufficiente qualche piccola

difficoltà perché il rapporto si incrini.

Ogni gruppo politico, ogni Verband, necessita di un apparato di uomini per

funzionare, e il criterio con cui vengono scelti questi uomini è un criterio di

vicinanza al leader, di fedeltà; sostanzialmente il leader tende a circondarsi

delle persone nei confronti delle quali nutre maggior fiducia.

Un altro aspetto che caratterizza l'idealtipo di questa legittimazione è il rifiuto

di usare il “dono di grazia” per finalità economiche e utilitaristiche: quindi i

seguaci non perseguono vantaggi economici ma fini comuni.

Col tempo però la leadership carismatica può dissolversi oppure può evolversi

in qualcos'altro e ogni gruppo politico tende a modificare il proprio criterio di

legittimazione trasformandosi in un gruppo in cui il potere è legittimato in via

tradizionale oppure in via razional-legale.

Legittimazione per tradizione; il potere non è più nelle mani di un leader ma

2. chi esercita il potere è “capo legittimo” perché così stabilisce la tradizione

(Weber dice che vale l'autorità dell'eterno ieri, un insieme di tradizioni passate

che vengono sacralizzate e stabiliscono come si scelga un capo politico).

Tutte le monarchie ereditarie sono un lascito di questa visione, ma anche quei

regimi che Weber definiva sultanistici (attualmente presenti nel Golfo Persico).

Nel passato, dice Weber, si è sempre cercato questo passaggio dal carisma alla

tradizione, tuttavia l'autorità dell'eterno ieri non si tramuta in una costituzione

scritta ma in una consuetudine che si tramanda di padre in figlio.

I criteri con cui vengono selezionati i membri dell'apparato amministrativo

sono differenti, ma tendenzialmente ci si concentra sulla reverenza dei singoli

alla tradizione e sulla specifica educazione che garantisca tale reverenza (questi

seguaci diventano sostanzialmente servitori del sovrano e vengono retribuiti

con beni materiali che palesano la loro appartenenza a un gruppo privilegiato).

Legittimazione razional-legale; è quella che ci permette di ricondurci ai giorni

3. nostri. In questo caso la credenza che un potere sia legittimo si basa sulla

convinzione riposta nella legalità, cioè nella legge oggettiva e impersonale.

È dunque legittimo il capo politico scelto secondo i criteri stabiliti dalla legge

(il leader eletto con dati criteri durante le elezioni).

3 O càrisma, a seconda delle correnti di pensiero, in particolare se ci rifacciamo alla sua etimologia.

Questo è l'aspetto di legalità di questa legittimazione.

C'è inoltre l'aspetto della razionalità perché per Weber nella società moderna

gli obiettivi non vengono perseguiti sulla base dell'improvvisazione ma sulla

base di procedure standardizzate e regole che dovrebbero consentire di

raggiungere un obiettivo in modo più efficiente.

Qui si dovrebbe pensare alla burocrazia moderna, ossia una grande macchina

razionale che individua un obiettivo e stabilisce regole. 11/11

3.4.1.2 I tipi di amministrazione

Il Verband politico richiede mezzi materiali esterni; in particolare Weber si concentrò

sul rapporto fra il gruppo di uomini che costituisce l'apparato amministrativo e i

mezzi materiali (i beni).

Questi mezzi materiali sono sostanzialmente lo strumento con cui si esercita la forza.

Nell'ordinamento feudale l'apparato amministrativo possedeva i beni materiali per

svolgere il proprio compito (ovvero disponeva soprattutto dei beni militari quali il

cavallo e l'armatura).

Di conseguenza non era il capo a possedere i beni ma ciascun membro dell'apparato

amministrativo, il che comportava necessariamente un rapporto di fedeltà.

In ogni caso l'apparato amministrativo può possedere o meno i mezzi materiali, non a

caso a partire dal Seicento gli strumenti materiali vennero separati dagli uomini e

anche odiernamente in uno Stato moderno questa divisione è rimasta (dunque

l'ufficiale in posta non possiede la posta, un burocrate non possiede il proprio ufficio

e via dicendo).

Weber distinse poi tra un gruppo articolato per ceti e l'amministrazione centrale.

In un gruppo articolato per ceti l'amministrazione possiede i beni materiali, di

conseguenza il capo politico deve di volta in volta chiedere il sostegno di coloro che

appartengono all'apparato amministrativo (il già citato rapporto di fedeltà).

Nell'amministrazione centrale, viceversa, il sovrano cerca di accentrare nelle proprie

mani tutti gli strumenti necessari all'esercizio dell'amministrazione (compresi la

coercizione fisica e l'imposizione fiscale sul territorio).

Fu a partire dal Cinquecento con la diffusione dello Stato moderno che il modello

dello Stato centralizzato iniziò a diffondersi.

Weber a tal proposito si richiama anche al patrimonialismo sultanistico, ossia a quelle

forme di organizzazione che troviamo in Medio Oriente in cui il capo politico

concentra nelle sue mani tutta l'amministrazione e tutto il territorio dello Stato (non

c'è dunque una distinzione netta tra il patrimonio privato e pubblico del sovrano).

3.4.2 Gianfranco Miglio e l'obbligazione politica

Un altro politologo che si occupò di politica come vincolo sociale fu l'italiano Miglio,

il quale cercò di definire la politica come vincolo partendo dall'idea weberiana di

Verband per aggregare in essa una serie di altre idee (tra cui quelle di Schmitt).

Lo scopo che si propose Miglio fu quello di individuare quali sono le regolarità

storiche che caratterizzano i fenomeni politici e che si ripetono inflessibilmente nel

tempo e nello spazio.

A tal proposito introdusse una distinzione tra obbligazione politica e contratto

scambio.

3.4.2.1 Le fonti della teoria dell'obbligazione politica: Hobbes e Tönnies

Questa prima idea ha matrici storiche complicate, in particolare l'idea di obbligazione

ricorre nel pensiero politico britannico a partire dal Seicento circa; per i politologi

britannici il problema dell'obbligo politico fu in sostanza il problema della

giustificazione dottrinale e ordinale del cuore dell'ordine politico, l'obbedienza.

Questo problema venne declinato in vari modi tra cui quello proposto da Hobbes nel

Leviatano.

Hobbes spiegò la realtà di obbligo giustificandola in termini razionalistici: i cittadini

decidono di rinunciare alla propria libertà in cambio della propria sicurezza (dunque

firmano un patto con cui concedono tutte le loro libertà al sovrano in cambio

dell'assicurazione dell'ordine e della sicurezza pubblica).

Hobbes aveva una visione fortemente negativa dell'essere umano, esplicabile con una

frase del commediografo latino Plauto per cui i rapporti tra gli esseri umani sono

come i rapporti tra delle belve (Homo homini lupus → “l'uomo è lupo per l'uomo”).

La relazione contrattuale è invece il vincolo con cui i singoli cittadini si accordano

per una transazione, di conseguenza due individui stabiliscono per loro precisa

volontà una relazione tra loro che in teoria dovrebbe portare reciproci vantaggi.

La distinzione che Miglio compie tra obbligazione politica e contratto scambio

4

è una “rivisitazione” della già citata dicotomia introdotta da Ferdinand Tönnies tra

comunità e società (due diverse tipologie di vincolo sociale).

Per comunità si intende la comunità di villaggio (alla quale si appartiene per nascita),

dove prevalgono relazioni di status come per esempio quella per cui il discendente di

una famiglia nobile eredita tanto le ricchezze e i diritti dei padri quanto i doveri

(ciascun individuo occupa la posizione che gli assegna la società).

La società è invece quel tipo di assetto sociale in cui i singoli individui decidono

liberamente e razionalmente che relazione sociale intrattenere e che lavoro svolgere,

ovvero che posizione ricoprire. 12/11

3.4.2.2 Obbligazione politica e contratto-scambio: le differenze strutturali

È comunque importante sottolineare che sia il contratto scambio che l'obbligazione

politica sono due idealtipi, due idealizzazioni metastoriche e astrazioni che pendono

verso la realtà, servono per coglierne alcuni elementi tuttavia non corrispondono

perfettamente ad essa.

Lo strumento di obbligazione politica può essere impiegato per cercare di capire non

solo cosa sia specifico della politica ma anche del vincolo politico.

4 Alternativa grafica: Toennies.

Viceversa il contratto scambio è l'idealtipo (il paradigma) del rapporto contrattuale

non politico in cui due individui si impegnano reciprocamente a fare qualcosa l'uno

per l'altro.

L'idea di Miglio è che questi due tipi di vincoli sociali convivano sempre nel passato

e nel presente, ossia sono compresenti anche se tra loro incompatibili: ciò significa

che questi vincoli sono le due aree in cui si divide la società e che in essa, in un

determinato contesto storico, può aumentare l'uno e ridursi l'altro e viceversa.

Per Miglio poi questi due vincoli sociali sono entrambi connaturati all'uomo, cioè

sono due forme sociali di relazione che si troveranno sempre in qualunque momento

e contesto perché corrispondono a delle inclinazioni umane.

Analizziamo ora i rispettivi soggetti coinvolti, gli oggetti a cui si rivolgono, la

struttura e l'orizzonte temporale che li caratterizzano.

Soggetti; il soggetto dell'obbligazione politica è una moltitudine di individui

• (un gruppo numeroso, non a caso l'obbligazione è tanto più forte quanto più è

numeroso il gruppo di coloro che sono soggetti all'obbligazione stessa), nel

contratto sono invece pochi, nel paradigma al limite 2.

Da questa differente composizione dei soggetti scaturisce una distinzione circa

la responsabilità, perché nel contratto la responsabilità è sempre individuale,

viceversa nell'obbligazione è quasi sempre impossibile accertarla e dunque è

collettiva.

Oggetto; nel primo caso è globale e non predeterminabile, perché l'oggetto di

• un'obbligazione politica riguarda genericamente tutti i bisogni che si pensa

potranno emergere nel futuro. Nel contratto scambio invece l'oggetto è tanto

più definito quanto è preciso il contratto.

Struttura; la differenza qui riguarda i modi che fanno finire i due tipi di

• relazione, quindi la principale differenza strutturale riguarda la reversibilità o

meno del rapporto: l'obbligazione si presenta come una relazione non

5

reversibile, è esclusiva e non prevede “clausole di uscita” , viceversa il

contratto scambio.

Dunque chi sottoscrive un'obbligazione politica non può uscirne, non può

assumere solo i diritti e scampare ai doveri (per mantenersi l'obbligazione deve

presentarsi come non reversibile e deve ostacolare in tutti i modi i tentativi di

reversibilità).

Obbligazione politica ha poi una struttura verticale piramidale mentre la

relazione del contratto è orizzontale, ci si pone circa sullo stesso piano.

Orizzonte temporale; l'obbligazione politica ha un orizzonte futuro

• indeterminato, non si pone cioè alcun limite di tempo (non è che lo Stato dica

che una legge, un'imposizione fiscale ecc. valgano solo per tot tempo), la

durata dei contratti è invece limitata nel tempo anche per consentire la

reversibilità.

5 Usando la terminologia di Sartori. 17/11

3.4.2.3 Lo schema di formazione della sintesi politica e della leadership

Come si giunge a una sintesi politica (ovvero, come si giunge alla strutturazione e

alla formazione di un gruppo politico)?

Miglio sintetizzò alcuni elementi già presenti in Weber e in altri pensatori creando

uno schema metastorico (quindi una semplificazione che serve a fornire una

rappresentazione stilizzata).

Secondo Miglio si formano contemporaneamente la sintesi politica e la leadership:

ciò significa che il gruppo politico si costituisce insieme alla sua struttura gerarchica.

“Sintesi politica” è un termine generale con cui si indica ogni forma storica di

organizzazione del potere, un termine che traduce l'espressione “Verband politico”.

Lo Stato moderno, gli Imperi dell'antichità, le poleis greche o i partiti politici sono

tutti esempi di sintesi politica per Miglio, basta che siano “relazioni sociali chiuse che

abbiano al loro interno una struttura di potere”.

La sintesi non coincide con l'obbligazione politica, perché questa è il rapporto sociale

che lega assieme un gruppo di individui, il rapporto che si instaura tra capo e seguaci;

la sintesi è l'insieme di regole che si creano attorno all'obbligazione politica.

Perché si formi una sintesi politica la prima tappa è metastorica ed è quella in

cui un gruppo di individui è pensato come privo di organizzazione, ed è un gruppo

umano che vive in un ambito territoriale e in un contesto circoscritto e condivide una

lingua comune; da questo scambio secondo Miglio si formano rappresentazioni

sociali comuni.

Questo termine era già stato usato da Durkheim e si riferisce a delle rappresentazioni

del mondo e della realtà indipendenti dai singoli individui; le rappresentazioni sociali

divengono autonome dalle persone che le hanno prodotte, ma sono comunque

prodotto di scambi tra individui.

Da queste rappresentazioni nascono bisogni comuni; poi si può trovare la necessità di

giungere a un'azione comune, preceduta da una decisione.

Una decisione si prende solo dopo la persuasione, che è la seconda tappa: un gruppo

informale quando deve agire assieme concorda un'azione comune con una decisione e

a questa decisione si arriva quando qualcuno riesce a imporsi.

Sostanzialmente ciò significa che le decisioni, anche quando sembrano prese

collettivamente, sono in realtà l'esito di micro interazioni.

A tal proposito è importante la persuasione verticale che si impone quando emergono

dei super persuasori che riescono a sopraelevarsi rispetto al resto del gruppo.

La terza tappa conduce a una strutturazione politica; il passaggio si definisce nel

momento in cui un persuasore propone uno specifico progetto di azione ed ottiene il

consenso per questo progetto.

Il gruppo a questo punto assume una struttura gerarchica in cui il super persuasore si

colloca in cima e ottiene consenso divenendo sostanzialmente un capo politico; sotto

di lui si attiva una divisione stabile dei compiti all'interno del gruppo.

L'ultima tappa che individua Miglio è il successo che corona questo progetto

d'azione, con cui la posizione del leader viene consolidata; l'insuccesso viceversa può

avere effetti distruttivi.

Questo schema richiama la nascita del potere carismatico tratteggiata in Weber, senza

dimenticare che però il leader in Weber non è solo ma è supportato da un piccolo

apparato amministrativo che serve a realizzare un progetto d'azione.

Miglio non spiega da dove venga la capacità persuasiva del leader perché a suo

giudizio è unicamente importante il fatto che grazie alle proprie doti il leader riesca a

strutturare il gruppo in modo gerarchico.

4 IL POTERE COME OGGETTO DI STUDIO DELLA SCIENZA POLITICA

4.1 Gli elitisti italiani

Come già detto la scienza politica è nata e morta diverse volte negli ultimi 2500 anni.

Nell'ultimo secolo sono state sviluppate diverse teorie, tra cui quella promossa dalla

scuola elitista italiana; a questa appartennero i 3 pensatori Mosca, Pareto e Michels.

Questi diedero una rappresentazione della società come inevitabilmente dominata da

minoranze; il loro obiettivo era di dimostrare scientificamente che in ogni società

esiste una minoranza organizzata che si impone sulla maggioranza disorganizzata.

19/11

Le loro riflessioni furono accomunate da diversi elementi di fondo.

Innanzitutto gli elitisti furono considerati esponenti del realismo politico, un modo di

approcciarsi alla politica e di guardare i fenomeni politici con uno sguardo che si

definisce appunto “realista”.

Sostanzialmente gli elitisti puntarono a comprendere e a descrivere la politica per

come è nella realtà, rifiutando un ideale normativo (ossia ricercarono la spiegazione

ultima dei fenomeni politici nella realtà immutabile della natura umana).

Il primo realista in assoluto può essere considerato Tucidide, secondo cui dato che la

natura umana è fatta in un certo modo e si perseguono obiettivi come il potere,

l'onore e la sicurezza, allora la politica deve riprodurre alcune tendenze e alcuni

elementi costanti proprio perché la natura umana è immutabile.

Altro realista può essere Machiavelli, il quale sostiene di occuparsi della verità

effettiva delle cose e di non costruire “repubbliche immaginarie”.

Tutti gli elitisti vollero dare una connotazione scientifica al vecchio realismo politico,

ritenendo che fossero mature le condizioni per cui si potesse creare una scienza che

spiegasse la politica.

Il secondo elemento che accomunò gli elitisti fu l'idea che esista in ogni società una

minoranza che si impone sulla maggioranza (e la politica è sempre riconducibile alla

loro azione).

Non a caso vennero chiamati elitisti (NdR: non elitari) perché accomunati da una

visione elitaria della politica (anche se solo Pareto parlò esplicitamente di “élite”).

L'élite indica una minoranza eletta che è superiore in termini morali rispetto alla

maggioranza; nonostante ciò gli elitisti non avevano una simile concezione della

minoranza perché non ritenevano che questa sia superiore agli altri, semplicemente

questo gruppo riesce a imporsi in quanto organizzato.

4.1.1 Mosca

Mosca utilizzò l'espressione “scienza politica” ritenendo che fosse giunto il tempo di

costituire questa disciplina.

La prima opera, scritta quando Mosca era giovanissimo, fu la Teorica dei governi e

governo parlamentare, 1884; in quest'opera Mosca sviluppò la critica alla dottrina del

governo rappresentativo cominciando a elaborare la propria visione che lo renderà

celebre, la teoria della classe politica: in ogni sistema, in ogni società è sempre

esistita una minoranza organizzata che ha detenuto il potere e che ha goduto dei

vantaggi connessi a questo monopolio.

Questa prima opera fu fortemente polemica perché a suo giudizio nonostante

apparentemente ci fosse un governo rappresentativo nella realtà chi comandava in

Italia erano solo poche persone (circa il 2% della popolazione).

Il termine “classe” non venne introdotto da Mosca ma aveva già una certa diffusione

nel lessico politico dell'epoca; fu Marx a trasformare il concetto di “classe”

attribuendogli una forte valenza politica (precedentemente era utilizzato come

strumento statistico).

Per Mosca la classe politica non coincide assolutamente con la classe economica.

Mosca fu comunque politicamente parlando un conservatore, affine alla Destra

storica (criticò il Parlamento per dire che il parlamentarismo è solo una parentesi che

rischia di avere esiti non felici).

Nel 1896 scrisse poi la sua opera cardine, Elementi di scienza politica; la seconda

edizione del 1923 vide l'aggiunta di un nuovo volume e vide una modifica del proprio

sistema teorico.

Mosca fu infatti uno dei pochi intellettuali italiani che pur provenendo da un versante

conservatore fu fortemente critico nei confronti del fascismo (da qui il suo

allontanamento dalla scena pubblica e una revisione della sua dottrina in cui il

sistema rappresentativo viene riabilitato).

Cosa è la scienza politica per Mosca?

È innanzitutto ben diversa dall'arte politica e dalla scienza di governo che dice cosa si

debba o non si debba fare nel governare (viceversa accadeva nel passato).

Per Mosca la scienza politica deve studiare con un occhio realista i fenomeni politici

individuando le costanti che si ripetono ciclicamente nella storia: è lo studio delle

tendenze costanti che regolano l'ordinamento dei pubblici poteri.

Mosca sosteneva che l'obiettivo della scienza politica fosse quello di portare alla luce

le tendenze psicologiche costanti che caratterizzano sempre la vita politica.

Il modello a cui si deve guardare è quello delle scienze economiche, le quali cercano

di ricondurre ai singoli individui che operano sul mercato le tendenze economiche.

L'economia riflette come se l'uomo si comportasse sempre come homo economicus,

individuo che cerca di massimizzare sempre; obiettivo primario della scienza politica

è quello di capire come ragiona l'homo politicus, l'essere umano che opera in politica.

Mosca criticò due grandi tradizioni teoriche per cui le spiegazioni dei fenomeni

politici si hanno nelle differenze climatiche/ambientali e razziali; infatti gli esseri

umani sono accomunati da un fondo di “natura umana” che è identico, di

conseguenza non si possono spiegare i fenomeni politici puntando lo sguardo sulle

sopracitate differenze (possono spiegare le peculiarità ma non le grandi leggi). 24/11

Dal punto di vista metodologico Mosca riteneva che lo strumento di cui dovesse

avvalersi la scienza politica fosse la storia, lo studio del passato per trovare conferma

alle proprie ipotesi (vedi riferimento alla teoria della classe politica).

A tal proposito Mosca individuò in tutte le società questa tendenza costante da parte

della popolazione a dividersi in due gruppi, dei quali uno riesce a imporsi a causa

della sua organizzazione, o meglio della propria coesione.

Nelle diverse società i criteri grazie a cui si appartiene alla minoranza e le basi

giuridiche su cui si fonda il potere variano, ma Mosca individuò alcuni tipi di

costituzione costante; contrariamente a quanto sosteneva Aristotele per Mosca queste

sono sempre oligarchiche (dunque la monarchia e la democrazia non esistono o

quantomeno nascondono una realtà più profonda).

Queste sono:

Costituzione oligarchica militare

• Costituzione basata sulla ricchezza

• Costituzioni teocratiche (dove al comando c'è una minoranza di sacerdoti)

• Costituzioni ereditarie

Per Mosca il sistema feudale alle sue origini era un sistema basato sulla costituzione

militare, poi si è trasformato in un sistema ereditario; allo stesso modo buona parte

dei sistemi moderni dell'epoca si basavano sulla ricchezza.

A Mosca furono mosse due obiezioni: con la prima si rimarcò che nella

sua concezione il leader politico non ha quasi alcun ruolo, ma si parla solo di classe

politica, la seconda obiezione è più radicale e mira a comprendere se, poiché

dominano sempre le minoranze, la maggioranza abbia poteri.

Secondo Mosca innanzitutto nessun capo, per quanto autorevole, può mantenere il

proprio potere se non è attorniato da una classe politica compatta; alla seconda

obiezione risponde invece che la massa non ha potere, è una maggioranza

disorganizzata che al limite può esprimere un potere nei confronti della minoranza

quando esprime una minoranza organizzata che si ponga come potenziale alternativa.

Nella seconda edizione Mosca sostiene che la classe politica sia sempre una

minoranza ma riesce a estendere i propri confini pur non rimanendo necessariamente

unita (possono esistere alcune frazioni che divergono per orientamento); sulla base di

ciò Mosca sostiene che il sistema rappresentativo sia l'unico che consenta un

ricambio della classe politica senza passare per stacchi violenti.

A proposito della legittimazione del potere politico Mosca introdusse il

concetto di formula politica.

Secondo Mosca questa è la dottrina che giustifica il potere della classe politica,

quell'insieme di principi che servono a legittimare il potere della classe dominante.

La classe politica non si accontenta di esercitare l'autorità solo con la forza, con la

coercizione, ma cerca anche di darsi una base morale e legale.

Tali principi non sono creati dalla classe politica ma si trovano nella società e la

minoranza fa scaturire il proprio potere da principi che sono dunque appurati, facendo

in modo che essi siano conseguenza naturale di dottrine generalmente riconosciute.

25/11

Per Mosca gli uomini hanno la necessità di credere che il loro potere sia moralmente

giustificato da un principio superiore e non solo dalla forza.

Nella sua ottica la storia delle istituzioni politiche è la storia delle formule politiche

che si succedono nel tempo.

Le formule politiche sono dunque per Mosca delle sorta di grandi superstizioni, delle

credenze di cui la società necessita per garantirsi un ordine; sono superstizioni perché

non è rilevante che i valori siano effettivamente superiori dal punto di vista morale,

interessa solo che vengano ritenuti credibili.

Queste sono il cemento che tiene assieme la società e l'ordine politico; quando queste

credenze cominciano a dissolversi è possibile che emerga una nuova classe politica e

si arrivi a una trasformazione sociale (il riferimento in questione è soprattutto al

passaggio dalla società feudale alla società borghese mediato dalla rivoluzione

francese).

4.1.2 Pareto

Pareto fu di formazione un ingegnere, ma dopo le prime esperienze in questo campo

si dedicò allo studio delle scienze economiche.

Egli pose al centro della propria riflessione il tema dell'equilibrio economico tra

domanda e offerta; col tempo cercò poi di applicare questa idea agli studi sociologici.

La sociologia di cui parla non ha però molto a che vedere con la sociologia tipica dei

primi anni del Novecento ma si fonda su basi psicologiche proprie.

Alcune delle sue opere furono i Sistemi socialisti, un'opera a metà tra economia e

sociologia e Trasformazione della democrazia, una serie di riflessioni che Pareto

sviluppò durante il cosiddetto Biennio Rosso in cui si analizzava un periodo in cui

sembrava si fosse alle porte di un radicale cambiamento sociale e politico (l'autore

6

manifesta la sua simpatia per il nascente movimento fascista ); ma l'opera cardine, il

suo capolavoro, fu il Trattato di sociologia generale (1919), in cui Pareto condensò le

7

proprie ipotesi e la sua conoscenza storica .

Anche Pareto riteneva che ci fossero delle minoranze che gestivano il potere,

sebbene a differenza di Mosca egli parlò esplicitamente di élite (pur ritenendola

“l'insieme di individui che con le loro capacità dimostrano di avere successo in un

determinato ambito della vita sociale”).

Se Mosca concepiva questa minoranza solo in chiave politica (non a caso parla di

“classe politica”), Pareto distinse una classe eletta di governo da una classe non eletta

di governo (dunque le élite possono anche non essere politiche).

Infine il fondamento della minoranza in Mosca è dato dall'organizzazione, per Pareto

la spiegazione va ricercata nella psicologia; Pareto costruì quindi una grande teoria

psicologica che dovrebbe spiegare in base a cosa agiscono gli individui.

Pareto distinse le azioni in logiche e non logiche (rispettivamente studiate

dall'economia e dalla sociologia).

6 Anche se morendo nel 1923 non fece in tempo a vedere pienamente le derive che assunse il regime fascista.

7 Anche se quest'opera fu stesa nel corso di almeno 20 anni, di conseguenza alla sua pubblicazione molte idee e

molte riflessioni di Pareto furono viste come datate e ormai non consone.

Le azioni logiche sono quelle in cui il fine oggettivo dell'azione coincide con il fine

soggettivo di chi compie l'azione; questa corrispondenza non si trova invece nelle

azioni non logiche.

Quando non c'è tale corrispondenza spesso è perché il fine oggettivo non è concepito

chiaramente da chi compie l'azione; le azioni non sono irrazionali, semplicemente

non sono riconducibili alla razionalità strumentale.

Pareto distinse le azioni non logiche in:

Azioni in cui non c'è né un fine soggettivo né oggettivo (azioni abitudinarie,

• meccaniche)

Azioni in cui c'è un fine soggettivo ma non quello oggettivo (ad esempio le

• azioni prive di logica come la magia)

Azioni in cui esiste un fine oggettivo ma non quello soggettivo (le azioni

• istintive)

Azioni in cui il fine soggettivo differisce da quello oggettivo (si parla di

• eterogenesi dei fini; Pareto la associò spesso alle rivoluzioni i cui esiti finali

potevano essere ben difformi da quelli previsti).

Le azioni politiche sono soprattutto non logiche, infatti conta fondamentalmente la

componente irrazionale piuttosto che quella razionale. 26/11

Per Pareto esiste una tendenza per cui gli esseri umani trasformano le azioni non

logiche in azioni logiche giustificandole ricorrendo a teorie morali, religiose,

economiche o politiche.

In buona parte Pareto dimostrò come le ideologie e le istituzioni del passato furono

un travestimento di azioni non logiche; un esempio può essere l'istinto delle masse di

seguire i capi, che è un istinto imitativo (quindi non logico).

Pareto parlò poi di residui e derivazioni; i residui sono costanti mentre le

derivazioni sono variabili (coincidono con tutte le interpretazioni che gli esseri umani

danno di sé per giustificare una certa azione).

Le derivazioni dipendono dalla creatività e dalla fantasia di ciascuno, per questo non

sono costanti.

Pareto individuò 6 classi di residui, tra cui i residui legati all'integrità dell'individuo e

il residuo sessuale (tendenza istintiva alla conservazione individuale e della specie).

Tuttavia i due residui fondamentali sono l'istinto della combinazione e quello della

persistenza degli aggregati: il primo è l'istinto che gli esseri umani hanno nel

combinare cose tra loro molto diverse, il secondo è l'istinto misoneista, cioè la

tendenza a mantenere le regole che esistono in un gruppo e a far persistere esse.

Queste due forme di residui spiegano la gran parte dei principi politici e la distinzione

tra élite e masse le cui motivazioni psicologiche si trovano nei residui (cioè nella

psiche di ciascuno, che non può essere modificata).

Non a caso Pareto è noto per aver fornito una versione psicologica della teoria

dell'élite.

Pur riconoscendo che c'è sempre stata e sempre ci sarà nella società una classe

minoritaria preminente, Pareto lascia almeno aperta una possibilità parlando della

cosiddetta circolazione delle élite, secondo cui queste non sono sempre uguali nel

tempo ma esistono meccanismi per cui quando una élite ha adempiuto il proprio

“compito” (o in seguito a sconvolgimenti) ad essa si sostituisce un'altra.

Se Mosca non fu “usato” dal regime fascista perché scomodo (in quanto

espresse dubbi sul fascismo), Pareto diede una visione fortemente realistica delle

ideologie politiche, delle grandi rappresentazioni che però non presero piede.

Un ostacolo alla scienza politica, tra l'altro, fu il neoidealismo (i cui esponenti

fondamentali furono Benedetto Croce e Giovanni Gentile) che criticò tutto ciò che

derivava dal positivismo, criticando l'idea di una scienza sociale e di una politica.

4.1.3 Michels

Fu un personaggio molto eterogeneo; durante i suoi studi in Germania conobbe e fu

influenzato da Weber e dalle scienze sociali tedesche, pur iniziando ben presto a

frequentare il mondo intellettuale italiano.

Importante per la sua formazione fu la militanza nelle file del partito

socialdemocratico tedesco, di cui divenne un membro attivo; fu un esponente del

socialismo rivoluzionario, di quella che veniva definita “sinistra estrema”.

La sua fede politica socialista cominciò a indebolirsi col tempo e la sua opera

principale è una reazione di “disgusto” a un'esperienza che ebbe come militante

socialista: si accorse che all'interno del partito socialdemocratico chi prendeva le

decisioni era una ristretta oligarchia di dirigenti che tendeva a perpetuarsi

costantemente e che era sempre più distante dai militanti, iscritti e simpatizzanti.

L'opera in questione (pubblicata nel 1911) è Sociologia del partito politico nella

democrazia moderna. 1/12

In questo saggio Michels definisce la cosiddetta legge ferrea dell'oligarchia secondo

la quale, per raggiungere un obiettivo politico, qualsiasi gruppo sociale deve dotarsi

di un'organizzazione efficiente; ma chiunque dica “organizzazione” dice anche

tendenza all'oligarchia (ovvero l'organizzazione produce inevitabilmente la

formazione di un gruppo limitato preminente).

Michels sviluppò poi una seconda legge che costituisce un corollario della

precedente, la legge dello sconfinamento: ogni organizzazione e ogni partito tende

ad espandere il proprio potere oltre la sua sfera sociale e dei suoi fini originali.

Michels cercò di spiegare i motivi alla base di queste leggi concentrandosi

prevalentemente su un'organizzazione, quella dei partiti (ovviamente si riferiva alla

realtà del partito socialdemocratico tedesco e di partiti fratelli come quello italiano).

La realtà socialdemocratica tedesca può essere considerata come la prima “realtà di

massa” europea, quindi quello per Michels fu il modello più rilevante; poi si dedicò ai

partiti socialisti per la loro ideologia, in quanto dichiaravano tra i propri obiettivi la

necessità di realizzare una piena eguaglianza politica, economica e sociale fra tutti gli

individui, e per la loro struttura oligarchica.

Nel dare una dimostrazione della propria legge ferrea, Michels individuò una

serie di fattori tecnico-amministrativi, ideologici e intellettuali.

I primi impediscono che le masse si autogovernino; le assemblee, ad esempio, nel

momento in cui sono troppo numerose comportano una “selezione naturale” tra chi

assume un ruolo attivo e un ruolo passivo (di solito in base alla potenza vocale o alle

capacità oratorie).

Oppure se si deve gestire l'organizzazione del partito nel periodo che separa

un'assemblea dall'altra si delegano funzioni tecniche e amministrative a un gruppo di

volontari, che però è il preludio di una minoranza oligarchica.

8

Gli elementi “psicologici” sono ad esempio il bisogno di direzione delle masse che

necessita di attribuire qualità eccezionali ai leader o la tendenza all'estensione a vita

della delega attribuita a un dirigente (invece che essere eletti ogni tot tempo durante

le assemblee); se ci si dimette o lo si minaccia spesso è per rafforzare la propria

autorità di fronte al partito, per vedere le proprie dimissioni rifiutate.

Il partito così facendo tende a trasformarsi in una casta (visione piramidale).

Se consideriamo tutti gli elementi che compongono il partito, la base è vasta ed è

composta dalla massa, che non ha un rapporto diretto con l'organizzazione politica;

sopra c'è un vasto gradino composto dal corpo elettorale e poi i veri e propri iscritti.

Come si passa dagli iscritti al gradino successivo, ossia come è possibile che solo

alcuni abbiano un ruolo politico e diventino dirigenti?

Per Michels questo è un meccanismo spontaneo per cui buona parte degli iscritti

delegano un gruppo di persone disponibili a usare il proprio tempo e le proprie risorse

per svolgere un compito: si delineano i “frequentatori” e sopra i dirigenti, che

cominciano a essere retribuiti (a questo livello si comincia ad entrare nell'oligarchia).

Infine c'è il comitato direttivo del partito composto da poche persone che tendono a

rimanere sempre le stesse nel corso di decenni.

Questi meccanismi si instaurano necessariamente e dipendono semplicemente dal

fatto che buona parte delle persone iscritte a un partito non è disposta a spendere

molto tempo nelle attività politiche.

Comitato direttivo

Dirigenti

Frequentatori

Iscritti

Corpo elettorale

Massa

8 Ricordando che come in Pareto il termine “psicologia” non è da intendersi in quanto tale con riferimento alla

psicologia che cominciò a diffondersi nei primi anni del Novecento.

Infine Michels considera anche i fattori culturali, riferendosi al divario culturale

esistente tra i dirigenti e le masse (il divario era netto se si pensa al caso del partito

socialdemocratico, che in quanto partito di massa rivolgeva la sua attenzione alle

masse dei lavoratori).

Questo divario, che ad oggi si è praticamente annullato, tende a favorire l'idolatria dei

dirigenti, mitizzati anche dagli iscritti. 2/12

A tal proposito si parla di divaricazione culturale, ossia la tendenza a trasformare i

leader in creature eccezionali che meritano la dedizione totale da parte delle masse.

Al giorno d'oggi le osservazioni elementari di Michels (ad esempio la psicologia di

massa) non vengono più condivise dalla comunità scientifica.

Nella realtà politica odierna tutti i partiti si definiscono democratici, però le esigenze

della “lotta politica” fanno sì che il partito debba dotarsi di un organizzazione in

modo tale da rimanere integro; di conseguenza la legge ferrea dell'oligarchia è

difficilmente contestabile.

La seconda legge di cui parla Michels è la legge dello sconfinamento,

riferendosi sostanzialmente alla tendenza assunta dai gruppi sociali a estendere

sempre di più i limiti del proprio potere (è una legge che vale per tutte le

organizzazioni ma soprattutto per le organizzazioni partitiche).

Ogni elemento che compone l'oligarchia cerca infatti di estendere i confini del

proprio potere, ma ciò non significa che la leadership voglia trasformarsi

automaticamente e consciamente in una autorità, bensì che i leader politici

concepiscano questa espansione in buona fede come una necessità politica dettata

dalle finalità originali del movimento.

La leadership subisce progressivamente una mutazione psicologica che tende a

sovrapporre le esigenze del partito con le esigenze della leadership; ciò significa che

il leader di un partito tende a non concepire il futuro del partito senza di sé a capo,

concependo i propri interessi come esattamente coincidenti con quelli del partito.

Infine Michels giunse a sostenere che bisogna riconoscere la tendenza

all'oligarchia come necessaria: le organizzazioni politiche sfociano nell'oligarchia in

quanto organizzazioni politiche.

Michels parlò a tal proposito di decostruzione, in base alla quale l'oligarchia, una

volta criticata, viene rimpiazzata da una nuova dirigenza che però in un tempo più o

meno rapido si trasforma a sua volta in una oligarchia (si pensi a tal proposito a

un'onda che travolge e spazza tutto quello che si trova a riva per poi riportarlo dove

era prima una volta che si ritira).

Per questo motivo l'autore ritiene che sia necessario usare una serie di correttivi che

possano sostenere la leadership del partito a un controllo continuo (plebisciti,

referendum, misure che potrebbero favorire il ricambio interno alla classe dirigente).

Se Pareto sosteneva la teoria della circolazione delle élite, Michels riteneva più

frequente la fusione delle élite, perché quelle che contestano non riescono a scalzare

l'élite dominante e finiscono inevitabilmente per fondersi.

Mosca e Pareto parlarono in generale del rapporto tra minoranze e

maggioranze all'interno di una società, mentre Michels si concentrò su una precisa

parte della società, analizzando l'organizzazione di un partito politico; dunque per

Mosca e Pareto è impossibile l'autogoverno delle masse e una democrazia basata

sull'autogoverno del popolo, mentre Michels sostiene che non sia possibile la vita

democratica all'interno del partito.

Il fatto che i partiti non siano democratici al loro interno non comporta però che

manchi il pluralismo politico, escluso invece da Mosca e Pareto (per cui non esiste il

pluralismo delle élite politiche).

Questa differenza viene però ridimensionata dall'ultimo Mosca, per cui c'è sempre

una minoranza che governa ma dobbiamo riconoscere entro la classe politica una

distinzione tra coloro che effettivamente governano e coloro che stanno

all'opposizione (ciò è evidente nello Stato liberale rappresentativo, che consente una

pacifica alternanza al governo tra le diverse componenti della classe politica).

4.1.4 Il post elitismo

Gli elitisti italiani non ebbero eredi perché la scienza politica italiana morì per una

serie di opposizioni che incontrò nelle istituzioni accademiche (e il fascismo non

concesse particolare attenzione a nessuno dei 3 autori).

La riflessione elitista venne recuperata alla fine della WWII quando alcuni politologi

cominciarono a rileggere gli elitisti per ridefinire la classica teoria della democrazia.

Tra essi spicca Guido Dorso che scrisse La rivoluzione meridionale e Dittatura,

classe politica e classe dirigente (1949), riprendendo l'idea di Mosca per cui si può

riconoscere dentro la classe politica una classe di governo e una di opposizione;

secondo Dorso la lotta politica democratica richiede l'avvicendamento di entrambe le

posizioni, con un'alternanza politica pacifica.

Un altro autore è Filippo Burzio, che riprese la teoria delle élite di Pareto in Essenza

e attualità del liberalismo.

Burzio riprese in particolare la visione della circolazione delle élite proposta da

Pareto, aggiungendo che queste possono anche proporsi alla popolazione per ottenere

consenso (quindi la circolazione delle élite non avviene solo con scontri ma anche

rivolgendosi alle masse, senza lo strumento violento ma con la contesa elettorale).

Norberto Bobbio recuperò sia Mosca che Pareto e fu importante perché, in quanto

uomo “di sinistra”, studiò degli autori conservatori e ritenuti “antidemocratici”

sostenendo invece che essi non sono completamente antidemocratici, ma possono

essere usati anche in chiave democratica; poi Bobbio recuperò questi autori

sostenendo che fondarono la scienza politica italiana, legittimando entrambi gli autori

e la necessità di una disciplina che studi la politica con il metodo scientifico.

Giuseppe Maranini fece un'operazione analoga a quella di Dorso rileggendo Mosca in

chiave liberale e sostenendo che la democrazia competitiva possa essere intesa come

competizione tra frazioni della classe politica; anche Maranini sostenne la legittimità

della scienza politica.

Un ultimo autore fu Giovanni Sartori, importante per essere riuscito a fondere la

tradizione americana con quella italiana.

Tutti costoro furono un ponte tra la vecchia teoria elitista e la teoria democratica. 3/12

4.2 La scuola di Chicago

Si sviluppò durante gli anni Venti e Trenta attorno all'università di Chicago; due

furono i membri che si distinsero:

-Charles Merriam

-Harold Lasswell

La scuola di Chicago fu il ponte tra la scienza politica europea e quella americana;

questi politologi operarono in un contesto completamente differente da quello

analizzato dagli elitisti in Europa, in quanto la realtà americana era contraddistinta da

una maggiore preponderanza del potere economico rispetto a quello politico.

Infatti già da tempo i grandi gruppi economici potevano determinare e influenzare gli

orientamenti della politica grazie al supporto e all'aiuto elettorale concesso ai vari

candidati (a livello locale invece era spesso la criminalità organizzata a fare da

padrona nella politica).

La scuola di Chicago differì per 3 elementi dall'elitismo italiano.

Innanzitutto gran parte di questi pensatori si dedicarono allo studio della

dimensione locale, dovendo necessariamente adattare a una diversa realtà le teorie

elitarie di Mosca e Pareto.

Poi ci si pose come obiettivo lo studio della società del tempo (attenzione rivolta al

presente e non al passato come era successo con gli elitisti italiani); infine i concetti

di classe politica e di élite furono resi necessari per un'indagine empirica che manca

nella scienza politica europea (che sviluppò teorie e ipotesi ricercandone conferma

nella storia invece che nella società).

4.2.1 Lasswell

Lasswell fu forse l'autore che in maniera più energica cercò di declinare il concetto

paretiano di élite, in particolare in due opere:

Politics (1936); Lasswell riprese il concetto di élite cercando di capire come un

• individuo ne faccia parte: si fa parte di un élite quando si ha successo nel

campo del reddito, della deferenza e della sicurezza.

Il reddito è la ricchezza, mentre la deferenza è la reputazione che ha un

individuo, l'onore che la società gli riserva; la sicurezza è intesa invece come

sicurezza materiale (della propria posizione, della salute ecc.).

Questi concetti erano già noti in Tucidide, che durante la guerra del

Peloponneso riconobbe che gli individui perseguono i medesimi obiettivi;

esistono quindi 3 piramidi, 3 élite con al vertice chi ha ottenuto successo.

In Lasswell non c'è però un'esplicita definizione di “élite politica”: un'élite è

politica nella misura in cui influisce sulla distribuzione dei valori nella società

(ma senza usare necessariamente gli strumenti politici).

C'è quindi equiparazione tra potere, politica e influenza, e si antepone all'abilità

il successo.

Potere e società (1950); scritta a quattro mani con Abraham Kaplan, in

• quest'opera Lasswell tornò sull'individuazione delle aree di valori che

determinano l'appartenenza a un'élite.

Lasswell individuò 4 ulteriori valori di benessere e 4 di deferenza (soprattutto

perché quello della deferenza è un concetto sfuggente):

1. Benessere fisico

2. Ricchezza

Benessere 3. Abilità

4. Sapere (più generico e astratto rispetto all'abilità tecnica)

1. Benessere in senso proprio

2. Rispetto di cui si gode presso la comunità (l'onore)

Deferenza Affetto (ha a che vedere con il sentimento, di conseguenza è più forte

3. dell'onore)

4. Rettitudine (intesa come reputazione morale)

Non soddisfatto del risultato ottenuto, Lasswell distinse la base del potere (la

risorsa su cui si punta per scalare l'élite) e la sfera in cui il potere si esercita

(l'élite che si cerca di raggiungere); un individuo può sfruttare una risorsa che

ha a disposizione per raggiungere una posizione di vertice in un altro campo.

Ad esempio si può sfruttare la propria ricchezza o la reputazione per

conquistare una posizione di potere, oppure si può scalare un'élite mediante la

propria conoscenza teorica, il proprio sapere.

Di conseguenza Lasswell costruì una griglia con 64 opzioni, a seconda delle

varie combinazioni tra base e sfera del potere.

In questa seconda opera Lasswell introdusse una modifica rispetto alla

trattazione precedente, distinguendo più nettamente tra potere e influenza; in

generale l'influenza dipende dai valori posseduti e dalla potenzialità di esercitare

influenza, mentre il potere è un'influenza effettiva e costrittiva, con cui si costringe

qualcuno a fare qualcosa.

Così facendo si comincia a profilare l'idea che influenza e potere non coincidano.

Il campo del potere è comunque equivalente al campo della politica, perché la

dimensione politica è semplicemente un tipo particolare di influenza in cui si usano le

risorse a propria disposizione.

Per ricapitolare, nella prima opera potere, influenza e politica sono connessi, nella

seconda rimane l'identità tra potere e politica mentre si svincola l'equiparazione tra

influenza e politica.

Lasswell ebbe il merito di uscire da un'intelaiatura teorica che riconosce la

politica solo nelle istituzioni di governo (banalmente a oggi molte multinazionali

hanno un potere di gran lunga maggiore rispetto a quello di molti partiti).

Tuttavia le risorse di potere che Lasswell considerò sono molte vaste, di conseguenza

ci sono molte piramidi all'interno della società, ben più delle 8 riconosciute, proprio

in virtù delle combinazioni (quindi si rischia di perdere la specificità del potere; che

senso ha infatti se c'è un potere per ogni individuo?). 9/12

4.2.2 La scienza politica americana

La scienza politica americana ebbe una nuova ondata di sviluppo a partire dalla fine

della WWII, in seguito alla quale si verificò un mutamento dello scenario politico

internazionale (non a caso gli USA assunsero il ruolo di superpotenza globale).

Si ritenne a questo punto necessario rafforzare la scienza politica dal punto di vista

empirico, e ciò fu evidente nelle dimensioni del:

-metodo della scienza politica; a partire dagli anni Cinquanta del Novecento si

verificò una “rivoluzione comportamentista”, un movimento che indirizzò la nuova

generazione di scienziati politici verso una ricerca empirica.

La rivoluzione comportamentista fu innanzitutto favorita da un movimento di

protesta contro la vecchia tradizione degli studi politici perché c'era insoddisfazione

dal punto di vista dei risultati conseguiti (precedentemente si studiava la realtà

mediante il metodo giuridico senza però riuscire a comprendere a fondo i reali effetti

politici); i politologi comportamentisti si fecero portavoce dell'esigenza di creare un

metodo che portasse alla luce i reali effetti politici.

Poi i politologi comportamentisti provavano un complesso di inferiorità nei confronti

di discipline quali l'economia e le scienze psicologiche, che vennero prese a modello.

Parlando di scienze psicologiche ci si riferisce alla psicologia comportamentista, ben

differente dal comportamentismo (già nato all'inizio del Novecento) perché è

l'indirizzo con cui gli psicologi cercano di individuare riflessi psicologici individuali

che indirizzino i comportamenti (dunque abbandonarono l'introspezione tipica della

psicologia di inizio Novecento e introdussero il metodo sperimentale).

Infine i politologi comportamentisti si posero l'obiettivo politico di perseguire

strumenti conoscitivi che fossero utili alle autorità politiche per compiere le proprie

scelte, nella convinzione che fosse necessario creare un sapere utile a chi detiene il

potere; vennero quindi considerate inutili e dannose le riflessioni astratte e

filosofiche, concentrandosi solo sull'individuazione di dati empirici.

Già dopo gli anni Cinquanta la rivoluzione comportamentista iniziò a essere

soggetta a critiche che spesso furono autocritiche; ciononostante alcuni ideali del

comportamentismo rimasero e divennero i cardini su cui la disciplina della scienza

politica si continuò a muovere.

Quali sono questi principi che caratterizzano la rivoluzione comportamentista?

David Easton ne ricorda alcuni:

individuare regolarità nei comportamenti politici, individuando non tanto delle

• leggi quanto delle ricorrenze, delle regolarità nel tempo

controllo empirico, perché l'unico modo con cui si può sottoporre a verifica e

• dimostrare una regolarità di comportamento è il controllo della realtà

circostante; questo controllo avviene soprattutto attraverso tecniche

quantitative, ovvero la raccolta di dati

ruolo dei valori; obiettivo dei comportamentisti fu quello di rimuovere i valori

• dalla ricerca perché fosse avalutativa, priva di “infiltrazioni” religiose, etiche

integrazione della scienza politica all'interno delle scienze del comportamento

• idea che sia possibile (e doveroso) perseguire una scienza pura, che non abbia

• finalità direttamente applicativa e distinta da qualsiasi tentativo di scienza

applicata. Gli scienziati sociali del tempo erano impegnati in esperimenti di

ingegneria sociale con cui costruivano dei progetti di gestione dell'economia e

della società; loro scopo fu quello di fornire solo gli elementi di conoscenza,

non fornire direttamente gli strumenti che servono ai politici.

-modo di intendere la democrazia e il sistema politico americano; la domanda che

accompagnò il sistema politico americano fu se gli USA fossero veramente una

democrazia.

Questa domanda si declinò a sua volta in: cosa dobbiamo intendere per democrazia?

Come si studia effettivamente la distribuzione del potere (era necessario dimostrarlo

empiricamente avvalendosi di un metodo, su cui ci fu ulteriore suddivisione)?

La risposta alla prima domanda che divenne predominante tendeva a usare la

riflessione elitista in chiave critica; ci furono due studiosi che elaborarono questa

nuova teoria della democrazia.

4.2.3 Schumpeter

Il primo fu Schumpeter, all'interno dell'opera Capitalismo, Socialismo e Democrazia

(1942); in un capitolo rilevante ma non centrale venne affrontato il tema della teoria

democratica, che quindi non è il fulcro (l'opera voleva evidenziare invece la fine

della logica dell'economia di mercato, aspirando a una possibile programmazione

dell'economia – come già successo anche negli USA durante la crisi dei primi anni

Trenta con alcuni interventi “centrali” previsti dal New Deal).

Schumpeter si chiedeva se la democrazia fosse necessariamente legata al capitalismo

e all'economia di mercato, o se si può immaginare la democrazia in una società

organizzata detta “socialista” (ma non socialista in senso proprio come l'URSS).

I classici intendevano la democrazia come un insieme di obiettivi tra cui

l'autogoverno del popolo, l'educazione civica degli individui, il raggiungimento

dell'interesse generale e il rispetto dell'interesse generale; per Schumpeter la teoria

della democrazia si declinò nella teoria della democrazia competitiva, ossia una

teoria che non concepiva l'autogoverno ma prevedeva un metodo con cui il popolo

decidesse attraverso elezioni competitive chi dovesse occupare le cariche di governo.

Il compito del popolo non è autogovernarsi ma decidere chi sarà il leader mediante lo

strumento democratico delle elezioni competitive (che abbiano almeno 2 candidati).

Da qui in poi questa visione strumentale (intesa come “insieme di metodi”) della

democrazia influenzerà il dibattito successivo perché la scienza politica americana

accettò questa definizione e si immedesimò in essa. 10/12

Anche per Schumpeter, così come per i sociologi americani, le élite sono inevitabili,

ma la loro esistenza non è incompatibile con la democrazia; se non esistesse una

pluralità di gruppi elitari tra loro in competizione allora verrebbero meno le basi

stesse della democrazia, che necessita di una competizione e si avvale dello

strumento elettorale che consente la scelta tra i gruppi stessi.

La teoria di Schumpeter si presenta come una teoria realistica, un teoria che

cerca di definire la democrazia in base a come sono gli esseri umani (viene visto

come precursore delle teorie economiche della democrazia).

Questa visione della democrazia, oltre che realistica e competitiva, è stata definita

come poliarchica (ne parla in questi termini Robert Dahl, richiamandosi all'epoca

Medievale), perché esistono diversi gruppi che si “controllano” tra loro ed evitano

eccessivi accentramenti di potere.

La teoria competitiva della democrazia si può prestare a tante critiche,

innanzitutto a una critica centrata sul “dover essere” della democrazia, perché una

simile visione dimentica il popolo e la sua partecipazione attiva attribuendogli

unicamente un ruolo di spettatore passivo nella competizione tra élite.

Un'altra critica è inerente la capacità di questa visione di Schumpeter di descrivere

fedelmente i fenomeni politici, perché si descrive male come si distribuisce il potere.

4.2.4 Charles Mills e Floyd Hunter

Il secondo autore in merito fu Charles Mills, un sociologo “radicale” (cioè critico nei

confronti della società americana); nel 1956 pubblicò L'élite del potere.

In quest'opera Mills si chiede chi effettivamente comandi negli USA, chiedendosi

anche se ci fossero davvero molte élite che si controllano reciprocamente.

Mills individuò nella storia recente americana la formazione di 3 élite distinte:

-élite economica

-élite politica

-élite militare

Secondo Mills queste erano originariamente distinte, ma a un certo punto si poté

assistere a un processo di aggregazione di queste élite, quando dagli anni Trenta

l'ingresso del governo federale nell'ambito delle risorse economiche le amalgamò

(nonché con la WWII il ruolo dei militari crebbe di importanza).

Per Mills quindi si definì un'unica élite con una forte intercambiabilità.

La conclusione a cui giunge Mills è che gli USA si presentino come una potenza

paladina della democrazia, sebbene la loro ossatura democratica si stia sgretolando

perché sta emergendo un'unica élite che domina la scena politica.

Per questo motivo si parla di neoelitismo, che politicamente è di tendenza opposta

rispetto all'elitismo italiano perché le élite impoveriscono sì la democrazia, la quale è

comunque ricercata e voluta.

Una prima critica rivolta al neoelitismo è quella per cui Mills avrebbe

sopravvalutato il ruolo dei militari (visto il momento storico che si viveva); poi Mills

avrebbe dato una rappresentazione troppo semplice della società americana,

sminuendo eccessivamente il ruolo delle Chiese e delle varie professioni.

L'ultima critica è quella che si concentra sul fatto che le prove date per sostenere

l'unicità dell'élite siano troppo fragili.

Qualche anno prima di Mills (nel 1953) un altro autore, il politologo Floyd Hunter,

9

pubblicò uno studio sulla distribuzione del potere nella città di Atlanta . 10

In questa ricerca Hunter si chiese chi comandasse davvero a Regional City : esiste

una pluralità di élite oppure esiste un'unica élite?

Hunter cercò di concentrarsi sul tema del potere, definendo cosa sia: il potere è la

capacità di indurre altri individui ad agire in relazione a se stessi o a cosa organiche

e inorganiche secondo delle direttive (il potere è la capacità di indirizzare le azioni

degli individui; definizione simile a quella data già da Lasswel).

Hunter fece una ricerca che consistette nel sottoporre questionari ad alcuni membri

della vita cittadina; per l'esattezza 175 persone vennero “intervistate” per ricostruire

la fisionomia della vita cittadina.

Tra esse Hunter riconobbe 40 persone che emersero come persone potenti e che

provenivano dal mondo degli affari (sono componenti di un'élite puramente

economica collocata al vertice del potere cittadino).

Dopo Hunter intervistò a loro volta questi 40 individui, per poi ricostruire la

gerarchia della città; infine Hunter individuò un gruppo molto più ristretto di 5

persone che definì al vertice del mondo politico.

Quindi secondo Hunter non esiste una pluralità di élite, ma ce n'è solo una e questa è

quella economica.

Di conseguenza Hunter individuò 3 settori, la vita comunitaria, la dimensione

politica-amministrativa e quella economica, ma chi domina sono sempre i membri del

settore economico.

Anche questa indagine fu soggetta a critiche; innanzitutto l'aver scelto in modo

arbitrario i testimoni, mentre un'altra critica è più di carattere concettuale e riguarda il

fatto che Hunter studiò solo la reputazione di “individui potenti” (ma non è

necessariamente vero che potere reale e potere reputato coincidano).

Un'ultima critica sostiene che il metodo usato da Hunter influenzi notevolmente il

risultato, perché il metodo reputazionale determina in gran parte il risultato. 15/12

4.2.5 Robert Dahl

Tutto il dibattito successivo prese le mosse da Hunter e dalla sua analisi a partire da

una visione locale (questa scelta è in evidente contrapposizione con la metodologia

tipica della scienza politica in Europa).

Nella scienza politica americana si sviluppò il gruppo dei pluralisti; il nome deriva

dal fatto che essi ritengano che esista una pluralità di élite che detiene il potere.

Tra essi spicca Robert Dahl, il quale criticò sia la ricerca di Mills sia quella di Hunter

sostenendo che tali ricerche non diano una dimostrazione empirica di come sia

distribuito il potere e di chi lo eserciti; Dahl costruì quindi un grande progetto di

ricerca il cui obiettivo fu quello di portare alla luce prove visibili per dimostrare chi

effettivamente detenesse il potere.

9 Hunter sarà capostipite di una serie di studi concentrati sulla dimensione locale e cittadina; questa scelta è legata al

fatto che una vitale democrazia ha le proprie radici in una vitale realtà cittadina.

10 Il nome fittizio che attribuisce alla città di Atlanta. 11

Prese in esame la vita politica di una città del Connecticut, New Haven , usando due

metodi diversi (la domanda è sempre: chi detiene il potere?); infatti non viene usato il

metodo reputazionale di Hunter ma quello posizionale e quello decisionale.

Il metodo posizionale prende in esame la storia della cittadina cercando di

rispondere alla domanda di chi abbia occupato le posizioni di potere, da quali gruppi

sociali (quindi da che posizione) provengono le persone che nel corso di questo lungo

arco di tempo hanno occupato le cariche cittadine.

Dahl individua 4 grandi fasi storiche:

-dominio nella politica cittadina dei “patrizi” (le famiglie benestanti della cittadina →

fino a più o meno la metà dell'Ottocento)

-fase dominata dagli imprenditori (uomini d'affari, élite economica che occupa le

cariche politiche all'interno della città)

-fase degli ex plebei (politici professionisti che provengono dai ceti più umili →

inizio del Novecento)

-influenza indiretta da parte dei cittadini

Nella seconda fase Dahl impiegò il metodo decisionale, portando alla luce

qualcosa che rese visibile chi detenesse il potere; il potere è visibile nel momento in

cui qualcuno riesce a imporre una propria volontà e prende una decisione.

Così individuò 3 aree della politica cittadina:

-le politiche di risanamento urbano

-le politiche inerenti la pubblica amministrazione

-la scelta dei candidati alle cariche pubbliche dei candidati locali

Così facendo Dahl dovette prendere in esame un periodo di tempo sufficientemente

lungo; per le prime due aree prese in esame un periodo di 10 anni (1950-1959).

Per quanto riguarda la decisione dei candidati prese in esame dal 1941 al 1959

(perché sono decisioni più semplici da ricostruire).

Ricostruendo come vengono prese le decisioni assegna un'unità di punto a ogni attore

che riesce a far passare una propria proposta o ad avanzare con successo un veto nei

confronti di decisioni altrui.

Alla domanda chi comanda davvero rispose che nella città esistono élite ristrette,

esistono gruppi ristretti che hanno più potere decisionale, ma ciascuna è differente in

ciascuno dei 3 diversi settori; l'unico soggetto comune è il sindaco.

Ciò significa che la risorsa istituzionale rimane importante, perché il potere politico

non è completamente sottoposto al potere economico nella misura in cui il sindaco è

rilevante per prendere decisioni in tutti e 3 i campi; parlando di risorsa istituzionale ci

si riferisce a coloro che sono dotati di maggior potere decisionale, il sindaco e in

secondo ordine il funzionario dell'agenzia per lo sviluppo urbano.

Non c'è nessuna coincidenza tra gruppo di potere e un gruppo sociale: dunque i leader

dei diversi gruppi di potere non provengono da un unico settore sociale, e ciò

significa che non esista un'élite compatta economicamente, socialmente e

politicamente come sosteneva Mills.

11 Nota per essere la sede della prestigiosa Università di Yale.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:

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